Giochi da barca

    Giochi da barca

     

    Vivere in barca, o comunque passarvi molto tempo, nell’immaginario collettivo equivale a uno scenario paradisiaco, dove in qualche maniera sembra raggiunto il Nirvana. Un limbo speciale distante dal comune sentire terricolo.

    Senza necessità alcuna che la natura, la pace, il silenzio.

    In realtà le cose non stanno esattamente così, datosi che parliamo di esseri umani comuni e non monaci tibetani dediti alla meditazione. Nessun palo su cui salire per restarvi a tempo indeterminato.

    Questo per dire che a volte fa piacere anche dilettarsi con cose classicamente normali, intendo un gioco da tavola, o quando si è in tanti giochi di ruolo.

    È capitato anche di recente, eravamo a bordo con altri 5 amici, tra cui 2 adolescenti, e proprio da loro è venuta l’idea di partecipare a “Lupus in fabula”: in pratica un narratore decide alcuni ruoli, e poi gestisce le varie fasi ordinando il sonno e la veglia; lo scopo finale è quello di rimanere vivi nel caso dei lupi, o di riuscire a eliminare le ferie da parte di altri protagonisti. Un po’ complicato all’inizio, special modo in quanto era sera e la palpebra sul calante andante, ma poi invece ci ha permesso di ridere e divertirci come non accadeva dai tempi della scuola.

    Ora, non chiedetemi di spiegarvi le regole, perché sono davvero complicate e i miei 2 neuroni già faticano a scriverne di sfuggita, ma fidatevi, nel caso incontraste uno ‘scout’ volenteroso nell’insegnarvele, approfittatene.

    Ma quali sono i giochi che concretamente si possono praticare in barca, in 2 o più persone?

    Non ho la pretesa di soddisfare e accontentare tutti, anche perché si entra nei gusti e preferenze, per cui vi indico quelli che secondo me sono dei classici e facilmente possono trovar posto a bordo; la cosa però che farò è indicarne pregi, difetti e più importante, la fruibilità in barca con vento o senza, considerandone lo svolgimento in estate, quindi in pozzetto e non chiusi in quadrato.

    Non voglio redigere una classifica, né indicare un presunto livello di qualità-piacevolezza: nel caso ci penserete voi.

    1) Tavla (in turco), cioè il Backgammon: trattasi del classico gioco dei marinai. Antico quindi e ancora attuale. Se navigate in Turchia o Grecia, vi sarà facile reperirne una scatola. Spesso poi potreste sedervi in qualche caffè dove incontrare avventori da sfidare o semplicemente ammirare, vista la loro abilità e velocità nel giocare. Vi sorprenderete sul serio a vedere come sia diffuso in Turchia, non per forza nei luoghi di mare, ma bensì in tutto il paese. Serve tattica, strategia ma anche fortuna in quanto si tirano i dadi e questo purtroppo fa la differenza a parità di esperienza. Non è tra i miei favoriti proprio per l’aspetto legato al c…aso, ma con vento si può giocare bene, in quanto la scatola contiene le pedine e i dadi (piccoli) si tirano al suo interno.

    2) Scrubble (Scarabeo). In molti lo conoscerete, e ve lo consiglio vivamente, in quanto è stimolante, coinvolgente sia in 2 che più persone, e la fortuna ha un ruolo relativo. Ci si possono passare intere giornate. Ne esistono versioni mini, come quella da noi presa in regalo dalla biblioteca del marina (non scherzo, c’è un reparto dove si lasciano portolani, giochi eccetera, a vantaggio di chi li vuole prendere). È tra i miei favoriti, e tutto sommato si può giocare bene anche con il vento, a patto non sia troppo intenso e si faccia buona guardia alle tessere delle lettere.

    3) Gioco della memoria: ogni persona deve pronunciare una parola, e a rotazione si ripetono tutte le parole accumulate man mano che il giro prosegue. Chi sbaglia esce e si continua con i partecipanti rimasti: vince ovviamente chi rimane ultimo. Il modo migliore per tenere svegli i neuroni in dotazione, e praticabile in ogni condizione meteo.

    4) Lupus in fabula. Ne ho parlato all’inizio, quindi non proseguo oltre. Richiede una buona dose di tempo per essere spiegato e quindi appreso, e soprattutto almeno 10 persone, il che non lo colloca esattamente tra i più fattibili in barca.

    5) Giochi di carte: qui la preferenza è del tutto soggettiva. La scopa napoletana, scala quaranta, burago, e tanti altri, sono tutti giochi praticabili in 2 a salire. Molti richiedono una buona dose di fortuna, ma più che altro non sono giocabili con vento per ovvi motivi…

    6) Scacchi. Da quando vivo in barca mi sono promesso di impararlo, lo ritengo il Gioco con la G maiuscola, dove la fortuna non esiste. Esistono delle scacchiere adeguate anche per il vento, compreso quelle magnetiche che digitali. A voi la scelta e a me il compito di impararlo, una volta per tutte.

    7) Mosca cieca con i tender. Concludo con un gioco che non è da tavola, ma che vale la pena di darne pubblicità. Ci si organizza con qualche barca di amici in rada, 2 persone ogni tender. Il rematore è bendato, l’altro dà le indicazioni per raggiungere il punto di arrivo prefissato e comune a tutti. Le risate sono garantite e in qualche modo si torna indietro nel tempo, a quando le cose semplici ci riempivano l’animo e le giornate.

    Buon divertimento e se conoscete altri giochi fatevi avanti! 😉

    Il mare: ‘a livella in terra

    Il mare: ‘a livella in terra

    Ho da poco pubblicato una diretta su FB, nella quale evidenzio scherzandoci un po’ ciò che sto per scrivere.

    Giorni fa eravamo in rada a Datça, una località turca letteralmente distante dal turismo di massa. Prevalentemente frequentata dai cittadini della mezzaluna, si respira una rara aria di semplicità. Niente cartelli pubblicitari con i famosi  “spagetti alla bologenese” (errori ortografici compresi), la birra costa il giusto e nessuno la regala, insomma avete capito cosa intendo.

    L’amiamo io e Başak da anni, e ancora oggi è riuscita a mantenere il suo lato ameno e sincero. Certamente la distanza di circa 200km con l’aeroporto gioca un ruolo importante su tale preservazione.

    Di conseguenza in tutti i posti del mondo avrei potuto immaginare di incontrare la nave di Jeff Bezos, tranne che qui.

    Non sono un esperto di oggetti di lusso, ma sono in grado di riconoscere 136 metri di panfilo e quindi la sua rarità. Facile inserire il nome “Flying Fox” su Google e scoprire essere uno tra i 14 yacht più grandi al mondo, appena varato e costato 400 milioni di $. L’armatore, se così vogliamo chiamarlo (mi suona molto ridicolo), niente po’ po’ di meno che l’uomo più ricco del mondo: il patron di Amazon!

    Il fascino di cotanta visita è inevitabile, e ripeto soprattutto per il fatto che poco si accosti una piccola località sul mare come Datça con l’incredibile messaggio di potere e prestigio della nave.

    Non sono un talebano, e provo a ripudiare l’ipocrisia, per cui non mi sono girato dall’altra parte ma al contrario ne ho riso, ho giocato con i miei ospiti e come bambini curiosi, l’abbiamo avvicinato per scovare indizi sulla sua SPA, la piscina, e tutti i vari altri balocchi che compongono questo lussuosissimo yacht.

    La sera sbarchiamo per cenare e lei è sempre lì. Scatto una foto, e per pura casualità vedo che l’immagine può comprendere perfettamente anche la nostra ‘piccola’ Yakamoz. È vero che la prospettiva inganna, e che la volpe volante è lunga 10 volte l’ovni 41, ma altrettanto sinceramente non saprei chi susciti maggior fascino. Sarà che noi siamo ‘il riflesso della luna sul mare’, e di certo più poetici della volpe, ma probabilmente il fatto è dovuto alla prospettiva per l’appunto. La stessa che distorce le dimensioni, aiuta ad avere un quadro più vero ed equilibrato della vita.

    Lo dico sempre che le cose vanno viste da angolazioni diverse prima di esprimere un giudizio, arrabbiarsi o come in questo caso invidiare.

    Ieri, atterriamo a Selimiye, altra piccola città a circa 30 miglia più a E. Ritroviamo un’altra volta la Fox alla fonda. Va bene qui ha più senso, la località oramai anno dopo anno, si sta trasformando in una chicca: localini, ristoranti molto carini e new age, insieme alle intramontabili taverne locali storiche e altre delizie che mantengono quel sapore genuino da noi tanto anelato. Però ribadisco, gli istanbulioti ne stanno facendo un ritrovo ambito e Selimiye si sta adeguando. Comunque non siamo a Porto Cervo, e nemmeno a Çeşme, Alaçati, o Bodrum tanto per indicare posti lussuosi della Turchia.

    Quindi la prima domanda è perché il sig. Amazon si sia preso la briga di venire a farci visita. Turismo fuori dagli schemi? Improbabile. Più facile che stia stringendo accordi importanti per un mercato imponente quale quello turco, ancora vergine ai suoi ‘prime’ e compagnia cantando.

    Ma se facessi finta di non pensare sempre a male, e ipotizzassi per un attimo che magari non ci sono affari ma scelte ponderate per tenersi fuori dai riflettori (pochi in Turchia effettivamente sanno chi è), potrei concentrarmi su ciò che facevano i ragazzi visti (e ripresi), nel mentre giocavano a tuffarsi dalla spiaggiona di poppa del colosso galleggiante. Cioè, il lusso lì dentro è sfrenato, e vederla di notte ad esempio ti fa chiedere quanti MW di corrente occorrano per illuminarla e gestirla, ma questi milionari o miliardari che dir si voglia, stanno giocando come qualunque bimbo, ragazzo, uomo sulla sabbia, o a bordo di qualche piccolo gozzetto.

    E rieccoci alla prospettiva e all’equilibrio che il mare impone.

    Lo scrivo anche nelle ultime righe del mio libro, e mi fa piacere constatare che a distanza di anni, le sensazioni restino le stesse.

    Il mare, è forse l’ultimo baluardo di vera giustizia e bilancia degli esseri umani. Siamo tutti qui, poveri e ricchi, a godere del suo abbraccio, del sale e dell’atavica sensazione primordiale di galleggiarvi dentro, per sentirsi un po’ privi di peso, di ruoli e di maschere. Il mare non lo puoi comprare, non lo puoi far tuo, non puoi modificarne l’essenza, ti tuffi tu Jeff Bezos, mi tuffo io, e tutto, magicamente, riacquista la giusta dimensione umana.

    Però Jeff ora pagami le commissioni che mi devi.

    14 preghiere al diportista in rada

    14 preghiere al diportista in rada

    Santo diportista che sei nell’acqua, ti prego:

    1) possibilmente quando io sono beato alla fonda, all’àncora, con un discreto margine nei confronti degli altri, evita di venire a dar fondo a 10 metri dalla mia prua. Ti spiego il perché.

    a) non sai quanti metri di catena io abbia dato, per cui magari prima chiedimelo dato che sono visibile in pozzetto, così avremo una forte possibilità che non mi prendi la catena

    b) la mia barca è lunga circa 13 metri, di conseguenza ci arrivi da solo che se dai ancora a 10 metri dalla prua mi vieni addosso, a meno che tu sia 3,5 metri di barchino e dai 3,5 metri di calumo (ma tieni conto del punto 1)

    2) se ti aggrada non dare àncora a 50cm dalle mie murate, perché se c’è un po’ più di vento del normale, basterà poco a che mi verrai addosso; inoltre quando dovrai salpare, le barche potrebbero essere girate in una direzione differente dall’attuale, e potrebbe essere complicato per te alare il ferro, a meno di svegliarmi alle 6 del mattino (perché tanto è un classico) chiedendomi di manovrare.

    3) il buon galateo prescrive che chi arriva dopo dia fondo dietro all’ultimo, sempre che non ci sia ampio margine per andare davanti agli altri, compatibilmente con il tuo pescaggio e adottando tutte le misure e distanze del caso.

    4) caro amico, se vedi che in una rada c’è spazio abbondante, ti prego, non metterti accanto a me: se soffri di solitudine parliamone… ma dopo. Posso consigliarti degli specialisti esperti in questo disagio molto diffuso, non sei solo tranquillo ma devi credere nella guarigione.

    5) di notte siamo tutti beati a goderci il cielo, le stelle, la luna. Credimi, non c’è bisogno di altre risorse luminose, tipo stroboscopiche, led blu, rossi, intermittenza e Santa Barbara varie; il codice di navigazione parla chiaro, fai click sul quadro strumenti dove trovi scritto “luce di fonda”, fidati è più che sufficiente.

    6) cari ragazzi divertenti che affittate la barca per una settimana, certo che dovete gioire, sfogarvi e scherzare. E noi tutti state tranquilli che ci accorgiamo di voi, simpaticissimi. Vi noteremmo anche se abbassaste di qualche decibel le vostre incontenibili e naturali risate. Se poi aveste avuto la poco felice idea di portare anche i vostri pargoli, non propriamente educati, magari sarebbe il caso che vi spostiate un po’ più in là. E ognuno vivrebbe felice e contento.

    7) la notte è fatta per dormire, sempre che siamo in una rada immersi nella natura e non davanti Ibiza. Per cui io ti do fino a mezzanotte, sfogati, urla e balla, va bene, comprendo. Dopodiché, in un solo termine… SPARISCI! Eclissati come vuoi tu, ma direi che il bonus sia esaurito.

    8) che belle le moto d’acqua appena varate dallo yacht. Facciamo che vai a giocarci fuori dagli zebedei ad almeno 1 miglio di distanza da me? Tanto l’onda del tuo divertimento arriverà comunque a scassarmi l’anima, stanne certo. La mia è una richiesta per limitare il danno.

    9) caro marinaio che soffri i desideri e i capricci del tuo armatore opulento, lo so che non ne hai colpa e che stai lavorando. Ma il fatto che tu stia adempiendo alla tua mansione, non significa che sei autorizzato a volare con il tender a 20 nodi tra le barche. Trattasi sempre di buona educazione, che se non te l’ha insegnata il tuo datore di lavoro o comandante, sforzati di “crescere” da solo. Non è divertente rollare o beccheggiare sbattendo la poppa sulle onde da te prodotte, magari nel mentre sto uscendo in pozzetto con la macchinetta del caffè piena.

    10) egregio esibizionista nudista, di primo mattino quando apro gli occhi e sto per tuffarmi, ti giuro che non mi fa piacere vedere le tue chiappe chiare e spesso cadenti perché attempate. In terra ferma esistono delle zone ad hoc per i nudisti, così da accontentare tutti i gusti e esigenze. Lo stare su una barca non ti dà il certificato “faccio quel che cazzo mi pare”, e, sempre per una buona norma di educazione, devi sforzarti di pensare che potresti offendere qualcuno, disgustare qualcun altro e non ultimo, traumatizzare qualche bambino con i tuoi 5 cm di virilità. Statisticamente poi ancora non ho capito perché a voler ‘esibirsi’ siano sempre più gli uomini. Mai una donna, una fotomodella che almeno così facendo, renderebbe pace a tutti questi anni di violenza visiva… tolta la ultracentoventenne francese dell’altro giorno, che è stata mezz’ora sulla scaletta a fare non so cosa, con le sue scamorze da 20 kg., posteriori e anteriori, belle in mostra. Vive la France!

    Trovatevi una rada dove siete soli o in compagnia espressa di altri nudisti e godete quanto e come volete: confesso che a volte piace anche a me e così mi regolo. Vi do un altro consiglio: in navigazione è fantastico.

    11) gentile diportista, quando arrivi in rada saluta chi ti sta guardando dal proprio pozzetto, non aspettare il contrario: sei arrivato dopo di lui e per buona norma è bello prodigarsi per primi in un gesto cordiale. Il mare è una questione di rispetto.

    12) ma che bella la musica in rada! Una chitarra, un sassofono, le stelle, la brezza a cornice del tutto. Però se sei alle prime armi, perché non aspetti qualche anno prima di renderci tutti partecipi dei tuoi progressi?

    13) c’è vento, e tutto diventa complicato. Ma anche quando le semplici termiche ci vengono a cullare, bastano a farci sentire sentire quella fastidiosa drizza sbatacchiare sull’albero: caro amico, so che ti sei abituato al dolce frastuono, ma io no. Prendi un sagolino, lasca un po’ la drizza e allontanala dall’albero, assicurandola a una sartia. Vedrai che come per magia tutto cesserà.

    14) e per ultimo cosa c’è di meglio di un bel barbecue a bordo della nostra barca-casa. Carne di agnello, pollo, salsicce, pesce e chi più ne ha ne metta. Tanta carne al fuoco è il caso di dirlo, ma anche tanto fumo e profumi che a volte si trasformano decisamente in fastidio per gli altri. Se per stasera hai questo bel programma, cerca di metterti sottovento a tutti, così invece delle parolacce ti godrai la nostra spontanea invidia.

    Buone rade a tutti.

    Dimensione liquida

    Dimensione liquida

    8 di sera, circa. Le ultime rondini stridono, per lasciare il posto magari a qualche pipistrello, fra poco.

    La prua si muove, siamo all’àncora, Bozburun, Turchia.

    Poco più in là a 600 metri a Sud un isolotto con sopra le rovine bizantine di una fortificazione, forse un piccolo castello.

    Dicevo la prua si muove, la barca si muove, brandeggia, delicata come la brezza che la spinge e la costringe a questo romantico passo di danza, un po’ a sinistra, ora destra.

    È il ben noto panorama mutevole, che il marinaio sceglie per un non meglio spiegato motivo che di razionale ovviamente ha ben poco, o forse è vero il contrario.

    Scegli la barca come rifugio, sancta sanctorum in movimento, che alla fine è la sensazione anelata. Il movimento, il movimento su una superficie liquida, che seppur possa somigliare all’omonima società descritta da Bauman, non è uguale anzi distante. Gli elementi lessicali sono gli stessi, ma dal significato differente. Il termine ‘liquido’ riferito al mare non è una metafora, o peggio una contraddizione, ma la fedele definizione dell’elemento. Elemento come la terra, il cielo, l’aria.

    E tu vuoi starci sopra a questo elemento, senza per forza sentirti sfuggevole. Hai bisogno di un divenire, di una possibilità altra, un progetto perenne, mutevole, non sfuggevole.

    La società liquida vede l’uomo senza capacità di prendersi degli impegni, tutto fattibile, comprabile, consumabile, aleatorio; rapporti basati sempre più sulla superficie. Il marinaio invece pur “vivendo in superficie”, non chiede altro che essere se stesso. Non cede al ricatto del timore, la paura dei cambiamenti, in quanto già alle prese con il vento, il mare. Ha bisogno di rapporti concreti, solidi, pur se a volte impossibili da mantenere assiduamente, per forza di cose. Ma non c’è amicizia più sincera di quella della gente di mare, gente di mare vera intendo. Nessun interesse di accondiscendere, di far parte di schemi precostituiti, di gruppi di appartenenza, di prostituire l’anima diventando lacchè di qualcuno, solo per qualche mero interesse. Un ‘vaffanculo’ di cuore, è l’arma a disposizione di chi decide di cambiar vita, e perdonate se troppe volte associo la figura del marinaio a queste persone. Io vedo il mare, la barca a vela, come mezzo per spingersi il più possibile verso una libertà irraggiungibile per definizione, tutto qui. Il mondo che non c’è ma che serve, funzionale a dare un senso alla vita.

    Non mi sono alienato dalla società, ne ho preso le distanze, per osservare con una prospettiva diversa, tutto ciò che prima pensavo di aver chiaro, e invece mai così confuso.

    In queste ore, la società liquida dibatte su tante faccende, come spesso accade, come sempre; i social oramai sono lo specchio di questa liquidità, e le opinioni, le facili conclusioni anche su temi apparentemente importanti, sono la dimostrazione di quanto non sia possibile prendersi il tempo, anche solo di ragionare con la propria testa. Ma a che serve in fondo, se poi non c’è neanche il desiderio di cambiamento, barattato con una confortevole zona sicura, fatta di club, appartenenza, tifo, faziosità.

    E questa è solo la punta dell’iceberg, alla deriva.

    Ed ecco perché mai come su questo liquido, io mi senta ‘fermo’, fermissimo, provando ad essere me stesso.

    Una vita all’ancora

    Una vita all’ancora

    Una cima, una cima lunga 15 metri, a volte meno, altre di più. È questo il sottile filo che ci collega alla terraferma, e come un cordone ombelicale ci nutre nel mentre siamo cullati in quello strano liquido amniotico salato.

    Un gabbiano vola, al tramonto, e i riflessi ambrati si alternano con il suo candido biancore, stagliando nel cielo un messaggio di libertà come solo loro sanno fare; stride, volteggia a volte solo, e in compagnia degli amici nemici, alla ricerca di cibo: l’orario è quello, e il continuo battagliare nei due mondi azzurri, perché anche giù è iniziata la lotta tra pesce piccolo e pesce grande, riassume il moto perpetuo della vita a cui nessuno di noi può sottrarsi.

    A volte, gli umani si sentono fuori da quelle che sembrano leggi ferree, inevitabili negli animali, ma che al di là del caos regolante le vite di ogni essere senziente, sono presenti disegnando solchi granitici.

    Chiunque deve mangiare, bere, e per procurasi tali fonti di energia necessarie alla sopravvivenza, deve mettere in moto la montagna di meccanismi utili allo scopo; il come, il quanto, il dove sono solo dettagli che nulla tolgono a quella disarmante semplicità a cui la nostra innegabile complessità, ci spinge di credere impossibile. Pensiamo davvero di essere importanti, assoluti, salvatori e salvati, quando invece facciamo parte della natura come qualsiasi altro elemento, fatto di chimica e poco più. Si abbiamo un’anima, forse un’energia immortale, chissà, questioni che preferirei considerare oltre la connotazione religiosa; il punto è cosa ne facciamo di questa eventuale specialità a noi riservata…

    Stiamo distruggendo il pianeta ospitante, ecco il massimo che siamo riusciti a farci, senza un valore aggiunto, mai, tranne forse un non meglio identificato significato in qualche ambito che nulla dà alla madre terra.

    Questa maledetta evoluzione che viene meno, confusa e barattata con argomenti tecnologici, con la sciocca velocità e immediatezza che sembrano motrici di un treno diretto verso il baratro.

    Avevamo la possibilità di dimostrare quel plus della nostra illusione, consentendo a tutti di vivere in armonia, superando lo schema della natura, dove appunto il pesce grande mangia quello piccolo. Fatto naturale per gli animali, sulla carta stigmatizzabile se riferito a noi, perché in fondo ne percepiamo l’ingiustizia, in un quadro di uomo evoluto, adulto e maturo rispetto all’avo di Neanderthal.

    Abbiamo l’esigenza di dare un senso alla vita, come se ognuno di noi sentendosi speciale e unico, fosse destinato a qualcosa di grandioso; non accettiamo proprio il fatto di essere qui per caso, per un semplice scherzo del destino. E l’irrequietezza che ne deriva è la causa del nostro vero malessere.

    Mi ripeto nel tempo, ma ciò significa che le continue verifiche sul campo che compio nel mio peregrinare, confermano quanto sia importante, anzi fondamentale ristabilire un contatto più intimo e sincero con la natura. È un po’ come un bimbo piccolo che si allontana dalla mamma senza avere nessuna percezione del pericolo, e spesso facendo disastri in lungo e in largo, che inevitabilmente poi porteranno alla sua stessa distruzione. Questo siamo, nulla di diverso.

    L’altro noi, quando rimaniamo ammaliati dalle filosofie orientali e la contemplazione, ad esempio, comprende una via altra, mistica strada da poter percorrere, e troppo distante per le nostre possibilità. Come se la scelta però dovesse essere totalizzante, o tutto o nulla; invece basterebbe un piccolo passo per aprire scenari a noi inimmaginabili fino a un minuto prima.

    Se adottassimo come tempio questo povero mondo, se ritornassimo a osservare meglio cosa accade intorno a noi, nelle forme più semplici, forse ci accetteremmo di più come facenti parte del semplice gioco dell’esistenza. Probabile che dedicandoci a noi stessi, in tal senso e modo, potremmo compiere quel piccolo iniziale passo verso il vero miglioramento della specie.

    Chissà se i figli dei nostri figli e giù a scendere, godranno di questo privilegio, chissà.

    Scusate la farneticazione, me ne torno in mare, fa caldo e la mente si confonde.

    Ore 9:25

    Ore 9:25

    Un giorno feriale.

    La foto mi ritrae beato a sonnecchiare in cuccetta, mentre molti di voi, immagino, a quest’ora siano già alle prese con i rispettivi lavori, mansioni e impegni della vita quotidiana.

    Sono fortunato certo, fortunato ad aver scelto ritmi differenti, assecondando dove possibile quello che il corpo e la mente chiedono, come in questo caso.

    Ma se pensate che io dorma fino a quest’ora vi sbagliate di grosso.

    La sveglia oggi ha suonato alle 7:30. Başak si alza prima, a volte molto prima: lavora, traduce, scrive il suo libro, articoli per il prossimo blog, eccetera.

    Io mi alzo sempre come un diesel, ma l’impegno che ci siamo presi nel fare un po’ di Yoga è irrimandabile. Per cui eccoci sul ponte a stiracchiarci, prima che il solleone impedisca ogni possibile azione fisica che non vada oltre alzare la tazzina di caffè.

    Circa mezz’ora e poi giù in acqua, visto che 25/26° il mare ce li regala di già e il risveglio deve proseguire.

    Ore 8:30 pian pianino ci accingiamo alla colazione, e fra una cosa e l’altra scivoliamo verso le 9:00: un po’ di internet (il classico cazzeggio) e poi accade qualcosa di strano, un fenomeno che definirei “calo di palpebra”. Assecondiamola questa sindrome, altrimenti so per certo che la giornata non inizierebbe per il meglio.

    La verità. È che ieri abbiamo navigato tutto il giorno per atterrare a Gocek, e dopo giorni intensi di lavori a bordo, stress pre e post varo, continue manutenzioni e preparazioni, il conto è arrivato. Sono letteralmente crollato, cosa che mi capita poche volte. Cioè benché possiate pensare il contrario, il pisolino after breakfast non rientra nelle mie abitudini (semmai un quarto d’ora dopo pranzo).

    Comunque alle ore 10:00 ero di nuovo in piedi in quanto il cervello è un maledetto grillo parlante, e ha iniziato a insinuare pensieri che nulla avevano a che vedere con uccellini cinguettanti e brezza egea… “ALZATI, CHE DEVI DARE IL SIKA AL TREADMASTER!” (non ho mai capito poi perché urli in questa maniera).

    E allora, considerato il fatto che qui di giorno sfioriamo i 36°, mi sono violentato e ho iniziato a organizzare il tavolo del pozzetto con la ‘tovaglia da lavoro’, sika, pistola, nastro blu, raschietto, carta da 80, scopetta, cuscino proteggi ginocchia, cappello, guanti da lavoro e in lattice, giornale da spazzatura, cacciavite, rullo stendi sika, spatolina, stracci, acetone e tanta pazienza.

    E via a buttar sudore sul ponte (letteralmente), per guadagnarmi alle ore 11:15 il meritato caffè… dopo un bel tuffo in mare certo.