E quindi apri le vele

    E quindi apri le vele

    Salpi, perché vuoi, non perché devi. Lo fai con la scusa di una nuova meta, spinto dal desiderio di conoscere, esplorare. Nei giorni precedenti hai programmato, verificato il meteo, studiato la rotta; ipotizzato il tempo di percorrenza di quelle miglia, poche o tante, che separano l’ultimo ancoraggio dal nuovo.

    Aspetti il vento, il motore è un accessorio fondamentale, ma ausiliario. Hai scelto la barca a vela proprio per sentirti un po’ distante dai vincoli della società moderna: non puoi uscirne totalmente, lo sai, ma almeno provi a navigare sulla linea di confine, e in questo il vento è complice, forse protagonista.

    Ci siamo, osservi il mare più fuori, ne scorgi il colore che ora ha una tonalità più scura, pennellata di blu dalla brezza che attendevi. Metti in moto, quel poco che basta per darti manovra tra gli altri gusci presenti; il verricello inizia a lavorare e metro dopo metro il tuo collegamento alla terra svanisce.

    L’àncora è su, la blocchi, riponi il comando nel gavone e torni in pozzetto, dove le manovre sono già in chiaro. Scendi sotto coperta e chiudi gli oblò, il mare è bene resti fuori. È il momento delle ali, devono essere spiegate, e allora ti rechi all’albero per issare la randa. La drizza fa il suo dovere, come sempre, e tu la cazzi ogni volta un po’ di più, nella speranza non serva…

    Spegni il motore, subito, non attendi oltre, non occorre, già vai, il vento e la randa ti portano. Liberi le scotte, un giro al rollafiocco e apri finalmete anche il genoa, godendoti la potenza dell’azione, quando quei 15 nodi fanno sibilare il tamburo liberando la poesia.

    Regoli per l’andatura che la rotta ti chiede e ti metti al timone. Sei il direttore di un’orchestra privata, non c’è dubbio, nessun pubblico ad applaudire, nessuna invidia o critica da suscitare. Tu, solo, e il mare.

    Pochi secondi, l’abbrivo si genera, osservi il cambiare dell’apparente e attendi che la tua “ragazza” si spinga al massimo delle sue possibilità, così da premiarla con gli ultimi ritocchi, fino al prossimo variare.

    È sempre una questione di equilibri, hai imparato la lezione, non solo un gioco, ma una necessità; vuoi l’armonia, vuoi sentirti a posto, che hai fatto tutto il possibile per farla andare bene, perché come nei migliori concerti, gli strumenti devono suonare senza stonare.

    La mente va, insieme alla barca, ti senti bene, respiri a pieni polmoni e un friccichio arriva al naso: non è l’ossigeno ma qualcosa che viene da dentro, l’emozione. Quella sensazione di pienezza che poche cose nella vita possono regalare, e poche volte si può provare. L’hai scoperta per caso, a bordo della barca di un amico, forse mettendo piede sul veliero della scuola, quel giorno che capisti cosa avevi perso per tanto tempo ma di cui poi non avresti più fatto a meno.

    Potresti chiamarla droga, ma si porterebbe con sé un significato malevolo, macchia nera che le bianche vele non meritano: però è vero, crea dipendenza, ed ecco il perché del facile accostamento. Ma qui l’arduo paragone termina; tu hai lavorato per lei, hai sofferto a volte, hai atteso tempi migliori per comprarle quel pezzo indispensabile a farla tornare a volare. Hai smontato, pulito, riparato, migliorato, hai fatto tutto il possibile per curarla, nella speranza che come una cosa viva lei ti restituisca con gratitudine le carezze ricevute. Come ora, in questo preciso istante.

    La timoni con leggerezza, le vele sono a segno e la pala non sforza, il famoso equilibrio ambito è raggiunto. In qualche modo ti senti un trapezista, sai che non sei nel tuo elemento, ci passi solo sopra grazie al tuo guscio, unica garanzia di sopravvivenza. Tante, troppe sono le parti che lo compongono; osservi l’albero, pensi alle sartie, ai frenelli della ruota, le stesse vele che speri facciano sempre la loro parte, in eterno. Sei consapevole che quell’estasi dipende da troppi fattori, che non puoi governare sempre con certezza. Niente e nessuno potrà mai darti alcuna garanzia, sei alla mercé degli elementi, degli imprevisti, basterebbe una raffica inaspettata e ben fatta, a metterre a dura prova tutta la precarietà del gioco, lo sai, ma non importa. Perché hai compreso essere metafora della vita: impossibile tenere sotto controllo tutto, devi osare per vivere, non esiste nessuna ricetta magica per impedire il corso delle cose, per cui è meglio lasciarsi andare, trasportare, al massimo puoi partecipare con qualche piccola correzione alla barra, o se in burrasca prendere i terzaroli, ridurre vela, tutto qui. Il resto non è nelle tue mani. Ed eccolo il brivido lungo la schiena di cui parlo, sei sul tuo trapezio e volteggi, ondeggi, ti senti preparato, hai controllato gli attrezzi e le tue forze, sei sicuro di quello che fai, ma sotto non c’è nessuna rete a proteggerti. Sono le regole, le conoscevi e le hai accettate dal momento che hai afferrato la vita nelle tue mani e ti sei lanciato con tutto te stesso saltando dalla pedana della certezza, salpando dal porto sicuro.

    Passano gli anni, pensi di essere sazio di tale immensità, e sei preoccupato che la prossima volta non proverai più nulla… ma non accade mai, e quindi continui, prosegui, verso l’unica vera meta che è il viaggio stesso; continuerai a navigare, a volerlo fare, perché in fondo, diversamente, è come se rinunciassi alla vita.

    Cime a terra… da solo

    Cime a terra… da solo

    Frequente è la domanda di amici che vengono a trovarci a bordo, con anche l’intento di imparare qualcosa: ma come si possono portare a terra le cime se siamo ‘navigatori solitari’?

    Per chi non lo sapesse la manovra di cime a terra (che spiego nel manuale, ormai devo dire divenuto un must: grazie a tutti gli estimatori), è un’opzione di ormeggio e quindi di ancoraggio non molto comune sulle coste italiane, ma diffusissima in Grecia e soprattutto in Turchia.

    Il perché è presto detto: fondali profondi, rade strette dove poterci star tutti, costa adeguata a ricevere le cime (leggi sassi, alberi e, come a Gocek, direttamente le bitte messe a disposizione gratuitamente dal comune turco, insieme ai gavitelli).

    Inoltre il contesto è talmente bello che difficilmente si rinuncia a vedere la poppa della propria barca a 5/10 metri da quel pino che sta lì a sbalzo sul mare come un naturale ombrellone.

    Detto questo però, avviso sempre che cime a terra non è un ormeggio sicuro con cattivo tempo, a meno di aver preso un gavitello (verificato), o che la rada sia una sorta di “abbraccio materno”, giusto giusto per te e poche altre barche, e la cui costa sviluppi in altezza almeno 30 metri, il tutto a far si che sostanzialmente sei totalmente protetto: insomma circostanze più uniche che rare. Perché il vento non è regolare, e se arrivano 30 nodi al traverso, il rischio di spedare àncora e far casini è molto, ma molto alto. Cosa per cui noi sempre alla ruota con botte di vento previste.

    E ora veniamo alla domanda principe.

    Tutto è molto semplice, più di quello che si possa immaginare. Intanto il consiglio che mi sento di dare è quello di organizzarsi bene, scegliendo di effettuare l’operazione quando termiche e disturbi vari non possano influire sulla manovra: quindi sforzatevi di conoscere le peculiarità della zona.

    Di conseguenza se sappiamo che alle 9 del mattino non c’è vento, e siamo arrivati di sera, stiamocene alla ruota e attendiamo il buon dì. Se invece c’è spazio, il vento ce lo permette, siamo pratici, in tal caso non esiste orario che tenga.

    Studiamo la costa dove riteniamo poterci mettere cime a terra: sassi, alberi, sassi sommersi (foche forzute, tartarughe stanziali, ecc.); rechiamoci con la barca al minimo a battere la batimetrica di tutta la zona di manovra, sia per dar fondo che la profondità vicino costa. Abbiamo dubbi o la vediamo rischiosa avvicinarci? Diamo fondo in sicurezza per 20 minuti: variamo il tender, scandaglio a mano e via come una volta, il risultato è garantito e riceverete l’ammirazione degli altri.

    Va bene tutto quadra, allora prepariamoci a dar fondo. Come descritto nella guida, consideriamo ad esempio 10 metri di fondo, per cui apriamo la frizione e mandiamo giù almeno 30/40 metri a barca in movimento con retro poco sopra il minimo: la frizione è importante per non perdere terreno, cosa che con il comando elettrico avverrebbe. Facciamo far testa, la barca si ferma e viene richiamata dall’àncora. Ora, se ci fosse l’aiuto a bordo, questi si tufferebbe e tutto sarebbe più comodo e veloce, ma noi siamo soli: meglio soli però che male accompagnati!

    Spegniamo il motore e lasciamoci riportare alla ruota (certamente avremo scelto uno spazio di manovra adeguato). Scendiamo sul tender insieme alle cime galleggianti (dettaglio fondamentale, altrimenti serve un parabordo), le assicuriamo tutte e due, dritta e sinistra, agli alberi o altro che sia e le filiamo in acqua fino al punto che abbiamo deciso di poterle recuperare comodamente e senza rischi direttamente dalla barca. Torniamo a bordo e, armati con il mezzo marinaio, rimettiamo in moto, inseriamo la retro, nel caso diamo più catena e come se niente fosse recuperiamo a bordo prima una cima dandole volta alla galloccia, e poi l’altra. Il gioco è fatto. Come detto prima, se le cime sono del tipo non galleggiante, assicuriamo un parabordo al capo delle cime. Non è obbligatorio preparare la manovra direttamente con le due cime per le rispettive gallocce, basterà sistemare la prima e poi con calma partire con la seconda già data volta in galloccia, e a nuoto o con il tender procedere a terra.

    Buone cime a terra, navigatori solitari (“e capisci che il giro del mondo in solitario, è una di quelle imprese che non servono a un cazzo…” cit. Alberto Sordi)

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    La stagione più bella? L’autunno

    La stagione più bella? L’autunno

    Siamo ufficialmente in autunno, l’estate è finita. So che la notizia vi potrebbe sconvolgere ma la mia onestà non mi consente di celarvi tale disgrazia.

    In questi giorni in Italia ‘mi dicono’ svolgersi un rimescolamento politico, che coinvolge emotivamente il popolo appena tornato dalle ferie. Non entro nel merito della questione in sé, in quanto ho smesso di interessarmi alla politica italiana da parecchi anni: il perché è penso banale, e risiede tutto sul fatto che non esistendo più una classe politica degna di nome, continuare a credervi equivarrebbe a essere ‘Alice nel paese delle meraviglie’. E dato che le ideologie sono morte (per fortuna mi vien da dire) e gli ideali non esistono, resta una triviale sciocca faziosità, a cui me ne guardo bene dal parteciparvi.

    Il tutto accade per l’appunto agli inizi della stagione autunnale, ovvero il momento in cui i giochi son finiti, il lavoro riparte di gran carriera e le scuole aprono i portoni.

    Una volta almeno ci si poteva incontrare tra amici a guardare qualche foto delle vacanze, i viaggi fatti in oriente o occidente, o i mari cristallini a noi ben noti; ora invece, dato che tutto viene speso in tempo reale sui social, neanche più il gusto di coccolarsi nei ricordi. Le immagini e i video restano sul telefonino è vero, ma dato che non hanno più l’appeal della novità, moneta di scambio dell’era odierna, ci si vergogna quasi a condividerle con l’amico, tranne se disposti a rischiare la sua totale indifferenza. Cosa diversa se le vacanze e i viaggi fossimo stati in grado di viverli per il nostro squisito appagamento e non in funzione di Facebook & friends.

    Le auto ritornano sulle varie tangenziali, raccordi anulari, autostrade e provinciali; i clacson iniziano a mostrarsi dapprima timidamente, come per una sorta di rispetto verso la settimana in Sardegna appena passata in completo relax, per poi man mano ricominciare a suonare alimentati dalla bile dell’uomo moderno.

    I bambini rientrano a scuola, e con loro le mamme e i papà, a bordo dei vari SUV o 4 ruote comunque ingombranti, alla ricerca del posto dove parcheggiare e “sganciare” la prole: sembra che gli istituti scolastici debbano oramai prevedere un’area parcheggio e manovra degna del più grande scalo merci.

    I telefoni degli uffici squillano, i cellulari pure, ed eccoci catapultati nuovamente nella giostra del criceto, quella che ci fa dire “per fortuna che tra poco è Natale”.

    Quest’ultima parola mi fa venire i brividi: ma come eravamo in costume fino a ieri e fra 2 mesi scorrazzeremo come dannati, bardati dentro giacconi e piumini alla ricerca di qualche regalo? Impossibile. Ma vero.

    E ora veniamo a noi. Vi prego, cercate di cogliere solo l’aspetto gradevole delle prossime parole, non pensate minimamente che vogliamo destare invidia e rabbia.

    Il titolo parla chiaro, per noi l’autunno è la stagione più bella. Perché?

    Perché riusciamo ancora a goderci il profumo della malinconia, come quando il mondo era analogico e si muoveva a 80 chilometri orari: salutavamo l’estate, entravamo lentamente verso un settembre docile e materno, consolandoci con i vari ricordi raccontati a qualche amico, seduti sul muretto.

    Noi siamo seduti in pozzetto oggi, ma le emozioni sono le stesse. Renato e Ivana domattina salperanno per Leros, inverneranno il loro “My Dream” grazie alla ormai famosa guida, e se ne torneranno in Italia: ciao ciao cari zii acquisiti.

    Molte barche già non ci sono più, diversi amici sono in fase di rientro chi a Nord chi a Sud. I charteristi pure non sono più così presenti, e con loro i cari bambini rompicoglioni: le scuole riaprono per tutti dappertutto. Ed ecco una prima differenza di realtà: gli scolari causa di ingorghi e bestemmie, nel nostro caso si trasformano in angeli chiamati al servizio di un’entità superiore, evidentemente dedita a lavorare sulla nostra felicità.

    Ma la carta vincente, l’asso di cuori è senza ombra di dubbio il clima. Finalmente si inizia a dormire come bimbi in fasce, la temperatura è ‘nu babà’, la sera iniziamo a coprirci un po’ per il personale privilegiato cinema all’aperto; la notte quando andiamo a nanna lenzuolo e trapuntina escono dai bustoni sottovuoto, per stendersi morbidamente sulle nostre membra. La mattina poi, gli esercizi di stretching non devono avvenire in orari antelucani, per evitare la canicola delle 8:30, e tutto si dilata con piacere. Si suda molto meno, la maglietta non è più un sacrificio. I tendalini pian piano vengono piegati e riposti sotto coperta. In questa cornice idilliaca il mare rimane caldo, oggi segnava 28°, e domani salperemo alla volta di acque ancor più tiepide; il Meltemi inizia a ridimensionare la sua rabbia, e accetteremo volentieri 2 gocce d’acqua quando e se mai dovessero cadere.

    Tutto ciò durerà probabilmente ancora un mese, forse 1 mese e mezzo, se fortunati quasi 2. Cioè ci ritroveremo al 1 ottobre senza grossi traumi e anzi con cambiamenti migliorativi. Sembra pazzesco, vero?

    Quindi ricapitolando, la gente è obbligata ad andare in ferie nel periodo peggiore, con caldo infernale e dove il caos in qualche modo rimane sovrano anche dei lidi vacanzieri, rinunciando coattamente ai giorni più belli: ecco questo sembra davvero pazzesco.

    E ci sembrò così pazzesco che 11 anni fa mollammo gli ormeggi, simbolici e non, per appropriarci della nostra vita, e perché no, anche della stagione più bella dell’anno: l’autunno.

    Non fu facile, per nulla; richiese parecchia organizzazione, e calcolo dei rischi, perché uscire dalle classiche regole della società non è mai un’impresa da poco. Le certezze esigono un pedaggio, che noi non volevamo più pagare. Come ripeto sovente nulla è semplice, e anche noi abbiamo i rovesci della medaglia, ma per il momento almeno cerchiamo di concentrarci sul lato buono: “Che dici Başak? È ora del caffè? Si, benissimo, allora vieni facciamoci un tuffo e poi…”.

    Buon rientro a tutti

    (Foto per gentile concessione del sacerdote tahinista Alessio e la sua ancella Eleonora)

    Manie a bordo

    Manie a bordo

    Siamo esseri umani. Punto.

    Mi sforzo continuamente di fornire un quadro normale del mondo velico, diportistico, contrastando in ogni modo la sciocca presunzione di ‘specialità’: anche perché il 99% dei diportisti vedono la barca e il mare come un hobby. A conferma di quanto vado dicendo basterebbe che vi postassi la foto di un signore over 150kg., che allegramente arma il suo Bavaria 44, sgretolando ogni stereotipo del velista biondo, atletico e dal sorriso Durbans (per omaggiare una recente critica ricevuta: e si che il mio è tutto tranne un sorriso da pubblicità).

    E in questa mia apologia della normalità, rientrano le manie che ognuno di noi ha e porta con sé a bordo.

    Ordunque”, se vogliamo divertirci un po’, usiamo la massima sincerità e mettiamo sul tavolo le nostre debolezze.

    La mia prima ‘mania’, è senza ombra di dubbio il caffè delle 11 (l’elasticità può spingermi al massimo fino alle 12, non oltre). Questo è per me un vero e proprio appuntamento che ha il potere di condizionare nel bene o nel male la giornata. Certamente esagero, ma se puta caso il dì già non partisse con il piede giusto, e dovessi rinunciare alla mia pausa alla caffeina, il rischio di girar storte le 24h successive sarebbe molto alto.

    Come da foto la tavola deve essere imbandita con la mia tazzina (tigre o altro animale non importa, anche se…), macchinetta del caffè pronta per i rabbocchi successivi, cioccolata fondente, possibilmente della mia marca e con pezzetti di pistacchio (chi sa sa, chi non sa taccia per sempre), sigaro Toscano (modello dipendente da quelli che ricevo in regalo: vi prego andate di Antica Riserva o Antica Tradizione, e se poi voleste omaggiarmi di un bel Moro, allora vi farei anche un massaggio ai piedi), un buon libro avvincente, acqua fresca e se potessi chiedere una morbida brezzetta a stemperare la canicola estiva allora bé, sarei in paradiso. Il tutto però insieme alla mia dolce metà Başak! Si perché come quando si vede un film comico, e non è bello ridere da soli, così per me la pausa caffè deve essere condivisa; l’occasione si presta per parlare, di cose belle magari, di progetti, idee o quando necessario di problemi, in generale. Insomma è un momento topico della giornata, una specie di ‘briefing’ quotidiano a cui preferisco non rinunciare.

    L’apice lo tocco quando in navigazione. Dato che spesso il Meltemi inizia proprio verso le 11, e dato che si programmano gli spostamenti ai fini di non usare il motore (tanto da definirci “talebani della vela”: con 3 nodi di vento si apre e si va), frequente è la condizione ideale per metter su la Moca senza particolari rischi, vista l’iniziale brezza gentile con cui il Meltemi si presenta prima di entrare a pieno regime: sono giusti giusti quei 15-20 minuti a noi occorrenti, belli paciosi sotto l’ombra del tendalino, al silenzio, con solo lo sciabordio del mare sulla carena, e tanta pace trasmessa dalle vele.

    L’altra mania, che è più un rituale, questa volta di Başak, è quella di aprire gli occhi al mattino e, quando in estate ovviamente, infilarsi il costume e tuffarsi senza colpo ferire. Effettivamente chi l’ha provato, non può non essere d’accordo su quale sia il modo migliore per svegliarsi e iniziare col piede giusto la giornata: quando in acqua la temperatura va dai 28° ai 31°, in pratica il bagnetto di un bebè. Se poi la nottata è stata particolarmente umida o fastidiosa per mille motivi, diventa una regola di sopravvivenza.

    Quanto sopra apre la pista alla successiva mania della “Bastarda di Istanbul”. Dato che il tutto avviene grazie alla sua naturale esigenza di svegliarsi prima di me, diciamo verso le 7, forse prima; dopo il tuffo, riemerge per bere il suo bicchiere d’acqua con un po’ di limone spremuto, metter su la Moca ma stavolta “armata” con poco caffè e più acqua (una sorta di ‘ciofeca’), tanto per bere qualcosa di caldo e un briciolo di caffeina, una mezza banana, la sua sigaretta rollata delle dimensioni di uno spillo, computer, internet e cazzeggio libero, quando non coincidente con il lavoro sia dei social, che per il suo nuovo sito sull’alimentazione (stay tuned), o le traduzioni che ogni tanto le vengono commissionate. La ritualità è funzionale anche a quegli equilibri intestinali che ognuno di noi conosce bene, e che spesso seguono regole del tutto personali ma semi ferree.

    Stavo per dimenticare, a colazione per me non deve mancare il Tahin. Il Tahin per chi non lo sapesse, è una miscela di tahin appunto (estratto di semi di sesamo) e melassa d’uva. I nostri ospiti sanno di cosa parlo, e facilmente diviene una droga che crea vera e propria dipendenza; in più è sana e ricca di proteine; abusarne è un attimo, tanto che un mio caro amico in pratica a colazione si fa il bagno dentro la tazza del Tahin appositamente creata a parte per lui. Purtroppo l’unico, inimitabile Tahin che possiate mangiare si trova solo in Turchia, le altre sono delle tristi imitazioni: ne ho provati diversi per crisi di astinenza, sia in Grecia, che in Italia che in Portogallo, ma preferisco rinunciarvi, tanto sono distanti. Tale è la mania (e la pazzia) che recentemente ho fondato una nuova religione a cui stanno aderendo vari adepti: il TAHINISMO.

    Al momento non mi viene in mente altro, ma d’altronde… ‘what else’?

    Ora sputate voi il rospo e fateci compagnia

    Meglio tardi che mai

    Meglio tardi che mai

    Cambiammo vita, a 36 anni io e 32 Başak, cosa nota. Anzi, la verità è che tutto iniziò prima, gettammo le basi quando io ne avevo 33 e lei quindi 29, in una sola parola giovanissimi.

    Felici e contenti ci proiettammo verso la nuova esistenza, promettente gioie, avventure e tante nuove amicizie speciali di chi come noi, ricevendone invece un deciso manrovescio!

    Ne scrissi nel primo libro, ci sentivamo come la “particella di sodio di una famosa pubblicità: c’è nessuuunooo?”.

    Si lungo la rotta costruimmo dei rapporti invidiabili, ma più con ragazzi alle prese con i loro anni sabbatici, piuttosto che con persone con le quali scoprimmo dopo, di non aver molto da condividere; la maggior parte erano anziani, pensionati dediti a godersi la loro terza età in umido.

    Sarei disonesto se affermassi che la cosa non ci turbò, e anzi ci rattristò proprio, obbligando a porci delle domande scomode, tra le quali “abbiamo sbagliato qualcosa?”. “Ma Moitessier, i suoi amici di viaggio, eccetera, dove sono finiti? Chi ha mentito a chi?”. E via di questo passo. La realtà è che erano i tempi ad essere cambiati, quella parentesi onirica degli hippy conclusasi definitivamente, e i giovani non più in grado di contestare o rischiare, barattandosi con l’ultimo smartphone o anelando il sogno americano da realizzare, pur se più somigliante alle stelle e strisce raccontate da Alberto Sordi. Non la voglio far facile, mi rendo conto che l’esercizio di ‘tutta un’erba un fascio’ è una cosa brutta, tuttavia e andando per statistica, i fatti parlano chiaro; semplicemente perché le nuove generazioni sono state indotte verso la ben nota comfort zone, utile al consumo di prodotti a termine, o spinte al raggiungimento di un benessere effimero, inventato appunto da chi ha ben modellato l’attuale era. Molto più difficile dunque mollare gli ormeggi, rendersi conto della realtà e di quanto siano false le prospettive di una terra promessa irraggiungibile, e comunque inutile.

    E di anno in anno vagammo per i fatti nostri, coltivando comunque la speranza di felici incontri. Le primavere passano, man mano il messaggio di Si può fare prende forma, si modella in altre sfumature, fino alla nascita dell’attuale piattaforma; le persone vengono a bordo, sempre più numerose e desiderose di imparare un cambiamento possibile. Lavoriamo molto dunque sulla diffusione dei contenuti e del conseguente messaggio, perché avevamo compreso quanto fosse urgente fornire un’alternativa di vita a chi, in fondo, la desidera ardentemente ma troppo spesso ha paura.

    Il tempo si dice è galantuomo, e difatti dopo tanta semina arrivano i primi risultati. Oggi contiamo diversi figliocci, alle prese con i loro progetti ben meditati e altrettanto decisi. Ho 47 anni. Ed ho capito, ho avvertito sulla mia pelle il salto generazionale, il buco di cui si parla spesso quando si guarda al futuro incerto di tanti ragazzi, domani adulti. Non è un caso che proprio negli ultimi tempi le nostre amicizie si arricchiscono di coetanei e, soprattutto, di cambiatori di vita o prossimi a…

    In pratica noi eravamo nel fiore dei 30 anni e ben consapevoli di cosa non volessimo più fare, nel mentre qualcuno terminava l’università (un po’ in ritardo magari) e qualcun altro abbracciava a piene mani la presunta carriera, sperando in quel qualcosa che evidentemente poi non è arrivato.

    Ci sta quindi, in una società del genere avremmo dovuto mettere in preventivo questo buco, che lentamente e per fortuna va riempiendosi.

    Pure sotto il profilo puramente propedeutico, il tempo ha segnato i passi necessari alla maturazione di noi stessi e dei contenuti da diffondere, la mano da tendere. Nel frattempo le amicizie anche con i fratelli e sorelle maggiori si sono consolidate, parlo di gente che nonostante sia prossima alla pensione, in questi anni ha potuto sognare insieme a noi, attraverso noi, stimandoci per come siamo, quello che loro considerano coraggio, e pronti a seguirci dappertutto: davvero siamo molto fortunati, la nostra famiglia si è allargata a dismisura, ritrovandoci diverse sorelle, qualche papi e mami adottivi e fratello maggiore su cui fare affidamento: una sensazione che personalmente non riesco a decodificare, ma a cui do un valore inestimabile. E a coronamento di un vecchio sogno ecco arrivare i coetanei. Qualcuno ha già spiccato il volo, e pertanto i contatti sono a distanza ma frequenti. Con altri è nata una profonda amicizia, ci frequentiamo periodicamente e tale è la comunione di intenti che cazzeggiando al nostro solito, ci si ritrova a pensare persino alla vecchiaia, da progettare rigorosamente insieme, prendendoci cura uno dell’altro, magari a bordo di una barca capiente o in una qualche meta esotica, ma più terrena. E così chissà si sfaterà anche lo spauracchio dell’assenza dei figli, quelli che secondo la diffusa illusoria convinzione, sarebbero deputati a tenerci compagnia nei giorni in cui ci accingeremo al grande salto.

    Da pochi giorni abbiamo sbarcato Paolo e Paola, il classico esempio di cui parlo. Sono impiegati, hanno una buona posizione e soddisfazioni economiche. Lei è distante dalla pensione, lui forse un po’ meno, ma comunque a 50 anni ti fai domande, special modo quando dipendi dagli umori legislativi di un paese che sembra voler far lavorare le persone finché respirano.

    Hanno la passione per il camper e per i viaggi in generale, e ogni qualvolta possono, tolgono il piede dal freno e se ne vanno in qualche parte del mondo, ma sempre con la logica dell’assorbimento, non del safarista, del giapponese in visita a Roma, Firenze e Venezia in 3 giorni. Paolo legge il mio primo libro 5 anni fa, e la mitica goccia inizia a fare la differenza insieme ad altre, riempiendo un vaso già colmo. Vengono a bordo in quanto il desiderio di libertà passa anche attraverso una barca. Si diranno montagne di parole, che spero torneranno utili a una maggior chiarezza nelle loro vite.

    Una cosa è certa, almeno per noi, che Yakamoz e la cornice della costa turca hanno giocato per l’ennesima volta un ruolo determinante, affinché qualcosa di buono accadesse.

    La settimana difatti si rivela molto gradevole e gradita, durante la quale abbiamo condiviso tanti bei momenti e soprattutto messe sul piatto le reciproche sensibilità, addirittura scoprendo quanto alcuni aspetti famigliari fossero incredibilmente comuni, e oserei dire con conseguenti, inevitabili, destini. Alla fine della vacanza non so dire se mai li rivedremo a bordo o se il loro futuro si tradurrà ad essere vicini di rada, fatto dipendente ovvio dai sogni che ognuno di noi vuole seguire; di sicuro io e Başak abbiamo respirato aria buona, toccato con mano desideri, coraggio per combattere la paura di rinunciare forse alla pensione (quale?), voglia dunque di strapparsi una nuova vita ora non domani, e sani principi su cui basare obiettivi raggiungibili, coincidenti con la nostra tanto auspicata decrescita, il che non guasta.

    Ma al di là di tutto, la sensazione più bella è quella di veder finalmente realizzato il nostro di sogno: il gruppo si allarga, le ali si spiegano, e nuovi amici ci accompagnano in quello splendido viaggio chiamato libertà.

    La barca a vela vista da un bambino

    La barca a vela vista da un bambino

    Scartabellando nel computer per sistemare alcuni file, mi imbatto in questo regalo risalente allo scorso anno: Aurora è l’autrice e artista di cotanta perla.

    Non posso fare a meno di guardarla con attenzione, poiché nei mesi finita tra le tante cose importanti che mi ero promesso di sistemare e, come nel caso in questione, dedicarvi un articolo.

    Si perché Aurora come tutti i bambini è riuscita a cogliere il succo della sua vacanza, fornendo l’interpretazione più schietta che mai potesse avere un adulto.

    Vediamo il disegno.

    Il sole è presente, e d’altronde in Egeo ad agosto l’argomento non viene messo in discussione; la nuvola a destra non so cosa sia, ma non ricordo di averne viste, prendiamola come licenza poetica dell’artista.

    E veniamo a Yakamoz, la protagonista assoluta: bellissima! Cioè io vedo attraverso gli occhi di Aurora il suo castello incantato, composto da tanti componenti tra cui alcuni per lei senz’altro più incisivi.

    Difatti a poppa l’immancabile scaletta, ritratta come un piccolo ponte levatoio, che ci consente di porre un collegamento tra noi e il mondo, in questo caso salato.

    Poi appena sopra il rollbar, disegnato di un color marrone che sembrerebbe materializzarlo in legno: probabilmente ancora oggi non sa a cosa possa servire, dato che non v’è traccia dei pannelli fotovoltaici in sommità e di altri accessori, ma deve aver caratterizzato i suoi pensieri, forse ha costituito un appoggio sicuro durante le navigazioni, e non solo per lei… fatto sta che eccolo là, lui e non altri.

    Andiamo a prua dove l’albero fa bella mostra di sé, con la sua randa aperta anche se al contrario, ma possiamo vederla come un’apertura a farfalla dai. Sotto vento potrebbe percepirsi un piccolo fiocco, pur se frutto forse di un errore iniziale, che però ci prendiamo e teniamo stretto senza colpo ferire.

    Prima di accingerci sotto coperta ecco lo strumento di comando, la ruota del timone (almeno penso), riportata come una palla blu.

    Scendiamo grazie alla comoda scaletta e troviamo la cucina, subito seguita a poppavia, come ordine di importanza, dalla cabina di Aurora, compreso il suo letto rialzato, con sopra non saprei cosa, ma glielo chiederò, un giorno, chissà.

    La catena poi è una meraviglia, sembra una stella filante di carnevale che magicamente ci tiene fermi in qualche modo misterioso, accanto a una stella marina.

    Ovviamente non c’è traccia delle altre cabine, del bagno e del quadrato, in quanto zone per lei poco importanti.

    E ora i componenti l’equipaggio.

    Lo scrivente Giampaolo, in testa d’albero a scrutare l’orizzonte: devo dire che mi emoziona molto e mi inorgoglisce vedermi come un marinaio avvenente e atleticamente capace di balzare a 15 metri a mo’ di Tarzan. E la fantasia della bimba non mente, evidentemente nonostante non abbia fatto nulla di speciale, tanto meno passeggiare sulle crocette, ero per lei qualcuno di super, per giunta dotato di capelli (notare la marcatura della testa…).

    Ma scendiamo sul ponte, anzi in pozzetto, ed ecco Rita e Riccardo, messi lì lei con capelli fedeli alla realtà (realtà aumentata, anzi da aumentare meglio), con il sorriso, perché in effetti si divertì parecchio, e Riccardo ritratto anonimamente benché con una capigliatura invidiabile (noterete nelle mie parole un filo di invidia) e la bocca aperta; effettivamente il simpatico amico ci intrattenne parecchio con i suoi racconti, in particolar modo prestò molta attenzione ad Aurora, con una saggezza e un savoir faire unici, allorquando lei, ad esempio, improvvisava barzellette interminabili e dai risvolti incerti. Rimarrà per sempre nei nostri ricordi come il signor Taaaaac!

    A poppavia, appoggiata al rollbar (per non dire svenuta), la mamma Enrica: il commento-nuvoletta di Aurora è un lapidario ZZZZZZZZZ. Difatti la povera Enrica si trovò pressoché tutta la vacanza in stato comatoso, per via del mal di mare, il che la obbligò a ronfate eterne nell’immaginario della vivace figliola.

    Figliola che insieme a papà Federico godeva della settimana magica, immersa nelle splendide acque egee, per tanto, tanto tempo, e il disegno non mente.

    E infine come le persone più importanti di un racconto, la mitica comandantessa Başak, ritratta è vero ai fornelli, poiché oltre a occuparsi delle faccende squisitamente marinare, ci sfamò tutti quanti per sette giorni, cosa che colpì positivamente Aurora e diciamocelo anche il signor Taaac!

    Ne approfitto quindi per porre i miei più sentiti ringraziamenti alla mia dolce metà, che davvero con determinato stoicismo, riesce a fare l’impossibile e anche di più, gestendo i più disparati compiti in barca, dalla rotorbitale al timone passando per i fornelli.

    I nostri amici e ospiti lo sanno molto bene, e se tornano a trovarci ogni anno è proprio perché percepiscono quanto il binomio Başak e Giampaolo sia indissolubile e forse sinonimo di piacere e passione portati ai massimi livelli (per quello che possiamo, certamente); e non lo dico io ma lo rappresenta egregiamente il disegno di Aurora, che con orgoglio appenderò simbolicamente in quadrato in attesa di riceverlo di persona.

    Grazie Aurora, grazie amici che ci sopportate, vi divertite (speriamo) e ci date una mano ad andare avanti nel nostro sogno, e grazie a Yakamoz che continua a prendersi cura di noi, tutti noi.