14 regali per un armatore

14 regali per un armatore

I 14 regali di Natale che faranno felice l’armatore

Siamo quasi a Natale e come spesso accade non abbiamo idea di cosa regalare alle persone care, special modo se parliamo di appassionati di nautica e mare in generale.

Premesso che secondo il mio parere il mercato dell’usato può celare molte belle sorprese, a patto certo di avere tempo per selezionare, visionare e acquistare gli articoli desiderati, vi do 14 consigli (che non siano libri) per un regalo di sicuro piacere per un velista. In molti casi si tratta di articoli simpatici ma che mantengono un’utilità preziosa, quindi indipendentemente dal prezzo d’acquisto: difatti sono tutti sotto i 20€! 

Prossimamente un’altra lista relativa ai libri, e una gradita sorpresa.

Buon divertimento

Numero 1)

Il braccialetto kit di sopravvivenza: lo trovo molto simpatico, ed è un braccialetto fatto di corda da paracadute che al momento utile si può sbrogliare per una trazione fino a 140kg. Inoltre nel moschettone è incorporato un fischietto. Particolarmente indicato per le escursioni (sempre presenti anche nella vita del diportista/liveaboard), ha un suo perché a bordo.

Numero 2)

La bussola di emergenza. Un classico, in questo caso oggetto molto carino e visibile anche di notte.

 

Numero 3)

Cappio elastico per serravele ecc. Assolutamente da avere a bordo e non sono mai abbastanza. Consiglio tutte e 3 le versioni. Quella con il gancio in plastica. Quella con il martelletto. E quella classica qui sotto

Numero 4)

Il kit per realizzare delle corde elastiche con ganci in plastica. Anche questo è un articolo che trova ampia applicazione a bordo, e il poter personalizzare le misure è un aspetto fondamentale. Il gancio in plastica è migliore rispetto ai classici in ferro, per ovvie ragioni di corrosione e sicurezza

Numero 5)

Guaine termorestringenti. Chi si diletta con l’impianto elettrico della barca, per i soliti mila motivi, spesso ha tutto tranne le guaine termorestringenti. Ecco un regalo intelligente e ‘sofisticato’ che riceverà il plauso dell’armatore

Numero 6)

Fischietto di emergeneza e sopravvivenza. Si tratta di un modello molto robusto e efficace grazie ai suoi 150db

Numero 7)

Galloccia in nylon, varie misure. Indispensabili a bordo, special modo da applicare sotto coperta per assicurare oggetti, i libri nella libreria e ogni altro utilizzo che possa venirvi in mente. Consiglio di acquistarne almeno 2 (scegliete voi le dimensioni) per gestire meglio il sagolino di sicurezza

Numero 8)

Il cordino per lo stop del fuoribordo. Si può perdere, si può consumare dal sole (il rivestimento è in plastica), e quante volte avrete pensato “e come farei senza?”. Si, potremmo trovare qualcosa per tamponare l’emergenza, ma averne uno di ricambio a bordo non è una cosa di poco conto

 

Numero 9)

Diario di bordo in stile ‘pirate’. Articolo molto carino e inutile dirlo, da avere sempre a bordo

 

Numero 10)

Segnacatena. Utilissimi e mai abbastanza, in quanto ogni tanto se ne perde uno. Informatevi prima della misura della catena dell’armatore a cui volete fare questo di sicuro gradito regalo

Numero 11)

Borsa impermeabile. Fondamentale, special modo per chi fa rada e sbarca a mezzo tender

Numero 12)

Custodia impermeabile e regolabile per il motore fuoribordo. Ottima soluzione per limitarne l’usura della vernice dovuta al sole a all’acqua di mare che sale a bordo

Numero 13)

Bandiera italiana. Nelle due dimensioni: una più grande come bandiera della barca (per chi batte bandiera italiana), sia più piccola come bandiera di cortesia o equipaggio. Tutti gli armatori vi ringrazieranno, in quanto ogni stagione se ne consuma una!

Numero 14)

L’ultimo, anche se più costoso degli altri (sforiamo di 29 cent il budget dei 20€). Pompa di estrazione olio (e gasolio/olio idraulico) elettrica. Un regalo eccezionale: al prossimo tagliando l’armatore vi ringrazierà di cuore

Tutti questi consigli sono frutto della mia esperienza, per cui non abbiate dubbi sull’utilità degli articoli. E, soprattutto, non createvi problemi se dovesse rivelarsi un doppione per il destinatario dei regali, perché ho cercato di scegliere oggetti di cui a bordo non se ne ha mai abbastanza

Buone feste

Natale in anticipo con il Fondo

Natale in anticipo con il Fondo

Abbiamo inaugurato il fondo “Si può fare”  insieme alla nascita della piattaforma qualche mese fa, ma volutamente senza darne risalto.

Perché abbiamo atteso l’intervento spontaneo di chi ci è già vicino, e soprattutto per far coincidere il raggiungimento di un primo grandissimo obiettivo (1.000€ raccolti) con il Natale alle porte.

Ed ora, eccovi il regalo di Natale in anticipo. Il fondo c’è, è partito e da Gennaio raccoglieremo ulteriori adesioni, anche da professionisti e fornitori desiderosi di sostenere la causa. Al proposito chi fosse interessato si faccia avanti, c’è posto per tutti.

È per noi un sogno realizzato, un’iniziativa unica nel suo genere, che a dire il vero non poteva nascere da nessun altro se non da noi. Ci siamo sentiti chiamati in causa, per dare una Mano a chi vuole realizzare un sogno o continuare a portare avanti il proprio.

Crediamo nel messaggio di una vita sostenibile, quindi di una vela e un’esistenza a bordo a basso budget. È una sfida, né più né meno, a vantaggio della forma di libertà più ampia, quella di allontanarsi come e quanto possibile dai meccanismi pericolosi dell’attuale società. Senza sciocche ipocrisie o atteggiamenti talebani: il concetto è ‘decrescere’ per ‘crescere’ qualitativamente.

Abbiamo tutti sognato con Moitessier, chi più chi meno, e amato la solidarietà che il navigatore francese ha incontrato lungo le sue rotte. Chiunque offre un aiuto, sovente lo fa in quanto vede in quell’Ulisse errante una speranza, un sogno che in molti non si è in grado di realizzare; ma che è importante portare avanti e stimolare, perché abbiamo bisogno di “eroi”, e in fondo al nostro animo sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Così intendiamo fare noi, prestare un aiuto a chi non chiede spesso nulla: conosciamo bene cosa significhi intraprendere una scelta di questo tipo, non lo fai confidando sugli altri, solo un pazzo potrebbe. No, procedi contando su te stesso, le tue forze, il tuo coraggio e l’ottimismo verso la vita, che, molte volte, se affrontata con positività restituisce tanto, spesso inaspettatamente.

Vogliamo essere la fabbrica che “regala cibo in scatola al Bernard di turno”, l’amico che si disfa di un’àncora in più a vantaggio di chi potrebbe farne miglior uso.

Speriamo di cuore possiate apprezzare il nostro sforzo e l’iniziativa, che indipendentemente da come la si possa pensare, rimane un atto di solidarietà. Specificatamente un aiuto da marinai.

Una sola preghiera, leggete le caratteristiche del fondo, comprendete cosa stiamo tentando di fare, e partecipate. Se non volete donare 1 €, condividete, diffondete, oppure fornite consigli e iniziative utili alla causa.

Fondo “Si può fare”

Fate la vostra parte da marinaio e buon Natale in anticipo.

Susie è salva! La Golden Globe 2018

Susie è salva! La Golden Globe 2018

Susie Goodall è stata recuperata dalla nave cinese Tian Fu. La notizia sta rimbalzando per i media e social come giusto sia, perché eravamo un po’ tutti in apprensione dopo aver saputo del suo naufragio e alla deriva sulla zattera. Durante una burrasca in Pacifico, la barca della navigatrice si è capovolta in senso longitudinale, perdendo l’albero e ritrovandosi con un guscio semi distrutto. Parliamo di un ottimo Rustler 36, in pratica una barca estremamente solida e ben costruita.

Questo incidente, insieme ai molti altri ritiri, fa eco alle varie critiche che si sono mosse sin dall’inizio della regata, e che oggi più che mai prendono vigore.

Per chi non lo sapesse la Golden Globe Race è una regata per commemorare la prima edizione, disputata nel 1968, a cui parteciparono tra gli altri Bernard Moitessier con il suo Joshua e il vincitore Robin Knox-Johnston.

L’aspetto più criticato è la questione sicurezza, dato che per regolamento le barche devono essere immatricolate prima del 1988, avere chiglia lunga, nessuna strumentazione elettronica di navigazione, più altre caratteristiche ben descritte sul sito https://goldengloberace.com.

Ora, tra le varie definizioni date alla competizione la più diffusa è quella di essere una regata ‘vintage’; d’altronde lo è se la si accosta alle varie ‘Route du Rhum’, o forse la sua naturale erede ‘Vendée Globe’.

Comunque sia si sono create due fazioni distinte, i pro e i contro.

Io sono tra i pro, e vi spiego il perché, anche se non sono d’accordo su come l’hanno organizzata.

Da molto tempo, parlando con gli amici, ho sempre reclamato una regata sullo stile di quella del 1968. Io che sono un romantico, di certo non subisco il fascino delle varie Vendée/RoRc/Volvo Ocean/& friends, su maxi-bestie-iper-elettronicizzati-assistiti-mediaticizzati-ecceterizzati… cioè, mi sta bene che il nostro bravo “Soldini” batta ogni record disponibile, su trimarani spaziali, o che “Armel Le Cleac’h” voli a 20 nodi con l’Imoca 60. Sappiatelo, il mio applauso per il gesto atletico e agonistico è presente.

Tuttavia, francamente, di romantico in tutto questo ci vedo poco. E dato che parliamo di mare, per me è inscindibile la lentezza tipica della barca a vela.

Essere sbattuto di qua e di là, all’interno di un Vor, dove per stare un po’ in pace mi devo sedere cinture allacciate al sedile stile formula 1, altrimenti reciterei il gatto nella lavatrice in centrifuga, per me non ha molto senso.

Specifico, per me.

Io ho sognato e ho scelto di fare la vita che faccio, leggendo Moitessier, Dumas, Slocum, di certo non Tabarly ad esempio, con tutto il rispetto per quella che è un’icona per molti. Ma benché lui fosse ancora ‘analogico’, già si muoveva sul canale della competizione pura, distorcendo ciò a cui punto io. Gusti, certamente.

E ho sempre sostenuto però che mi avrebbe fatto immensamente piacere se i vari Soldini, accettassero di competere in una Golden Globe con mezzi umani, per dimostrare sul serio di che pasta fossero fatti.

Non sto dicendo che i super eroi della vela odierni, non siano marinai preparati, atleti di livello e estremamente competenti, ci mancherebbe. Ma come dire, ai miei occhi, lo sarebbero molto di più.

Perché una regata dove ti ritrovi a vivere le difficoltà dei Robin Knox-Johnston, soli con se stessi e un mezzo bene o male standard, senza poter comunicare al mondo in tempo reale che hai perso un foil, è molto, ma molto diverso. Così come lo stare in mare più di 300 giorni invece che 3 mesi.

Senza ‘raggi fotonici’ a tua disposizione e media stellari che devono riprenderti h24 per questioni economiche, la navigazione è un po’ meno rassicurante; a quel punto sei costretto alla vera marinità, intesa come combattimento contro gli elementi (penso ai marinai dei secoli scorsi), così come gli eroi del passato. D’altronde, molti tra i recordman affermano di aver bisogno di adrenalina… prego, accomodatevi, ne avreste a tonnellate.

Però, ahimè, non credo che avrò mai la fortuna di assistere a questo confronto, che rimarrà invece appannaggio dei vari “Mario Rossi” di turno: chi alla ricerca di visibilità (e spesso pronto a fermarsi non appena il salvagente cade in acqua per un refolo: esagero ovviamente), ma anche chi realmente accetta la sfida con se stesso, rischiando molto se non tutto, e dimostrando di avere un coraggio unico (unito alla pazzia di chi va per mare) e alla fine, se regata conclusa, stoffa salata da vendere. A quel punto, sorry, non ce ne sarebbe per nessuno, con buona pace dei record e dei recordman.

Ed ecco che magicamente un giorno, mi arriva la notizia di questa Golden Globe Race, come se gli dei avessero ascoltato le mie parole. Tutto felice inizio a informarmi e con mia triste sorpresa noto da subito che il regolamento sembra scritto da un sadico incompetente. Ben intesi, non incompetente a livello nautico, ma a livello umano.

Ed è allora che ho iniziato a prendere le distanze da questa regata, che difatti ha mostrato i suoi limiti sin da subito.

E veniamo alla spiegazione degli errori.

Tra i vari paletti, si impongono come detto barche a chiglia lunga, monoscafo quindi, di costruzione in vetroresina, prima del 1988, inferiori ai 36’, e senza elettronica a bordo (tranne un sistema di localizzazione satellitare autonomo – gli skipper non possono vederlo – per gli aggiornamenti del monitoraggio web. Un cercapersone satellitare a due vie – per dirigere solo il quartier generale- per rapporti di testo di 100 caratteri due volte al giorno. Due telefoni satellitari portatili – solo per chiamate importanti alla sede della Race – per un solo controllo di sicurezza settimanale; una scatola sigillata con un plotter cartografico GPS portatile – solo per uso di emergenza – epirb e telefono satellitare da usare in caso di emergenza. Aggiungerei ‘per fortuna’).

Una delle chicche, per cui il termine vintage è più che appropriato, è l’utilizzo di un ‘mangianastri per l’intrattenimento musicale’.

L’incompetenza umana. Se si legge sul sito della GGR, in realtà lo spirito della regata è molto simile a ciò che vado sostenendo, ma di fatto hanno cannato la relativizzazione temporale.

Mi spiego. Bernard e co., hanno fatto quel che potevano con la tecnologia presente all’epoca, che era poca cosa, e addirittura il francese vi ha partecipato in modo assolutamente personale, vale a dire senza motore ausiliario, senza radio, quindi senza elettricità a bordo, con il solo sestante, affidandosi al vento, e ad una fionda quale unico mezzo per comunicare lanciando le sue memorie alle imbarcazioni incontrate lungo il percorso. Un modo decisamente in linea con il suo pensiero, che nella solitudine degli oceani ebbe una svolta decisiva con l’abbandono della regata, dopo aver doppiato Capo Horn, durante la risalita dell’Atlantico, e il desiderio di continuare fino a raggiungere i suoi sogni, oltre le mete prefissate. Ma altri come il tristemente noto Crowhurst, fecero di tutto per avere a bordo ogni marchingegno possibile.

La musica. Se all’epoca ci fossero stati gli ‘mp3’, ma è ovvio che li avrebbero usati (chi avesse voluto). Così, ripeto, come ogni altro ausilio e comfort che la modernità offriva.

Né Moitessier, né gli altri hanno scelto di navigare con un galeone spagnolo, o senza sestante, giusto sbirciando le stelle.

Joshua era in ferro e discretamente lungo.

E parliamoci chiaro, quella gente lì, era roba di altri tempi sul serio. Molti di loro erano coriacei individui abituati chi alle guerre vere, chi a navigare sul serio al grido di “quel che succede succede”. Per dire che per loro era naturale affrontare determinate problematiche, riparazioni di fortuna, e una certa solitudine anche tecnologica se vogliamo. Volevi la musica? Il massimo era un mangianastri a torcioni, della durata ridicola rispetto alle pile di oggi. In breve, erano ben integrati in quell’epoca, loro erano quell’epoca.

Quindi, che senso ha privare un ragazzo dell’mp3 con 1.000 brani dentro, quando lui è cresciuto così; magari avere la musica nelle orecchie gli consentirebbe maggior concentrazione o equilibrio, in linea con il suo vissuto.

Che senso ha imporre un chiglia lunga, quando ognuno potrebbe essere libero di navigare come crede o si sente sicuro. No agli scafi plananti, perché è giusto onorare una navigazione basata anche sulla contemplazione, per la quale le medie non devono essere la priorità, e senza il bisogno di essere atleti in senso stretto. Imponiamo invece delle caratteristiche minime di sicurezza, tra cui paratie stagne, rinforzi strutturali e oblò con protezioni esterne.

Perché solo 36’? D’accordo non a misura libera, per evitare davvero disuguaglianze imperdonabili, ma arriviamo almeno ai 14 metri e, anzi, imponiamo i 36’ come misura minima.

E, forse peggio, perché solo la vetroresina?

Mi sta bene ad esempio nessun ausilio meteo tecnologico (senza i quali i vari recordman li vorrei proprio vedere), ma lasciami chattare con la famiglia ad esempio, perché sono nato e cresciuto così. Per me è normale socializzare online. L’organizzazione fornisca dei pc blindati ad hoc, così che non si possa navigare sui siti meteo; ma fatemi pubblicare qualcosa, un video, una foto su FB. Io sono nato con questa tecnologia, utile anche a racimolare qualche soldo o sponsor, per una sfida comunque onerosa per molti. (Tra l’altro con la connessione satellitare e i suoi costi, non credo sarebbero molte le ‘socializzazioni’).

Perché non dovrei girare un video di questa incredibile esperienza con il mio telefonino o videocamera digitale?

Perché non devo avere un pannello solare per ricaricare le batterie?

Perché rigorosamente la pala del timone esterna?

L’aspetto umano. Non puoi in buona sostanza chiedere a una persona del 2018 di calarsi nella situazione psicofisica di un suo coetaneo del 1968. Non è umanamente fattibile, dunque non ha senso, perché all’epoca non erano queste le regole.

Quegli uomini, quei marinai, non esistono più. Punto e basta. I primi esploratori sono stati tali. Oggi non esisterebbe nessuno “Shackleton”, neanche a cercarlo con il lumicino. Erano eroi veri, perché figli di un’epoca impostata su tutt’altri valori e regole sociali, che non davano spazio a molte alternative. O bevevi o affogavi. “Cristoforo Colombo” sappiatelo, è morto! Non esiste più; forse un domani coloro i quali visiteranno ‘Marte’.

Ma avete presente quanto era alta la cabina del comandante della Beagle? Neanche 150 cm, e ci stavano a volte in 2 o 3 ufficiali.

Vogliamo parlare dei marinai?

Ma per loro era normale, era la prassi, non c’erano le alternative. Volevi andar per mare? Quello era.

Oggi, chi tra i vari recordman, sarebbe in grado di navigare in quelle condizioni? Nessuno. Zero. Nada.

Quindi mi perdoneranno se non riceveranno mail il mio “wow”, perché uno degli ultimi l’ho speso a favore di Dumas quando sgottava il suo Legh II di 31’, nel mentre attraversava l’Atlantico.

Per concludere, facciamole le Golden Globe, anzi diamogli eco come LA sfida definitiva non solo per gli anelanti adrenalina; ma attualizziamole, allarghiamo un po’ le maglie, per non cadere nel ridicolo, il che significa inutilmente pericoloso. E poi ridimensioniamo l’importanza del podio, che, mai come oggi, sarebbe solo un simbolo di poco conto, tra l’altro facilmente imbrogliabile: perché se è vero che ci sono le regole, gli uomini sono cambiati, viviamo nella società dell’apparire, e per qualcuno il desiderio di arrivare primo, potrebbe indurlo a nascondere un telefono satellitare e un tablet, in qualche comparto segreto della barca, non ispezionabile dalla giuria, così da poter analizzare il meteo e avvantaggiarsi sugli altri. Solo per fare un esempio tra i tanti che mi vengono in mente.

Io penso davvero potrebbe essere in fondo una splendida regata, ma che non dovrebbe basarsi sull’arrivare primi, bensì concludere sani e salvi un qualcosa di indescrivibile, e che per forza passa per una lunga rotta.

E voi che partecipate, e anche voi recordman di oggi che saettate sui mari, arrendetevi, non illudetevi. Nessuno mai tra 30 anni leggerà un libro sognando le vostre gesta, perché tutto è già stato fatto, esplorato e in epoche sul serio pioneristiche e eroiche. Continuate quindi a fare quel che fate, per sport, per la gloria del momento se vi piace; ma sappiate che questa è effimera, e in linea con l’attuale società turbocompressa, pronta a stancarsi ‘dell’appena fatto’. The show must go on, sempre, velocemente, comunque.

Se posso darvi un consiglio, compiete ogni impresa che riterrete opportuna, squisitamente per voi stessi, intimamente, verreste ricompensati da una contropartita immensa, inestimabile, che non ha bisogno di medaglie e riflettori.

“… Decisi di proseguire, per non perdere l’anima” (Moitessier, La lunga rotta)

Sulla nuvola 9

Sulla nuvola 9

 

Non molto tempo fa abbiamo incrociato una barca a vela di nome “Cloud 9”, che, per coloro i quali non conoscessero l’inglese, significa letteralmente “nuvola 9”.

Incuriosito, in seguito ho voluto approfondire, e con mia sorpresa ho scoperto che è il corrispondente italiano del “settimo cielo”.

L’aspetto interessante è che nella classificazione dello stato nuvoloso (quanto meno in Italia) è vero esistono 9 categorie, ma l’ultima corrisponde al cielo completamente coperto. Cioè quello che è un simbolo inteso da altri come il massimo di gioia, per noi è una brutta giornata. Altrettanto vero che in America la nuvola numero 9 rappresenta il cumulonembo, quindi figurativamente anche la nuvola che sale più in alto, ‘verso il cielo’.

Il che si avvicina di più al nostro settimo cielo, che invece ha origini molto antiche, dai tempi di Cicerone, quando si riteneva che vi fossero 7 cieli appunto, e sopra solo Dio: essere al settimo cielo quindi stava a indicare uno stato di estrema felicità, per cui oltre non era possibile.

Ed eccoci alla vita di tutti noi e a ciò che facciamo per ottenere uno stato di grazia, ogni tanto. Combattiamo per questo, ci dimeniamo tra tanti problemi, investiamo soprattutto mentalmente, scommettiamo, rischiamo, e a volte ci chiediamo se ne valga la pena.

L’aspetto principale di tutto ciò è che per l’appunto, non sappiamo neanche noi bene cos’è che vogliamo.

Qualcuno potrebbe rispondere “tanti soldi”, un classico. Si ma per cosa? Hai comprato l’oggetto dei desideri, sei andato in settimana bianca, e poi? Si ricomincia da capo alla ricerca di qualcos’altro. Perché pur stancante che sia è doveroso ripeterlo, l’acquisto materiale ci gratifica lì per lì, a seconda dei casi può durare un periodo temporale più lungo, ma è destinato a terminare la sua funzione inevitabilmente, prima o poi.

La battaglia che l’essere umano conduce quotidianamente, è la stessa da sempre, ed è quella di dare un senso alla propria esistenza. In mezzo le varie ed eventuali, distrazioni comprese. Purtroppo però il tempo passa, e il confronto con noi stessi non si può evitare. A peggiorare le cose la frenesia di tutti i giorni, che distrae dalla vera missione a cui l’uomo sarebbe chiamato, che è quella di rendersi felice, e di riflesso rendere felici gli altri, chi gli sta vicino. Perché la gioia è contagiosa, è come il sole. Avete presente quando vi sedete a un bar giusto per prendere un caffè, a quel tavolino baciato dal sole, magari in pieno dicembre? Ecco, quel senso di riempimento, di ricarica, che il corpo chiede tra l’altro a livello chimico, biologico, quella è la felicità. Non altro.

La felicità intesa come emozione che brucia gli occhi e fa friccicare il naso, è un attimo, dura pochi secondi, al più un’ora. È tutto ciò che si fa per ottenerla a riempire la vita, e a farci sentire non felici, ma a posto con noi stessi e con il mondo intero. Tutto diventa più semplice una volta compreso che non bisogna cercare una vetta alta, inespugnabile, ma tanti piccoli momenti, tra i più semplici possibili.

Ma quanti di noi hanno il tempo per sedersi al tavolo di un caffè (o nella propria casa)? Rimandiamo sempre, domani, forse un giorno, ma si tanto ho tempo, ora meglio ‘spingere’, devo ottenere quel traguardo altrimenti non potrò essere ‘felice’. Ecco sempre lei, la parola magica, motrice e ben presente nel nostro lessico, ma ripeto, mai definita con esattezza.

Sappiamo invece che la vita non riserva solo belle sorprese, e presto o tardi chiede il conto; la conosciamo come un ruota che gira, il ciclo della vita, che per forza di cose ci metterà di fronte a eventi funesti, spesso legati al naturale svolgersi dell’esistenza. E a quel punto, se si è rimandato troppo quel caffè, il rischio è di rimanere con un pugno di mosche in mano, o peggio l’illusione di un qualcosa che “avremmo potuto ottenere, ma che per sfortuna non ci siamo riusciti”.

Chiamare una barca “Cloud9”, identifica bene ciò a cui puntiamo. La barca è un sogno, è una culla per molti in cui sentirsi liberi di cambiare rotta; no, non è solo uno dei tanti giochi dell’essere umano, almeno non per tutti. Tanti sacrifici per manutenerla, diversi rischi per navigare, per puntare a un orizzonte fatto di attimi, di estasi, di equilibrio con la natura una volta soli, vele aperte come ali di un gabbiano. Ma pur sempre attimi.

Guardiamola questa barca, ammiriamola anche se siamo a terra, percepiamo il suo messaggio, sentiamoci a bordo, e torniamo ognuno nel proprio mondo, terrestre che sia, cercando di vivere più attimi di felicità possibili. Non rimandiamoli pensando di poterlo fare domani. Fermiamoci, rallentiamo, cambiamo. Il settimo cielo spesso è su una sedia di un tavolino anonimo, con su un caffè e in cielo uno splendido sole. Nient’altro.

Si può fare, anche via terra

Si può fare, anche via terra

Si può fare, anche via terra

La nostra vita divisa è un dato di fatto. Siamo partiti da Marmaris dove Yakamoz sonnecchia coperta dal fedele cagnaro, tra uno spavento e l’altro; abbiamo raggiunto Istanbul, giusto il tempo di salutare i parenti, oltre ad approfittare di mangiare del buon pesce a 5€… e siamo passati per Roma, 3 giorni, scalo tecnico che mi ha permesso di dare un bacio a mia madre. Davvero poco tempo stavolta, perché avevamo degli impegni impellenti in Portogallo, dove da pochi anni abbiamo deciso di risiedere.

In molti ci chiedono i motivi che ci hanno spinti a una scelta del genere, ed in effetti a volte ce lo chiediamo anche noi. Non ci bastava navigare tra Grecia e Turchia, svernando qualche giorno in Italia. No per carità, infiliamoci un 4° paese che altrimenti ci si annoia!

Ancora oggi non mi capacito sul serio, penso che l’essere umano sia un masochista inconsapevole, e come nel nostro caso, l’esigenza di provare, viaggiare, sperimentare, offusca gli occhi della ragione, spingendo a passi contrari al buonsenso. D’altronde è difficile contravvenire alla propria natura, e se questa reclama l’intensità, giorno dopo giorno, trasformando due persone adulte in bambini giocosi, che, forse, in qualche modo sono consapevoli del tempo che passa, ecco emergere un po’ di ragioni comprensibili.

Abbiamo scoperto il Portogallo per caso, grazie a una coppia di amici che ci ospita nella loro casa; e se si fosse trattato della Francia, di certo non sarebbe stata la stessa cosa. No, qui si respira un’aria differente. I soldi davvero non sono tutto, e dato che mediamente i portoghesi non sono ricchi, l’esperienza sociale si esprime attraverso forme di consumo sostenibili, abbordabili anche dal meno abbiente. Sedersi davanti l’oceano e bere una birra a 70 centesimi di euro, non è una rarità. I posti sono magnifici, le persone altrettanto, semplici e bastevoli, a se stessi, agli altri.

Da subito ci siamo sentiti a casa, da subito abbiamo constatato come una vita a basso budget fosse possibile anche a terra, e parlando in euro.

Tranquilli, tra non molto uscirà un mio mini ebook nel quale farò il punto anche di questa esperienza, perché è importante comunicare al mondo, che molte sono le formule per vivere felici e dignitosamente, senza per forza abboccare alla sporca faccenda dell’iper consumo, e ovviamente iper produzione.

Le differenze con il Mediterraneo sono esplicite, e i fari arroccati su scogliere galattiche, stanno lì a sentenziarne la spaccatura fragorosa, tanto come le onde oceaniche quando sbattono sulle rocce. Non molti sanno che l’onda più alta surfata è stata in Portogallo, precisamente a Nazaré: roba da 25mt, spaventoso solo a scriverlo questo numero.

Per nostra fortuna noi ci troviamo a Tavira, in Algarve, regione molto nota ai vacanzieri, sia portoghesi che stranieri. Vengono da ogni parte d’Europa, via aerea, via camper e via mare.

No, non pensate alle temperature dell’Egeo, mi riferisco a quella in mare; scordatevi i 30° della costa turca. Tuttavia gli onesti 22°-23°, fanno il loro sporco lavoro, e garantisco che, specialmente quando si prende un bagno fuori stagione come ad Ottobre, si sta bene, sinceramente. Sarà che non vi si rimane mai troppo, special modo quando l’onda oceanica è ‘dinamica’, e il risucchio richiede molta attenzione al mediterrano inesperto.

Comunque eccoci qui, sul traghettino che collega la deliziosa città di Tavira con la sua isola, l’Ilha de Tavira; una striscia di 10 km, di sabbia bianca e infinita, a separare la vera terraferma, con la distesa oceanica. Dovreste venire a vedere con i vostri occhi questa meraviglia. Noi lo stiamo facendo a bordo del battello, rendendoci presto conto di quante barche a vela siano alla fonda proprio tra l’isola e la terraferma: ma che bello! E un pensiero malsano subito frulla per la testa: e se un giorno gettassimo il ferro anche noi in mezzo a tuta questa bella gente?

Chissà. Per il momento ci godiamo anche noi una birretta a 65cent, ammirando il possente Oceano Atlantico