Il nuovo impianto elettrico di Rebound
Ci siamo
Bentrovati a tutti cari amici.
Parto subito con una confessione che riguarda il vero motivo di questa latitanza degli ultimi tempi nel produrre articoli e video correlati: siamo quasi in fondo al tunnel, là dove la luce si fa sempre più intensa!
E, per quanto sembrerà assurdo, ciò coincide con una imbastitura generale dei lavori che, ci auguriamo, nei prossimi giorni, grazie all’arrivo della primavera e quindi delle belle giornate, potrà restituirci una spallata finale.
Questo non significa che non incontreremo ostacoli, imprevisti e problemi noti (come il rollaranda) che abbiamo messo già in conto; ma di certo tutte le tonnellate di lavori effettuati sin qui e che producevano inevitabili contenuti, stanno lasciando il posto a quelli che io definisco “dettagli”; intendiamoci, i dettagli in questione per altri comuni mortali rappresenterebbero dei grossi lavori… ma tenuto conto di quello che abbiamo fatto su Rebound, a noi sembrano bazzecole.
Il vecchio impianto elettrico
Oh Rebound Rebound perché sei tu Rebound?
Quello a cui abbiamo dato vita è stato il nuovo concepimento della logica distributiva di utenze e logistica dei pannelli elettrici.
Il Trintella 49A (riscontrabile anche su altre unità) prevedeva il quadro elettrico generale di fronte la cucina e confinante dunque con la sala macchine: cosa per noi assurda sebbene avesse una logica. Ma dover agire di fronte la cucina sul pannello, già di per sé ci creava “orticaria”; dopodiché date le temperature del motore, non ci sembrava “igienico” sottoporre circuiti, elettronica e interruttori a inutili riscaldamenti.
Il sistema “cardiocircolatorio” elettrico, passava essenzialmente nelle murate direttamente con i cavi, senza canaline di sorta. Qualcosa anche in sentina.
Mentre il tipo di cavi utilizzati era di tipo classico, probabilmente idoneo al settore nautico ma sempre di derivazione civile; alcuni di questi di sezione generosa erano sostanzialmente dei pezzi di legno che per toglierli, data l’assenza di canaline, ci ha visti penare parecchio.
Le batterie erano posizionate in dinette insieme alle piastre di distribuzione, stacca batterie eccetera.
Gli impianti tenevano conto anche del gruppo elettrogeno, corrente a 12 e a 24 volt, quest’ultima di base per tutto l’impianto.
Il nuovo impianto elettrico secondo noi
Dai tempi di Yakamoz le varie riflessioni e criticità riscontrate, insieme all’esperienza maturata e ai consigli del buon Manuel di Lucidivia ci hanno portati a decidere quanto segue.
Quadro elettrico generale
Si porta categoricamente al carteggio, come quasi sempre si è fatto, sia per una questione di razionalizzazione operativa che per una migliore gestione generale.
Distribuzione del cabalggio
Mai più in sentina (ma sì subito sotto il pagliolato) e utilizzo il più possibile di canaline flessibili tipo corrugato per esterni: sebbene il tipo di cavo scelto non ne avesse bisogno e benché alcune scuole di pensiero lamentano la produzione di condensa all’interno delle canaline, abbiamo preferito proteggere i cavi e soprattutto dare un senso di pulizia all’impianto.
Per quanto riguarda gli altri passaggi abbiamo utilizzato anche noi le murate ma subito dietro il mobilio, assicurandoci che le zone in questione fossero accessibili facilmente, magari con la semplice rimozione di un pannello di legno e 4 viti; sempre tramite corrugati.
Stessa cosa sotto i celini.
La parola d’ordine è “accessibilità”. Quello che avevano fatto precedentemente, probabilmente è ciò che spesso avviene nei cantieri nautici: prima fanno l’impiantistica e poi montano il mobilio; che tu un domani possa avere bisogno di accedere, sostituire un cavo elettrico, a loro non importa, saranno “dolori” tuoi. Cosa che ho sempre odiato.
Ora invece è tutto facile e sostituibile.
Chiaramente ogni cavo ha una sua etichetta per riconoscerne subito l’impiego: abbiamo scelto la lingua inglese così che in qualsiasi parte del mondo, nel caso di intervento esterno, schemi e nomenclatura siano facilmente comprensibili; per fare un esempio le “luci di via” sono ora “navigation lights” e via dicendo.
Tipo di cavi: pre stagnati
Altro sogno nel cassetto, cavi pre stagnati. Per l’ambiente marino questi cavi sono gli unici che dovrebbero essere impiegati e invece dato il costo, non è normale amministrazione; gli stessi cantieri sfornano nuove unità utilizzando cavi di derivazione civile.
Hanno un’ottima resistenza alla corrosione, durata nel tempo 4 volte maggiore di quelli tradizionali, migliore conducibilità nel tempo, molto morbidi e flessibili, insomma ciao ciao brutti “cavi-pezzi di legno marroni bruciati”. L’unico svantaggio è il costo, decisamente alto.
Ma questo è un investimento che si deve fare a priori, quando si mette mano a un impianto nuovo e ci si vuole garantire per il futuro.
Soprattutto quando poi si scelgono come nel nostro caso, il top del top: Ancor Marine Grade.
Marca leader nel settore, dispone di tutte le certificazioni immaginabili; guaina in PVC marino resistente a UV, carburanti, oli e acqua salata; temperatura di esercizio fino a 60°C (alcuni modelli fino a 105°C); doppia o tripla guaina su alcuni modelli per protezione extra. Insomma di più non ce n’è.
Ed è stato solo grazie a Marco Manicini e la sua Nauticpiù se oggi possiamo vantarci di tale lusso: la sua mediazione ci ha permesso di acquistare l’olimpo dei cavi al prezzo quasi di quelli meno nobili. Grazie Marco, di cuore.
Collegamenti
Tutti a norma comprese scatole di derivazione stagne e soprattutto il più possibile utilizzo di connettori WAGO: cambiano il mondo a chi deve operare nell’elettricità e soprattutto sono certificati, veloci e sicurissimi. Pensate a quando si deve disconnettere un’utenza: bastano 2 click e i cavi del faretto sono liberi senza tenere scoperti quelli che portano corrente. Consigliatissimi.
Batterie: LiFePO4
Ne avevamo già parlato ampiamente in questo articolo; ne approfitto per ringraziare ancora una volta Manuel per averci spinto verso questa nuova tecnologia e soprattutto Giorgio della GRG Batterie per averci fornito pro bono ben 2 batterie da 330Ah della Victron Energy, ovvero anche qui il top del top.
Elettronica per la gestione dell’impianto elettrico
Dato il tipo di batterie e in generale le ultime possibilità offerte dal mondo dell’impiantistica nautica, ci siamo rivolti esclusivamente alla Victron: parole come Cerbo, Orion XS, SmartShunt, Smart Battery Protect, MPPT e chi più ne ha ne metta, hanno cessato con il tempo di essere per me un mistero e oggi ci consentono di monitorare praticamente tutto, tramite pannello touchscreen o direttamente sul telefono con specifica app; serbatoi inclusi. Incredibile.
Ma serve tutta questa tecnologia? La risposta è sì dal momento in cui si parte con un nuovo impianto; è come dire “lo smartphone serve?”: in teoria no, ma in pratica sì e il non averlo ci proietta praticamente fuori dal mondo. Triste ma vero.
Diverso se avessimo un vecchio impianto, a quel punto se ne può fare tranquillamente a meno, con buona pace della mente e di tutte queste diavolerie che allorquando dovessero rompersi ci faranno rimpiangere l’era analogica. A meno di voler cambiare le batterie tradizionali con le LiFePO4, a quel punto…
Come già detto però, recitare il ruolo del “puro e crudo” non aveva molto senso e dovendo spendere soldi importanti, si è preferito farlo con qualità e logica.
Impianto a 220volt
La 220 a bordo è e sarà sempre molto utile e avendo noi bandito il gruppo elettrogeno, abbiamo scelto un inverter potente da 3kw! Ca va sans dire, anch’esso completamente elettronico e che gestisce automaticamente il passaggio dalla rete esterna (banchina) alla trasformazione della 12 volt in 220 volt; lo stesso componente gestisce la carica delle batterie (Multiplus della Victron).
Trasformatore di isolamento
Altro tassello per noi storico. Per una barca in alluminio è fondamentale che la terra della linea 220 della banchina venga “pulita”, prima di entrare a bordo.
Perché è FONDAMENTALE per le barche in alluminio.
Qui il discorso si fa critico. Le barche in alluminio sono estremamente vulnerabili alla corrosione galvanica, che è accelerata enormemente dalla corrente elettrica.
Quando colleghi la barca alla rete del porto senza trasformatore di isolamento succedono due cose pericolose:
Correnti vaganti: piccole correnti disperse che circolano attraverso lo scafo verso il mare, usando l’alluminio come elettrodo. Corrodono lo scafo silenziosamente e molto rapidamente.
Corrosione galvanica accelerata: il collegamento elettrico con altre barche in banchina crea celle galvaniche che attaccano i metalli meno nobili e l’alluminio è particolarmente vulnerabile.
Il danno può essere devastante e invisibile fino a quando non è troppo tardi: si parla di corrosione che in pochi mesi può compromettere seriamente lo scafo. Non so se le barche a Ushuaia che sappiamo aver sofferto enormemente del fenomeno, fossero dotate di questo costoso ma indispensabile marchingegno, ma noi ora dormiamo sonni tranquilli.
Piccola precisazione: Trasformatore di isolamento vs Galvanic Isolator
Spesso si fa confusione tra i due.
Il Galvanic Isolator (isolatore galvanico) è un dispositivo più economico che blocca solo le correnti galvaniche a bassa frequenza, ovvero è protezione parziale: lo avevamo su Yakamoz in quanto nei porti siamo stati pressoché mai.
Il Trasformatore di isolamento offre una protezione totale e completa: è la soluzione definitiva, obbligatoria su qualsiasi barca in alluminio seria come lo è Rebound. (Non che Yakamoz non lo fosse, ma come detto la sua tabella di marcia era meno completa di quanto sarà invece quella della “bella olandese”).
Lucia e il pannello elettrico
Questa è stata una bella sfida che come le altre abbiamo vinto alla grande.
Va bene, il nuovo quadro elettrico andrà al carteggio, ma come lo faremo? Il pannello? I pulsanti delle utenze? Il disegno?
All’inizio eravamo disperati perché nel mercato nautico farsi progettare e realizzare un nuovo pannello è roba da migliaia di euro e tempistiche elefantiache; cosa che non potevamo permetterci. Più importante al sottoscritto sembrava una follia per quello che di fatto è un pannello di alluminio o meglio dibond, qualche buco e un disegno serigrafato… Va bene, d’accordo esagero nella semplificazione, ma non sono molto distante dalla realtà.
Intanto la decisione fondamentale è stata quella di seguire i consigli di Manuel e semplificare gli interruttori ricorrendo a magnetotermici bipolari (barca in alluminio = è bene staccare sia il positivo che il negativo) questi sì di derivazione civile; ricorrendo a interruttori top di gamma, ci si garantisce un ottimo impianto a norma, a costi ridicoli rispetto i magnetotermici prettamente nautici, ma che sono utilizzabili prettamente su barche più piccole: tant’è che oggi gli impianti su barche grandi si fanno tutti così.
Poi ecco Lucia, santa donna.
Amica crotonese e esperta grafica ben nota dalle aziende locali, chiediamo se potesse rientrare tra le sue possibilità aiutarci in questa follia; ebbene la risposta è stata “nulla di più facile”! In barba agli speculatori della filiera nautica.
Quindi eccomi nel suo ufficio a decidere insieme le icone, distanze e misure varie; io ho preso uno schema grafico da una foto che mi aveva inviato Manuel, abbiamo modificato con Lucia i vari dettagli arricchendo con nuove e bellissime icone; lei ha messo tutto su CAD e inviato a un’azienda online a cui lei si rivolge per altri lavori (pannelli elettrici compresi); in pochi giorni ecco arrivare lo splendido pannello in dibond (materiale utilizzatissimo leggero e resistente), con una grafica bellissima e, udite udite, il disegno progettuale di Rebound al centro. Tre lettere: WOW!
Il tutto donatoci gentilmente dalla bravissima e cara Lucia, la quale inutile aggiungere, vedrà il proprio nome sulla targa degli amici di Rebound; oltre che nei nostri cuori. Grazie, grazie, grazie Lucia, sei stata un angelo salvatore.
Buone notizie per tutti voi. Dato che si è divertita, chi avesse bisogno dei suoi servigi, non perda altro tempo con gli altri: Lucia farà tutto online, esaudendo ogni possibile “sogno pannellistico” (o altre esigenze grafiche) e a prezzi super competitivi.
In conclusione: è stato facile?
Per nulla. Cosa è mai stato facile in un progetto di questo tipo! Ma a tratti ci siamo divertiti. Passare i cavi è diventato un esercizio fisico; veder prendere forma man mano alle varie diramazioni che oggi portano energia; etichettare a dovere per finalmente non doversi chiedere ogni volta “che cavo è questo? A che serve?”; crimpare, fascettare, inserire, imparare qualcosa ogni giorno; e addirittura cablare un quado elettrico di sana pianta, ebbene è stata un’esperienza impegnativa, complicata ma estremamente appagante.
Quando abbiamo acceso il primo faretto; il frigo; il wc; l’autoclave e dunque attivato il primo magnetotermico, è stata una sensazione unica; capisci che allora qualcosa sta davvero prendendo forma, portandoci di fatto ad oggi, ovvero in una barca dove vivere a bordo in sicurezza prima di tutto, comfort perché no e immensa gratitudine a chi ci è stato vicino in questo incredibile percorso, banalmente chiamato “impianto elettrico”.
Godetevi il video e sempre Reuse, Reduce, Rebound
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Per aspera ad astra ! Andrea
Parole sante caro Andrea e speriamo davvero di vederle ste stelle! Magari alla fonda, finalmente 😄
Davvero bellissimo il vostro quadro elettrico, complimenti!!!! Peccato che abbiamo rifatto il nostro 1 anno fa 🙃🤪
grazie Rosa, ma sono certo che il vostro sia bellissimo come e più del nostro 😍🤗