Qui puoi trovare l’episodio precedente del viaggio “Dalla Turchia alla Francia”

 

Salpati da Ponza in tarda mattinata, ci illudiamo con una gradevole brezza che spinge Yakamoz lungo la rotta 330°; in effetti per 2 ore trotterelliamo a circa 3,5/4 nodi, velocità di per sé gradevole se non fosse per la tabella di marcia legata alla forte perturbazione in arrivo: non possiamo scendere sotto i 5 nodi di media, altrimenti rischiamo di beccarci il peggio della “suddata” non nella confortevole rada di Portoferraio, bensì in mezzo al mare.
Abbiamo messo in conto possibili ritardi e punte sotto media, ma dobbiamo stare attenti.
Le preoccupazioni svaniscono dopo 2 ore, dato che il vento letteralmente muore: che bello il Tirreno…
Accendiamo motore e via, a 6,5 nodi per 50 lunghissime miglia!

Il marinaio deve dotarsi di molta pazienza e soprattutto abituarsi a vedere il bicchiere mezzo pieno; se da un lato la risorsa meccanica e inquinante desta disagio nell’animo (e nelle orecchie), dall’altra oggettivamente consente all’equipaggio di rilassarsi come non mai: il pilota automatico è al massimo della sua efficienza, il mare, di solito, è pressoché piatto e tranne scrutare ogni tanto l’orizzonte, per il resto un buon libro rende meno pesante la noia; quando invece non ci si rilassa davvero concedendoci aperitivi e chiacchiere da bar… anzi no da tuga.

 

Finalmente il vento


Le ore dunque passano e in serata siamo al traverso di Fiumicino. Inizia il previsto Sud Est.
Zittiamo lo Yanmar e apriamo le vele, finalmente.
Dopo un breve tentativo di portare a riva anche la randa, ci accorgiamo “dell’assenza di dialogo” con il fiocco per cui giù la vela maestra a vantaggio del sincero e potente genoa. Oltretutto le solite Bocche (possiamo spostarle 500 miglia più a Ovest per favore!) regalano le ennesime onde asincrone con il vento; ergo, bisogna stare al timone gestendo il poco vento (al momento) e questo antipatico “tagatà” acquatico.
La storia continua fino all’alba, quando per fortuna iniziano le vere danze: eccolo il vento vero!
Gagliardo e sopra i 15 nodi, rapidamente mette in pulito la situazione; gli incroci terminano e ora anche Ovidio riesce a sentirsi utile.
Trascorriamo tutta la giornata a sistemare la rotta, cazzare un filino o lascare, ma la musica è celestiale: vento in poppa mezzo porto.
Oramai siamo sopra i 25 nodi, l’onda aumenta e surfiamo tranquilli e beati a non meno di 6.5 nodi, il che significa ottima media e ancora una volta un piccolo applauso alla nostra strategia: azzeccarle tutte fin dalla Turchia direi che non è poco.
Passiamo le isole e con loro i ricordi della prima volta avvenuta 12 anni fa; tra tutti il famoso SMS (all’epoca non esisteva Whatsapp) da noi inviato in piena notte al dj Margus, di RadioRock, il quale lo lesse con stupore vista l’atipicità rispetto alla media: “siamo in mare, al traverso dell’isola del Giglio e ti ringraziamo per la splendida compagnia” (credo più o meno suonasse così). Ricordo caro perché da lì a pochi anni ne nacque un’amicizia “atipica” ma intensa, basata e cresciuta sulla percezione reciproca.
Il vento rimane per tutto il viaggio, aumentando e portando il mare a schiumare, ma a questo punto siamo arrivati: alle 1.30 diamo fondo a Portoferraio.

 

Una vita da sogno con 500 euro al mese: ancora oggi si può fare!

 

Burrasca all’àncora

Il mattino seguente puntuale arriva la burrasca. Confidiamo nella linea di ancoraggio collaudata in tanti ani di Egeo e venti importanti (qui potete averne un assaggio); e come spesso accade i timori non sono rivolti a noi ma agli altri, alcuni forse poco abituati a trascorrere una vita all’àncora e qui, nonostante l’ottimo tenitore, ancor peggio, dati i molti gavitelli a cui troppi si affidano.
Difatti scansiamo il primo incidente dovuto a degli olandesi distratti che per cambiare ormeggio (!), non si sa bene perché, perdono troppo tempo con raffiche sui 45 nodi; solo le nostre urla semplificate con “GAAAAAS!”, riescono a evitare il peggio, quasi a 2 metri dalla murata di Yakamoz. Poi ringraziano e vanno via…
Un’altra barca speda in continuazione, a momenti abbordandone una sottovento che cerchiamo di avvisare con la tromba.
Altri ancora tentano invano di prendere un gavitello: dopo l’ennesimo tentativo e pericoli annessi, date le vicinanze con le altre barche (sul serio il mare perdona molto), decidono di mettersi alla ruota da un’altra parte.
Insomma la solita giostra.

 

Incontri inaspettati


Posto sul gruppo Velisti in Facebook la circostanza, per comunicare a più velisti possibili, quanto sia importante imparare le corrette manovre d’ancoraggio, da cui la mia mini guida, (divenuta un must: lo scrivo con umano orgoglio); tra i commenti quello di un certo Roberto il quale, riconosciutosi nella barca che stava per esser abbordata, mi comunica la sua posizione a Portoferraio: proprio dietro di noi!

Anche questo è il mare, e, è il caso di dirlo, il potere di internet.

Ne nasce una simpatica conoscenza che ci porta a scoprire questo armatore competente auto costruttore del suo affascinante e solido veliero in acciaio, “Nok”. Davvero ben fatto e con cui lui ha girato parecchio, Caraibi compresi.
Purtroppo il tempo è tiranno e tranne una breve visita per salutarci e conoscerci, rimandiamo a giorni migliori l’approfondimento: entrambi vogliamo spingerci verso Nord, lui a Sanremo dov’è di stanza, noi in Francia, Port Napoleon, cioè la destinazione finale.
Per cui decidiamo di salpare insieme l’indomani di buon ora, alla volta della Giraglia, Corsica: spezzeremo l’ultima lunga tratta in previsione di altre perturbazioni.
A noi non resta che sbarcare per i rifornimenti di gasolio e cambusa italiana.

 

L’Isola d’Elba


Serbiamo un bel ricordo dell’Elba, isola amata sin da piccolo nel mio caso, e goduta via terra insieme a Başak prima della successiva esperienza via mare. La ritengo la più bella e confortevole isola del Tirreno: non me ne vogliano le altre; conosco bene la Sardegna e la Corsica, terre fantastiche e certamente non paragonabili alla minuta isola toscana; ma appunto sono più terre che isole data la loro superficie; l’Elba in realtà è un ponte tra il mare e il continente; consente rade protette a seconda del vento, raggiungibili facilmente e velocemente; Portoferraio è la rada più protetta del Mediterraneo (era solito dire Napoleone… che evidentemente non conosceva l’Egeo e la costa turca); in un attimo sei in Toscana grazie a collegamenti rapidi molte volte al giorno; l’entroterra poi è delizioso con i suoi paesini caratteristici, sinceri; ci si può vivere tutto l’anno e in qualche modo e nonostante il sentirsi sostanzialmente in continente, riesce ancora a mantenere una personalità e genuinità tipici dell’isola.
Ci sarebbero tante altre motivazioni per eleggerla a sito incantevole, ma in un Tirreno avaro di luoghi simili, direi di aver reso il concetto.

All’alba come da programma salpiamo sperando in un vento che chiaramente non c’è.

Smotoriamo alternando varie prove di veleggiata a 2 nodi; alla fine faremo il conto di aver percorso 27 miglia a motore su 42 totali.
Dietro consiglio di Roberto scegliamo di dar fondo nella rada Nord del “ditone”, proprio di fronte lo scoglio della Giraglia; c’è un po’ di Sud per cui non dovremmo rollare troppo e comunque, anche il giorno dopo, la levataccia all’alba segnerà l’inizio… della fine.

Siamo stanchi, non si discute, ma il tramonto che ci regala questo scoglio mitico, a cui viene dedicata l’altrettanto famosa e omonima regata, è un ristoro non da poco; ci dispiace solo non poterne godere appieno, come in verità si dovrebbe; anche stavolta non possiamo che dirci “sarà per la prossima volta”.

 

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