Il NESSUNO della vela

    Il NESSUNO della vela

    Qualche giorno fa è venuto a mancare un grande figlio del mare, Marco de Montis: si trovava ad Alghero, nella sua Sardegna, aveva 51 anni.

    Ho atteso un po’ di tempo prima di parlarne, perché questo nostro spazio di condivisione non è una rivista e non c’è l’esigenza di stare sul pezzo, in tempo reale; e ciò anche per la speranza che le idee prendessero una forma migliore.

    Purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscerlo, così come molti altri personaggi “importanti” della vela, intendo gente tipo Moitessier & friends. Ma forse commetto un errore quando mi riferisco a loro includendoli nel sostantivo ‘vela’, sarebbe più corretto dire ‘mare’, o meglio ancora ‘vita’.

    Vela per me suona riduttivo o al contrario troppo inclusivo di persone che, perdonatemi, hanno poco da spartire come spessore.

    Quando morirà un personaggio famoso dell’America’s Cup, assisteremo probabilmente a fiumi di gente, commozione generale e servizi mediatici a profusione. Purtroppo tutto ciò che Marco non ha avuto. Non che gliene fregasse nulla immagino, pertanto resta una semplice constatazione.

    Solo che quel mio ‘purtroppo’ cela molto di più che un sentito dispiacere, e va rapportato a un quadro più grande.

    Chi era Marco? Basta digitare su Google il suo nome e qualcosa troverete: non molto, un paio di articoli di riviste del settore, nulla più. Per carità è già qualcosa, meglio di niente. Va bene, vi evito anche lo smazzamento di andarvi a cercare i dettagli, tanto non servono, basti pensare che era uno degli ultimi clochard dei mari. Si proprio quella specie in via di estinzione di cui l’amato Moitessier apparteneva, cioè l’eroe romantico per eccellenza.

    “Ma tu vuoi paragonare Marco a Barnard?”. No, certo che no, le miglia, le gesta avventurose, i primati pionieristici, pongono i due personaggi su due livelli differenti, benché il nostro connazionale comunque di mari e oceani ne abbia solcati abbastanza. Tuttavia Marco ai miei occhi ha paradossalmente un suo peso specifico maggiore rispetto al francese, perché vissuto in epoca differente. Moitessier si è avventurato in mare con mezzi a volte di fortuna, ma pur sempre quando molto era da fare, e il livello anche tecnologico poneva i velisti più o meno sullo stesso piano. E poi era il periodo degli hippy, del misticismo, del peace&love, delle comuni, e in un certo senso era forse più semplice prendere le distanze dalla società.

    Il marinaio italiano invece ha dovuto vivere molti disagi e rinunce in un contesto storico profondamente differente, cinico, in cui la forbice tra chi ha e non ha è enorme e evidente. E poi molte delle cose che Marco non aveva a bordo, e qui uno degli aspetti del suo coraggio, non le cercava proprio: non sapeva cosa farsene di un cellulare o smartphone, tranne per le strettissime esigenze di comunicazione quando capitava. Vaglielo a dire a chiunque di noi una cosa del genere, e vediamo chi sarebbe così pronto a rinunciarvi!

    In effetti mi disturba che quelle microscopiche attenzioni ricevute dai media, non ne abbiano mai evidenziato il lato eroico, romantico, ma quasi sempre restituito come una sorta di ‘macchietta’, al più un personaggio singolare; proprio come, immagino, avrebbe potuto apparire Bernard.

    Mi dispiace che non si riesca ancora a capire l’importanza di questi marinai, sono deluso dalla mancanza di sensibilità che la società riserva loro, a vantaggio dei soliti performer, recordman, fantini dell’ippodromo consumistico e competitivo di questo mondo annichilente, triste e stanco.

    Stiamo sempre lì, applaudiamo allo skipper di successo, al Tabarly di turno, ma sogniamo con Moitessier. Ed è qui che mi incazzo ancor di più: fate pace con il cervello, o con il cuore decidete voi. Perché se abbiamo un’idea della vela romantica, di un mare come teatro mistico e contemplativo, allora dovremmo dedicare statue e poemi a questi marinai, portarli come esempi, se non da seguire con i fatti almeno come fonte di ispirazione.

    Marco viveva di piccoli lavoretti e regali, e questo per molti equivale certamente a una vita stigmatizzabile. In Italia verrebbe considerato semplicemente “un barbone”, limitandosi alla miope visione pecuniaria, perdendo la ricchezza che il suo modus vivendi comporta. So bene di cosa parlo, non perché io sia uguale, al confronto anzi sono un lord, un bambino viziato, e non potrei mai ‘vivere libero’ come lui; ma ho avuto diverse occasioni per toccare con mano l’arroganza e lo snobismo di chi vede la barca come giocattolo e status symbol, anche se a parole spesso sembra parlare altre lingue. C’è molta meschinità nel nostro settore, e non c’è spazio per figure romantiche, spesso apostrofate con sconcertante nonchalance come “persone che vogliono vivere a sbafo di altre”, o altre affermazioni di berlusconiana memoria del tipo “io mi sono fatto da solo, mi sveglio alle 5 del mattino e lavoro per… eccetera eccetera”, dimenticando tra l’altro quanto la vita il più delle volte sia frutto di semplice casualità.

    Marco sceglie di vivere il più libero possibile a bordo del suo piccolo veliero, non è nato povero in qualche favela senza opportunità; e questa scelta è uno dei messaggi più forti con cui la società dovrebbe fare i conti. O meglio, è proprio perché li fa che ne trae spavento, allontanando quasi scientificamente ogni possibilità di eco: il format del criceto deve rimanere saldo, il messaggio di una vita alternativa meno schiava di falsi bisogni invece bandito. Pensate se storie come quelle di de Montis o Moitessier venissero insegnate nelle scuole, magari insieme a Pepe Mujica e altri ‘EROI’; non solo dunque riferimenti di successo nel senso triviale del termine, ma anche alternative percorribili da chi a volte ha bisogno solo di uno stimolo e un faro, per comprendere i giusti valori. Ci lamentiamo che il livello morale si stia abbassando, che le nuove generazioni ci sconcertano, ma non facciamo nulla per cambiare rotta, adducendo le colpe a una non meglio identificata causa aliena. Quando in realtà siamo noi la causa di tutto, noi che ridiamo di Marco o gli rifiutiamo un aiuto economico, pronti però a darlo a qualche chiesa per “pagarsi l’indulgenza”. A molti credenti (e tra i velisti presumo ce ne siano a bizzeffe) piace parlare di Gesù e dei suoi insegnamenti, ma lui professava la povertà (non la miseria) e viveva di poco, non lavorava, non produceva, per scelta; oggi se lo incontrassimo per strada, probabilmente ci gireremmo dall’altra parte con uno sfuggente “vai a lavorare!”. Ma il paradosso è che in suo nome si devolvono somme di ogni tipo per far si che il suo messaggio…

    Cercate di non concentrarvi sul dito e guardate la luna, il paragone può apparire dissacrante, ma la realtà invece dice altro. Marco e Bernard hanno prodotto ‘miracoli’ concreti, perché hanno fatto sognare, hanno ispirato, hanno portato anch’essi dei messaggi importanti, hanno cambiato vite, senza volere nulla in cambio se non un po’ di solidarietà alla bisogna, e magari il rispetto di chi ancora non ha capito molto della vita.

    Da parte mia ho un rammarico, quello di non averlo potuto aiutare con il Fondo: la nostra idea nasce anche grazie a lui, pensando a persone coraggiose come de Montis, e perciò lui era il perfetto candidato per la nostra ‘mano da marinaio’; ma purtroppo tra la nascita e crescita economica di quello che da qualche amico viene definito un magnifico progetto utopistico, e la sua dipartita, c’è stato troppo poco tempo per incrociare le rotte.

    Maurizio che lo ha conosciuto mi racconta, “mi avvicino alla barca e sinceramente da lontano non si capiva quale fosse la prua, la coperta era piena all’inverosimile di cime, parabordi, contenitori, cerate e bidoni di tutti i colori, insomma un bazar galleggiante… la barca più’ stravagante che avessi mai visto”.

    In un’intervista Marco dice riferendosi al suo piccolo “Saturn”, un Waarschip 725, “mi piace più che una casa, mi da pace, tranquillità”.

    Dicevo del paragone con Bernard a vantaggio di Marco, in quanto il navigatore sardo si è dovuto scontrare con diverse angherie figlie di questa società alla deriva, tra le quali un furto importante di attrezzature, e soprattutto il rifiuto di un marina portoghese a offrirgli ormeggio vista la tempesta in cui si trovava: epilogo triste, con la perdita del suo primo sogno “Orion” di 9 metri, con cui era partito dall’Olanda, e per il quale aveva venduto tutti i suoi averi.

    Nonostante ciò non si scoraggia, perché il desiderio di uscire da codesta società è più forte di ogni disgrazia, e quindi ricomincia a bordo di “Saturn”.

    Per comprendere il suo stato d’animo e la sua pace negli occhi basta vedere il seguente video, in cui tra l’altro gli viene chiesto di dare un’occhiata al suo libro di bordo, e quando descrive i venti che ha incontrato, tipo F8, ha bisogno di aprire una piccola tabella per leggerne la corrispondenza in nodi: fantastico! Tutto il contrario del “velista della domenica” o di chiunque vede il mare troppo spesso come un palco da cui esibirsi, facendo a gara per saperne di più. Lui è totalmente fuori tali dinamiche. Lui è la vela, il mare nell’essenza più pura e spontanea. Ha poca importanza quanti nodi siano un F8, lui sa, la sua pelle sa che dopo una certa intensità deve ridurre tela, o mettersi alla cappa.

    La foto che lo ritrae con quello che pochi definirebbero un sestante è emblematica: bimbo divertito e sognante che impugna un banale aggeggio di plastica, poco più di un goniometro, trasformandolo nel miglior strumento tecnologico di rilevamento posizione.

    Voleva scappare dall’Italia, dove era approdato nella sua terra di origine, la Sardegna; via, via dal suolo italico faro della burocrazia contemporanea.

    Desiderava atterrare in qualche isola del Pacifico, dove rimanere per il resto dei suoi giorni. Non ce l’ha fatta, ma in qualche modo sono certo che la sua anima si trovi proprio lì, magari a rollarsi una sigaretta insieme a Moitessier.

    Grazie Marco per le tue scelte e il tuo coraggio.

    Nasce “A tutto GAS!”

    Nasce “A tutto GAS!”

    È con orgoglio che comunichiamo la nascita di una nuova pagina e rubrica sulla piattaforma: “A tutto GAS!“.

    Nel corso degli anni abbiamo risposto a diverse domande, poste da chi cerca di barcamenarsi nel mondo della vela e del mare in generale. Abbiamo per cui deciso di fare qualcosa di più e ben organizzato, soprattutto coinvolgendo amici dallo spessore tecnico e di esperienza indiscutibili. Lo spirito della rubrica rimane sempre in linea con ciò che vogliamo fare, per cui niente atteggiamenti del tipo “lei non sa chi sono io”, o “mandi la sua richiesta in carta bollata”, bensì un posto di marinai pronti a dare una mano: lo consideriamo un Gruppo di Aiuto Solidale.

    Come al solito è tutto un divenire, modifiche e miglioramenti, quindi se ritenete di fornirci indicazioni e consigli siete sempre i benvenuti.

    Nel frattempo godetevi il primo interessantissimo quesito posto dall’amico Valerio, a cui sono arrivate le risposte.

    Alla via così.

    Commento ad alto contenuto di delirio

    Commento ad alto contenuto di delirio

    Nota a cura di Giampaolo Gentili: l’altro giorno pubblico un articolo “Una vita non basta”, in cui parlavo di alcuni aspetti legati alla barca e al senso di libertà. Tra i vari commenti, tutti molto belli (se non vi andasse di leggere l’articolo potreste anche solo limitarvi ai commenti), profondi e che avrei voluto pubblicare senza escluderne nessuno, mi colpisce in particolare questo di cui ho deciso farne un articolo a parte. Premesso che sono davvero orgoglioso della qualità degli affezionati lettori del blog, Federico appunto ne fa parte, ma più importante, ho avuto modo di conoscerlo per una settimana intensa, a bordo di Yakamoz. Ecco perché so per certo quanto lui ami mettersi in discussione, da sempre, ponendosi domande fondamentali, utili ad aprire quelle porte che lo condurranno insieme alla sua famiglia speciale, ne sono certo, verso rotte di vita sempre più libere. Ammesso che la parola libertà abbia un senso compiuto. Inutile aggiungere altro, eccovi il suo commento.

    Ciao Giampaolo, ho voluto trovare un po’ di tempo prima di rispondere a questo tuo post che non riguarda “la barca” ma il concetto di libertà nel senso più ampio del termine, come ben sai è un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

    Qualche tempo fa confrontandomi con gli utenti del noto social network sul concetto di barca = libertà mi sono trovato di fronte le più grandi distorsioni: “non esco mai dalla barca”, “se arrivo da qualche parte escono tutti ma io rimango qua”, “non la lascio mai incustodita” ecc ecc…

    Tutto giusto però… praticamente un carcere.

    Già mi immagino il lungo viaggio per raggiungere che so, le isole Faroe, riuscire a trovare approdo sicuro e poi mettersi sul ponte della barca con il rum e dire : “bene, sono arrivato, tempo di fare cambusa e poi via sottocoperta”.

    A che serve un mezzo, la barca, che ti porta virtualmente ovunque, se poi non si può esplorare il luogo?

    Ancora mi ricordo il mio primo incontro con Tenerife (non in barca a vela), appena toccato il suolo dell’isola ero letteralmente “affamato” di scoprire tutto, di vedere come viveva la gente del posto, di guardare il mare dal picco del Teide, di passare sopra il suolo lunare del vulcano, guardare la valle dell’orotava con le sue distese agricole, assaggiare i liquori, sentire i profumi, i sapori. Ah! Non sarebbe bastata una vita e avevo solo un giorno.

    Stessa cosa per il cammino di Santiago, andavo a piedi e facevo dai 20 ai 60 km al giorno. Adesso ne farei 10 e mi gusterei di più il paesaggio, parlerei di più con la gente del posto, magari mi fermerei per un po’ a far vita con loro, magari, nei miei sogni.

    Il concetto di ‘libertà’ è vago, sfuggente e volubile come lo è il carattere di noi che cerchiamo sempre un orizzonte dove andare.

    Scegliamo la barca ma capiamo che ci sono dei limiti e vorremmo cambiare.

    Andiamo a piedi e capiamo che ci sono dei limiti e vorremmo cambiare.

    Scegliamo la ruralità stanziale ma anche lì limiti, e non ci piacciono.

    Non ci piacciono i limiti, da qualche parte fra il cuore e la gola c’è una sorta di “groppo” che ci fa vivere questa inquietudine, e va bene così.

    Va bene così perché nella natura umana non esiste la libertà assoluta o meglio: non esiste uno stile di vita che abbia questa caratteristica.

    Nel mondo dell’alchimia, pratica esoterica sulla quale NON mi riconosco nella maniera più assoluta ma che offre interessanti abbozzi di filosofia spicciola, si parla di principio dello scambio equivalente : “Senza sacrificio l’uomo non può ottenere nulla, per ottenere qualcosa è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore”. Ecco, noi forniamo ‘gradi di libertà’ per ottenere ‘gradi di esperienza vissuta’; dobbiamo essere consapevoli che per ogni esperienza che viviamo abbiamo dei vincoli a cui dobbiamo sottostare, il trucco è capire quali di questi vincoli siano superabili, aggirabili o moderabili e quali invece sono immutabili.

    La barca ad esempio: è inimmaginabile per me sottopormi alle vessazioni della situazione italiana, continuerò quindi ad avere il mio piccolo natante che “sfugge” alla maggior parte delle pesanti gabelle e leggi assurde fintanto che rimarrò nell’italico suolo; la mia cortissima esperienza in Croazia ad esempio mi conferma come l’italiano che viene in barca venga visto come uno salvadanaio, ma è altrettanto vero che è l’italiano che viene in barca che ha comportamenti tipici di chi vuole ‘la pappa pronta’ e di conseguenza chi prepara la pappa, vuole essere pagato.

    Sono distorsioni mentali, se vuoi la vera libertà da gabelle, spese di pontile o di gavitello devi imparare ad essere autonomo.

    Insomma: lunga storia ed io ho finito il tempo 😀.

    La libertà… la libertà la si rincorrerà tutti ancora per molto, nel frattempo continueremo ad accumulare diapositive da condividere, non saranno più solo immagini ma esperienze: il quad 50cc che si spegne in salita, il catabatico che fischia vicino all’approdo, quel sapore inconfondibile di terra mista ad acqua di mare, l’orco dai mille gatti che esce vicino la pasticceria della nonna (si, questa la capiamo solo io e te), la ricerca del refolo di vento perché “il rumore del motore proprio no, non ci piace”, e poi la mano che ti aiuta quando non ce la fai più, quando l’ultimo km percorso è stato il km di troppo, le montagne lontane e la voglia di andarci, gli scarponi messi in un angolo che “chissà dove andremo la prossima volta”, il kayak, la spiaggia e il tipo che appare con un rosso toscano e tu che hai il cacciatorino appena tagliato, e da li a sera saranno chiacchiere e risate.

    Ecco: questa per me è la libertà, la portata principale della nostra vita: quella fiches da 100 anni non potremmo giocarla sempre bene, l’importante è non giocarla sempre male, ahahahah.

    Un Abbraccio.

    Per non sentirsi gretini

    Per non sentirsi gretini

    Mancava un trombone all’orchestra, e quindi eccomi.

    L’argomento è quello del momento, Greta.

    In questi giorni ne ho lette di cotte e di crude e come al solito in Italia (non so all’estero), ci si divide tra Guelfi e Ghibellini, un classico da cui non riusciremo forse mai a liberarci.

    Di conseguenza mi perdonerete se anche io dico la mia, soprattutto perché l’argomento riguarda tutti, noi amanti del mare per primi, e d’altronde ne sto dibattendo da anni.

    Nel 2017 esce uno studio dove si evidenzia che il 90% dell’inquinamento da plastica degli oceani è dovuto a 10 fiumi, la maggior parte dei quali in Asia, il che istintivamente ci stimola due reazioni. La prima di odiare una parte del mondo, l’altra di deporre ogni arma con buona pace dell’impegnata Greta Thunberg: impossibile resistere a un ‘fiume in piena’.

    Questa notizia (tra le altre) è stata riesumata per dileggiare l’adolescente svedese, che sta intasando il web, i media in generale, con i suoi moniti, tra cui secondo me il più feroce e toccante è “ci avete rubato il futuro”.

    Perché ciò che vado sostenendo da tempo e le accuse di Greta, ma direi dei vari movimenti ambientalisti in toto, vanno a braccetto? Molto semplice, uno è la conseguenza dell’altro.

    Greta è una ragazzina di 16 anni a cui sfuggono diversi altri aspetti, limitandosi in un certo senso a puntare il dito a ciò che accade, senza però riuscire a comprendere il quadro di insieme, cosa necessaria ai fini di una politica precisa proprio a favore del suo j’accuse. D’altronde è comprensibile e nessuno può pretendere di più da lei: io alla sua età giocavo a pallone spensieratamente.

    Ad esempio è vero che se la mia casa sta andando a fuoco, non ho tempo per tergiversare, e mi devo sbrigare a gettare acqua quanta più possibile e in ogni dove. Se ciò comporterà la perdita di cose preziose, computer, soldi eccetera, sarà un’inevitabile danno collaterale che dovrò accettare visto il fine più urgente e importante. Questo in teoria.

    In pratica la percezione dell’incendio non è così reale, pochi hanno la consapevolezza di Greta, gli altri, la maggioranza, siedono comodamente sul proprio divano a guardare ‘Maria de Filippi’, a fare acquisti nel centro commerciale, o a sbavare dietro l’ultimo modello di Beneteau.

    Ma c’è anche un altro aspetto, e cioè l’effetto collaterale di un immediato cambio di direzione, che come al solito comporterebbe disagi altrettanto immediati a chi ha poco. Mi riferisco alla chiusura di molte industrie, special modo pesanti (come accaduto negli USA), allevamenti intensivi e via dicendo, con conseguenti licenziamenti e malcontento generale.

    Basta guardare ad un esempio recente, i gilet gialli. In Francia non sono scesi per combattere il cambiamento climatico, ma per gli aumenti voluti dal poco simpatico Macron con la carbon tax! Cioè proprio un’azione politica atta a scoraggiare il consumo di energia fossile a vantaggio di gas e elettricità (sulla carta, ma fino a prova contraria è così). Insomma purtroppo, e lo sottolineo, l’uomo della strada si trova a combattere con delle immediatezze che non lasciano spazio a una repentina virata ecologica: è come dire di stare per affogare e dover scegliere se salire al volo su una zattera o rinunciarvi in quanto comunque consapevoli che moriremmo di sete e fame; prevale l’istinto di sopravvivenza, non la razionalità, e la speranza di un evento straordinario, un soccorso inaspettato a tirarci fuori dall’impasse.

    La protesta di Greta ha trovato un’immensa audience a tal punto che ora l’hanno candidata persino al Nobel. Ma, mia opinione, sarebbe stata forse ancor più devastante, se la ragazza non fosse una benestante, ma bensì una figlia del popolo meno abbiente, pronta al sacrificio dei suoi genitori, cioè pronta a un possibile inasprimento di povertà e indigenza. Perché ahimè è quello che avverrebbe, quanto meno all’inizio e senza un piano ben studiato.

    Io sostengo che la battaglia principe da portare avanti sia il ridimensionamento dei consumi, perché è alla nostra portata e squisitamente dovuta al libero arbitrio, e le cui ripercussioni positive sul clima facilmente intuibili. E non servirebbe essere talebani (Greta ad esempio ha convinto i genitori a diventare vegetariani prima e vegani poi, eccetera) ma morigerati, rivedendo la scala dei valori.

    “Ma anche in questo caso le fabbriche chiuderebbero e… e… e…” Forse, ma d’altronde se la casa va in fiamme, effettivamente qualche prezzo dovremo pagarlo. Scrivo forse però, in quanto le fabbriche di cui parlo sarebbero quelle del superfluo.

    “Con India e Cina che facciamo?”, nulla, cioè molto. Oltre a una campagna di sensibilizzazione da parte degli stati occidentali, non desiderando più le mila cazzate, e vari status symbol oramai divenuti indispensabili, ma quasi tutti prodotti proprio da loro, come per magia anche le fabbriche asiatiche cesserebbero di produrre. Il timore che 1 miliardo di persone si ritrovi sul lastrico è un po’ fuorviante e strumentalizzabile. Mi viene da chiedermi cosa facessero queste persone 30 anni fa.

    Sta di fatto che abbiamo un’emergenza, creata dall’occidente in 150 anni (si siamo noi i responsabili dell’80% delle emissioni di CO2) e ora portata avanti a gran galoppo dalle economie emergenti che… producono per noi. Già sento il grido di protesta del vietnamita “ma come, voi occidentali vi siete divertiti a girare in Ferrari, e ora a noi volete togliere la stessa possibilità?”. La risposta è si. Purtroppo, ma resta si.

    Non esiste la formula del tutti contenti, non stavolta, se mai sia esistita. Lo ripeto, Greta lo ripete, la casa è in fiamme e non c’è tempo di concentrarci sul colpevole e sul politically correct.

    D’altronde l’occidentale stesso dovrà fare grandi rinunce, imparando una vita più frugale e morigerata, il che non significa povertà. I nostri nonni che vivevano con un’auto a famiglia (chi ce l’aveva), magari un pezzetto di terra per l’orto, 4 galline e via dicendo, all’epoca non si consideravano poveri. È la prospettiva che è cambiata, e quello che allora significava vivere di stenti, ovvero la fame vera, il non potersi riscaldare, curare, oggi si è trasformato nel non poter cambiare il cellulare, andare dal parrucchiere, vacanze, cambiare i vestiti ai figli ogni mese.

    La tecnologia odierna ha il potere di mettere in condizione chiunque di vivere dignitosamente, a patto che tale dignità si configuri con delle priorità, come l’accesso a cibo (parentesi gigante che non posso affrontare, semmai lo farà Başak), sanità, vestiario e partecipazione al ciclo produttivo NECESSARIO al sostentamento del mondo intero.

    Non è comunismo, non è fascismo, non è niente che abbia un colore, e anzi direi basta a queste cazzate anacronistiche. È un grido d’allarme per portare l’uomo a concentrarsi su valori più veri, e a uno stile di vita finalmente sostenibile e ricco di “io” e non di “cose”.

    Faccio un esempio molto pratico nella speranza di farvi capire il concetto.

    Domani l’illuminato ipotetico stato “X-taliano”, decide di mettere in moto politiche forti pro clima e consumi e pertanto obbliga i supermercati esistenti e nuovi a dedicare il 50% degli scaffali a prodotti a consumo senza confezione e provenienti da aziende “locali”: ad esempio i saponi, detersivi, cereali, legumi, possibilmente non più di 2-3 scelte, e altro di possibile. Prodotti intendiamoci di qualità, non scadenti ma che non pagano il costo del packaging, della pubblicità e del trasporto. Contenitori riciclabili o di latta, vetro ecc. quindi riutilizzabili all’infinito. Banco del pesce? No grazie. Mercati ad hoc in punti strategici e facilmente raggiungibili dai clienti, e per non più di 2 volte a settimana.

    Nello stesso tempo incentiva l’apertura dei GAS (gruppo di acquisto solidale), avvicinando i coltivatori e gli allevatori, direttamente al consumatore finale, bypassando le filiere estremamente costose della GDO: maggiori guadagni, prezzi uguali o minori che al supermercato, qualità come una volta. Forse le arance siciliane ritornerebbero a fare la loro parte senza marcire per terra perché non conveniente per il coltivatore. E forse chiuderebbero le migliaia di supermercati spuntati in ogni angolo di quartiere negli ultimi anni: mi chiedo anche qui come facessimo noi 30 anni fa senza di loro!

    Contemporaneamente si obbligano le scuole a ore formative sul consumo sostenibile e alla corretta alimentazione, che ovviamente disincentiva l’attuale frequenza di consumo di carni, schifezze varie, merendine, patatine fritte e che dir si voglia.

    Perché mi concentro come esempio sull’alimentazione? Facile, il grosso dell’energia e dell’inquinamento la fa l’industria alimentare, special modo con gli allevamenti intensivi.

    E se la mia vita non passa più attraverso pranzi e cene fuori casa ogni 3 per 2, vacanze costose, automobili all’ultimo grido una per ogni componente della famiglia, occhiali da sole da cambiare ogni 6 mesi, scarpe 10 paia grazie, magliette, trucchi, profumi, vini chatòblimblòm per tutti, playstation 1-2-3-4-18 ogni anno, aria condizionata anche al cesso, ‘barca nuova per forza’, winch elettrici, stazione del vento wifigiroscopicafaccioipopcorn, macchine del caffè che senza cialde non esiste più il caffè, vestiti, tacchi, mutande, cinema, a mio figlio serve lo zaino di Mazinga Z (magari), o il tablet altrimenti non studia, e fate voi, aggiungendo ogni corbelleria che la vostra onestà intellettuale sono certo, sarebbe in grado di indicarvi… ebbene, se la mia vita fosse più morigerata, anche le mie esigenze economiche diminuirebbero. Il detersivo mi costerebbe meno, di carne ne mangerei meno, e magari “il sistema” mi avrebbe messo in condizione di lavorare 10 ore a settimana per partecipare a questo “progetto Dharma universale” di portata galattica, a cui accederebbero tutti, compresi gli operai licenziati da quelle famose fabbriche che ieri producevano cose inutili.

    Per favore, non sprecate energie nel farmi osservare che questo è sbagliato, quell’altro non è possibile, e critiche varie su ogni operazione di fantasia che ho messo nero su bianco; concentratevi sulla luna e ditemi se davvero qualcosa di simile, volendolo, non sarebbe possibile, anzi auspicabile.

    E vi prego di un’altra cosa, Greta non sarà la panacea del mondo, forse non ci salverà da un’estinzione che inizio quasi ad auspicare (almeno qualche forma di vita con maggior diritti avrebbe qualche chance di ricominciare in santa pace), ma è meglio che si provi ad avvisare più gente possibile che c’è un incendio devastante, o è meglio rimanere a chiederci con quale squadra italiana si scontrerà il Real Madrid nella cieeeempion?

    È indispensabile parlarne, è fondamentale che divenga argomento all’ordine del giorno; le persone devono riversarsi nelle piazze scioperando come Greta, anche solo dedicando un giorno a settimana. Bisogna esigere da ogni politico di sposare la priorità del cambio di direzione.

    Io confido nella sua sindrome di Asperger, perché siamo arrivati a un punto in cui la normalità è nemica del coraggio. Greta in questi giorni certamente sarà oggetto di strumentalizzazione da parte di potenti, media e cattivi consiglieri. Una persona “normale” presto o tardi deporrebbe le armi, o ne arrotonderebbe la punta per vantaggi personali. Lei invece è estremamente concentrata e ha dalla sua l’avere 16 anni, il che le consente di far vergognare il mondo intero, incapace di prendere con decisione e maturità la giusta direzione se solo lo volesse. Molta di questa determinazione le arriva appunto dalla sua sindrome, che ai miei occhi la rende una ragazza speciale con dei super poteri.

    Per cui, per favore, facciamo compiere un passo avanti alla nostra umiltà, e stringiamoci attorno a Greta, e aiutiamola a salvarci.

    Vedete, io non ho figli e non ne voglio, e la cosa francamente mi può riguardare relativamente, ma voi genitori un giorno dovrete spiegargli il perché non avete fatto nulla, anzi. Ho paura che vi sentirete dei ‘gretini’, ma sarà troppo tardi.

    Una vita non basta

    Una vita non basta

    Vivere gran parte dell’anno a bordo di una barca a vela, non è la libertà!

    E con questo spero di aver messo una bella pietra alle domande, o meglio esclamazioni, che spesso ricevo del tipo “che bella vita che hai, sei libero”.

    Anzi, il fatto di occuparsi di un veliero, prima, dopo e durante è un’esperienza totalizzante che condiziona non poco spostamenti, programmi e energie.

    La libertà in realtà è uno stato mentale, è la possibilità di svegliarsi al mattino (spesso all’ora che si desidera… che poi diventano le 4! Le 7, raramente le 8-9) e decidere cosa fare del giorno, per dare il miglior senso possibile a questa fiche di 100 anni con cui il destino ci ha obbligati a giocare nel ‘grande casinò’.

    La barca come dicevo fa parte di una delle scelte che l’essere umano compie, e alla stregua di un figlio, di un cane o quel che volete, pone dei limiti ad esempio paradossalmente nello stesso viaggiare.

    Si d’accordo, non c’è più bella cosa che spostarsi a vela, perché questo poi diventa anche un modus vivendi, la lentezza, con cui assaporare gli approdi, vivere le realtà del posto e via dicendo. Ma da buon essere umano che non si accontenta mai, vorresti magicamente trovarti con il tuo guscio un giorno a Mosca, a Montreal, in pieno Sahara ed ovviamente sai che con tutta probabilità questo non accadrà mai.

    “Vendi la barca e inizia a viaggiare come tutti via terra!” la vocina pare bisbigliare. Oppure “mettila ben al calduccio in secco per un periodo sabbatico e…”. Si, tutte opzioni praticabili sulla carta, ma che poi difficilmente si metterebbero in atto, per tutta una serie di motivi, da impegni presi con se stessi, lavorativi anche (e si anche noi siamo costretti a produrre quei 4 soldi per vivere), economici (viaggiare via terra paradossalmente può costare di più) e forse una tonnellata di affetto e bisogno di questo involucro che probabilmente è più di un grande gioco, qualcuno lo definirebbe ‘l’utero materno’, dove è comodo e sicuro rimanere. Ma al di là delle varie speculazioni psicologiche, la barca davvero entra subdolamente nelle vene, per non uscirne più, se non sporadicamente e per brevi periodi.

    La verità altra è che la vita è una e più invecchi e più comprendi che tutto non si può fare. Ogni scelta comporta una rinuncia e se metti qualità in ciò che fai, il tempo non rema dalla tua parte.

    A volte entro in contatto con qualche nomade digitale, la nuova tendenza giovanile per adattarsi al meglio a questa società liquida, e provo invidia; qualcuno se ne sta 4 mesi in Thailandia, un altro in Australia, gli stessi cambiano mete per risiedere in qualche altra località (tendenzialmente esotica, quasi mai al freddo…) un anno magari, per poi tornare a casa ogni tanto e via fluttuando. Senza particolari radici, senza orizzonti fisici e temporali, forse loro liberi più di altri. Forse.

    Io con la barca copro delle distanze geografiche limitate, ma utilizzo lo stesso metodo più pertinente al commesso viaggiatore di una volta; amo stabilirmi dove mi trovo bene, affezionarmi, e ciò richiede tempo, mesi a volte anni. Per poi cambiare aria ricominciando tutto da capo. Perché viaggiare per me è questo, nient’altro. Non mi interessa un long weekend dappertutto, solo per scattare la foto del posto che, mai come oggi, sarebbe facile reperire online. In più sono consapevole per sensazioni e testimonianze dirette di chi torna da qualche posto lontano, che il mondo oramai in qualche maniera si sta omologando quasi fin su al polo nord, il che mi inquieta non poco. Forse qualche isola delle Tonga potrebbe restituire una dimensione antica, naturale e meditativa, non saprei, bisognerebbe andarci per verificare. E ahimè non so se ne avrò il tempo, i soldi, la voglia.

    Si la voglia, in quanto senz’altro il fascino del viaggio in sé ha perso gran parte della sua forza proprio a causa dell’iper consumo, che ha messo in condizioni tutti o quasi, di prendere un aereo a due soldi e spostarsi in lungo e in largo, “consumando” i posti, anche i più magici, per l’appunto omologandoli. Una volta, anni ‘60 e ‘70, chi tornava da qualche meta fuori mano, intratteneva i cari e gli amici con diapositive delle località, ammaliando e regalando sogni. Viaggiare era davvero un obiettivo importante, e anche tenere qualche foto a portata di mano delle proprie conquiste erranti restituiva pace e stimolo per la nuova missione.

    Oggi il sapore è diverso, gli aeroporti strapieni, spesso di vari figuri fuori luogo che farebbero meglio a starsene a casa, piuttosto che inquinare con la propria ignoranza quelli che una volta in qualche modo erano “templi”, da cui partire dopo un check in avventuroso e analogico.

    So di essere nato troppi anni dopo, di aver perso un’epoca forse a me più attinente, intendiamoci nel mio immaginario, ed è per questo che il rammarico pian piano svanisce, riportandomi con i piedi per terra, anzi per il momento su 10mm di alluminio sopra l’acqua, in quella dimensione privilegiata che in qualche modo è la mia isola tongana, e che mi consente di scrivere in tutta libertà questi pensieri privi di senso. O ne hanno?

    Radio di bordo: forse non tutti sanno che…

    Radio di bordo: forse non tutti sanno che…

    Sono stato CB alla fine degli anni 70 inizio 80, se non sapete chi siano i CB, sono persone che ben prima che esistessero i social, avevano trovato un modo per dire stupidaggini pubblicamente, rimanendo a casa loro, ma anziché con la tastiera del PC, via radio a perfetti sconosciuti, esattamente come oggi accade con Facebook e gli altri social. Noi però eravamo più fortunati, utilizzando la voce non lasciamo traccia di ciò che avevamo detto ed un momento dopo niente rimaneva delle nostre parole.

    Giova invece ricordare che un giorno tutti noi dovremo spiegare ai nostri figli ed ai nostri nipoti di come mai insistiamo perchè non prendano il vizio di fumare, ma Facebook ripropone tra i ricordi, i nostri selfie sotto braccio a Bob Marley…. (😁)

    La radio è una compagnia fondamentale per chi va per mare, oltre ad ascoltare dei tanto utili, quanto barbosi, bollettini meteo, usciti dal campo di copertura della telefonia cellulare, e ammesso di non essersi dotati di un costosissimo telefono satellire, la radio trasmittente rimane l’unico mezzo di comunicazione utilizzabile.

    Chi naviga lungo costa, difficilmente si troverà in assenza di copertura della rete di telefonia mobile o al più si troverà ad impegnare quella di qualche paese straniero, magari a costi da salasso, ma comunque in grado di comunicare.

    Va messo in conto che le radio di bordo, VHF, sono concepite per essere impiegate in ambiente salino ed umido. Alcune radio portatili VHF sono realizzate addirittura in maniera stagna e garantiscono il loro funzionamento anche dopo essere state immerse nell’acqua di mare per diverse ore. Sfido il più costoso dei cellulari tra quelli che tutti abbiamo in tasca a resistere anche solo 5 secondi nell’acqua del WC di casa.

    Per questo motivo la radio VHF di bordo non dovrebbe mai mancare e dovrebbe essere sempre verificata prima di salpare per qualunque tipo di navigazione.

    Ogni tipo di “radio trasmittente” ha una sua “portata” ovvero la distanza che riesce a coprire fintanto che il suo segnale sia ricevibile in modo comprensibile da un’altra stazione radio. La portata è determinata dalla potenza di trasmissione che si esprime in WATT e dal tipo di antenna utilizzata.

    La gamma di frequenza VHF utilizzata in ambito nautico è quella dei 156 Mhz in FM, questa banda di frequenza funziona sul principio della “portata ottica” la curvatura terrestre, quindi, sarà il primo dei limiti che incontreremo trasmettendo un messaggio via radio.

    Per questo motivo, disporre di un antenna in testa d’albero, sarà senz’altro meglio che disporre di una antenna di gomma sulla radio portatile, o di un’antenna esterna fissata al pulpito della barca. Anche le condizioni atmosferiche influiscono sulla distanza di copertura di una stazione radio, ma su quelle, non possiamo, per il momento, intervenire in alcun modo. Un VHF di bordo “fisso” è solitamente molto piu potente di un VHF portatile, di solito gli apparati fissi dispongono di potenze tra i 25 ed i 100 Watt. I VHF portati invece dispongono di potenze comprese tra 1 e 5 watt.

    – il VHF fisso di bordo, con antenna in testa d’albero, avrà una portata media di 10-20 km

    – il VHF portatile, con la sua piccola antenna in gomma, avrà una portata media di 1 -3 km

    Quindi riassumendo:

    Radio = Sicurezza

    Maggiore Sicurezza = Distanza coperta dalla radio

    Maggior distanza di copertura = Radio VHF Fissa e antenna piu alta possibile

    Non starò a ripetere le modalità di utilizzo della radio per i vari messaggi, MAY DAY – PAN PAN – SECURITE’ SECURITE’ ecc. invece vorrei soffermarmi sul modo di utilizzare il microfono ed il suo pulsante.

    Avvezzi come siamo all’utilizzo del telefono cellulare, che consente la comunicazione “full duplex” ovvero si parla e si ascolta contemporaneamente, (caratteristica infinitamente utile quando state litigando con vostra moglie o con un amico e potete mandarvi a quel paese urlandovelo reciprocamente in contemporanea) la radio VHF di bordo, consente soltanto la comunicazione “simplex”, tranquilli, non è un’ herpes, significa soltanto che una sola stazione radio alla volta potra trasmettere, mentre le altre dovranno attendere che la frequenza sia libera, prima di poter fare altrettanto.

    Per questo motivo infatti, si osserva il silenzio radio nei primi 3 minuti di ogni mezzora, al fine di consentire una più facile ricezione di eventuali messaggi di emergenza anche di stazioni radio con ridotta capacità. Questo è infatti il significato delle aree verdi e rosse che si osservano sui quadranti di molti orologi di bordo.

    Da Rambo allo storico Sergente TJ Hooker, la televisione ed il cinema ci hanno sempre proposto conversazioni radio del tipo:

    – Lone Wolf dacci la tua posizione, PASSO

    Quel “passo”, ma nel mondo viene usato “over”, significa che state lasciando il pulsante del microfono e dalla trasmissione passando in ascolto.

    In questo passaggio sovente si ascoltano messaggi radio tra imbarcazioni e il marina di zona dai contenuti tronchi e privi di significato:

    – ….. fica2 sta lasciando il posto barca pass….

    potete immaginare che l’addetto alla torre di controllo del Marina, oltre a sussultare e dispiacersi per la perdita, consulterà l’elenco delle barche in ormeggio al momento, senza capire quale barca stia effettivamente lasciando il suo posto.

    Questo accade perché l’operatore radio a bordo di …fica2 non ha atteso il classico, ma fondamentale “secondo” tra il momento in cui ha premuto il pulsante della radio e quello in cui ha iniziato a parlare.

    Se avesse premuto il pulsante di trasmissione, contato 1, e poi iniziato a parlare, il il messaggio sarebbe stato:

    – magnifica 2 sta lasciando il proprio posto barca, passo…

    è buona norma osservare la stessa regola del “secondo di pausa” anche al momento del rilascio, per non rischiare di troncare a metà l’ultima parola che pronunceremo.

    Altro aspetto delle comunicazioni “simplex” col VHF è il fatto che, su un dato canale (frequenza) mentre due stazioni stanno conversando tra loro, una terza stazione che avesse urgenza di farsi ascoltare, non potrebbe intervenire nel rapido scambio di messaggi tra Magnifica 2 e la Torre di Controllo del Marina.

    Questo problema può, però, essere ovviato grazie ad un’altra buona abitudine.

    Attendere il solito famigerato “secondo” tra la fine della trasmissione del nostro interlocutore e l’inizio della nostra trasmissione.

    Quel breve lasso di tempo di attesa genera infatti lo spazio necessario affinché una stazione terza, in difficoltà, possa inserirsi e farsi ascoltare.

    Tenete sempre presente che tra le 1000 avarie e problemi che potrebbero verificarsi a bordo, alcuni potrebbero richiede interventi e soccorsi immediati e poter quindi farsi ascoltare rapidamente potrebbe essere determinante.

    La vostra bocca dovrà trovarsi allineata al microfono palmare del VHF fisso o alla radio portatile di bordo. Scandite bene le parole, lentamente e con tono di voce deciso e volume sufficiente a coprire il rumore del vento o del motore.

    Seguendo queste poche e semplici regole diventerete un radio operatore consapevole ed amato da tutti i vostri interlocutori.

    La ripartizione delle frequenze adibite alla comunicazione nautica è rigidamente stabilita, quindi anche se le radio moderne dispongono di 100 e più canali, suggerisco di ripassare i manuali della patente nautica, nei quali le norme che regolamentano l’utilizzo della radio di bordo, sono di solito tratte, frettolosamente magari, ma pur sempre presenti.

    L’argomento “radio di bordo” richiederebbe approfondimenti nei quali addentrarsi ma che per ragioni di opportunità non possono qui essere sviscerati. Per qualunque dubbio, sono a vostra disposizione.

    Quindi, passo e chiudo.

     

     

    Alberto Gamannossi passa molto tempo a bordo della sua amata “Bibis”, un First 24, di cui si occupa totalmente della manutenzione, sotto ogni aspetto. È un sognatore e per questo condivide il nostro messaggio di decrescita, e a breve si trasferirà a vivere in barca. Nel frattempo porta avanti con impegno il suo blog “Vivere in mare“.