Meglio tardi che mai

    Meglio tardi che mai

    Cambiammo vita, a 36 anni io e 32 Başak, cosa nota. Anzi, la verità è che tutto iniziò prima, gettammo le basi quando io ne avevo 33 e lei quindi 29, in una sola parola giovanissimi.

    Felici e contenti ci proiettammo verso la nuova esistenza, promettente gioie, avventure e tante nuove amicizie speciali di chi come noi, ricevendone invece un deciso manrovescio!

    Ne scrissi nel primo libro, ci sentivamo come la “particella di sodio di una famosa pubblicità: c’è nessuuunooo?”.

    Si lungo la rotta costruimmo dei rapporti invidiabili, ma più con ragazzi alle prese con i loro anni sabbatici, piuttosto che con persone con le quali scoprimmo dopo, di non aver molto da condividere; la maggior parte erano anziani, pensionati dediti a godersi la loro terza età in umido.

    Sarei disonesto se affermassi che la cosa non ci turbò, e anzi ci rattristò proprio, obbligando a porci delle domande scomode, tra le quali “abbiamo sbagliato qualcosa?”. “Ma Moitessier, i suoi amici di viaggio, eccetera, dove sono finiti? Chi ha mentito a chi?”. E via di questo passo. La realtà è che erano i tempi ad essere cambiati, quella parentesi onirica degli hippy conclusasi definitivamente, e i giovani non più in grado di contestare o rischiare, barattandosi con l’ultimo smartphone o anelando il sogno americano da realizzare, pur se più somigliante alle stelle e strisce raccontate da Alberto Sordi. Non la voglio far facile, mi rendo conto che l’esercizio di ‘tutta un’erba un fascio’ è una cosa brutta, tuttavia e andando per statistica, i fatti parlano chiaro; semplicemente perché le nuove generazioni sono state indotte verso la ben nota comfort zone, utile al consumo di prodotti a termine, o spinte al raggiungimento di un benessere effimero, inventato appunto da chi ha ben modellato l’attuale era. Molto più difficile dunque mollare gli ormeggi, rendersi conto della realtà e di quanto siano false le prospettive di una terra promessa irraggiungibile, e comunque inutile.

    E di anno in anno vagammo per i fatti nostri, coltivando comunque la speranza di felici incontri. Le primavere passano, man mano il messaggio di Si può fare prende forma, si modella in altre sfumature, fino alla nascita dell’attuale piattaforma; le persone vengono a bordo, sempre più numerose e desiderose di imparare un cambiamento possibile. Lavoriamo molto dunque sulla diffusione dei contenuti e del conseguente messaggio, perché avevamo compreso quanto fosse urgente fornire un’alternativa di vita a chi, in fondo, la desidera ardentemente ma troppo spesso ha paura.

    Il tempo si dice è galantuomo, e difatti dopo tanta semina arrivano i primi risultati. Oggi contiamo diversi figliocci, alle prese con i loro progetti ben meditati e altrettanto decisi. Ho 47 anni. Ed ho capito, ho avvertito sulla mia pelle il salto generazionale, il buco di cui si parla spesso quando si guarda al futuro incerto di tanti ragazzi, domani adulti. Non è un caso che proprio negli ultimi tempi le nostre amicizie si arricchiscono di coetanei e, soprattutto, di cambiatori di vita o prossimi a…

    In pratica noi eravamo nel fiore dei 30 anni e ben consapevoli di cosa non volessimo più fare, nel mentre qualcuno terminava l’università (un po’ in ritardo magari) e qualcun altro abbracciava a piene mani la presunta carriera, sperando in quel qualcosa che evidentemente poi non è arrivato.

    Ci sta quindi, in una società del genere avremmo dovuto mettere in preventivo questo buco, che lentamente e per fortuna va riempiendosi.

    Pure sotto il profilo puramente propedeutico, il tempo ha segnato i passi necessari alla maturazione di noi stessi e dei contenuti da diffondere, la mano da tendere. Nel frattempo le amicizie anche con i fratelli e sorelle maggiori si sono consolidate, parlo di gente che nonostante sia prossima alla pensione, in questi anni ha potuto sognare insieme a noi, attraverso noi, stimandoci per come siamo, quello che loro considerano coraggio, e pronti a seguirci dappertutto: davvero siamo molto fortunati, la nostra famiglia si è allargata a dismisura, ritrovandoci diverse sorelle, qualche papi e mami adottivi e fratello maggiore su cui fare affidamento: una sensazione che personalmente non riesco a decodificare, ma a cui do un valore inestimabile. E a coronamento di un vecchio sogno ecco arrivare i coetanei. Qualcuno ha già spiccato il volo, e pertanto i contatti sono a distanza ma frequenti. Con altri è nata una profonda amicizia, ci frequentiamo periodicamente e tale è la comunione di intenti che cazzeggiando al nostro solito, ci si ritrova a pensare persino alla vecchiaia, da progettare rigorosamente insieme, prendendoci cura uno dell’altro, magari a bordo di una barca capiente o in una qualche meta esotica, ma più terrena. E così chissà si sfaterà anche lo spauracchio dell’assenza dei figli, quelli che secondo la diffusa illusoria convinzione, sarebbero deputati a tenerci compagnia nei giorni in cui ci accingeremo al grande salto.

    Da pochi giorni abbiamo sbarcato Paolo e Paola, il classico esempio di cui parlo. Sono impiegati, hanno una buona posizione e soddisfazioni economiche. Lei è distante dalla pensione, lui forse un po’ meno, ma comunque a 50 anni ti fai domande, special modo quando dipendi dagli umori legislativi di un paese che sembra voler far lavorare le persone finché respirano.

    Hanno la passione per il camper e per i viaggi in generale, e ogni qualvolta possono, tolgono il piede dal freno e se ne vanno in qualche parte del mondo, ma sempre con la logica dell’assorbimento, non del safarista, del giapponese in visita a Roma, Firenze e Venezia in 3 giorni. Paolo legge il mio primo libro 5 anni fa, e la mitica goccia inizia a fare la differenza insieme ad altre, riempiendo un vaso già colmo. Vengono a bordo in quanto il desiderio di libertà passa anche attraverso una barca. Si diranno montagne di parole, che spero torneranno utili a una maggior chiarezza nelle loro vite.

    Una cosa è certa, almeno per noi, che Yakamoz e la cornice della costa turca hanno giocato per l’ennesima volta un ruolo determinante, affinché qualcosa di buono accadesse.

    La settimana difatti si rivela molto gradevole e gradita, durante la quale abbiamo condiviso tanti bei momenti e soprattutto messe sul piatto le reciproche sensibilità, addirittura scoprendo quanto alcuni aspetti famigliari fossero incredibilmente comuni, e oserei dire con conseguenti, inevitabili, destini. Alla fine della vacanza non so dire se mai li rivedremo a bordo o se il loro futuro si tradurrà ad essere vicini di rada, fatto dipendente ovvio dai sogni che ognuno di noi vuole seguire; di sicuro io e Başak abbiamo respirato aria buona, toccato con mano desideri, coraggio per combattere la paura di rinunciare forse alla pensione (quale?), voglia dunque di strapparsi una nuova vita ora non domani, e sani principi su cui basare obiettivi raggiungibili, coincidenti con la nostra tanto auspicata decrescita, il che non guasta.

    Ma al di là di tutto, la sensazione più bella è quella di veder finalmente realizzato il nostro di sogno: il gruppo si allarga, le ali si spiegano, e nuovi amici ci accompagnano in quello splendido viaggio chiamato libertà.

    La barca a vela vista da un bambino

    La barca a vela vista da un bambino

    Scartabellando nel computer per sistemare alcuni file, mi imbatto in questo regalo risalente allo scorso anno: Aurora è l’autrice e artista di cotanta perla.

    Non posso fare a meno di guardarla con attenzione, poiché nei mesi finita tra le tante cose importanti che mi ero promesso di sistemare e, come nel caso in questione, dedicarvi un articolo.

    Si perché Aurora come tutti i bambini è riuscita a cogliere il succo della sua vacanza, fornendo l’interpretazione più schietta che mai potesse avere un adulto.

    Vediamo il disegno.

    Il sole è presente, e d’altronde in Egeo ad agosto l’argomento non viene messo in discussione; la nuvola a destra non so cosa sia, ma non ricordo di averne viste, prendiamola come licenza poetica dell’artista.

    E veniamo a Yakamoz, la protagonista assoluta: bellissima! Cioè io vedo attraverso gli occhi di Aurora il suo castello incantato, composto da tanti componenti tra cui alcuni per lei senz’altro più incisivi.

    Difatti a poppa l’immancabile scaletta, ritratta come un piccolo ponte levatoio, che ci consente di porre un collegamento tra noi e il mondo, in questo caso salato.

    Poi appena sopra il rollbar, disegnato di un color marrone che sembrerebbe materializzarlo in legno: probabilmente ancora oggi non sa a cosa possa servire, dato che non v’è traccia dei pannelli fotovoltaici in sommità e di altri accessori, ma deve aver caratterizzato i suoi pensieri, forse ha costituito un appoggio sicuro durante le navigazioni, e non solo per lei… fatto sta che eccolo là, lui e non altri.

    Andiamo a prua dove l’albero fa bella mostra di sé, con la sua randa aperta anche se al contrario, ma possiamo vederla come un’apertura a farfalla dai. Sotto vento potrebbe percepirsi un piccolo fiocco, pur se frutto forse di un errore iniziale, che però ci prendiamo e teniamo stretto senza colpo ferire.

    Prima di accingerci sotto coperta ecco lo strumento di comando, la ruota del timone (almeno penso), riportata come una palla blu.

    Scendiamo grazie alla comoda scaletta e troviamo la cucina, subito seguita a poppavia, come ordine di importanza, dalla cabina di Aurora, compreso il suo letto rialzato, con sopra non saprei cosa, ma glielo chiederò, un giorno, chissà.

    La catena poi è una meraviglia, sembra una stella filante di carnevale che magicamente ci tiene fermi in qualche modo misterioso, accanto a una stella marina.

    Ovviamente non c’è traccia delle altre cabine, del bagno e del quadrato, in quanto zone per lei poco importanti.

    E ora i componenti l’equipaggio.

    Lo scrivente Giampaolo, in testa d’albero a scrutare l’orizzonte: devo dire che mi emoziona molto e mi inorgoglisce vedermi come un marinaio avvenente e atleticamente capace di balzare a 15 metri a mo’ di Tarzan. E la fantasia della bimba non mente, evidentemente nonostante non abbia fatto nulla di speciale, tanto meno passeggiare sulle crocette, ero per lei qualcuno di super, per giunta dotato di capelli (notare la marcatura della testa…).

    Ma scendiamo sul ponte, anzi in pozzetto, ed ecco Rita e Riccardo, messi lì lei con capelli fedeli alla realtà (realtà aumentata, anzi da aumentare meglio), con il sorriso, perché in effetti si divertì parecchio, e Riccardo ritratto anonimamente benché con una capigliatura invidiabile (noterete nelle mie parole un filo di invidia) e la bocca aperta; effettivamente il simpatico amico ci intrattenne parecchio con i suoi racconti, in particolar modo prestò molta attenzione ad Aurora, con una saggezza e un savoir faire unici, allorquando lei, ad esempio, improvvisava barzellette interminabili e dai risvolti incerti. Rimarrà per sempre nei nostri ricordi come il signor Taaaaac!

    A poppavia, appoggiata al rollbar (per non dire svenuta), la mamma Enrica: il commento-nuvoletta di Aurora è un lapidario ZZZZZZZZZ. Difatti la povera Enrica si trovò pressoché tutta la vacanza in stato comatoso, per via del mal di mare, il che la obbligò a ronfate eterne nell’immaginario della vivace figliola.

    Figliola che insieme a papà Federico godeva della settimana magica, immersa nelle splendide acque egee, per tanto, tanto tempo, e il disegno non mente.

    E infine come le persone più importanti di un racconto, la mitica comandantessa Başak, ritratta è vero ai fornelli, poiché oltre a occuparsi delle faccende squisitamente marinare, ci sfamò tutti quanti per sette giorni, cosa che colpì positivamente Aurora e diciamocelo anche il signor Taaac!

    Ne approfitto quindi per porre i miei più sentiti ringraziamenti alla mia dolce metà, che davvero con determinato stoicismo, riesce a fare l’impossibile e anche di più, gestendo i più disparati compiti in barca, dalla rotorbitale al timone passando per i fornelli.

    I nostri amici e ospiti lo sanno molto bene, e se tornano a trovarci ogni anno è proprio perché percepiscono quanto il binomio Başak e Giampaolo sia indissolubile e forse sinonimo di piacere e passione portati ai massimi livelli (per quello che possiamo, certamente); e non lo dico io ma lo rappresenta egregiamente il disegno di Aurora, che con orgoglio appenderò simbolicamente in quadrato in attesa di riceverlo di persona.

    Grazie Aurora, grazie amici che ci sopportate, vi divertite (speriamo) e ci date una mano ad andare avanti nel nostro sogno, e grazie a Yakamoz che continua a prendersi cura di noi, tutti noi.

    Litighiamo come tutti

    Litighiamo come tutti

    Ma non litigate mai in barca?

    Questa è una domanda ricorrente e finalmente ora ho l’occasione di rispondere con sincerità.

    Si! E dirò di più, che nel nostro caso, mio e di Başak, è ancora più complicato gestire i litigi, in quanto gli spazi sono ridotti, e le circostanze ne impediscono molte volte il normale svolgimento. Mi riferisco ad esempio a quando ospitiamo persone, situazione nella quale anche un semplice attrito, opinione discordante et similia, devono essere rimandati, con relativo ‘accumulo’. Cerco di essere più chiaro possibile: quando magari liberi di interagire senza occhi e orecchie indiscrete, possiamo dar sfogo e compimento al litigio, il rischio è quello di accendere un fiammifero in una polveriera, cioè molto, ma molto pericoloso.

    La barca si sa, può unire o separare per sempre grandi amicizie e grandi amori, cosa per cui il fatto che siamo riusciti finora a non scoppiare, non significa che siamo liberi dal pericolo, anzi.

    Forse l’esser stati capaci di gestire questi imprevisti delicati, l’aver avuto a che fare molto spesso, anche nella vita ante scelta, con il pubblico, ci ha aiutati a sviluppare un maggior self control; allo stesso tempo viviamo alla giornata cercando di far tesoro delle esperienze, trasformandole in saggezza. Basterà? Solo il tempo potrà dirlo.

    Questo per dire che siamo esseri umani normalissimi, non abbiamo super poteri e soffriamo come tutti di momenti bui e, come spiegato, alcune volte con grandi difficoltà pratiche per addivenire a una luce.

    La foto che vedete però è uno dei classici momenti che compongono la nostra vita, il che rappresenta probabilmente la soluzione, l’aiuto, l’obbligo a trasformare quella che a tratti è una vera e propria prigione, in opportunità di crescita. Il mare, il vento, navigare attraverso gli elementi, sono lati della stessa medaglia ma dal peso specifico notevole, e che si posizionano sul piatto della bilancia, proprio per contrastare e soppesare l’oggetto della discussione. Non possiamo fuggire da noi stessi, e tranne l’opzione di gettare l’altro fuori bordo, resta la comprensione e la giusta misurazione dell’impasse. Non sto qui a dire se sia un bene o un male, sinceramente, ma è quello che abbiamo.

    Allora perché pubblicate sempre immagini di felicità, di sorrisi, amici e una vita meravigliosa?” Eh, qui è un altro paio di maniche, ma non mi tiro indietro, e chi ci conosce sa quanto spesso abbiamo dato dimostrazione di onestà intellettuale, a costo di rinunciare apertamente a glorie e allori per altri importanti; di conseguenza avanti a testa alta, nulla da nascondere neanche stavolta.

    Se noi vogliamo portare avanti il nostro umile messaggio, e se vogliamo stimolare delle riflessioni sulle alternative di vita, non ci resta che mostrare ciò per cui potrebbe valer la pena decidere in tal senso. E badate bene che non c’è pianificazione, programmazione scientifica nei nostri articoli, post, video eccetera, noi non fingiamo, non creiamo scenette ad hoc, nessun fotografo professionista a lavorare sui nostri scatti, nessun “mulino bianco” da ostentare, o costanti raptus ridens a 32 denti; nessuna immagine provocante o, peggio a mio giudizio, far leva su intenerimenti facili e altre strategie che personalmente non condivido, moralmente parlando. Noi siamo ciò che siamo, e se continuate a seguirci sempre in maggior numero, costantemente, da anni, evidentemente riusciamo a farvi arrivare questa genuinità: la finzione, l’inganno, lo puoi giocare qualche volta, dopodiché le persone non sono sciocche e ben presto si accorgono della verità, il re si denuda e alla lunga fine dei giochi.

    Inoltre alcune volte dobbiamo cercare di unire l’utile al dilettevole, anzi invertirei l’adagio, il dilettevole (portare un messaggio) con l’utile (lavorare e produrre il nostro sostentamento). E questo avviene tramite varie forme come ben spiegato nella pagina “Come fare”: spiegazione-dichiarazione, scritta per un patto di chiarezza e onestà nei confronti di chi ci vuole bene, ci stima e crede in noi.

    Cogliamo al volo le occasioni lungo la rotta quando si presentano, e se vogliamo è una sorta di coerenza con la nostra scelta di vita, cioè vivere frugalmente, morigeratamente, regolando le vele a seconda del vento.

    In pratica si cerca di sbarcare il lunario vendendo libri, guide, portando la gente a spasso ogni tanto, effettuo test per alcune ditte come Osculati, Lizard, e chiunque abbia piacere in uno scambio equo, e via così. È curioso che diversi marchi amino vederci come testimonial, noi che crediamo nella decrescita e auspichiamo un cambio di rotta economica basata su meno iper produzione e di conseguenza minor iper consumo. Evidentemente ne percepiscono un valore aggiunto, spontaneo e che alla fine porta vantaggi reciproci: a loro una buona immagine, a noi la possibilità di andare avanti e far arrivare a sempre più persone possibili il nostro messaggio. Apparentemente può sembrare una contraddizione, ma in realtà non lo è, né più né meno dei compromessi a cui è costretto il “Dalai Lama” di turno, quando prende gli aerei o riceve donazioni: la sua parola è di gran lunga più importante di una sciocca ricerca di coerenza, tanto cara e starnazzata dai detrattori dell’ultima ora, sempre impegnati a remar contro nel loro mare di malignità. Per provare a cambiare il sistema, devi starne dentro anche se marginalmente: essere presenti in Matrix necessita, sono la consapevolezza e gli scopi a fare l’enorme differenza.

    Così noi, con tutte le dovute distanze del caso: ci mancherebbe che volessimo lontanamente paragonarci all’illuminato monaco tibetano!

    Facciamo semplicemente quel che possiamo, senza peli sulla lingua e come sapete senza misteri.

    Pertanto non traete conclusioni sbagliate, se vedete in qualche nostra immagine un riferimento pubblicitario o qualche link che potrebbe generare per noi un incasso infinitesimale, perché come detto nessuno ci regala soldi senza far nulla, e a noi quel poco per vivere serve e dobbiamo produrlo in ogni modo possibile. Oltretutto come sapete, ci servono per portare avanti le azioni di solidarietà a cui teniamo, pur se ovviamente il nostro apporto può risultare di poco conto (ahinoi questo possiamo permetterci), ma confidiamo anche nelle opere degli altri, fondamentali per Susanna e per il Fondo “Si può fare”.

    Non smetteremo mai di ringraziarvi abbastanza per la vostra stima; continuate a seguirci come avete fatto finora, con entusiasmo e consapevolezza che quello che vedete e vi arriva siamo noi, senza finzione alcuna.

    Başak e Giampaolo

    Ancora e ancora Egeo!

    Ancora e ancora Egeo!

    In questi giorni in quasi tutta Europa, Italia in particolare, il meteo si è espresso chiaro e inconfondibile: una schifezza.

    Ma che dico, ancora peggio, per dirla alla napoletana ‘na chiavica. Amici “rintanati” in qualche anfratto per fuggire al maltempo, burrasche, venti oltre i 50 nodi e chi più ne ha ne metta. Da quando frequento l’Egeo, le condimeteo italiane specialmente d’estate, stanno peggiorando, anno dopo anno, riducendo la bella stagione a una fruibilità godereccia di circa 2 settimane.

    Il cambiamento climatico è una certezza, e credo ormai sia sotto gli occhi di tutti; non entro nel merito delle cause perché ognuno ha adeguata intelligenza e mezzi, per addivenire a una personale conclusione. La cosa su cui certamente non si può discutere è però il fatto che, per l’appunto, non è normale trovarsi con la neve a Maggio (e non ogni morte di papa), e estate torrida alternata da groppi temporaleschi, depressioni e ritmi più consoni ai climi tropicali che mediterranei. Lo scorso anno si è coniata addirittura la parola Medicane, per dare una connotazione precisa ai fenomeni simil uragano che si stanno verificando con sempre maggior frequenza nel Mare Nostrum.

    Come molti di voi sanno ci piace ospitare a bordo amici vecchi e nuovi, e guarda caso, molti dei nuovi diventano vecchi, perché una volta assaggiato questo mare, l’Egeo, difficilmente possono tornare ai lidi nostrani. L’Italia è bella non scherziamo, le isole splendide, le cornici anche, ma qui, cari amici, perdonatemi la franchezza, è tutta un’altra cosa.

    Mi diverte ad esempio rispondere alle domande di alcuni in procinto di tuffarsi dalla spiaggetta di poppa di Yakamoz, “ma posso tuffarmi?”, io “in che senso?”, “cioè non ci sono meduse?”, “… ma mi faccia il piacere!”. Solo per fare un esempio sulle differenze.

    Ponza, meduse. Sicilia, Eolie, meduse. Puglia, meduse. Persino in Sardegna mi riferiscono di meduse e via dicendo. Ora, se io per farmi un bagno, che è IL gesto alla base del diporto estivo, devo avere una persona che mi indichi dalla barca la zona dove poter nuotare indisturbato, sinceramente la ritengo una fortissima limitazione.

    Potrei parlare delle temperature in acqua, dove qui da noi in alcuni golfi, in giugno misuro 31°: aria secca, a volte l’igrometro segna 14% (anche 12) di umidità; dover riporre i teli da mare dentro la barca, di notte, per non trovarli bagnati il mattino è un ricordo lontano, a quando navigavamo in Tirreno.

    Ma per dirla in termini velici, il vento, il Meltemi. Basterebbe nominarlo per in alcuni incutere timore, tanto da decretare l’Egeo come la palestra dei velisti, ma in realtà è quella costante tipo Alisei, che consente un’invidiabile programmazione di viaggio, per molti inimmaginabile.

    Dopo il quadro paradisiaco, la nota dolente. Le cose stanno cambiando anche qui.

    Inutile negarlo, la stagione inizia a seconda degli umori, gli orari anche, e dunque quella affidabilità presente fino a pochi anni fa, non è più tale. Di conseguenza dobbiamo rimodellarci e adeguarci come tutti, ma sarei falso se dicessi che è un problema insormontabile, rispetto al disastro che sta avvenendo in Tirreno, Adriatico eccetera. Non so fino a quanto ancora durerà questo vero e proprio paradiso, il cerchio indubbiamente si sta stringendo, ma proprio per ciò, quando mi si pone la classica domanda “non pensi di tornare in Italia?”, rispondo senza l’ombra del pur minimo dubbio “Mai e poi mai!”.

    L’Egeo sa essere molto duro e i venti da uragano hanno sempre soffiato, tant’è che il nostro record misurato è stato di 72 e passa nodi gestiti all’àncora, (in altri anni il minimo sindacale è dai 50 nodi in su), però queste sfuriate avvengono fuori stagione (primi di Ottobre), come giusto che sia, e basta essere preparati cercando il giusto approdo e il corretto ancoraggio, (o la navigazione attenta) per venirne a capo.

    Questa mia è un canto, una poesia, una lettera d’amore al mare più bello non so se del mondo, ma certamente del Mediterraneo, e non voglio destare invidia a chi legge; anche perché credetemi non abbiamo bisogno di anatemi, ma al contrario è un invito a chi davvero ama la vela e il mare, a godere forse gli ultimi anni di Nirvana, prima che anche qui tutto finisca. E lo dico contro i miei egoistici interessi.

    Nei nostri programmi futuri difatti, una volta stanchi o stufi di vedere ciò che non c’è più, ci sarà probabilmente un “diporto freddo”, coordinate differenti, forse l’Islanda, non saprei, ma di certo porteremo sempre dentro il cuore il ricordo di anni vissuti in paradiso.

    Grazie Egeo

    Per tutti gli altri, non perdete tempo

    Odio parlare inglese!

    Odio parlare inglese!

    Girare il mondo è una gran bella cosa, ed è innegabile che la lingua inglese diffusa in tutto il pianeta abbia esteso la sua valenza di intesa commerciale, a quella puramente turistica. Se vuoi fare affari con il mondo devi conoscere l’inglese, se vuoi studiare a 360 gradi devi conoscere l’inglese, se vuoi fare una vacanza all’estero devi conoscere l’inglese (a meno che non ti infili in qualche triste resort), se vuoi viaggiare…

    Ecco, qui secondo me dovremmo iniziare a prenderne le distanze. Il viaggio ha sempre riscosso un fascino legato alla scoperta. Scoperta di nuove civiltà, l’esplorazione di nuovi habitat e via dicendo. È questo che ha fatto sognare l’uomo, ciò che lo ha spinto ad osare, a varcare le colonne d’Ercole o oltrepassare la muraglia cinese.

    Recentemente stavo rileggendo uno splendido libro in cui Darwin descrive i popoli scoperti, le interazioni, i costumi, trasportandomi magicamente in quell’epoca di sorprese; uno degli aspetti che più mi incuriosisce è la comunicazione, i tentativi di comprensione e lo sforzo di apprendimento dell’esploratore.

    Se togliamo al viaggio l’autenticità dei posti, cosa rimane oggi in questa maledetta/benedetta epoca turbo-temporale, dove ogni cosa viene fagocitata e inglobata negli stupidi format, anelati dal turbo-turista?

    E l’autenticità passa anche dallo sforzo di chi mette piede in terra straniera, nell’imparare almeno qualche vocabolo del popolo cui si fa visita. Non solo è una questione di rispetto, come dire il minimo sindacale saper dire un “ciao” nella lingua straniera, ma diventa lo strumento principe per aprire porte inaspettate.

    Purtroppo oramai quando viaggiamo persino fuori dagli schemi mentali del turbo-turista, senza rendercene conto, cerchiamo immediatamente qualcuno che parli inglese; come se fosse un obbligo e quando assente, una mancanza, o peggio sintomo di arretratezza. Spesso poi lo pretendiamo in posti in cui il turismo straniero è poco presente, o dalla signora del negozietto che vende frutta e verdura. Ripeto, non ce ne rendiamo conto, perché volente o nolente abbiamo metabolizzato l’inglese come passepartout imprescindibile. Il punto altro è che poi ci è difficile di voltarci indietro, e chiederci se nelle stesse circostanze o luoghi del nostro paese, la ‘signora’ sarebbe in grado di interagire in inglese. Difatti a conferma di ciò, vari amici stranieri quando sono venuti in Italia (e non parlo ovviamente dei siti nei centri storici adibiti a industrie turistiche), si sono trovati in difficoltà a trovare chi parlasse inglese.

    Stessa cosa è capitata a me quando lavorai un mese in Francia, e stavo nella costa mediterranea, Hyeres vicino Toulon: o francese o nulla, e fortuna volle fosse la lingua che più amai studiare a scuola (ora è un amore finito). Spesso sverniamo in Portogallo, stesso copione. Grecia: le isole non fanno testo, quasi tutte divenute organizzazioni turistiche, in cui molti ristoranti e negozi sono gestiti da ateniesi che di inverno chiudono e tornano in continente, o emigranti che dopo anni in Australia et similia, tornano al paese natio rilevando l’attività di famiglia; d’altronde basta interagire nell’hinterland continentale (o delle stesse isole) per avvalorare quanto vado dicendo; come da poco risposto a un’amica, di isole dove nella panetteria sul fronte del porto, entri e se chiedi del “bread” ricevi un verso interrogativo, ne sono rimaste forse 2, e scusatemi se me le custodisco gelosamente.

    Insomma quando viaggiamo ci armiamo del ‘nostro’ inglese (anche su questo dovrei aprire molte parentesi), e ci aspettiamo la vita facile, un po’ come, più o meno inconsapevolmente, gli americani, inglesi e tutti gli altri paesi anglofoni hanno, per loro fortuna.

    Ma noi, a differenza loro, sappiamo quanto è difficile imparare una lingua, e quanto ci dia fastidio spesso interagire con un perfetto ignorante, la cui unica capacità è essere ‘born in the USA’.

    E sappiamo quanto uno straniero che non si sforzi di imparare l’italiano, ad esempio, si perda delle sfumature di una ricchezza inestimabile. Ripeto di frequente a Başak che è stata fortunata ad imparare una delle lingue più difficili del mondo, l’italiano appunto, in quanto ha avuto modo di assaporare infinite sfumature locali, passando per dei capolavori cinematografici o musicali, che il resto del mondo ignorerà per sempre. Come se oggi lei fosse in grado di vedere un “Colosseo” invisibile a molti.

    Ma va bene, non vado oltre perché l’argomento si allungherebbe portandomi fuori dal seminato.

    Il mio appello quindi si rivolge non ai turbo-turisti, che oramai sono anime perse, alle prese con una vita complessa, e come dire intrisa di ben altri problemi, io mi rivolgo a chi come noi ha scelto di diventare ricchi: ricchi di tempo. Quando visitate un posto nuovo, cercate di limitare l’uso dell’inglese, e sforzatevi di imparare un po’ della lingua locale, ne guadagnerete tantissimo fidatevi; potrete scoprire cose nuove, intensificare il gusto dell’esplorazione leggendo da soli un cartello ad esempio, e dando un senso a quelle parole o esclamazioni, che molte volte sono le chiavi di accesso a una nuova cultura. Fatelo, mi ringrazierete. Anche voi nomadi digitali, (in effetti in qualche maniera lo siamo anche noi), che vivete liberi in giro per il mondo, facendo sognare le nuove generazioni, integratevi, dato che risiedete mesi, a volte anni in un posto, non peccate di ignoranza.

    E un consiglio anche ai turbo-turisti perché no, (nautici compresi): imparatele 4 cazzo di parole quando vi muovete, non dico aprire Wikipedia e studiare un po’ di storia del paese che state per visitare, ma almeno un “ciao”, per dindirindina!

    Per finire “I have a dream”, di svegliarmi un giorno in cui tutti noi figli di un dio minore, ci siamo messi d’accordo rifiutandoci di ‘agevolare con orgoglio’, la vita degli arroganti ammmerricani, inglesi e francesi (perché tanto sono sempre loro): “vieni a casa mia? Imparane la lingua.”, “vuoi parlare con me in una terra straniera a tutti e due? Sforziamoci almeno di dirci “ciao” o “buongiorno” nella lingua locale”!

    Ah come mi divertirei a vedere le facce ebeti, quando davanti un “Hi friend!”, ricevono “Che dici?”… “Den katalavaíno?”… “Ne diyorsun?” ecc. Purtroppo resterà un sogno utopistico, e anzi a breve Google & friends ci forniranno gli strumenti tecnologici per dialogare con estrema facilità, senza neanche il bisogno di imparare più neanche l’inglese (piccola conquista), agevolando la vita di tutti, permettendoci di girare il mondo senza remora alcuna, in linea con ciò che sta avvenendo negli ultimi decenni, impoverendoci culturalmente e umanamente. Aloha.

    ps. Io grazie al mio sciocco modo di pensare mi destreggio con 5 lingue, italiano (poco), inglese (male-detto), francese (l’amour che fu), turco (evet, ma non bene), greco (oki, giusto qualche decina di vocaboli), portoghese (mais ou menos, per intendere, anche al telefono). Di certo non sono un genio, forse ho un po’ di orecchio, ma soprattutto tempo e buona volontà, anzi semplice curiosità.