Rimanere in forma con la barca

    Rimanere in forma con la barca

    Che bello vivere in barca!

    Che bello passare tanto tempo a bordo!

    Che bella la barca a vela!

    Che bello…

    Vi riconoscete vero? Riconoscete queste esclamazioni prodotte da chi vi vede come fortunati, coraggiosi, o molto più frequentemente, fancazzisti.

    A nulla varranno le vostre spiegazioni, che vivere in barca non è bello come sembra, che in barca si lavora e anche molto, che essere spesso a contatto con l’imponderabile non è una passeggiata: per i nostri osservatori esterni, saremo sempre dei ‘privilegiati’. E d’altronde in senso lato, se volessimo vederla dall’alto quindi inquadrando tutto e tutti, comprese le persone dalla quotidianità più nota e ripetitiva, la nostra scelta è senz’altro privilegiata. Il come ce la siamo conquistata, con quali fatiche e rischi la portiamo avanti, bé questa è un’altra storia che evidentemente non interessa all’interlocutore, e alla fin fine nemmeno a noi. Né tanto meno dobbiamo esibirci quali vittime di un evento superiore: è una nostra scelta, e le conseguenze le abbiamo accettate, a fronte proprio di una felicità e di emozioni che creano magia in noi stessi e gli altri.

    In tale quadro idilliaco, uno dei problemi dello stanziare a bordo è l’immobilità.

    Perché è vero che sbarchiamo ogni giorno a far la spesa o fare una passeggiata, è vero che se ormeggiati in una qualche banchina compiere 3 passi per sbarcare è facilissimo; dunque sulla carta riappropriarci della terraferma non è operazione complicata, ma purtroppo non basta.

    Gli spazi della barca, grande che sia, sono sempre molto ridotti, e quelli che ci troviamo a compiere non sono movimenti ma micro movimenti. Scendere sotto coperta di solito richiede azioni non tipiche di una scala normale, e la testa anche, a seconda dell’abitabilità interna e della nostra altezza, frequentemente ci fa assumere una postura da ‘gobbo di Notre Dame’.

    E finché è estate il mare è pronto ad accoglierci quando lo vogliamo, così da poter fare un po’ di nuoto; diverso se la passione dell’acqua latita, come molti marinai sanno: in diversi non sanno neanche nuotare, e la voglia di navigare stranamente non comporta automaticamente l’amore per l’immersione. Non parliamo poi di quando l’inverno costringe a stare sotto coperta o la traversata oceanica ci chiede 20 giorni prima di dar fondo.

    Insomma benché siamo pronti a scattare addosso a un winch, o tenerci alla bene e meglio quando sbandati, davvero, lo dico fuori dai denti, la barca non è il migliore ambiente per fare attività fisica.

    E queste limitazioni si rivelano principali nemiche per la forza di volontà, e la pigrizia così si insinua subdolamente con molta facilità.

    Però, visto che la nostra passione è più forte di ogni controindicazione, per fortuna possiamo compensare l’apparente sedentarietà e limitatezza con alcuni esercizi fisici, utilizzando anche attrezzi compatibili con gli spazi ridotti.

    Lo Yoga: molti sono gli esercizi che possono venirci in aiuto, a partire da quelli respiratori.

    L’Antiginnastica: è una disciplina francese entrata di recente anche in Italia. Io l’ho praticata grazie a un’amica esperta, che collabora con noi nelle vacanze “benessere”, e sono riuscito a esercitarmi anche in barca, nonostante non si possano effettuare tutti gli esercizi che sono davvero molti e che normalmente richiedono un ambiente ad hoc.

    Stretching: insieme allo Yoga, e all’Antiginnastica è la migliore soluzione per un ottimo risveglio muscolare, e per mantenere l’elasticità del corpo, oltre che compensare come possibile le cattive posture, spesso inevitabili a bordo e in lunghe navigazioni.

    Si possono comprare vari attrezzi, come:

    – lo stepper, per tenere in forma i muscoli delle gambe: questo modello invece, un po’ più polifunzionale rispetto al classico, l’ho visto in barca di un mio amico, e lo usavano sia lui che la compagna. Mi dicevano di esserne molto soddisfatti, e in effetti ruba poco spazio ed è un buon compromesso rispetto ad attrezzi più sofisticati e ingombranti.

    elastici, per braccia, collo e ogni altro muscolo stimolabile con il loro uso: questi altri elastici particolari, invece potrebbero essere fissati in qualche parte dell’albero, anche forse con l’ausilio delle cime, e anche se non li ho mai provati mi sembrano un’ottima idea

    piccoli pesi

    – ovviamente un mat o tappetino che riterrete idoneo, per fare esercizi addominali, flessioni, e i suddetti esercizi di allungamento: io uso il classico rollabile, ma devo dire che prossimamente proverò questo a puzzle, componibile quindi salva spazio ma più rigido del rollabile, quindi più facile da fargli digerire le superfici della tuga a volte non sempre sgombre da pungoli vari. La mia idea è quella di, nel caso, rifilare con un buon taglierino i ‘pezzi del puzzle’, e adattare così meglio la zona esercizi a seconda della morfologia della barca.

    se poi aveste soldi a sufficienza, spazio per accogliere 28kg distribuiti su neanche mezzo metro quadro, cioè 82x55x13cm(h), questo tapis roulant pieghevole potrebbe essere qualcosa di speciale e magico sul serio: non essendo a motore elettrico ma magnetico, essendoci plastica e alluminio, mi sembra proprio coincidente con le esigenze di bordo e l’aria salmastra. Mi affascina molto, sul serio, e se dovessi trovargli posto a bordo (e soprattutto i tanti soldi per acquistarlo – da verificare l’usato -), non escludo di farlo mio: come sapete siamo contrari al consumo di oggetti inutili, ma rimanere in forma è fondamentale, e rientra tra le esigenze primarie, cosa per cui non me la sento di mettere la salute a un posto inferiore ad un rollafiocco, ad esempio.

    Quanto sopra sono solo delle idee, e in molti cerchiamo di adattarci come meglio possibile, considerando abitudini personali, di navigazione, di stanzialità e della location (rada, porto, marina); e ovviamente non sostituiranno mai una buona attività fisica in terraferma, o meglio una vita in terraferma, dove potersi muovere senza particolari accorgimenti, ingobbimenti e via dicendo, ma certo, nel caso parlassimo di un individuo che non passi 8 ore al giorno piegato sul computer, o con gli occhi sullo smartphone, o seduto in automobile, o, o, o. Per dire che sono veri i limiti cui la barca ci obbliga, ma se fossimo capaci di ingegniarci nel miglior modo possibile, e soprattutto imporci metodo e frequenza, staremmo più in forma di tante altre persone terrestri sedentarie. E soprattutto più felici, noi privilegiati che possiamo permettercelo…

    (Si accettano consigli)

    Vi presento un Marinaio vero

    Vi presento un Marinaio vero

    Ho riflettuto molto se scrivere o meno quanto segue, ma poi mi è sembrato giusto fare di tutto per trasferire anche agli altri un messaggio di speranza, forse una lezione di vita, che potrebbe dare una mano a chiunque di noi si attorciglia nella quotidianità, spesso addosso a problematiche ridimensionabili e prive di importanza oggettiva.

    Quel ‘fare di tutto’ significa che non sapevo come scrivere di una cosa del genere, senza mettere in imbarazzo l’autore e allo stesso tempo utilizzare le sue parole evitando di scivolare nella sciocca auto referenzialità, in questo caso direi davvero fuori luogo; non so se vi sia riuscito, ma lo scopo meritava ogni rischio, che accetto volentieri.

    Ovviamente Pierangelo mi ha autorizzato a dedicare il presente articolo, al suo commento scritto in chiaro, e anzi gli chiedo scusa pubblicamente per aver atteso sin troppo tempo, ma come detto, alcune cose richiedono sedimentazione, riflessione.

    Il commento in questione risponde alla mia semplice descrizione di momenti che noi velisti proviamo allorquando decidiamo di mollare gli ormeggi, salpare e affidarci al vento, al mare: “E quindi apri le vele. Ho avuto diversi riscontri, squisitamente per il fatto che in molti sono saliti simbolicamente a bordo con me dandomi una mano nella navigazione: chi si è visto all’albero, chi al timone e via dicendo, se vogliamo, sul serio, niente di sorprendente o di nuovo, ma al contempo speciale, come ogni volta apriamo le vele.

    Tra i vari interventi il suo mi ha spiazzato, in quanto sono parole a cui rispondere con intelligenza è complicato, e anzi dopo averlo fatto mi sono sentito uno scemo.

    Il tuo post mi ha profondamente commosso. Sto procedendo nel decorso di una brutta malattia, che non lascia vie di scampo. Quasi tutti in questi casi usano il termine “lottare”, ma io non mi sento un guerriero, né considero la malattia un avversario, peraltro imbattibile. Piuttosto continuo a sentirmi un marinaio, un uomo che nella tempesta, come hai scritto, riduce la velatura e va avanti, planando e cercando, per quel che si può, di evitare la straorza, rispettando, pur temendola, la forza del mare.

    Vorrei infine che sapessi quanto apprezzo il tuo blog che, nonostante le terapie e i ricoveri che da oltre un anno mi impediscono di essere in barca, riesce a farmi ancora sentire l’odore del mare e l’ebbrezza del vento. Grazie di cuore.”

    Vorrei che vi soffermaste un solo minuto a riflettere, pensando alla vostra vita, alle varie faccende considerate incredibilmente importanti e complicate, e rivedeste quindi tali giudizi, o traeste dalle parole appena lette maggior forza e coraggio.

    Signori vi presento un Marinaio vero!

    In molti forse non lo sanno, ma la gente di mare non è quella che vedete vestita di bianco nelle regate di circolo; o quella che nelle banchine reali o virtuali, si atteggia a eroe e dispensatore di certezze. No, il Marinaio con la maiuscola, è un individuo umile, che conosce troppo bene la forza degli elementi per permettersi di fare lo sbruffone, e quindi li rispetta procedendo quando serve, con prudenza, prendendo le misure possibili, umane. Non punta ai record del cazzo. Non si va a sfasciare la testa di proposito, perché drogato di adrenalina, ma semplicemente viaggia, esplora, naviga, con la massima attenzione possibile, consapevole che l’imprevedibile è dietro l’angolo. Non è coraggio, come dice appunto Pierangelo, ma il prezzo da pagare se si vuole intraprendere una vita, una rotta fuori dalla confortevole, e solo apparentemente tranquilla, terraferma. Terra – ferma, non a caso, già solo la parola regala tranquillità; non c’è movimento, siamo fermi, i piedi per terra. Invero, perché è solo un’illusione, la Terra gira, non ce ne rendiamo conto, e noi con lei. La vita ‘si muove’ , le cose succedono, e per quanto proviamo a starcene in un cantuccio, lontani dai problemi, questi ci scovano ovunque noi siamo, perché insiti nell’esistenza dell’essere umano. Lo sappiamo bene, tutti. Dal momento in cui prepariamo progetti, idee, ci poniamo obiettivi, che non sono altro che fonti di successive difficoltà da affrontare, nodi da sciogliere. In teoria sono mete che vorremmo semplicemente raggiungere, senza troppi inconvenienti, ma il nostro inconscio, che ci conosce meglio dell’io razionale, sa bene che abbiamo bisogno di equazioni da risolvere, per sentirci vivi. Per dare un senso al tempo, per verificare le nostre capacità, una volta usate a trarci d’impaccio, per sopravvivere, letteralmente.

    Ecco perché si prende il mare. In un momento in cui l’uomo si è allontanato dalla natura, da se stesso, contornandosi di cose superflue, sprecando la propria unica vita alla ricerca di una felicità materiale e quindi effimera, abbiamo bisogno di tornare tra gli elementi reali, veri, concreti, senza filtri o protezioni.

    Questa palestra, che ci aiuta ad imparare nuovamente a riflettere, a procedere con ritmo biologico e non stupidamente frenetico, si trasforma col tempo in saggezza, anche fatalismo se vogliamo, laddove riconosciamo alla natura un ruolo superiore, accettando la nostra figura microscopica e spazzabile come granelli di polvere dal vento.

    Pierangelo mi ringrazia per il blog e questo certamente mi ha dato e mi darà maggior energia a portare avanti un contenitore che molte volte vivo con difficoltà. C’è davvero parecchio lavoro dietro i contenuti, spesso la quotidianità degli impegni, della semplice vita, mi richiede uno sforzo enorme per essere puntuale e con la miglior qualità possibile. Non è facile, credetemi, e solo il ritorno umano che ne ricevo appaga il mio lavoro. Per cui grazie a te Pierangelo, che nonostante le tue difficoltà contingenti, mi omaggi con tali emozioni. E sono certo, posso ringraziarti anche a nome di tutti i lettori, amici, simpatizzanti, hai regalato una sferzata, una secchiata di acqua salata rigenerante sulle nostre menti addormentate.

    Le vicissitudini a cui un marinaio è abituato, dicevo, insegnano che si può uscire da una burrasca, brutta che sia. Ma è anche consapevole di come un giorno per forza di cose, arriverà il frangente maledetto che lo spazzerà via. È la vita, dove l’esistenza umana è solo un breve passaggio, tra onde perpetue. Dunque caro Pierangelo, tutto questo tu già lo sai, e da bravo Marinaio stai affrontando la tua burrasca come si conviene; per quanto mi riguarda io sarò qui a fornirti il mio infinitesimale contributo, per quel minimo conforto quando sarai sotto coperta, a riscaldarti un po’ : perdona sin d’ora i miei limiti, gli alti e bassi che ti farò sopportare.

    Però voglio dirti un’ultima cosa, stai navigando alla grande, e me l’hai anche confermato recentemente, le nuvole si stanno diradando, le onde attenuano la loro forza, sono certo, ce la farai. Quel frangente che aspetta tutti noi, oggi non verrà, e riprenderai a goderti la tua barca per molti, molti anni ancora.

    Allora adesso stringi i denti, abbi pazienza, mantieni ancora un po’ i terzaroli, fra poco arriverà il momento di mollare tutto, il vento gonfierà di nuovo le vele, e metterai per rotta 090, godendoti la più bella alba che tu abbia mai visto.

    Io il casco non me lo metto!

    Io il casco non me lo metto!

    Ieri insieme a Başak abbiamo conosciuto un signore turco, molto simpatico, auto costruttore alle prese con la macchina da cucire e il suo tendalino. Non so come si è finiti a parlare di Istanbul, e della sua “evoluzione”. Benché io la ami, e la consideri la città con più energia che io conosca, non posso fare a meno di detestare ciò che negli anni le hanno fatto, (da inizi anni ‘60 lui dice) costruendo all’impazzata e peggio, aderendo agli stili architettonici americani, meglio newyorchesi: grattacieli, grattacieli, grattacieli. Solo il centro storico, quello classico, si salva ancora.

    Ebbene il sig. Tamay, classe ‘41 (quasi 80 anni! Giuro ora che lo scrivo non gliene avrei dati 70), si rammaricava di ciò, e in generale su tutto quello che è avvenuto, non solo in Turchia. “La colpa non è la vostra che siete giovani (…), siamo stati noi ad abboccare, a barattare i nostri valori, la nostra cultura anche architettonica, a favore dell’americanizzazione”. Più allargato, si è discusso sull’innovazione, la tecnologia, che con la promessa di migliorare la qualità della vita, in realtà ha portato con sé, come una valanga, molta massificazione, standardizzazione, e annichilimento.

    Annichilimento che se vogliamo passa anche dalle questioni puramente estetiche. Il gusto, il tempo per poter realizzare un edificio bello e compatibile con il circostante, così come un’automobile, o una barca, mal si coniugano con gli schemi e la promessa illusoria del ‘tutto per tutti’. È la solita storia, il progresso e l’innovazione, che travolgono tutto, nel bene, che oramai non riesco più tanto a vedere, e nel male. Io sostengo che ci si dovrebbe fermare un po’, magari a riflettere, e ripartire con una marcia in meno, ma maggior qualità. Argomenti questi che non posso affrontare in un articolo e più che mai in questo, ma mi piaceva come cappello.

    Lo dico subito: Luna Rossa non mi ha fatto nulla, e rispetto coloro i quali ammirano, apprezzano l’attuale America’s Cup e le sue astronavi.

    Fatta la dovuta premessa e sperando quindi di poter parlare serenamente, magari perché no stimolando un piccolo dibattito, eccomi a esprimere tra i tanti la mia opinione.

    Viene definita e non a torto la Formula 1 del mare. E da qui i vari raffronti, comprese le classiche frasi “sono dei laboratori per studiare e sperimentare soluzioni tecnologiche da portare poi nel mondo consumer”. Bene, anzi male. Perché come molti di voi sanno, io non è che sia molto a favore del consumo, o meglio dell’iper consumo; dunque ‘sperimentare’ con il fine di sfornare l’ennesimo nuovo giocattolo a vantaggio del cummenda dal portafoglio pieno, mi disturba non poco.

    Ma vabbè, questa è una storia vecchia, e ognuno continuerà a portare avanti le proprie battaglie.

    Vorrei però concentrarmi sul paragone in sé con la Formula 1 e le varie speculazioni dialettiche.

    In teoria grazie alle F1 si è arrivati a macchine più leggere, telai incredibilmente performanti in rapporto resistenza-peso, sicurezza, motori più… tutto più insomma, in una logica di quotidianità.

    Il conseguente ritorno per la FIAT 500 del signor Mario, potrebbe effettivamente essere vantaggioso: tecnologia nuova, minori consumi, miglior efficienza, minor inquinamento.

    Inoltre la Ferrari e altri team, laddove al di là dei nomi esotici conta il motore, investono nella competizione per avere un ritorno di immagine e economico diretto nell’automobilismo: vince la Ferrari, si vendono le fuoriserie ai privati; vince la Benetton con motore Renault (si vede che sono preistorico) si vendono più Renault ai vari signori Bianchi e Rossi.

    E qui mi fermo con il settore automobilistico, perché l’ipocrisia del discorso fatica a starsene dietro la porta: magari il giorno in cui le F1 andranno a solare o a aria, allora si che si stapperà la bottiglia.

    Ma aggiungo anche un’altra considerazione, fatta da chi seguiva la F1 sin da bambino, soffrendo come un cane alla morte del mitico Villeneuve, decretandone al contempo la fine di una passione vera e propria: le automobili, dal punto di vista squisitamente estetico sono cambiate in 20 anni, ma non poi così molto. Anche la potenza e le velocità massime, non è che siano aumentate in modo spropositato.

    Ecco una foto per capire meglio.

    D’accordo la differenza tecnologica sarà abissale, ma insomma dai, 4 erano e sono le ruote, 1 il motore era ed è, e purtroppo ancora a energia fossile, alettoni, minigonne eccetera saranno state modificate, migliorate e via dicendo, ma come diceva l’oste della fraschetta di Ariccia “È sempre ‘o stesso mangiare”.

    Ora vediamo in 20 anni come si è evoluta l’America’s Cup.

    Ecco direi che il paragone è inquietante. Mentre nel 1999 nessuno gridava alla pazzia, e tutti più o meno erano d’accordo sul fatto che le barche regatassero, e via complimenti al manico del ‘Cayard’ di turno, oggi una punta di imbarazzo emerge, indubbiamente. Regatano sempre, ma su cosa? Quando tra i commenti dei diretti interessati, ad esempio, spunta una frase del tipo “l’elettronica farà la differenza”, mi viene da rispondere “Ma davvero? E che c’azzecca con la barca a vela, il manico, il vento, il mare?”. Immagino Straulino cosa ne avrebbe pensato. In molti poi rimangono estasiati dalla bellezza di Luna Rossa AC75: qui non posso dir nulla, i gusti son gusti, e i miei sono più legati a linee un po’ meno avveniristiche, mettiamola così.

    Il ritorno commerciale. Prada e Emirates puntano alla mera (e becera) pubblicità: uno venderà più vestiti ai fighetti che amano buttare i soldi (si odiatemi), gli altri venderanno più voli, ai soliti fighetti che non si macchieranno mai con Ryanair (in un certo senso fanno bene eh 😀 ).

    Ma nessuno venderà una barca da loro prodotta. Semplicemente perché non ne producono.

    E dato che a differenza delle F1 dove molti sono gli sponsor di settore, qui non ce n’è nessuno, il ritorno nella nautica non riesco a vederlo, neanche indirettamente, sinceramente.

    Ma soprattutto delle loro idee, innovazioni, cosa rimarrà al comune mortale? Intendo al velista della domenica, al navigatore in generale, per non parlare del liveaboard?

    Davvero crediamo che andremo in giro con i foil? Già le barche “plananti”, quelle a forma di triangolo, che ‘fuggono il maltempo’, non mi sembra siano appannaggio del ‘dott. Tersili’, ma bensì di atleti, performer, o equipaggi che amano divertirsi a surfare. Ne conosco pochi di viaggiatori di lungo corso, magari solitari, che si divertono a girare il mondo a 16 nodi. Altrettanto ne conosco nessuno che mi racconti quanto sia bello farsi una bolinata con trinchetta e 30 nodi sul muso, con tali unità ‘divertenti’.

    Ma loro fuggono il maltempo”. Si certo, difatti in mare a nessuno capita un’avaria, seria o meno, ma tale da fermare il giocattolo: in quel caso chi va a dire al maltempo di attendere un attimo che ‘ora ho problemi’. Quelle barche come lo reggono il mare in tal caso? Si mettono alla cappa?

    Ma alla Vendée…Alla Volvo… Alla bim bum bam”. Si certo, va bene, ma guarda caso spesso sono barche dotate di paratie stagne, uscite di sicurezza in caso di ribaltamento, tutta un’elettronica che neanche alla NASA, eccetera.

    Se per favore mi indicate un modello di barca ‘consumer’ con tali accortezze ve ne sarei immensamente grato.

    Questi qui volano a 60 nodi”. Bello, difatti hanno il casco e bicipiti, io ahimè non ho così tanti muscoli e il casco, grazie magari un’altra volta.

    Cioè voglio dire, ammesso e non concesso io con una Lamborghini o una Ferrari, non sono costretto ad andare a 380kmh, e tra l’altro non potrei neanche per legge, tranne rivolgermi a un circuito.

    Comunque posso limitarmi a fare lo sborone e qualche sgasata per far sbavare qualcuno e la donzella di turno.

    Con un ‘natan-velivolo’ sullo stile Luna Rossa AC75 alias ‘Guerra dei mondi’, ammesso la producano in serie, che faccio me ne sto alla fonda per farmi vedere? Per entrare in porto chiedo 3 posti barca per “qualche problema di pescaggio in lungo e in largo”? O per divertirmici dovrò aspettare altri 5 amici avventurosi alla ricerca di adrenalina? (Già oggi devo pregare il vicino di banchina a farsi un giro sul mio normalissimo ‘Sun Odissey’).

    Qualcuno esordirà dicendo che troveranno il modo di fare dei foil mezzi-foil (già esistono), retrattili come le derive mobili eccetera. D’accordo dai, ma resta il fatto che io quando mi sposto e faccio il check delle cose che porto con me in giro, ne esco sempre sconfitto con 1 tonnellata extra a galleggiare.

    Motivo per cui ho difficoltà anche a digerire i semplici catamarani, dovendo tener conto degli equilibri (ma questa è un’altra storia).

    Sarà uno spettacolo divertente da vedere? Non ho alcun dubbio (…) e spero presto di assistere a tali competizioni a botte di 60 nodi. Ma non venitemi a dire che fra 10 anni ce ne andremo in giro tutti felici a volare a 2 metri dall’acqua, con una mano sulle draglie, una sul timone, gambe distese, godendoci il mare, la brezza (30 nodi), in pieno relax come facciamo oggi.

    E se mai dovesse avvenire auspico almeno l’istituzione di un vigile marino a gestire i vari bolidi e le relative precedenze.

    E poi io il casco, in mare, non me lo metterò mai!

    La mia cassetta degli attrezzi

    La mia cassetta degli attrezzi

    Accingendoci ad alare Yakamoz, inizio il ripasso delle cose da fare per l’invernaggio, (ecco la mia guida) e insieme verifico se ho tutto, pezzi di ricambio come filtri e giranti acquistati già da un anno, piuttosto che gli utensili necessari a sistemare quel problema lì…

    Immagino che in molti si rivedano nelle mie parole, in particolare quando si apre la ‘cassetta attrezzi di bordo’, con la speranza che non manchi nulla, ma proprio nulla.

    Perché se la barca è molto recente possiamo effettivamente ipotizzare una cassetta ‘leggera’: diciamo che per circa 10 anni avrete da metter poco le mani, quindi il solito set di cacciaviti, qualche kit di chiavi spaccate, un martello, una pinza, un coltello multifunzione da vela, e un tester sempre utile special modo se scafo in alluminio. Fine, più o meno.

    La musica cambia se il naviglio inizia a passare i 15 anni. E se si vuol provvedere da sé ad ogni richiesta della bastarda (è un continuo rapporto di amore e odio, sappiatelo), la cassetta in realtà diventerà una mera espressione simbolica, una metafora per rappresentare tutti i gavoni della barca, trasformati nel magazzino del negozio di ferramenta più fornito che abbiate mai visto.

    Perché la guarnizione dell’oblò inizierà a perdere e allora servirà il Sika (silicone specifico per nautica), poi qualcosa potrà scollarsi ed ecco la pistola per colla calda con relative cartucce; poi vorrai rinnovare la finta pelle, e via rotoli di tessuto e sparapunte meccanica e elettrica. Dopo un po’ ti sentirai “Il Signore degli anelli” per quanti se ne rompono, e via di trapano, punte a profusione, battiperno, pappagalli, chiavi a brugola, chiavi inglesi, misure maggiori, pezzi di legno, plexiglas vecchi (hai sostituito tutti i vetri e gli oblò), barattoli di vernice, primer, tute da lavoro, taniche di olio, gasolio vecchio in avanzo per pulire i winch, ricambi per i winch, winch di scorta acquistati d’occasione come spare parts, frullino, magari 2 perché uno sta per rompersi (lo senti, lo senti che sta lì lì), rotorbitale, carte abrasive di ogni grana in fogli tradizionali e formati specifici per gli utensili di prima, cacciaviti speciali, recupera oggetti a pinza e magnetici per tutto ciò che cade nei misteriosi pozzi inghiottenti della barca (funzionano e utilissimi), filettatrici, filiere, kit scalpelli per legno (comprato dal cinese un giorno che ti sentivi “scultore-ebanista-maestro d’ascia”: tornati comunque utili anch’essi), frese di ogni tipo, fustellatrici a martello per tessuti e per legno, fustellatrici per trapano, utensile Multimaster e suoi accessori, Dremel e suoi accessori, due tester perché uno più serio, cicalini per verifica dispersioni, led stesso motivo, cavi elettrici a sufficienza per un’altra barca (hai appena cambiato il cablaggio dell’albero, che fai butti cavi tutto sommato ancora buoni?), rivetti a profusione di ogni forgia, due rivettatrici (una è più seria dell’altra che avevi nello scantinato dello zio), tagliasartie d’emergenza, cacciavitini, bulloni e dadi a profusione (non rimarrò più senza quella misura: puntualmente però mancherà sempre un’altra), viti per ogni gusto e stagione, cartucce di silicone mezze usate (potrebbe tornarmi utile: poi quando serve scopri che è secca da anni), guarnizioni liquide (quelle rosse per il motore e non solo), oring come se piovesse compresi quelli speciali per il pistone del timone, pezzi di tubature flessibili per acqua dolce, tubature specifiche per circuito impianto idraulico deriva e timone e relativi raccordi smontabili, pinza per faston e faston vari, forbici da elettricista (due, una è più seria dell’altra), nastri di ogni tipo e colore (americano, carta, elettrico, alluminio, butilico, scotch da pacchi, ripara vele, colorato modanature, quest’altro invece non so a cosa serva, boh), chiavi a tubo, chiavi snodate per arrivare lì dove non puoi, trapano a manovella (si quello di mastro Geppetto), dischetti sverniciatori per flex, punte per molare e sverniciare da trapano, saldatore elettrico, a gas, lampadine di ricambio, cerniere varie, ricambi motore fuoribordo e motore barca, alternatore di riserva, pompa sentina di riserva, giranti, estrattore elica, morse da falegname, morsettina tradizionale da banco, taglierini (minimo 3, si rompono e uno è di quelli seri), pezzi di teflon in fogli di vari spessori, terminali per i cavi elettrici, kit sartie d’emergenza, chilate di grilli, grilletti, perni, forcelle, forchette, bozzelli, bozzellini (erano in offerta di seconda mano quasi regalati), spine, coppiglie, strozzacavi, morsetti, moschettoni, anelli, cavallotti piatti e tondi, strisce di butile, latte di acetone, tiner, wd40 e simili, false maglie, lime (3 tipi), pennelli, rulli, portarulli, raschietti di varie dimensioni e materiali, pezzi avanzati di tubo inox, d’alluminio, impregnante per legno, vernice ad acqua per legno, ricambi pompa wc, pompa wc vecchia per ricambi (una volta pulita a modino può tornar utile), punte per estrarre viti inchiodate o spanate, utensile a percussione per viti bloccate, eccetera, eccetera, eccetera.

    La lista è interminabile davvero, e per quanta roba vi riempirete, puntualmente in quel preciso, topico istante, mancherà sempre qualcosa: non è la legge di Murphy, ma la legge del Marinaio.

    Quindi meglio non avere nulla? No, la responsabilità ti impone alcuni passi da compiere a priori, fino all’estrema ratio, o sogno per molti maniaci tra cui me, di realizzare la mitica cabina officina con tanto di banco da lavoro, morsa, piccolo tornietto e trapano a colonna (slurp); ah dimenticavo, e la macchina da cucire che fa tanto navigatore da lunghe rotte.

    L’alternativa come indicato all’inizio è acquistare una barca molto recente, il che non garantisce a priori assenza di guai ad onor del vero. Solo che spesso e non solo per questioni economiche, il veliero del viaggiatore-liveaboard non coincide precisamente con i modelli newage, e ci si trova a rimestare in gusci ben più solidi, collaudati e probabilmente già dotati di ampia officina grazie all’amore dei precedenti armatori. Se un altro prima di noi si è smenato per anni venendo a contatto con le peculiarità dell’imbarcazione, può essere intelligente approfittarne a patto di accettare le regole del gioco appena citate.

    Soddisfatti? Bene, buon divertimento.

    “L’invernaggio” è alle porte

    “L’invernaggio” è alle porte

    Inesorabile, l’autunno è arrivato, e se prima ne avevo dato incredibile notizia già di 1 settembre, seguendo le stagioni meteorologiche, ora non ci sono scuse, il 21 settembre è lapidario e sancisce la fine dell’estate, senza appelli e ricorsi in cassazione.

    In effetti è già da 15 giorni almeno che il sole se ne va fin troppo presto, lasciandoci all’ombra prima dell’accettabile, e obbligandoci (sigh) a indossare la tuta: brrr, che brutte parole.

    Non voglio ripetermi, ma se qualcuno mi chiedesse se preferisco l’estate torrida al settembre tiepido, non esiterei tifando per quest’ultimo. Meno gente in giro, charter in forte diminuzione, più liveaboard che riprendono i loro ritmi, avendo bypassato scientificamente luglio e agosto: molti amici approfittano di questi mesi per eseguire i lavori sulle barche, poiché i marina o i cantieri sono pressoché vuoti, mi riferisco allo spazio a terra.

    Quindi se da una parte la stagione è romantica, easy, dall’altra oggettivamente porta con sé le ‘foglie gialle’, quelle che riempiono di colore i boschi e gli alberi ma che poi… cadono, incutendo tristezza.

    È il momento degli arrivederci, e in alcuni casi degli addii.

    Dopo una giornata (ieri) di vento sostenuto, che ci ha visti dar fondo a Bozburun città, dove il fango ha accolto la nostra brava àncora, stamattina prima di colazione ci siamo spostati nella rada chiamata “Maldive”: ogni spiegazione sul nome è superflua. Volevamo fare una delle ultime nuotate in questo vero e proprio paradiso, in vista della partenza. Difatti verso le 11:30, aspettando gli scampoli di Meltemi ancora in forze, eravamo pronti a salpare alla volta di Marmaris. Quando con il suo inconfondibile ‘pot, pot, pot’, rumore, anzi suono del motore raffreddato ad aria tipico delle barche da pesca, si avvicina il signor Mehmet: non ce l’aspettavamo in quanto siamo abbastanza distanti dalle sue tratte. Sapeva che saremmo partiti e lui ha avuto piacere a venire a salutarci: Mehmet è un dolce nonnino di 72 anni, parlo di 72 primavere vissute non negli agi a cui siamo abituati, ma trascorse in mare, sotto il sole e il da fare che incrudisce la pelle e il carattere, ma non il cuore. All’opposto.

    Dedé (nonno in turco) arma il gozzetto “Kalafatci dede”, che, anche i meno portati per le lingue immagino intuiranno il significato, vuol dire “nonno calafatore”. Infatti lui d’estate se ne va in giro per le baie, barca per barca, a vendere le uova, i pomodori del suo orto e, qui la punta di diamante, il ‘bazlamà’. Credetemi, mai mangiato pane così buono, impastato dalla moglie con lievito madre la sera prima, e cotto il mattino all’alba con il forno a legna: chi ha provato sa di cosa stia parlando (morbido, buonissimo, farcito con semi di sesamo e sesamo nero). Divino. Se vi dicessi il prezzo non ci credereste: 10 lire turche, che al cambio attuale, fanno circa 1,5€: in Italia credo che neanche al supermercato si riuscirebbe a comprare un pane decente, figuriamoci questa delizia portata in barca, impensabile.

    Dedé ci dice che anche per lui oggi è l’ultimo giorno di lavoro (questo lavoro), le barche sono drasticamente diminuite, lui lo sa, ogni anno è la stessa canzone, così che lui però può dedicarsi al lavoro di calafataggio: lo attendono ben 2 caicchi di 25 metri.

    Lo ringraziamo per tutto, per le sue gentilezze (a volte ha voluto la nostra immondizia, evitandoci di salpare per tale motivo) e per la sua dolcezza. Un po’ di commozione da entrambi è inevitabile, lui strombazza dal barchino a mo’ di saluto ufficiale da marinaio, e noi gli lanciamo un bacio.

    Si salpa, ci attende la rada di Serçe, altro approdo da sogno. Il vento ci consente di spegnere il motore quasi subito, mettiamo alla vela e via, immersi nel profondo. Salutiamo i posti, anche quelli che intravediamo a 12 miglia di distanza, scapoliamo il faro che separa il mare di Symi (chiamiamolo così) dal canale di Rodi e inaspettatamente incrociamo Mustafa insieme alla moglie Kevser e il suo Samadi: tutti quanti ci sbracciamo, ma non possiamo far altro in quanto le rotte incombono e sono opposte; scattiamo qualche fotto reciprocamente, promettendoci di sentirci al telefono. “Ciaooooo”, un ciao che sappiamo poter essere un addio: Mustafa, ha 73 anni, e dopo quasi 30 anni vissuti in mare (chi li ha conosciuti attraverso il mio primo libro sa di chi parlo) è stanco, forse più la moglie, e ha messo in vendita la sua casa galleggiante, sperando di poter iniziare una nuova vita a terra dedicandosi a suoi hobby (musica classica in vinile e quel che vorrà); sa che una volta dismessa la casacca da marinaio, difficilmente vorrà vedere barche, forse a tratti il mare: non per odio, tutt’altro, ma per tristezza, ne soffrirebbe troppo. Anche l’idea di trascorrere qualche giorno insieme ai suoi amici che rimarranno ancora armatori, non lo attrae, sa che non sarebbe la stessa cosa, e io lo capisco benissimo. Ma confido nel tempo, che cura ogni ferita e magari trasforma le nostre percezioni e intenzioni iniziali.

    Per noi sono una coppia di zii, che hanno costituito un riferimento per anni, e anche se nulla dura per sempre, constatarlo ogni volta continua a far male.

    Così come 3 settimane prima abbiamo salutato Renato e Ivana, con il solito arrivederci, ma anche loro hanno deciso di vendere “My dream”: 75 anni per lui e tanto mare vissuto che richiede un prezzo non più pagabile, specialmente quando si hanno delle valide alternative.

    Insomma la vita come le stagioni, ci passiamo tutti, ma a volte non è un bel vedere. Viva Peter Pan.

    E finalmente atterriamo a Serçe, diamo fondo, portiamo cime a terra, e Başak non vuole più uscire dall’acqua; fanno ancora 27° lì dentro, semplicemente fantastico. C’è un altro motivo per cui non vuole rientrare, 3 tartarughe nuotano tranquille nel mentre Başak le osserva a 1 metro di distanza. Allora mi tuffo anche io con la GoPro, ed eccole lì. Ne aspetto una, la più grande, attendo che finisca di mangiare sul fondo e poi, come per magia, davvero nuotiamo insieme, io scendo in apnea e risalgo con lei a non più di mezzo metro, non voglio allungare la mano perché so che non gradirebbe ma probabilmente la potrei toccare. Voi fatevi bastare la foto.

    Che dire, c’è un po’ di tutto in questi giorni, le tinte sono meno forti, più color pastello e variegati, ed è molto bello, nonostante quel briciolo di malinconia che serve all’essere umano per fare i conti con se stesso.

    Nei prossimi giorni ci dedicheremo alla preparazione delle operazioni di invernaggio di Yakamoz: e al proposito sono felice di constatare quanto sia gradita la mia guida, ci ho messo impegno e quel che so sul rimessare in secco la barca. Anzi ne approfitto per darvi un altro consiglio.

    Dato che come sanno tutti i serbatoi del gasolio vanno lasciati pieni, per evitare il formarsi della condensa e anche una maggiore facilità di proliferazione batterica, in caso si disponesse di due tank separati (come nel mio caso), potremmo procedere ‘a metà’. Preso atto che vanno puliti ogni tanto e farlo contemporaneamente può costituire un problema per via del trasferimento del gasolio in apposite taniche (immaginiamo 200 lt a dir poco), faremo l’operazione in due fasi distinte: un anno uno e un anno l’altro. Quindi arrivare in marina con non più di metà gasolio, aprire il tappo di uno dei due serbatoi, travasare il contenuto nell’altro tramite pompetta elettrica (‘cinese’ va benissimo), fino a riempirlo; aspirare il resto con altri metodi (pompetta manuale, spugne ecc.: tanto ne rimarrà poco) e quindi adoperarsi a pulire, prima con giornali, stracci vecchi e poi acetone fino a farlo brillare. Io quest’anno mi comporterò così anche per sostituire il trasduttore del sensore serbatoio.

    Bene, come vedete già siamo in modalità invernaggio, e non mi piace proprio per nulla, anche perché quest’anno (come il precedente) aleremo prima del solito, tanti impegni terrestri ci attendono (ma sempre inerenti il mare), per cui davvero non la stiamo prendendo bene.

    Dovremo consolarci nuotando tra le tartarughe ancora per un po’ senza farne un dramma 😀 .

    Alla prossima e se serve noi siamo qui!