Yakamoz è in vendita!

    Yakamoz è in vendita!

    Il momento che ogni marinaio conosce

     

    Ed eccola lì infine, la notizia bomba promessa (anzi una delle tante che verranno).

    Non saprei da che parte iniziare, se da quella romantica e inevitabilmente melanconica, o da quella tecnica.

    Partiamo da quest’ultima va.

    Intanto va detto che la vendita di Yaka è iniziata da qualche anno, come solo alcuni amici intimi sanno, e gli addetti del settore; ma era una vendita tanto per non vendere. Sapete no, quegli annunci di barche messi dall’armatore dietro pressione della moglie? Ecco, simile. In questo caso non c’è un partner a premere, al contrario semmai, ma l’esigenza di qualcosa di diverso.

    Ora dunque che i tempi sono maturi (speriamo), il dado è tratto, il Rubicone si attraversa; e come ogni altra nostra decisione presa, nel corso della vita, è irrevocabile e darà vita all’ennesimo turbinio di cambiamenti, fatti, misfatti e caldarroste da maneggiare con cura.

    La maturità dei tempi dicevo, sta nel fatto che il prezzo di Yakamoz è quello di mercato, forse anche un po’ basso, dato il nostro interesse a far cadere la prima tessera del Domino. Ma cos’è sto Domino? È un progetto molto importante e ambizioso, che al momento non possiamo svelare per ovvi motivi strategici, (e soprattutto scaramantici), legato a un altro obiettivo imminente (da qui a fine anno: sempre dita incrociate) e che coinvolgerà in primis Başak, e… no, davvero non posso aggiungere altro: una bomba alla volta.

    Perché il vostro Ovni 41, il vostro SPLENDIDO e amato Ovni 41, non può essere adatto ai nuovi obiettivi?” chiese il fellone curioso. Perché la prossima barca in alluminio (primo indizio di non poco conto), dovrà avere delle caratteristiche in linea con ciò che sogniamo di fare, per cui un veliero bkjjkjkj, più khjkkjkbl, e magari anche una hlkhlhlhklhkl, e via dicendo.

    Quanto mi piace essere bastardo, lo avrete capito. Ma d’altronde se vi trovaste nei nostri panni, non ci biasimereste e tutt’altro ci comprendereste, approvandoci persino.

    Dunque, al momento abbiamo sfatato il primo ciclo di fiato sospeso, che immagino abbia colto più di qualcuno, preoccupato che ci ritirassimo dalle scene. Ed è anche una grande gioia poter scongiurare tale ultima possibilità, alla faccia di chi ci vuole male.

    Siete sicuri che il nuovo progetto si farà?” sempre la solita vocina curiosa. No, ovviamente, come ogni questione umana, noi proponiamo e progettiamo, mettiamo le basi, organizziamo, poi sarà il fato, la corrente del mare a trasportarci verso il nostro destino. Davvero non abbiamo nessuna certezza, tranne quella del marinaio che si mette in viaggio, con tutta l’esperienza e l’ottimismo possibile. Nulla più.

    Ma quindi quanto è importante la vendita di Yakamoz per dar vita al nuovo sogno?” (inizia a starmi antipatico questo curiosone). Molto, certo, sono dei soldi fondamentali per il rush iniziale o finale. Ma non è imprescindibile se la storia prendesse la giusta piega, visti i tanti fattori in gioco. Altrettanto sicuramente comunque, alla fine, non potremo avere due barche: impossibile e inutile.

    Insomma ci hai detto tutto e non ci hai detto nulla!” Uè ora basta! Scherzi a parte, cari amici, non me ne vogliate, spero di aver scritto abbastanza, e che l’ufficializzazione della vendita di Yakamoz sia già di per sé un fatto eclatante.

    Così veniamo alla parte romantica, se tale si può definire.

    Come ogni marinaio sa, vendere una barca tenuta parecchi anni, specialmente quando come noi, ha costituito il primo amore, è un momento complicato. Yakamoz farà sempre parte della nostra vita, mia e di Başak, e posso affermare con certezza, di quella di molti nostri amici, di cui la chioccia di alluminio si è presa cura quasi ogni stagione.

    E lo rimarrà, nei cuori, in tutti coloro i quali hanno sognato attraverso il libro, che la ritraeva avventurosa, macinatrice di miglia, alle prese con questi due matti, inesperti, ma con tanta voglia di imparare e desiderosi di prendersi cura di lei. Da subito, con affetto genitoriale.

    Ora il cartello ‘For Sale’ è appeso sulla murata, e questo fatto a tratti ci sembra un gesto violento, ingratitudine per chi ci vuole bene (d’altronde ancora non è stata venduta); ma certe cose nella vita non possono passare lungo strade morbide, vellutate e piene di zucchero filato. Alcune decisioni sono dolorose, e questa è una di quelle, punto e basta.

    Man mano che prendeva corpo la nuova malsana idea, abbiamo tentato di vedere in Yakamoz la barca per lo scopo; abbiamo provato sul serio, e i miei appunti, disegni e valutazioni sul cosa e come fare, sono lì a testimoniarlo (se non vi bastasse la parola di Başak). Ma poi ci siamo resi conto che avremmo solo forzato la mano, snaturando una splendida barca nata per dare tanti anni di felicità al nuovo armatore, o ai futuri ‘cambiatori di vita’, chissà.

    Abbiamo ricevuto negli ultimi mesi qualche richiesta, e a ogni contatto la mamma (Başak) piangeva al solo “pensiero della possibilità di separarsene”. Io, al contrario, sono sempre stato più freddo, meno legato alle cose, nonostante alcune di esse non si possano liquidare con tale nome comune. La barca non è una cosa, semplicemente, me ne rendo conto; è il prolungamento di noi stessi su uno dei mondi più belli, inquietanti, pericolosi e avventurosi che esista: il mare. Ecco perché non si può paragonare ad altro. È un essere vivente in qualche modo, che ti protegge, consentendoti di viaggiare, sognare. Ma allo stesso tempo, non può costituire un limite, e l’affetto deve farsi da parte, se nella vita si hanno dei progetti diversi. Qui io faccio la differenza. Come spiegato nel mio primo lavoro, e ripetuto in ogni contesto, social compresi, la barca a vela è un meraviglioso mezzo, ma resta tale, poiché il fine è altro. La vita e la ricerca della felicità sono ciò che contano.

    Per cui, rimandando il requiem e le lacrime a quando venderemo effettivamente Yakamoz, diciamo che oggi voglio sinceramente ringraziare questa splendida barca.

    Grazie a tutto quello che ci hai consentito di vivere, in 11 anni di peripezie, emozioni, sofferenze, ambizioni. E grazie a tutte quelle che ancora ci regalerai, perché questo è un altro dato di fatto. Se rifletto sulle parole spese nel corso degli anni, legate al messaggio di “Si può fare”, non ne trovo molte dedicate a lei, almeno non nel senso che intendo. È quindi un po’ paradossale, assurdo, che oggi, giorno in cui do l’annuncio ufficiale della nostra volontà di separarci da lei, mi ritrovi a riflettere sull’importanza a tutto tondo, di questo guscio d’alluminio. Anche Yaka rientra in quelle cose che diamo per scontate, perché affidabili, presenti, pronte a darti tutto in cambio spesso di nulla; se non quelle attenzioni, talvolta molte è vero, che sono però nulla al confronto di quel momento in cui, vele bianche, un po’ sbandati, seduto sul bordo sopravvento, timone in mano, respiri a fondo, guardi il cielo, l’orizzonte, il mare e vivi la pienezza dello spirito, del tutto. A quel punto, soddisfatto della vita, di quelle sensazioni privilegiate che non molti conoscono, bussi sulla lamiera ricevendone un suono ridondante, la vanitosa conferma, come per dire “questa si che è una barca!”.

    Grazie Yakamoz.

    Başak e Giampaolo

    NB. Spendere parole sullo stato di Yakamoz è superfluo, sia perché “l’oste dirà sempre che il vino è buono”, sia perché Yakamoz è stata sempre manutenuta con serietà, attenzione, competenza e anche qualcosa in più; cose note a chi vi è salito e la conosce. Di conseguenza chi fosse interessato a un sogno, ecco il sito della vendita a lei dedicato.

    Se vuoi approfondire qualche contenuto

    Costi di manutenzione della barca

    Costi di manutenzione della barca

    Stefano chiede lumi sui costi della manutenzione: argomento molto “scottante”

    Risponde Giampaolo

    Ciao Giampaolo ti seguo da un po’ incuriosito, ti ho trovato per caso spulciando dei video sul Dodecanneso.

    Complimenti a te per aver trovato la tua dimensione.

    Ho amici che hanno la barca e tutti mi dicono che la grande spesa è la manutenzione, il rimessaggio e il costo del posto dove lasciarla nei mesi invernali (sia a secco che in acqua) oltre che i vari tagliandi controlli manutenzioni antivegetativa alaggio (da fare cmq ogni anno per applicare antivegetativa) ecc ecc. Per una barca di una dozzina di metri si parla di cifre che vanno dai 6000 ai 10000 euro annui.

    Io ho la moto e so quanto mi costa mantenere il mio Kawasaki, tu che sei un navigatore chiedo a te.

    Ma son davvero questi i prezzi?

    Grazie e ciao!

    Ciao Stefano, tu poni un quesito che è alla base di ogni diatriba nata da quando uscì il mio libro, cioè dal 2013. Ma in realtà ricordo che la storia evergreen sui costi della manutenzione, emerse ben prima e fin dai tempi in cui io, inesperto, muovevo i primi passi nella giungla delle informazioni, salendo a bordo dei pochi forum, all’epoca unica risorsa online da cui apprendere qualcosa.

    E ho la sensazione che parta addirittura prima, in quanto già altri amici un po’ più anziani di me, mi riferiscono di contestazioni avvenute sulle riviste di settore.

    Insomma avrai capito che la questione si sviluppa su basi pericolose e non prive di polemiche, queste inevitabili oggigiorno sui social.

    All’interno di “Si può fare”, spiego come sia possibile vivere in 2 persone, a bordo di una barca di 41’, con 500 euro al mese, tutto compreso. Tu ora esclamerai “TUTTO COMPRESO?”, al che io ti risponderò “si, hai capito bene”.

    Come possibile? Non saprei, ma non penso si tratti di magia né di fortuna, dato che ancora oggi ti ‘convalido’ tali cifre, e sono passati 11 anni.

    Per ottenere il risultato però devi sporcarti le mani, imparare tanto, sbagliare molto, e poi man mano perfezionarti fino a eguagliare un professionista, in ogni ambito che la barca richiede.

    Per le spese straordinarie di solito distribuirne l’incidenza su un arco temporale di almeno 10 anni, è sensato, e anche questo lo posso confermare: dal sartiame, alle vele e via dicendo.

    Nella nuova edizione del mio libro, di prossima uscita, faccio il punto sul ‘dopo’, cioè su cosa è cambiato dal 2008 ad oggi; e tra molte considerazioni, distribuite su più di 30 pagine aggiuntive, parlo anche della manutenzione, riscontrandone l’immutabilità.

    Certo io navigo in Egeo, ho affinato con l’esperienza diverse situazioni, ma insomma dai, non ti sto scrivendo dal Nicaragua!

    Poi ovviamente bisognerebbe vedere il tipo di barca di cui stiamo parlando, lo stato in cui si trovi, e tanti altri dettagli che potrebbero alterare i numeri.

    I conti

    Dunque facciamoli questi conti: se io più o meno riesco a cavarmela con circa 4.000€ l’anno, rimessaggio compreso, che al momento comporta un esborso di 1.800/2.000€ alaggio e varo inclusi, in Turchia (ma in Grecia potrebbe anche costarti meno), quanto vogliamo aumentare detti costi, tenendo conto della regionalità e della filiera nautica più onerosa, ad esempio in Italia?

    Vogliamo fare + 2.000€?

    Eccoci quindi che arriviamo a circa 6.000€ annui. Mi sento di sposare serenamente tale ipotesi, a patto però, lo ripeterò fino alla nausea, di voler provvedere da sé per gran parte dei lavori.

    Tanto per darti un’idea di ciò che intendo: una volta a un amico chiesero 1.800€, in Turchia, per preparare l’opera viva di un 45’ (quindi non portare a gelcot, ma la semplice carteggiata superficiale), e applicare la nuova antivegetativa. Capisci che già questa è una voce che si elimina, tranne per il costo della vernice e di qualche foglio di carta vetrata.

    Altro discorso se pretendi da una barca che debba essere in tiro al 100% ogni anno; e non parlo quindi di buona o ottima manutenzione, ma proprio di “leccare” la barca come i peggiori maniaci: pensa che so, al proprietario di un ‘duetto’ (o a una moto), che ogni domenica gli da la cera, lucida il cruscotto, e se vede un graffietto sulla carrozzeria va di pasta abrasiva, o peggio rifà la vernice perché la sua psiche lo pretende. Mi spiego con un altro esempio inerente alla nautica: se il display della strumentazione elettronica inizia a opacizzarsi (intendo non effetto cataratta eh, bensì semplice invecchiamento dato dal sole e dagli anni), ma funziona ancora egregiamente, non devi cambiarlo solo perché il tuo richiamo maniacale ti sollecita. O peggio, se dopo 10 anni di onorato servizio, ritieni di non poter sopportare l’assenza di ‘upgrade’ (come oggi ci piace dire), invidiando l’elettronica digitale-domotica-failcaffè dei vicini, allora ecco che la cifra sale inevitabilmente.

    Caro Stefano, la barca deve essere vissuta e manutenuta in modo eccellente, in particolare dando priorità alle questioni serie, sicurezza prima di tutto. L’estetica anche è importante perché ci fa sentire bene con noi stessi, e d’altronde stiamo parlando di un oggetto, quale la barca, che in fondo per molti è un grosso giocattolone. Ma quest’ultima ‘mania’ la puoi gestire con calma, pazienza e tempo. La mia elettronica, tanto per rimanere sull’esempio, ritengo abbia circa 25 se non 32 anni; sta iniziando a perdere colpi, anche per via dell’ultima tromba d’aria devastante che ha creato danni a molti, e la sostituirò a breve, grazie soprattutto a un amico nella rivendita di accessori nautici, che me la offrirà a un ottimo prezzo. Ammettiamo che un comune mortale debba spendere circa 1.500€ (oggi abbiamo davvero molte possibilità e alternative di qualità nel settore a prezzi inferiori), è credibile dividere la somma per 15/20 anni = 75€/annui.

    La punta dell’iceberg

    Ma questi aneddoti che ti riporto rappresentano solo la punta dell’iceberg, e si riferiscono a un atteggiamento da tenere (o meno) nei confronti della propria amata; dopodiché ci sarebbe da parlare di un sottobosco enorme, costituito ad esempio dal mercato dell’usato. Perché al momento in cui comunque siamo costretti a metter mano al portafogli per la ricambistica, o un accessorio di cui amiamo dotare la barca, non è che esista solo la filiera ufficiale, nautica, originale e del nuovo! Sai quanti regatanti danarosi cambiano vele come dei “kleenex”? Se sei del settore motoristico, saprai bene quanti accessori rigenerati o di seconda mano semi nuovi potresti trovare, risparmiando molti soldi. Vogliamo parlare dei winch? Mettiti online e vedi cosa esce: un mondo. Sottolineo ulteriormente: non roba da buttar via, ma spesso pezzi affidabili, e talvolta nuovi ma doppioni, oppure fuori serie, eccetera eccetera eccetera. Vuoi un ultimo esempio (ma credimi tra i tanti)? Quando anni fa ho voluto montare il riscaldamento Webasto, la prima cosa che ho fatto è stata quella di confrontare i vari prezzi su ebay, all’epoca un riferimento, e penso ancora oggi lo sia. Lo trovai nuovo, compreso il kit, la cavetteria di installazione, nel reparto automobilistico di ebay.de cioè la “baia tedesca”, dove questi accessori sono molto più diffusi che da noi. Lo stesso modello ma siglato nautico, costava almeno il doppio, forse il triplo: nessuna differenza tra i due modelli. Oggi poi non ne parliamo, poiché per il caso in questione, avresti l’imbarazzo della scelta, tra originale, cinese e russo, a prezzi ridicoli e, sembra, altrettanto affidabili. E così molta elettronica e una montagna di altre cose.

    Insomma Stefano, come si dice dalle mie parti, certamente ti devi ‘smazzare’, perché niente e nessuno verrà a portarti sotto casa le soluzioni facili, convenienti e di qualità. Tutto ciò a patto ti interessi far da te, e abbracciare un mondo splendido come la vela, che comprende molte tipologie di appassionati. Tra queste, parafrasando Platone, “i ricchi, i poveri e… chi va per mare”.

    Ora possono tornarti i conti?

    Al mio via scatenate l’inferno!”

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    Residenza in barca e charter

    Residenza in barca e charter

    Gianluca ha alcuni quesiti importanti tra cui come spostare la residenza in barca e la possibilità di fare charter.

    Risponde Giampaolo

    Ciao Giampaolo, ti chiedo una cosa che probabilmente ti hanno già chiesto in molti. Trovo delle difficoltà per quanto riguarda la residenza in barca, nel tuo libro ci sono delle risposte? Inoltre, è possibile mantenersi esercitando il noleggio occasionale? Sempre secondo il legislatore. Grazie

    Gianluca mi pone questa domanda a cui rispondo volentieri

    Ciao Gianluca, ti rispondo subito che nel mio libro non c’è la risposta al tuo primo quesito, ovvero la residenza in barca.

    Si può fare” parla della nostra scelta di vita, mia e di Başak, affrontando argomenti magari non sempre tecnici, ma forse più profondi per stimolare riflessioni al lettore. Certo mi avrebbe fatto piacere parlare di tutto, ma un libro per quanto ben fatto, obiettivamente non può trattare ogni dettaglio tra i milioni insiti in un passo del genere. Ne approfitto per ricordarti comunque che è in prossima uscita la nuova edizione, per cui ti consiglio di attendere ancora un po’ così da ritrovarti in mano con un libro più completo e arricchito di oltre 30 pagine.

    Veniamo quindi alla tua domanda.

    In realtà la legge italiana dovrebbe garantire la residenza a ogni individuo, ma è vero che poi la questione si scontra contro le autonomie comunali. Ricordo difatti che a Roma, o meglio a Fiumicino, ci avevano creato problemi, e l’unica strada percorribile sarebbe stata quella di dichiararci “senza fissa dimora”, agevolando così le operazioni burocratiche come per qualsiasi ‘clochard’. Ma la cosa non fu comunque possibile, in quanto per ottenere questo “incredibile e ambito” status, devi realmente non aver alcun appoggio, quale un parente, una madre, fratello et similia potenzialmente pronti ad accoglierti, queste le rimostranze degli addetti comunali. Lo so che sembra assurdo, in quanto ci si potrebbe ritrovare si con molti parenti, ma magari non in ottimi rapporti. Ma stai attento, in quanto è solo ostruzione senza alcun valore legale: chiunque ha diritto, in caso di nessun immobile intestato, di accedere allo status di SFD.

    E purtroppo all’epoca il ‘SFD’ era l’unica opzione per bypassare la residenza in barca: così facendo avrebbero deviato la posta e ogni comunicazione ufficiale, o presso l’indirizzo di un conoscente da noi indicato, oppure perso nel vuoto dell’indirizzo virtuale cui ogni comune è tenuto indicare sul documento di identità (molto diffuso Via Modesta Valenti: leggi su internet la storia di questa persona). Ne consegue che nell’ultimo caso, sarebbe tua cura recarti nelle sedi istituzionali ogni tanto, per verificare se c’è qualche comunicazione importante giacente a tuo carico (pensiamo all’Agenzia delle Entrate, piuttosto che altro).

    Ecco perché a costo di armarsi di santa pazienza (e in alcuni casi pronti alle vie legali), in teoria un comune non può rifiutarsi di concederti la residenza in barca, né tanto meno lo status di SDF.

    Tra l’altro la residenza in camper/roulotte è cosa nota e si verifica da anni, non si capisce il motivo per cui effettuare un’eccezione per la barca: è solo e semplice assenza di statistica, tutto qui.

    Parliamo del 2008.

    Ad oggi le cose sono un po’ cambiate, e mentre in quegli anni erano pochi i comuni aperti alla residenza in barca, ora dato anche il diffondersi delle persone che hanno scelto (e continuano a scegliere) di vivere in barca, risulta tutto più facile: basta indicare il posto fisso dove sei in grado di ricevere la corrispondenza, e dove il vigile incaricato verrà a verificare la tua presenza prima del rilascio del certificato. Ciò significa che certamente devi avere un contratto con un marina, o un porto, che ti consente di dimostrare una ‘dimora stabile’, indicando al comune il numero di posto, la banchina e l’indirizzo, che compariranno nel nuovo documento di identità. Dopodiché certamente sarai libero di muoverti come vuoi, in giro per il mondo, così come faresti con un appartamento: in tua assenza il marina ritirerà la posta per te.

    Ma ripeto, potresti sempre trovare l’ostruzione dell’addetto allo sportello, ebbene tu non scoraggiarti e pretendi la residenza in barca. È un tuo diritto.

    E ora la seconda domanda, di cui ne do accenno nel libro.

    La risposta però caro Gianluca è a tratti complicata, e capirai il perché.

    Se partiamo dal presupposto di una vita a basso budget, ogni attività che tu volessi intraprendere, ti consentirebbe di sbarcare il lunario senza grosse difficoltà; dunque anche per quanto riguarda la pratica del charter (ma in realtà immagino che tu intenda il noleggio: mi raccomando facciamo attenzione alla terminologia) otterresti lo stesso risultato, a maggior ragione dato il tetto per il regime forfettario che lo stato italiano consente per il noleggio occasionale: oggettivamente 42 giorni di noleggio non sono pochi, e data l’assenza del limite economico (come invece nella prima normativa), direi che possano uscirne ottime soddisfazioni. Basta farsi due conti: 6 settimane di lavoro con 4 persone a bordo, per circa 500 a settimana/persona, fanno 12.000 euro l’anno, cifra che potrebbe aumentare e non di poco se il canone richiesto fosse più alto; certo va tolta l’imposta del 20%, ma in ogni caso direi che ci si possa accontentare.

    Quindi sulla carta tutto facile e fattibile, ora però passiamo all’effettiva vendita delle settimane.

    Spesso mi trovo a spiegare ai tanti amici che ci prendono come esempio, o che partecipano ai corsi sul cambio vita, quanto puntare al “charter”, possa rivelarsi una grande delusione.

    I motivi sono molteplici.

    Innanzitutto la dimensione della barca: oggi le compagnie di charter impiegano barche recenti, spesso dai 14 metri a salire, ogni cabina un bagno.

    L’aggressività: c’è molta concorrenza, e le compagnie aprono e chiudono, fanno guerra dei prezzi, e soprattutto molta pubblicità, quindi investimenti talvolta importanti.

    Il mercato della locazione: si è ampiamente diffuso, e molti possessori di patente, tendono a sperimentare ‘una settimana da leoni’, insieme a qualche amico o alla famiglia. Le unità da diporto si sono adeguate a tal punto che quasi tutti i cantieri, in particolare i grandi marchi consumer, si rivolgono principalmente alle compagnie di charter: da qui le barche di cui sopra, sempre più larghe, sempre più camper e abitabili.

    Concorrenza: chi ancora opta per trascorrere una settimana serenamente tra le braccia competenti del bravo comandante, tende a scegliere che negli anni è riuscito a costruire una buona reputazione e esperienza.

    Cosa fare? Prenderne atto e regolarsi di conseguenza. Io e Başak, in qualche modo rientriamo nell’ultima casistica, cosa per cui oramai, inutile nasconderlo, in effetti non abbiamo più l’esigenza di ‘cercare i clienti’ ma al contrario, non mi vergogno a scriverlo, a volte dover dire di no, per tutta una serie di motivi, anche di selezione quando riteniamo ci sia incompatibilità con il nostro modo di vivere il mare, e quindi l’offerta di vacanza proposta.

    E proprio perché sono consapevole di essere una mosca bianca, lo faccio presente per evitare che le persone credano alle favole. Il ‘charter’ (il noleggio), è un lavoro duro e richiede o molta pazienza, o aggressività oppure una forte specializzazione, che può prescindere persino dalla dimensione dell’imbarcazione, così come spiego nei corsi.

    Gianluca, concludo dicendoti che comunque sia, tutto “si può fare’, quindi non scoraggiarti, basta credere in quel che vuoi e non sottovalutando la realtà.

    Buon vento e per qualsiasi cosa il Gruppo GAS è qui.

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    Un albero spoglio

    Un albero spoglio

    Oggi abbiamo tolto le vele. La barca è nuda.

    Abbiamo approfittato di una mattina con meno vento (ha fischiato fino a questa notte da giorni), per metter fine all’illusione di poter veleggiare ancora una volta.

    Può sembrare una forzatura ma sul serio un albero di un veliero senza vele, è come un albero senza foglie; perde di senso lo stesso nome. Cosa porta un albero? Chi si ferma ad ammirarne i rami rinsecchiti? Manca la vita, manca l’energia del vento percepito nello stormire delle fronde. Manca l’energia del vento percepito tra le vele.

    A breve aleremo Yakamoz e ci prepareremo ad invernarla (consigli e idee utili li troverete nella guida).

    Il menu prevede come al solito quanto segue:

    – accostati in banchina della vasca d’alaggio, lavaggio circuito raffreddamento motore con acqua dolce

    – nel mentre ci mettono su, io già inizio a pompare fuori l’olio esausto approfittando della maggiore fluidità del calore generato

    – man mano che ci collocano da qualche parte nel cantiere, spero di aver finito l’operazione aspirazione per dedicarmi all’olio invertitore

    – comincio a sentire il battere degli operatori, nel mentre puntellano la barca. Allora esco dalla “sala macchine” e mi faccio portare la scala per scendere a terra.

    – manichetta dell’acqua e cavo elettrico 220v in spalla, inizio i collegamenti: Yakamoz sarà per una settimana almeno, alimentata ‘artificialmente’ dalla rete terrestre

    – Başak nel frattempo ha iniziato a cellofanare tutto il possibile, dall’elettronica alle vettovaglie, a riporre le suppellettili nei sacchi sottovuoto

    Nei giorni a venire si continuerà con:

    – lavaggio vele (una disgrazia), asciugatura e piegatura

    – invernaggio dissalatore

    – ripristino oli vari e filtri zona motore

    – sostituzione girante

    – tagliando fuoribordo

    – lavaggio spryhood, easybag, scotte, drizze, cime

    – pulizia tender

    – varie ed eventuali

    Facciamola breve, perché altrimenti vi annoio, diciamo che dopo questo tour de force che non auguro mai a nessuno, spaioliamo in ogni dove per far respirare la barca, stacchiamo tutto (acqua e corrente), chiudiamo Yakamoz con il cagnaro e buonanotte ai suonatori.

    Bello eh!

    (…)

    E poi?

    Poi voleremo a Istanbul per salutare i genitori di Başak prima di rientrare qualche giorno in Italia, dove ad attenderci ci sarà un bel programma (in pratica il giro d’Italia). E poi via di corsa in Portogallo, oramai nostro paese adottivo, rifugio ideale per la concentrazione a noi necessaria nei mesi successivi.

    Tanti come al solito i progetti che abbiamo per la testa, dalle conseguenti difficili realizzazioni. A tempo debito vi diremo tutto, non vi preoccupate.

    Un’anteprima però ve la posso comunicare: è in forno la nuova edizione di “Si può fare”!

    Si avete letto bene. Dopo 6 anni dalla prima uscita e varie ristampe, è giunto il momento di un ‘refitting’, che non sarà solo estetico, ma conterrà oltre alcune nuove immagini, una copertina differente, un testo fedele all’originale ma corretto nella sintassi, migliorandolo dove possibile e udite udite un capitolo finale in più: ben 30 pagine extra! Farò il punto sul dopo, 11 anni di vita a bordo, 6 anni dall’uscita del libro e quindi una specie di aggiornamento su quello che è avvenuto successivamente.

    E tutto ciò grazie al fatto che dopo tanto lottare (in modo amichevole si intende), sono riuscito a recuperare i diritti del libro dall’editore, che ringrazierò per sempre.

    Dunque “Si può fare – Nuova edizione” beneficerà di tutte le attenzioni che il papà (e la mamma) non aveva potuto dargli prima, per ovvi motivi legati alle tante questioni editoriali (discutibili alcune volte) a cui un autore deve sottostare.

    Sarà insomma la VERA versione, quella definitiva, che rimarrà nella storia, nei secoli, forse anche millenni.

    Invito quindi chi ancora non avesse acquistato la prima edizione, ad attendere; anche perché, fornendo finalmente la risposta tanto agognata da molti, usciranno sia la versione cartacea che quella ebook (Kindle, Epub e PDF).

    Questo è solo un assaggio su cosa stiamo lavorando e fidatevi ne vedrete davvero delle belle.

    Va bene questo post ho paura debba essere esplosivo sul serio: la notizia bomba è che… Nulla, Başak mi ha bloccato le dita, dice che è ho troppa fretta, che è meglio dedicare un articolo ad hoc quando sarà matura la cosa. Mi spiace dovrete pazientare ancora un po’. Il comandante, come ogni uomo e donna sanno, è lei, mai lui. E, aggiungo, mai come in questo caso devo dire che Lei ha ragione, perché il fatto è che 🤬👹☠💀 ahia Başak, va bene va bene sto zitto 🤕

    A presto

    Rimanere in forma con la barca

    Rimanere in forma con la barca

    Che bello vivere in barca!

    Che bello passare tanto tempo a bordo!

    Che bella la barca a vela!

    Che bello…

    Vi riconoscete vero? Riconoscete queste esclamazioni prodotte da chi vi vede come fortunati, coraggiosi, o molto più frequentemente, fancazzisti.

    A nulla varranno le vostre spiegazioni, che vivere in barca non è bello come sembra, che in barca si lavora e anche molto, che essere spesso a contatto con l’imponderabile non è una passeggiata: per i nostri osservatori esterni, saremo sempre dei ‘privilegiati’. E d’altronde in senso lato, se volessimo vederla dall’alto quindi inquadrando tutto e tutti, comprese le persone dalla quotidianità più nota e ripetitiva, la nostra scelta è senz’altro privilegiata. Il come ce la siamo conquistata, con quali fatiche e rischi la portiamo avanti, bé questa è un’altra storia che evidentemente non interessa all’interlocutore, e alla fin fine nemmeno a noi. Né tanto meno dobbiamo esibirci quali vittime di un evento superiore: è una nostra scelta, e le conseguenze le abbiamo accettate, a fronte proprio di una felicità ed emozioni che creano magia in noi stessi e negli altri.

    In tale quadro idilliaco, uno dei problemi dello stanziare a bordo è l’immobilità.

    Perché è vero che sbarchiamo ogni giorno a far la spesa o fare una passeggiata, è vero che se ormeggiati in una qualche banchina compiere 3 passi per sbarcare è facilissimo; dunque sulla carta riappropriarci della terraferma non è operazione complicata, ma purtroppo non basta.

    Gli spazi della barca, grande che sia, sono sempre molto ridotti, e quelli che ci troviamo a compiere non sono movimenti ma micro movimenti. Scendere sotto coperta di solito richiede azioni non tipiche di una scala normale, e la testa anche, a seconda dell’abitabilità interna e della nostra altezza, frequentemente ci fa assumere una postura da ‘gobbo di Notre Dame’.

    E finché è estate il mare è pronto ad accoglierci quando lo vogliamo, così da poter fare un po’ di nuoto; diverso se la passione dell’acqua latita, come molti marinai sanno: in diversi non sanno neanche nuotare, e la voglia di navigare stranamente non comporta automaticamente l’amore per l’immersione. Non parliamo poi di quando l’inverno costringe a stare sotto coperta o la traversata oceanica ci chiede 20 giorni prima di dar fondo.

    Insomma benché siamo pronti a scattare addosso a un winch, o tenerci alla bene e meglio quando sbandati, davvero, lo dico fuori dai denti, la barca non è il migliore ambiente per fare attività fisica.

    E queste limitazioni si rivelano principali nemiche per la forza di volontà, e la pigrizia così si insinua subdolamente con molta facilità.

    Però, visto che la nostra passione è più forte di ogni controindicazione, per fortuna possiamo compensare l’apparente sedentarietà e limitatezza con alcuni esercizi fisici, utilizzando anche attrezzi compatibili con gli spazi ridotti.

    Lo Yoga: molti sono gli esercizi che possono venirci in aiuto, a partire da quelli respiratori.

    L’Antiginnastica: è una disciplina francese entrata di recente anche in Italia. Io l’ho praticata grazie a un’amica esperta, che collabora con noi nelle vacanze “benessere”, e sono riuscito a esercitarmi anche in barca, nonostante non si possano effettuare tutti gli esercizi che sono davvero molti e che normalmente richiedono un ambiente ad hoc.

    Stretching: insieme allo Yoga, e all’Antiginnastica è la migliore soluzione per un ottimo risveglio muscolare, e per mantenere l’elasticità del corpo, oltre che compensare come possibile le cattive posture, spesso inevitabili a bordo e in lunghe navigazioni.

    Si possono comprare vari attrezzi, come:

    – lo stepper, per tenere in forma i muscoli delle gambe: questo modello invece, un po’ più polifunzionale rispetto al classico, l’ho visto in barca di un mio amico, e lo usavano sia lui che la compagna. Mi dicevano di esserne molto soddisfatti, e in effetti ruba poco spazio ed è un buon compromesso rispetto ad attrezzi più sofisticati e ingombranti.

    elastici, per braccia, collo e ogni altro muscolo stimolabile con il loro uso: questi altri elastici particolari, invece potrebbero essere fissati in qualche parte dell’albero, forse con l’ausilio delle cime, e anche se non li ho mai provati mi sembrano un’ottima idea

    piccoli pesi

    – ovviamente un mat o tappetino che riterrete idoneo, per fare esercizi addominali, flessioni, e i suddetti esercizi di allungamento: io uso il classico rollabile, ma devo dire che prossimamente proverò questo a puzzle, componibile quindi salva spazio ma più rigido del rollabile, quindi più facile da fargli digerire le superfici della tuga a volte non sempre sgombre da pungoli vari. La mia idea è quella di, nel caso, rifilare con un buon taglierino i ‘pezzi del puzzle’, e adattare così meglio la zona esercizi a seconda della morfologia della barca.

    se poi aveste soldi a sufficienza, spazio per accogliere 28kg distribuiti su neanche mezzo metro quadro, cioè 82x55x13cm(h), questo tapis roulant pieghevole potrebbe essere qualcosa di speciale e magico sul serio: non essendo a motore elettrico ma magnetico, essendoci plastica e alluminio, mi sembra proprio coincidente con le esigenze di bordo e l’aria salmastra. Mi affascina molto, sul serio, e se dovessi trovargli posto a bordo (e soprattutto i tanti soldi per acquistarlo – da verificare l’usato -), non escludo di farlo mio: come sapete siamo contrari al consumo di oggetti inutili, ma rimanere in forma è fondamentale, e rientra tra le esigenze primarie, cosa per cui non me la sento di mettere la salute a un posto inferiore rispetto a quello di un rollafiocco, ad esempio.

    Quanto sopra sono solo delle idee, e in molti cerchiamo di adattarci come meglio possibile, considerando abitudini personali, di navigazione, di stanzialità e della location (rada, porto, marina); e ovviamente non sostituiranno mai una buona attività fisica in terraferma, o meglio una vita in terraferma, dove potersi muovere senza particolari accorgimenti, ingobbimenti e via dicendo, ma certo, nel caso parlassimo di un individuo che non passi 8 ore al giorno piegato sul computer, o con gli occhi sullo smartphone, o seduto in automobile, o, o, o. Per dire che sono veri i limiti cui la barca ci obbliga, ma se fossimo capaci di ingegniarci nel miglior modo possibile, e soprattutto imporci metodo e frequenza, staremmo più in forma di tante altre persone terrestri sedentarie. E soprattutto più felici, noi privilegiati che possiamo permettercelo…

    (Si accettano consigli)

    Vi presento un Marinaio vero

    Vi presento un Marinaio vero

    Ho riflettuto molto se scrivere o meno quanto segue, ma poi mi è sembrato giusto fare di tutto per trasferire anche agli altri un messaggio di speranza, forse una lezione di vita, che potrebbe dare una mano a chiunque di noi si attorciglia nella quotidianità, spesso addosso a problematiche ridimensionabili e prive di importanza oggettiva.

    Quel ‘fare di tutto’ significa che non sapevo come scrivere di una cosa del genere, senza mettere in imbarazzo l’autore e allo stesso tempo utilizzare le sue parole evitando di scivolare nella sciocca auto referenzialità, in questo caso direi davvero fuori luogo; non so se vi sia riuscito, ma lo scopo meritava ogni rischio, che accetto volentieri.

    Ovviamente Pierangelo mi ha autorizzato a dedicare il presente articolo, al suo commento scritto in chiaro, e anzi gli chiedo scusa pubblicamente per aver atteso sin troppo tempo, ma come detto, alcune cose richiedono sedimentazione, riflessione.

    Il commento in questione risponde alla mia semplice descrizione di momenti che noi velisti proviamo allorquando decidiamo di mollare gli ormeggi, salpare e affidarci al vento, al mare: “E quindi apri le vele. Ho avuto diversi riscontri, squisitamente per il fatto che in molti sono saliti simbolicamente a bordo con me dandomi una mano nella navigazione: chi si è visto all’albero, chi al timone e via dicendo, se vogliamo, sul serio, niente di sorprendente o di nuovo, ma al contempo speciale, come ogni volta apriamo le vele.

    Tra i vari interventi il suo mi ha spiazzato, in quanto sono parole a cui rispondere con intelligenza è complicato, e anzi dopo averlo fatto mi sono sentito uno scemo.

    Il tuo post mi ha profondamente commosso. Sto procedendo nel decorso di una brutta malattia, che non lascia vie di scampo. Quasi tutti in questi casi usano il termine “lottare”, ma io non mi sento un guerriero, né considero la malattia un avversario, peraltro imbattibile. Piuttosto continuo a sentirmi un marinaio, un uomo che nella tempesta, come hai scritto, riduce la velatura e va avanti, planando e cercando, per quel che si può, di evitare la straorza, rispettando, pur temendola, la forza del mare.

    Vorrei infine che sapessi quanto apprezzo il tuo blog che, nonostante le terapie e i ricoveri che da oltre un anno mi impediscono di essere in barca, riesce a farmi ancora sentire l’odore del mare e l’ebbrezza del vento. Grazie di cuore.”

    Vorrei che vi soffermaste un solo minuto a riflettere, pensando alla vostra vita, alle varie faccende considerate incredibilmente importanti e complicate, e rivedeste quindi tali giudizi, o traeste dalle parole appena lette maggior forza e coraggio.

    Signori vi presento un Marinaio vero!

    In molti forse non lo sanno, ma la gente di mare non è quella che vedete vestita di bianco nelle regate di circolo; o quella che nelle banchine reali o virtuali, si atteggia a eroe e dispensatore di certezze. No, il Marinaio con la maiuscola, è un individuo umile, che conosce troppo bene la forza degli elementi per permettersi di fare lo sbruffone, e quindi li rispetta procedendo quando serve, con prudenza, prendendo le misure possibili, umane. Non punta ai record del cazzo. Non si va a sfasciare la testa di proposito, perché drogato di adrenalina, ma semplicemente viaggia, esplora, naviga, con la massima attenzione possibile, consapevole che l’imprevedibile è dietro l’angolo. Non è coraggio, come dice appunto Pierangelo, ma il prezzo da pagare se si vuole intraprendere una vita, una rotta fuori dalla confortevole, e solo apparentemente tranquilla, terraferma. Terra – ferma, non a caso, già solo la parola regala tranquillità; non c’è movimento, siamo fermi, i piedi per terra. Invero, perché è solo un’illusione, la Terra gira, non ce ne rendiamo conto, e noi con lei. La vita ‘si muove’ , le cose succedono, e per quanto proviamo a starcene in un cantuccio, lontani dai problemi, questi ci scovano ovunque noi siamo, perché insiti nell’esistenza dell’essere umano. Lo sappiamo bene, tutti. Dal momento in cui prepariamo progetti, idee, ci poniamo obiettivi, che non sono altro che fonti di successive difficoltà da affrontare, nodi da sciogliere. In teoria sono mete che vorremmo semplicemente raggiungere, senza troppi inconvenienti, ma il nostro inconscio, che ci conosce meglio dell’io razionale, sa bene che abbiamo bisogno di equazioni da risolvere, per sentirci vivi. Per dare un senso al tempo, per verificare le nostre capacità, una volta usate a trarci d’impaccio, per sopravvivere, letteralmente.

    Ecco perché si prende il mare. In un momento in cui l’uomo si è allontanato dalla natura, da se stesso, contornandosi di cose superflue, sprecando la propria unica vita alla ricerca di una felicità materiale e quindi effimera, abbiamo bisogno di tornare tra gli elementi reali, veri, concreti, senza filtri o protezioni.

    Questa palestra, che ci aiuta ad imparare nuovamente a riflettere, a procedere con ritmo biologico e non stupidamente frenetico, si trasforma col tempo in saggezza, anche fatalismo se vogliamo, laddove riconosciamo alla natura un ruolo superiore, accettando la nostra figura microscopica e spazzabile come granelli di polvere dal vento.

    Pierangelo mi ringrazia per il blog e questo certamente mi ha dato e mi darà maggior energia a portare avanti un contenitore che molte volte vivo con difficoltà. C’è davvero parecchio lavoro dietro i contenuti, spesso la quotidianità degli impegni, della semplice vita, mi richiede uno sforzo enorme per essere puntuale e con la miglior qualità possibile. Non è facile, credetemi, e solo il ritorno umano che ne ricevo appaga il mio lavoro. Per cui grazie a te Pierangelo, che nonostante le tue difficoltà contingenti, mi omaggi con tali emozioni. E sono certo, posso ringraziarti anche a nome di tutti i lettori, amici, simpatizzanti, hai regalato una sferzata, una secchiata di acqua salata rigenerante sulle nostre menti addormentate.

    Le vicissitudini a cui un marinaio è abituato, dicevo, insegnano che si può uscire da una burrasca, brutta che sia. Ma è anche consapevole di come un giorno per forza di cose, arriverà il frangente maledetto che lo spazzerà via. È la vita, dove l’esistenza umana è solo un breve passaggio, tra onde perpetue. Dunque caro Pierangelo, tutto questo tu già lo sai, e da bravo Marinaio stai affrontando la tua burrasca come si conviene; per quanto mi riguarda io sarò qui a fornirti il mio infinitesimale contributo, per quel minimo conforto quando sarai sotto coperta, a riscaldarti un po’ : perdona sin d’ora i miei limiti, gli alti e bassi che ti farò sopportare.

    Però voglio dirti un’ultima cosa, stai navigando alla grande, e me l’hai anche confermato recentemente, le nuvole si stanno diradando, le onde attenuano la loro forza, sono certo, ce la farai. Quel frangente che aspetta tutti noi, oggi non verrà, e riprenderai a goderti la tua barca per molti, molti anni ancora.

    Allora adesso stringi i denti, abbi pazienza, mantieni ancora un po’ i terzaroli, fra poco arriverà il momento di mollare tutto, il vento gonfierà di nuovo le vele, e metterai per rotta 090, godendoti la più bella alba che tu abbia mai visto.