Una vite senza fine

    Una vite senza fine

    Il concetto di vite senza fine lo scoprii in tenera età, quando mio padre sempre desideroso di coinvolgermi nella sua azienda, mi spiegò con passione il principio estrattivo della terra, in fase di perforazione del sottosuolo a mezzo di eliche continue: in pratica a differenza della classica vite che è si elicoidale ma conica e quindi terminante con una punta, questa mantiene le spire all’interno di un cilindro teorico, non avendo una testa né una fine; facendola girare continuamente la trivella così armata scende gradualmente, espellendo la terra di risulta tramite il percorso che trova nelle stesse spire. Bello, un meccanismo tanto semplice, quanto geniale ed efficace.

    Questo piccolo cammeo mi aiuta a introdurre il concetto del punto di arrivo, rapportato al malcelato gioco di parole del titolo, che strizza l’occhio a ciò che l’uomo anela da sempre: una vita senza fine.

    Benché la trivella si basi sull’elica continua, va detto che ovviamente persino questo oggetto ha una fine reale, concreta: l’illusione resta ma esistono le misure, altezza, diametro, a decretarne un termine: fermo il giocattolo, eccola lì alle prese con la dura realtà.

    Quando poi però vedo gente come Minoru Saitō, che a 77 anni ha completato il suo 8° giro del mondo in barca a vela e in solitario, penso al fatto che probabilmente la ‘vite senza fine’ sia un fenomeno applicabile anche all’essere umano. E forse la chiave di volta della sfida da tempo immemore, trova risposta proprio in questo messaggio, semplice e appunto efficace: continuare.

    Il tempo non lo si può ingannare, lo specchio quotidianamente fornisce spunti crudeli alla triste constatazione; tuttavia possiamo fregarcene di ciò che vediamo, e affrontare la vita come se non dovesse terminare mai.

    Se non ricordo male lo stesso Mahatma Gandhi un giorno disse “vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre”: il messaggio è chiaro.

    Se leggete la storia del navigatore giapponese, scoprirete quante ne abbia passate in mare, tra tifoni, tempeste, tsunami, ernie, compresse per il cuore e incidenti d’auto… si persino quelli nei periodi di terraferma, magari durante le riparazioni del veliero. È un recordman senza volerlo, 8 giri del mondo non sono roba per tutti, ma l’aspetto che più mi ha colpito però è il suo lato romantico, che finalmente sbaraglia ogni stupido cliché del marinaio coriaceo, dal cuore duro e alla bisogna sboccato. Ferma la necessità di essere ben preparati e perseveranti, in un momento di stanchezza durante il viaggio dice “Il mio corpo si sentiva stanco e la mia mente era nervosa, ma mi sono fermato per un paio di giorni in una piccola isola davanti a Yokohama e ho bevuto in alcune sorgenti di acqua calda. Ora mi sento molto bene”, 77 anni!

    Oggi questo signore, a 85 anni, abita a bordo del suo fidato 50 piedi in acciaio “Shuten-dohjill”, da solo, perché non si è mai sposato, mantenendo fede all’amore verso la sua fidanzata scomparsa in un incidente proprio in barca a vela, e di cui conserva gelosamente una fotografia che lo ha accompagnato durante tutto questo lungo peregrinare.

    Non so se ‘Saitō san’ ora si fermerà, ma non credo in quanto il suo motto è che “Hai solo una vita da vivere e così devi sempre fare del tuo meglio!”.

    Ma il samurai non è l’unico esempio, e so per certo che molti di voi potranno riportare casi, magari non così estremi (ma anche), molto simili e in vari ambiti.

    Personalmente ne conosco qualcuno, di cui uno in particolare in quanto amico da anni: Rupi.

    Rupi ha più di 80 anni ormai, navigatore solitario pur se non 12 mesi l’anno e senza una salute di ferro. Eccoci al dunque, poiché le obiezioni frequenti di chi decide di fermare il proprio “moto perpetuo”, è quella del benessere fisico. Incontestabile che se ci si sente in forma, tutto è più semplice, ma assurdamente neanche questo è un motivo valido (tranne situazioni molto gravi) per non continuare.

    Rupi ha diversi problemi non indifferenti, che per ovvie questioni di rispetto e privacy non andrò a elencare, ma lui sale sull’albero della sua “Petunia”, un 11 metri, con o senza l’aiuto di qualche amico più giovane. Lo dovreste vedere, è una forza della natura, esile, con il suo cappellino da nostromo, le sigarette sempre pronte e ogni tanto qualche goccio di Raki (il classico super alcolico turco a base di anice – l’equivalente dell’Ouzo, forse un po’ più forte); fuori in pozzetto, pensa, legge (è una persona di grande cultura), beve, fuma, cucina divinamente, e naviga. Recentemente mi confida “quest’inverno voglio fare un po’ di palestra perché non ho più molta forza nelle braccia quando uso il winch” (…).

    Torniamo alla frase di Gandhi, che senso ha concentrarci su ciò che la vita ci toglie? Mettiamoci invece nella condizione di trovare soluzioni, adattamenti, proiettiamoci in avanti, sempre.

    D’altronde c’è anche da dire che il meccanismo dell’elica continua è quello di far si che la terra, il materiale di risulta, quindi mettiamola così la fanghiglia e le impurità vengano espulse dal terreno contemporaneamente al moto della vite. Analogamente condurre ‘un’esistenza continua’, aiuta a espellere tossine, stress e pensieri inutili e distruttivi: vedete che è la filosofia giusta.

    Vorrei chiarire una cosa, non è che ora ognuno di noi debba mettersi su una barca a vela e recitare il ruolo del navigatore solitario, ci mancherebbe. Queste sono figure forti che si ergono inconsapevolmente a esempi per gli altri, per noi che ci sentiamo fin troppo normali. Ma svegliamoci al mattino, chiedendoci se la vita che conduciamo sia quella sognata, e se non lo fosse adoperiamoci al cambiamento, veloce, lento, totale, parziale che sia. Se invece siamo già sulla strada desiderata, proseguiamo senza voltarci troppo indietro e sbirciando il futuro, soprattutto però concentriamoci sul qui e ora, perché diversamente si perde ‘il senso della vite’.

                                     

    Cose che non si possono dire: brutta faccenda greca

    Cose che non si possono dire: brutta faccenda greca

    “Le cose che non si possono dire”

    Questo è un post difficile, in quanto dovrò destreggiarmi parecchio tra l’esigenza di dire ciò che penso, e il politically correct.

    Si perché persino in casa propria, una volta aperta al pubblico, bisogna rispettare non delle regole di perbenismo, cosa che aborro, ma quelle del buon senso.

    Special modo in Italia, quando si affrontano questioni di natura politica, o sociale in generale, laddove scatta la nostra innata e inspiegabile necessità di prendere posizione. Chiamiamola pure tifo, faziosità, simpatia, sono parole per definire un concetto più ampio che è la mancanza di obiettività.

    Veniamo al dunque.

    Ho smesso da tempo di leggere i giornali, e in realtà oggi cerco solo informazioni, anche aprendo classici siti come quello dell’ANSA; dopodiché se voglio approfondisco con tutti i canali possibili.

    Ieri (ho atteso un giorno per vedere cosa sarebbe accaduto) scorrendo la pagina, anzi come si dice in gergo ‘scrollando’, mi imbatto in fondo, ma molto in fondo, nella notizia seguente, “Migranti, morta bimba di 4 anni nell’Egeo”.

    Una delle cose che più mi diverte delle notizie oramai, è la manipolazione, scientifica o di pancia che sia, da parte dei giornalisti o forse dei redattori non saprei. C’è una bella vignetta che descrive l’informazione e i media in generale, vignetta credo divenuta un classico.

    Si capisce il significato, l’informazione si può girare e rigirare cambiandone il senso, alla bisogna. C’è poi un’ulteriore forma di manipolazione, più subdola, che è quella della ‘mitigazione’, come nel caso oggetto del mio articolo. L’altra manipolazione, quella classica e storicamente nota ai vari regimi, è direttamente l’occultamento.

    Comunque sia il fenomeno avviene quotidianamente, e se ancora non lo sapevate, mie care anime candide ebbene sappiatelo.

    Tornando all’articolo, anzi già solo al titolo, capisco che qualcosa non va, qui gatta ci cova. I termini ‘Egeo’, e ‘bimba migrante morta’ accostati senza la parola ‘Turchia’, non è normale nella stampa italiana. Quando, normalmente, se la mezzaluna commette una qualche stronzata, i titoli esplodono in prima notizia, nella solita grancassa del “dagli all’untore turco” (ho affrontato più volte la questione ‘italiani contro turchi’, retaggio storico tutto nostro, e non viceversa: sarebbe la volta di far pace con la nostra testa, ma la vedo dura).

    Quindi approfondisco e leggo tutto l’articolo… e capisco. Ci sono di mezzo i greci!

    “Una fazza una razza”, “Mamma mia”, “case bianche e blu”, “Zorba il greco”.

    Ecco ora le mie difficili contorsioni circensi.

    Io ci vivo in Egeo, io la conosco bene la Grecia, a me piace molto la terra greca, ho diversi amici che amano le coste elleniche. E pertanto ne conosco i pro e i contro. Vedete, personalmente non ho mai mitizzato il popolo greco, forse perché a differenza dei turisti, ben veicolati nei tipici luoghi comuni, dall’industria turistica e cinematografica, che vuole restituire un quadro quasi di santi, paciosi e estremamente accoglienti, il tutto incastonato in una cornice ideale, io mi permetto il lusso di osservare. Di vedere oltre la cortina opportunistica, leggere oltre i sorrisi di circostanza di persone, i greci, logorati da un turismo che sembra frequentare i loro lidi, quasi come un visitatore allo zoo. Gli italiani in particolare, si aspettano il pescatore che ci saluti sorridendo con il suo “Kalimera”, la casetta color pastello, l’accoglienza a braccia aperte quasi grate per la ‘regale’ visita; come se noi facessimo loro una concessione a essere lì. Per non parlare poi di alcuni nostri connazionali che si sentono quasi in diritto di essere a casa propria, sempre per nostalgici ricordi di quando con il fucile col filo e il tappo, ci impadronimmo di qualche isola.

    Ed eccomi qui a sussurrarvi all’orecchio un’incredibile verità; abbassatevi, avvicinate il vostro orecchio alle mie labbra… Sssh, silenzio, a bassa voce: “Babbo Natale non esiste!”.

    Vorrei poterne parlare con serenità se permettete: non so se sia mai stato un popolo ‘hawaiano’, ma oggi i greci non sono quelli che vorreste fossero. Sono persone normali come tutti gli altri nel mondo, sono forse peggiorati, ma come biasimarli? Qualcuno voleva loro spezzargli le reni, e l’intera UE alias Troika c’è riuscita in pieno. Sono stanchi di un turismo spesso asfissiante e famelico appunto di luoghi comuni. E sapete perché? Perché ripeto sono esseri umani. Hanno solo la fortuna (e sfortuna al contempo) di essere considerati dal mondo come una specie di panda in via d’estinzione. Conosco un altro popolo che gode di strani e inquietanti accondiscendenze dalla comunità mondiale, ma per le già citate peripezie nel provare a ‘non calpestare le aiuole’, non posso permettermi di citarlo.

    Cari italiani nostalgici, fatevi un giro a Lipsi ad esempio, e parlate con qualche vecchina, andatele a portare la vostra convinzione di essere brave persone, e scoprirete quanta sofferenza ancora si celi in loro per ciò che i nostri avi hanno fatto.

    Pensate sia un popolo dove la parola razzismo non esista? Allora li state sul serio mitizzando. Sono come noi, come molti, come tutti, né più, né meno, nessun panda all’orizzonte. E se ancora qualcosa di caratteristico e sincero esiste, statene certi fuori dalle classiche mete turistiche. Chi vive la Grecia con onestà non può che confermare il mio sentito.

    Ma al di là di tutto, nonostante sappia bene qual è la verità dei greci, e sappia riconoscere un sorriso sincero da uno opportunistico, non sono così stupido da fare di ogni erba un fascio, perché la stessa cosa accade in giro per il mondo. In fondo sono quasi sempre le autorità politiche, e le milizie che rispondono loro, a rovinare l’immagine di un popolo.

    Io ho avuto a che fare con l’autorità greca, e non è stato piacevole. Io ho visto i ‘campi di accoglienza dei siriani a Kos’, e non è stato un bel vedere. Io so, in quali condizioni sono stati costretti a vivere: dopo aver usato granate stordenti e bastoni, minacce con coltelli, e in seguito anche con l’uso di estintori, perso il controllo della situazione, le autorità e le forze dell’ordine, insieme a civili armati di fucili e coltelli, hanno pensato bene di trasformare lo stadio in un vero e proprio campo di concentramento, chiudendo per un giorno circa 2000 persone all’interno dell’impianto sportivo senza acqua, cibo, ombra, letti e servizi igienici. E quanto sopra non solo a Kos.

    La polizia e i militari greci, sono tutto tranne che color pastello, fidatevi.

    Ma d’altronde chi sono io per affermare una cosa simile, a rovinare l’idea del buon ‘Zorba’. Se non lo dice la TV, non esiste, non conta.

    Tutto questo grande preambolo mi necessitava per aiutare chi ancora non riesce a capire dove sia la verità, cosa succede davvero nel mondo, e come leggere le notizie con un occhio più sobrio.

    E dunque l’articolo dell’ANSA…

    Dice in soldoni che la guardia costiera greca ha agganciato il gommone dei migranti, e ha iniziato a farli girare intorno con l’intento di affondarli!

    “C’erano onde forti. Pensavamo che fossero venuti a salvarci. Ci hanno detto di spegnere il motore. Poi hanno legato la nostra barca alla loro, iniziando a farci girare in cerchio. Hanno provato a ucciderci. Sono riuscito a salvare due miei figli, ma non l’altra», ha raccontato il padre della bimba morta nel naufragio. Mohammed Fadil, di nazionalità irachena, è tra le 46 persone tratte in salvo dai guardacoste di Ankara.

    Cazzo, ma è una cosa non grave, gravissima! Il bottino di guerra, una bambina di 4 anni.

    (…)

    (…)

    (…)

    Silenzio, assordante.

    Dov’è l’indignazione? Dove sono i titoloni in prima pagina? Possibile che ‘una fazza e una razza’ sia più forte dell’onestà intellettuale, dell’umanità? È un fatto riprovevole. E mi sorprende non leggere nulla neanche in quelle sedi spesso pronte a urlare a squarciagola “salviamo tutti, salviamo il mondo”.

    Dove sono le foto di bambini piangenti, e frasi di appartenenza del tipo “se fosse stata mia figlia…”.

    Dove sono le stigmatizzazioni del tipo “boicottiamo la Grecia, quest’anno non incrociamo le acque elleniche con i nostri velieri (più facile accadrà per la nuova tassa in arrivo)”, eccetera, eccetera. Nulla. Quest’estate tutti pronti a ballare sirtachi, a bere ouzo, e a credere ancora a Babbo Natale.

    Intanto, per fortuna, gli altri migranti scampati a morte certa, tra onde e freddo di un Egeo pericoloso, sono stati tratti in salvo dai “turchi cattivi”, a Kusadasi.

    Anche i turchi io li conosco bene.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2019/01/15/migranti-morta-bimba-di-4-anni-nellegeo_8d92c324-6bcf-4916-8c71-f3aeca3cfb08.html

    https://www.corriere.it/esteri/19_gennaio_15/migranti-naufragio-mar-egeo-morta-bimba-4-anni-8de015f6-18a5-11e9-890c-6459c9cbcb3c.shtml

    https://www.sondakika.com/haber/haber-aydin-ege-denizi-de-kacak-gocmen-botu-batti-1-11641754/

    La costa turca con il Kilimangiaro

    La costa turca con il Kilimangiaro

    Recentemente parlando con alcuni nuovi amici, ho scoperto non avessero ancora guardato il documentario girato a suo tempo insieme al Kilimangiaro, relativo a la costa turca, Yakamoz e un po’ della nostra vita.

    Posso dire senza timore di smentita, che oramai sia divenuto un piccolo cult, e forse tra i migliori mai prodotti dal gruppo della nota trasmissione. Non perché fossimo presenti noi e Yaka, ma per la passione con cui l’allora produttore girò e montò il documentario. Certamente ricordo che dopo il primo giorno di assestamento, si creò un’atmosfera unica con la troupe: gli scenari della costa e forse la nostra spontaneità, alla base di una scelta di vita non comune, contribuirono al totale del contesto, che rimase nei cuori e nelle menti di chi poi, tornando a casa si trovò in mano non semplice materiale lavorativo, ma molto di più.

    Dopo quell’esperienza per noi molto divertente, anche se complessa e stancante (non potete proprio immaginare cosa si celi dietro le riprese, esigenze specifiche, maniacalità del regista-produttore, e orari al limite), nacque una bella amicizia tra tutti i protagonisti dell’avventura.

    Dovrei dire tante altre cose, per rendere giustizia a quei giorni, raccontare le sensazioni, il ‘dietro le quinte’, il dopo, ma non posso, non voglio, anche per rispetto di Alessandro che purtroppo lasciò questo mondo ancora giovane poco tempo dopo. Un grazie particolare a Ivo, che seppe raccogliere come non avrebbe potuto fare meglio, le indicazioni dell’amico, all’epoca già in difficoltà. Capisco che per il lettore le mie parole possano suonare ermetiche, enigmatiche: perdonatemi di più davvero non posso. Mi basta il fatto che chi è stato direttamente interessato sappia, e comprenda quanto ancora oggi io e Basak, siamo molto affezionati a quel tutto che accadde, accompagnandoci tutt’ora, e forse per sempre.

    Non resta dunque che lasciare spazio alle immagini: prendetevi 10 minuti, ne varrà la pena. Buona visione cari amici

    ps. Girammo sia prima che dopo altri docu, che potrete trovare nella pagina da noi dedicata, tutti molto belli, ma questo, ripeto, è per noi molto speciale.

    Per chi avesse difficoltà a visualizzare il video, ecco direttamente il link della RAI 

    http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5ac05308-68aa-48a4-b100-4d572b9bce54.html#p=

    Ringraziamenti per la “Maison”

    Ringraziamenti per la “Maison”

    Oggi scrivo un semplice post, ma per certi versi forse il più importante di tutti.

    GRAZIE!

    Grazie a tutti coloro i quali hanno scelto noi, i nostri contenuti, la nostra voglia di condividere.

    Grazie a chiunque è salito a bordo di Yakamoz e continuerà a farlo.

    Insomma grazie a tutti voi amici, che ci avete ‘aiutato ad aiutare’!

    Si perché siamo riusciti a partecipare con una piccola goccia, al mare di esigenze che la grande opera di Susanna richiede.

    Forse grazie al nostro e quindi ai vostri contributi, siamo riusciti a garantire un po’ di riso, un po’ d’olio in più, a questi bambini ora felici e sempre con il sorriso.

    Susanna, voglio ricordarlo, ha iniziato la costruzione della casa di accoglienza per bambini togolesi orfani, o abbandonati, da sola, e senza colori politici o religiosi.

    Quando ci dicono “ma voi siete eroi, coraggiosi ecc.” ci vien da ridere, perché se di eroi bisogna parlare qui ce n’è solo uno, anzi una e si chiama Susanna Salerno, o come oramai la chiamano i suoi figli acquisiti “Tata Susanna Afi”.

    La “Maison sans frontieres” è un esempio laico di solidarietà, e quindi maggiormente lodevole perché privo di tutti quegli aiuti che altre organizzazioni spesso hanno di default. Qui non c’è nessun rischio che i “fondi vadano nelle tasche di qualche parente o amico”, anzi direttamente a beneficio di chi ha bisogno.

    Ma questo significa anche che Susanna ha ancor più bisogno del sostegno di tutti per portare avanti il suo sogno, per cui ora vi ricordo come fare.

    Andate direttamente nel sito della “Maison sans frontieres” e fate una donazione.

    Partecipate indirettamente per nostro tramite: ogni contenuto acquistato sulla nostra piattaforma, ogni vacanza che verrete a fare a bordo con noi, ogni corso, comporterà il 2,5% nella cassa della “Maison”.

    Contribuirete anche senza far nulla di diretto! Se acquistate un qualsiasi articolo su Amazon: entrate sul portale di acquisti online passando da uno dei nostri tanti link (presenti negli articoli del blog, nei mini ebook, o semplicemente tramite il libro o un mini ebook venduto su Amazon) e procedete a fare i vostri acquisti. Noi non sapremo mai chi comprerà cosa, ma il portale ci girerà una piccola percentuale sulla vostra spesa.

    Insomma fate la vostra parte di Marinai con la M maiuscola anche per Susanna: come vedete, a volte non costa nulla, sul serio.

    Grazie Susanna per quello che stai facendo e che il 2019 sia un anno di grandi traguardi raggiunti.

    Başak e Giampaolo

    Sea Shepherd ha vinto!

    Sea Shepherd ha vinto!

    Una buona notizia di fine anno: Sea Shepherd ha vinto. Le balene hanno vinto.

    Da pochi giorni è uscita la notizia che il Giappone ha riaperto la caccia alle balene, ma in molti hanno frainteso il messaggio leggendolo come una dichiarazione di guerra aperta e esplicita contro i cetacei.

    In realtà le cose non stanno così.

    Fino ad oggi il Sol levante ha continuato la sua caccia infame nascondendosi sotto il vessillo della ricerca scientifica, spingendosi in Antartide. Ed è lì la zona di battaglia in cui la nota associazione Sea Shepherd ha combattuto per anni, smascherando questi vili cacciatori.

    Ora però la dichiarazione di riapertura alla caccia ha fatto uscire contestualmente il Giappone dal IWC. Questa associazione nata nel 1946 originariamente si occupava della corretta coordinazione della caccia alle balene, ma successivamente si è trasformata in una sorta di ente di protezione, tanto da vietarne la caccia nel 1986 e, ancor più importante, istituire nel 1994 il “Southern Ocean Whale Sanctuary” (santuario delle balene), un’area di 50 milioni di chilometri quadrati intorno all’Antartide.

    Forse non tutti sanno che oltre ai giapponesi continuano la caccia anche Norvegia, Islanda e Danimarca, ma ‘in teoria’, limitandosi alle proprie acque territoriali e rispettando i quantitativi stabiliti dal IWC. Il Giappone invece come detto, ha continuato anche nel santuario mascherando gli eccidi con una presunta ridicola ricerca scientifica.

    Grazie alle continue pressioni internazionali e vere e proprie guerriglie da parte di Sea Shepherd, la carne di balena è diventata roba da “pochi deficienti” (lo scrivo senza problemi), probabilmente i più anziani, e i conservatori affezionati a quella che oramai è squisitamente una moda sovranista: il Giappone deve cacciare balene perché è tradizione (…). Ora il 5% su 126 milioni non è poca roba, per cui si spera che ben presto le vecchie generazioni concludano il loro glorioso percorso su questa terra, lasciando spazio ai giovani che non sanno neanche cosa sia la carne di balena.

    A me spaventano paesi come questi, così come tutti i fanatismi culturali e religiosi. Non so se avete mai avuto a che fare con un giapponese, ma tanto per dirne una, basta guardare i turisti: loro viaggiano esclusivamente con il tutto estremamente organizzato dalla partenza al ritorno. Mai visto un giapponese uscire dal percorso, persino di shopping, ben studiato e indicato nella loro guida. Sono così e non c’è nulla da fare. Voi pensate che i tedeschi siano tagliati con l’accetta, ma c’è chi li supera e questi sono i giapponesi, tra l’altro estremamente nazionalisti, anzi peggio devoti alla divinità, il loro imperatore… sconvolgente.

    Ma il governo è comunque composto da persone politiche, di conseguenza ha dovuto far fronte ai costi enormi produttivi per contrastare Sea Shepherd, e alla drastica diminuzione di richiesta della carne. Quindi con l’ufficializzazione della ripresa alla caccia, ha ottenuto due risultati, esaltare i nonnini nostalgici, salvando la faccia per non ammettere la sconfitta, ma in realtà appunto uscire dal IWC, consapevoli che ora il santuario diventa off limits: il Giappone potrà cacciare solo in acque nazionali, continuando il loro teatrino in costante declino.

    La guerra non è ancora conclusa del tutto, e si spera che i giovani man mano diano una sferzata di intelligenza mettendo fine a queste brutalità anacronistiche. Ma per il momento Sea Shepherd ha vinto!

    E un grazie dunque a Paul Watson per averci regalato questa vittoria con cui festeggiare la fine del 2018 e guardare al nuovo anno con più ottimismo.

    A domani per gli auguri 🙂

    12 secondi

    12 secondi

    Questo post è un caffè che offro in particolar modo a chi, purtroppo, oggi è già rientrato al lavoro: respirate lentamente, rilassatevi come potete, la vita vi darà le risposte che cercate, se le state cercando.

    Guardate il video qui sotto prima, dura solo 12 secondi, poi tornate su.

    Scriverne è molto difficile.

    Perché cosa si può dire a difesa di questi miseri attimi. D’altronde la barca sta andando lentamente, non c’è agonismo, adrenalina, ma un semplice muoversi della vela. Vedete la base che ondeggia delicatamente? No, non è solo tessuto messo lì tanto per… ma un abbraccio, con il quale si riesce ad accogliere il vento di poppa. Ce n’è poco, e anche se la bugna mostra la scotta sotto vento ben serrata dalla sua gassa, cazzata a ferro, è tutta una finzione che scaturisce dalla potenza di 10 tonnellate d’alluminio, reclamanti la necessaria spinta a solcare le onde. Non c’è molto da dire in fondo, forse se si potesse descrivere il silenzio della natura, le pagine sarebbero interminabili e le lettere sulla tastiera consumate, cancellate. In fondo anche, non è silenzio. Lo sciabordio che si produce tra mare e scafo, è una quarta dimensione. Il profumo si sente, il rumore si sente, il sapore se si potesse allungare un dito sulla distesa color blu, darebbe una risposta alle papille gustative preparate al sale; gli occhi poi, che misera fatica compiono a riempirsi di quell’immensità. Insomma dai, è facile prendere le misure di ciò che in questo momento mi circonda. Ma la quarta dimensione, quella si trova nell’anima, e parlarne è realmente complicato. Ci vorrebbe un cantore sopraffino, qualcuno che riuscisse a far immedesimare le persone sul serio, come se fossero a bordo qui con me. Diceva Kertesz, che “un’immagine colpisce prima allo stomaco per salire al cuore e finire negli occhi”. Forse lui era riuscito sul serio a spiegare con le foto la fantomatica dimensione mancante agli uomini, mancante nella percezione comune intendo.

    E quindi in 12 secondi la mia mente, il mio tutto, ciò che Giampaolo non conosce bene, subisce una scossa, pioggia di stimoli, circuiti che si aprono e chiudono contemporaneamente per fare passare la corrente, a tratti. Il razionale si scontra spesso con il suo contrario e non è facile rendermi conto di dove mi trovi, almeno non sempre; se non fosse per l’orizzonte annaffiato dal sole, prima fuoco e ora piccola luce che tra non molto si lascerà spegnere dall’acqua clemente. La prua intanto va, dritta: ma cosa significa andar dritti quando non c’è direzione? Davvero non so proprio cosa stia accadendo, so solo che l’aria è leggera, tiepida, il vento è dolce, compañero, la luce soffice, la barca leggiadra ballerina che si lascia guidare dal mare, come se non avessero fatto altro che danzare, dall’inizio dei tempi. E io, francamente, mi sento inutile, impreparato ad accogliere tutto ciò, mi manca il vocabolario, non conosco la grammatica, la sintassi di questa lingua misteriosa, con cui la natura sembra parlare. Parlare a chi è in grado di ascoltare. Si a volte ce la faccio, capisco qualche preposizione, e la base del genoa in qualche modo mi suggerisce le frasi… lo vedete anche voi d’altronde. Nel caso premete play più volte, perché le parole pian piano si comprendono. Se ancora non ci riuscite, chiudete gli occhi ora, pensatele le immagini, e ascoltate solo il suono dei danzatori. Eccola! Tra tutte la parola più chiara. L’avete sentita? Si si è lei: libertà.