Una vita all’ancora

    Una vita all’ancora

    Una cima, una cima lunga 15 metri, a volte meno, altre di più. È questo il sottile filo che ci collega alla terraferma, e come un cordone ombelicale ci nutre nel mentre siamo cullati in quello strano liquido amniotico salato.

    Un gabbiano vola, al tramonto, e i riflessi ambrati si alternano con il suo candido biancore, stagliando nel cielo un messaggio di libertà come solo loro sanno fare; stride, volteggia a volte solo, e in compagnia degli amici nemici, alla ricerca di cibo: l’orario è quello, e il continuo battagliare nei due mondi azzurri, perché anche giù è iniziata la lotta tra pesce piccolo e pesce grande, riassume il moto perpetuo della vita a cui nessuno di noi può sottrarsi.

    A volte, gli umani si sentono fuori da quelle che sembrano leggi ferree, inevitabili negli animali, ma che al di là del caos regolante le vite di ogni essere senziente, sono presenti disegnando solchi granitici.

    Chiunque deve mangiare, bere, e per procurasi tali fonti di energia necessarie alla sopravvivenza, deve mettere in moto la montagna di meccanismi utili allo scopo; il come, il quanto, il dove sono solo dettagli che nulla tolgono a quella disarmante semplicità a cui la nostra innegabile complessità, ci spinge di credere impossibile. Pensiamo davvero di essere importanti, assoluti, salvatori e salvati, quando invece facciamo parte della natura come qualsiasi altro elemento, fatto di chimica e poco più. Si abbiamo un’anima, forse un’energia immortale, chissà, questioni che preferirei considerare oltre la connotazione religiosa; il punto è cosa ne facciamo di questa eventuale specialità a noi riservata…

    Stiamo distruggendo il pianeta ospitante, ecco il massimo che siamo riusciti a farci, senza un valore aggiunto, mai, tranne forse un non meglio identificato significato in qualche ambito che nulla dà alla madre terra.

    Questa maledetta evoluzione che viene meno, confusa e barattata con argomenti tecnologici, con la sciocca velocità e immediatezza che sembrano motrici di un treno diretto verso il baratro.

    Avevamo la possibilità di dimostrare quel plus della nostra illusione, consentendo a tutti di vivere in armonia, superando lo schema della natura, dove appunto il pesce piccolo mangia quello grande. Fatto naturale per gli animali, sulla carta stigmatizzabile se riferito a noi, perché in fondo ne percepiamo l’ingiustizia, in un quadro di uomo evoluto, adulto e maturo rispetto all’avo di Neanderthal.

    Abbiamo l’esigenza di dare un senso alla vita, come se ognuno di noi sentendosi speciale e unico, fosse destinato a qualcosa di grandioso; non accettiamo proprio il fatto di essere qui per caso, per un semplice scherzo del destino. E l’irrequietezza che ne deriva è la causa del nostro vero malessere.

    Mi ripeto nel tempo, ma ciò significa che le continue verifiche sul campo che compio nel mio peregrinare, confermano quanto sia importante, anzi fondamentale ristabilire un contatto più intimo e sincero con la natura. È un po’ come un bimbo piccolo che si allontana dalla mamma senza avere nessuna percezione del pericolo, e spesso facendo disastri in lungo e in largo, che inevitabilmente poi porteranno alla sua stessa distruzione. Questo siamo, nulla di diverso.

    L’altro noi, quando rimaniamo ammaliati dalle filosofie orientali e la contemplazione, ad esempio, comprende una via altra, mistica strada da poter percorrere, e troppo distante per le nostre possibilità. Come se la scelta però dovesse essere totalizzante, o tutto o nulla; invece basterebbe un piccolo passo per aprire scenari a noi inimmaginabili fino a un minuto prima.

    Se adottassimo come tempio questo povero mondo, se ritornassimo a osservare meglio cosa accade intorno a noi, nelle forme più semplici, forse ci accetteremmo di più come facenti parte del semplice gioco dell’esistenza. Probabile che dedicandoci a noi stessi, in tal senso e modo, potremmo compiere quel piccolo iniziale passo verso il vero miglioramento della specie.

    Chissà se i figli dei nostri figli e giù a scendere, godranno di questo privilegio, chissà.

    Scusate la farneticazione, me ne torno in mare, fa caldo e la mente si confonde.

    Un sogno: vivere in barca

    Un sogno: vivere in barca

    Giancarlo ci pone una domanda “esistenziale” dai risvolti pratici, per realizzare il suo sogno di vivere in barca.

    Risponde Giampaolo

    Buongiorno grazie anticipatamente della possibile è propedeutica risposta ! Coltivo un sogno forse un po’ troppo grande , ma non costa nulla sognare, quindi perché non provarci? Desidererei capire e sapere come poter arrivare all’acquisto di una barca a vela,per poterci vivere e fare qualche giretto qua e là.

    Le mie esperienze di nautica sono sporadiche e diluite  nel tempo… abito in Liguria riviera di levante, ogni tanto capita qualche giro in barca a remi oppure gommone!
    Per quanto riguarda la vela ho iniziato un corso su 420 presso un centro velico ( club nautico) poi interrotto per un incidente in moto.
    Quindi in accordo con il club si è organizzato un corso di altura, su di un kolibri tuttora in itinere! ( un esperienza che voglio continuare a coltivare, per assaporare ancora e poi ancora il vento e il “rumore” del mare)
    Mi iscriverò tra breve ad un corso per ottenere la patente nautica vela/motore oltre le 12 miglia!
    Per quanto riguarda la ricerca dell’imbarcazione,valuto,annuso, ciò che mi riserva il mondo dell’usato.
    Penserei qualcosa oltre i dieci/12 metri ( penso in grande) 
    Ed ecco la nota dolente… il budget.
    Non ho risorse a disposizioni ( lavoro dipendente)quindi opterei ( diciamo così) per un finanziamento! 
    Non ho figli 
    Ho 57 anni
    Non sono sposato ed attualmente mi definisco un romantico Single! 
    Torno a sottolineare che questo mio modo di chiedere ( anche un po’ ingenuo e banale) deriva dalla necessità di capire e individuare un possibile è propedeutico percorso futuro! 
    Rinnovo i miei sinceri saluti ringraziando per la vostra cortese attenzione, Giancarlo 

    Ciao Giancarlo, allora eccoci qui

    Rispondere alla tua domanda non è affatto semplice, in quanto parti effettivamente quasi da zero. Il che è un bene per certi versi, in quanto già ponendo questa domanda, getterai le basi per un percorso che, spero davvero, ti limiterà passi falsi che tutti abbiamo commesso approcciandoci a una nuova vita. Non dico che non ne farai anche tu, ma perlomeno li limiterai.
    Dunque è giusto che tu faccia tutti i corsi possibili che il tuo tempo e la tua tasca permetterà. È giusto ad esempio che tu abbia iniziato l’esperienza velica su unità minori come il 420, perché sviluppano meglio dei cabinati, la sensibilità al timone, alle vele, al vento e agli equilibri in generale di quello che in definitiva è un guscio galleggiante.
    Patente nautica ok, necessario obiettivamente, e punta alla ‘senza limiti’, non perdere tempo e soldi con scelte parziali.
    Dopodiché mi piace il corso di altura e stimolerei sempre più questa direzione: hai bisogno di andare al largo, di fare miglia, vivere le notti in mezzo al mare, e quindi in parole povere fare più esperienza possibile. Fatti amici gli armatori in banchina che spesso hanno sempre bisogno di qualcuno con cui condividere qualche uscita. Iscriviti alle regate di altura e insomma fai tutto il possibile per assorbire la vela, il mare e gli elementi.
    Se tu avessi disponibilità economiche ti direi di prendere in locazione una barca, ma sempre con qualcuno che ne sappia più di te. Questo perché da solo potresti commettere errori che scoraggerebbero le tue decisioni e sogni. Io ad esempio, avendo un budget limitato, ho evitato di locare e mi sono catapultato nell’acquisto della barca proprio per essere responsabile in toto dei miei eventuali errori; e trovandomi a fatto compiuto, mi sono messo in una condizione psicologica per la quale qualsiasi errore sarei stato costretto a gestirlo e digerirlo, non potendo più tornare indietro. Ma questo certo non significa che valga per tutti.
    Nel frattempo leggi tutto il possibile, dai classici del mare, ai testi tecnici di meteo, navigazione con cattivo tempo eccetera. 
    Tutto ciò si tramuterà nella già ripetuta esperienza, fondamentale per iniziare a fornirti un quadro più chiaro possibile di ciò che cerchi in una barca, in base alle tue esigenze e desideri e prospettive future.
    Io ho anche scritto una guida che a essere sincero sta riscuotendo un discreto successo, a significare che evidentemente può tornare utile, per cui te la consiglio.
    Poi tu mi parli di voler vivere in barca e quindi, se non ho capito male, ripercorrere magari a modo tuo, la mia scelta: ebbene qui si aprirebbero una tale mole di parentesi difficilmente risolvibili con una breve risposta; in primo luogo perché molto dipende da te, da chi sei, da come reagirai e da ciò che cerchi in un’esperienza totalizzante come questa. E in secondo luogo perché semplicemente è ancora presto.
    Ti direi vieni a bordo a trovarci, a farti una vacanza (il corso cambio vita ancora non è alla tua portata), ma insomma di possibilità e opportunità credo ora tu ne abbia parecchie, e spero di cuore di averti fornito qualche spunto in più per procedere sulla tua rotta. Aggiornami e buon vento

     

    Sverniciare l’alluminio

    Sverniciare l’alluminio

    Alessandro ci pone una domanda tecnica molto interessante riguardante l’asportazione di vernice su una barca in alluminio

    Risponde Giampaolo

    Ciao Giampaolo, buongiorno. Come ti dissi a suo tempo ho acquistato un 435 (Alubat Ovni n.d.a.). Vedo che la tua barca giustamente è quasi tutta senza la copertura della vernice. Io il prossimo anno vorrei levare tutta la verniciatura. Te che sistema hai usato? Sabbiatrice normale, sabbiatrice ad acqua o più semplicemente sverniciatore e tanto olio di gomito? Ti ringrazio in anticipo per un tuo eventuale consiglio e buon vento. Alessandro

    Ciao Alessandro, lasciami intanto dire che ti stai accingendo a un’operazione molto importante e definitiva. Importante in quanto ti richiederà parecchio impegno, definitiva proprio perché tutti i sacrifici che produrrai a tal scopo, verranno ripagati con la ‘definitività’ del risultato: mai più problemi con la vernice, e nessuna schiavitù nel pulirla, “rinfrescarla” e tutti gli altri dettagli che immagino conoscerai bene.

    Iniziamo quindi.

    L’alluminio è uno splendido materiale per navigare, robusto e leggero al contempo (parliamo a onor del vero di una lega di alluminio e magnesio) ma anche facile da perforare con un trapano e quindi più delicato dell’acciaio per intenderci. La sua caratteristica principale è che ‘si abbozza, si deforma, ma non si rompe’, ovviamente fino ai limiti del possibile. E ciò come anticipato, si riflette sulla tenerezza del materiale.

    Significa che se utilizzassi una mola o un dischetto abrasivo tipo carta vetrata da smerigliatrice, come per un acciaio, ti ritroveresti con una riduzione di spessore considerevole.

    Insomma abbiamo capito che bisogna stare attenti.

    Ed è anche per questo che le operazioni di sverniciatura classiche tipo sabbiatura sono a mio avviso da sconsigliare. Esistono è vero delle sabbie molto tenere, che utilizzate con una certa perizia, possono produrre un ottimo e veloce risultato. Ma appunto c’è bisogno di “attenzione” e ameno che non procediate da soli facendovi la mano magari prima, con una lastra di alluminio che non sia della vostra barca: è un rischio che non correrei. Inoltre a risultato finale vi ritrovereste con le lamiere esteticamente “abrase”, ruvide, scordandovi quindi l’effetto tipo ‘Alubat’ tanto apprezzato.

    L’alternativa valida sarebbe la ‘crio sabbiatura’, che è la tecnologia utilizzata per togliere graffiti et similia dai monumenti: ma è molto costosa.

    Dunque rimaniamo con la solita carta vetrata (non sia mai) o con i dischetti di ‘capelli di nylon intrecciati’ tipo 3M: ne impiegai circa 60 per la mia Yakamoz di 41’.

    Questi dischetti speciali hanno un costo non indifferente, ma garantiscono l’asportazione della sola vernice e non dell’alluminio. Vanno utilizzati con la smerigliatrice, ma trattandosi di alti giri, anche qui devi andarci delicato, altrimenti ti porti via anche l’alluminio: non in modo grave come la spazzola abrasiva di cui sopra, ma insomma meglio avere le mani ‘morbide’.

    L’operazione tra l’altro sarà anche abbastanza veloce se parliamo di zone limitate o se vi fate dare una mano da qualcun altro. Io da solo, impiegai circa 25 giorni, 8 ore al giorno almeno, per venire a capo dell’opera viva.

    Preparatevi con tuta, guanti, occhiali e maschera con filtri, poiché di polvere ne farete parecchia e ciò a significare anche che la sverniciatura non potete effettuarla dappertutto, ma preferibilmente o lontani da altre barche, o provvedendo a una copertura della zona (tendoni ecc.).

    I dischetti vanno sì consumati ma non fino all’osso: ve ne accorgerete quando i ‘capelli di nylon’ faranno intravedere il collante bianco.

    Dopodiché pulire bene con acqua e sapone e vi ritroverete una superficie magnifica, liscia e ben rotata, tanto da desiderare rimanga così per sempre: ma ahimè non accadrà, o quanto meno l’effetto si affievolirà con il tempo, proprio per la capacità della lega di auto proteggersi e quindi ossidarsi.

    Per le zone dove non potrai arrivare con i dischi, utilizza lo stesso materiale ma previsto come utensile per trapano. E se anche con questo non dovessi riuscirci, vai di Multi Master, e i suoi utensili con carta vetrata (grana 80 e 120). Oppure a mano con raschietti e carta vetrata, o con attenzione utilizzando i classici svernicianti chimici a pennello.

    Purtroppo i cantieri di grido per vendere meglio e strizzando quindi l’occhio all’estetica, spesso hanno la cattivissima idea di verniciare anche nei gavoni e gavoncini esterni, asse timone e tanti altri pertugi e zone difficilissime da carteggiare: in questi casi e solo per tali zone, laddove tu non sia riuscito a risolvere con i sistemi anzi detti, per un risultato perfetto e totale, ricorrerai alla sabbiatura.

    C’è un ultima idea che probabilmente proverò a breve, e di cui al momento non posso portarti esperienza: la sabbiatura con il bicarbonato. L’attrezzatura costa molto meno della crio, ma di bicarbonato ce ne va davvero tanto, per cui non so all’ultimo quanto valga la pena rispetto al ghiaccio secco, e dal risultato tutto da verificare. E poi occorre una pulizia profonda per eliminare i residui di bicarbonato dalla barca: ma certo non avrai problemi di digestione per diverso tempo.

    Ore 9:25

    Ore 9:25

    Un giorno feriale.

    La foto mi ritrae beato a sonnecchiare in cuccetta, mentre molti di voi, immagino, a quest’ora siano già alle prese con i rispettivi lavori, mansioni e impegni della vita quotidiana.

    Sono fortunato certo, fortunato ad aver scelto ritmi differenti, assecondando dove possibile quello che il corpo e la mente chiedono, come in questo caso.

    Ma se pensate che io dorma fino a quest’ora vi sbagliate di grosso.

    La sveglia oggi ha suonato alle 7:30. Başak si alza prima, a volte molto prima: lavora, traduce, scrive il suo libro, articoli per il prossimo blog, eccetera.

    Io mi alzo sempre come un diesel, ma l’impegno che ci siamo presi nel fare un po’ di Yoga è irrimandabile. Per cui eccoci sul ponte a stiracchiarci, prima che il solleone impedisca ogni possibile azione fisica che non vada oltre alzare la tazzina di caffè.

    Circa mezz’ora e poi giù in acqua, visto che 25/26° il mare ce li regala di già e il risveglio deve proseguire.

    Ore 8:30 pian pianino ci accingiamo alla colazione, e fra una cosa e l’altra scivoliamo verso le 9:00: un po’ di internet (il classico cazzeggio) e poi accade qualcosa di strano, un fenomeno che definirei “calo di palpebra”. Assecondiamola questa sindrome, altrimenti so per certo che la giornata non inizierebbe per il meglio.

    La verità. È che ieri abbiamo navigato tutto il giorno per atterrare a Gocek, e dopo giorni intensi di lavori a bordo, stress pre e post varo, continue manutenzioni e preparazioni, il conto è arrivato. Sono letteralmente crollato, cosa che mi capita poche volte. Cioè benché possiate pensare il contrario, il pisolino after breakfast non rientra nelle mie abitudini (semmai un quarto d’ora dopo pranzo).

    Comunque alle ore 10:00 ero di nuovo in piedi in quanto il cervello è un maledetto grillo parlante, e ha iniziato a insinuare pensieri che nulla avevano a che vedere con uccellini cinguettanti e brezza egea… “ALZATI, CHE DEVI DARE IL SIKA AL TREADMASTER!” (non ho mai capito poi perché urli in questa maniera).

    E allora, considerato il fatto che qui di giorno sfioriamo i 36°, mi sono violentato e ho iniziato a organizzare il tavolo del pozzetto con la ‘tovaglia da lavoro’, sika, pistola, nastro blu, raschietto, carta da 80, scopetta, cuscino proteggi ginocchia, cappello, guanti da lavoro e in lattice, giornale da spazzatura, cacciavite, rullo stendi sika, spatolina, stracci, acetone e tanta pazienza.

    E via a buttar sudore sul ponte (letteralmente), per guadagnarmi alle ore 11:15 il meritato caffè… dopo un bel tuffo in mare certo.

    Il varo

    Il varo

    L’altro ieri abbiamo varato Yakamoz. Non è una novità, ogni anno succede la stessa cosa, magari prima (stavolta abbiamo dovuto rimandare parecchio), ma la musica è questa.

    L’emozione anche è la stessa da sempre. Perché ‘bagnare’ la propria bimba, è qualcosa di speciale.

    Iniziamo con l’aspetto romantico e più naturale se vogliamo, più inerente con il termine barca. Finalmente le dai un senso, anche il solo galleggiare, stare alla fonda, vederla scodinzolare di qua e di là, le restituisce uno scopo, che chiaramente non ha quando in secco. Si aprono le danze, ora non hai più scuse, e gli elementi ci attendono come maestri di una scuola infinita, che chiede frequenti esami e verifiche degli insegnamenti appresi.

    Mi rendo conto però che una grande differenza la fa la location del varo. Perché se metti giù e poi entri in un marina (o in un porto) che, comodo che sia, ti colloca accanto altre barche, francamente tutto questo romanticismo non c’è. Si, resta il piacere e la comodità di essere in acqua ma lì finisce.

    Noi abbiamo la fortuna di scendere nella vasca di alaggio e subito poterci mettere alla fonda nella rada prospiciente lo Yachtmarin, che è già questo un enorme piacere; un premio agli occhi e alle sensazioni, olfattive persino, data la vegetazione lussureggiante. C’è molto turismo a Marmaris e basta vedere qualche foto del golfo per capirne il motivo.

    Da quel momento in poi tutti gli sforzi per metterla a punto trovano il giusto riconoscimento; e ora puoi dedicarti alle questioni più pertinenti il tuo veliero: armare le vele, l’easybag, mettere a posto le cime, riporre i parabordi nei gavoni (che nel nostro caso ricompariranno come un brutto presagio il giorno della messa a terra), armare scotte e insomma dare una bella pulita e sistemata per il suo nuovo status navigante.

    Già il primo caffè acquista un altro sapore: sei seduto in pozzetto sotto l’ombra del tendalino, la brezza del mare che viene sempre dalla direzione giusta (siamo alla ruota), nessuno o pochi intorno, e tu libero di ridere, fumare, bere, urlare persino, godere.

    La prima cena in acqua poi diventa quasi un appuntamento galante: qualche pietanza fuori dal quotidiano, musica giusta, atmosfera adeguata e un vino aperto per l’occasione, da far assaggiare anche a Yakamoz a mezzo del lavandino della cucina… Si dai, ci sta un po’ di scaramanzia, ma più che altro lo definirei un atto dovuto, un gesto di partecipazione nei confronti di quel guscio che custodisce da anni le nostre membra.

    E ora veniamo agli aspetti pratici.

    Per metterla giù, hai dovuto lavorare e spesso non poco. Il minimo sindacale è quello di aver pulito la carena e poi data l’antivegetativa. Ma in vita mia non mi è mai capitata tale fortuna.

    Alcuni lavori di ordinaria manutenzione sono stati effettuati già in fase di invernaggio, a cui si aggiungono delle ripetizioni operative tipiche, quali riattaccare la corrente, ripristinare la manichetta dell’acqua per le esigenze di bordo e pulizia pre varo; poi svernici dove ti eri ripromesso per verniciare nuovamente, finalmente riassembli il pistone del timone idraulico a cui hai prestato attenzione e impegno da mesi; poi smonti gli zinchi, li pulisci, verifichi che siano ancora fruibili e li rimonti; pulisci l’elica e la rimonti, e gli applichi il suo nuovo zinco; poi monti il nuovo sensore e orologio del gasolio, risigilla i tappi e… spera. (Qui potete trovare il test fatto per Osculati).

    Ah la passerella di legno ormai è ridotta a un “foliage”, quindi carteggi e vernici nuovamente: ce l’hai, non la userai mai se fai rada come noi, ma non puoi andare in giro come uno zingaro.

    La catena dell’àncora, va verniciata ogni 10 metri. Cambia il senso della scorsa stagione e ala il tutto.

    E poi, nota dolente, abbiamo dovuto sostituire un passascafo! Ora, chi sa sa, punto, chi non sa saprà il giorno in cui si confronterà con il problema. Non è il primo che cambiamo d’accordo, ma è un’operazione che non fai ogni anno e in quantità, per cui ogni volta è come se fosse la prima. Stai per metter mano all’aspetto più delicato della tua barca, i suoi buchi. E dato che dai pertugi sembra possa entrare acqua, e data la strana legge di gravità per la quale la pressione costringe gli scafi ad andare a fondo, in presenza di fori, ne consegue che è e resterà sempre un’operazione molto antipatica.

    In più avevo aperto i tappi di ispezione della deriva, per cui richiudo con il sika anche questi (non senza prima aver apportato una piccola modifica per quando dovrò riaprirli), e ingrassato la cuffia dell’asse nella speranza che non faccia acqua. Ah be si, nuova girante e tappo richiuso, filtro dell’acqua pulito e richiuso, fascette controllate. Sulla carta tutto in ordine quindi, ma la prova del 9 purtroppo la avrai solo quando scenderai in acqua.

    Pian piano capite dunque lo stato d’animo del varo. Anche perché in caso di errori commessi (o semplice sfiga, magari per un sika difettoso), il travel lift ti riporterà tranquillamente sul tuo invaso, salvo pagare soldi sonanti come se fosse un alaggio ex novo. E senza che ciò possa porre una parola fine ai tuoi dubbi per il varo successivo: il problema si riproporrebbe.

    Ci siamo finalmente, come un boia che si interessa alla tua esecuzione, l’amico Turgut, uno degli operatori del marina, verso le ore 9 come gesto di cortesia nei nostri confronti, ci chiede quando desideriamo possano passare a prenderci: è davvero una grande cortesia, in quanto nessuno in teoria ha priorità e semmai ci fosse si va in ordine di prenotazione; noi abbiamo dato l’ok per la data pochi giorni prima, per cui di sicuro non avremmo potuto essere tra i primi. Ma accettiamo di buon grado il gesto, e decidiamo per le ore 11: giusto il tempo di smontare cavi elettrici, manichette, pulirli e preparare tutto per le ultime mani di antivegetativa da dare alle tacche una volta sulle fasce. Vogliamo sbrigarci perché in caso di problemi almeno avremmo guadagnato tempo prezioso.

    Bene, con la lentezza di un patibolo su ruote, si avvicina il travel lift, l’ora è arrivata. Ci tirano su, carteggiamo le zone delle tacche, vernice e via verso la vasca. Io resto su, pronto a togliere un po’ di pescaggio alla deriva, (la vasca è profonda ma un po’ di prudenza non guasta mai), inoltre mi predispongo all’ispezione certosina, torcetta in mano, delle eventuali perdite, presa a mare in primis.

    Eccoci alla vasca, gli ingranaggi della gru iniziano a muoversi in senso opposto, e i cavi di acciaio adagiano Yakamoz in acqua: ‘ssssssssshhhh’, il lungo sibilo dell’aria che l’acqua fa uscire dalla scassa della deriva, vari ribollimenti e rumori mai desiderati dal marinaio, e via a indagare. Presa a mare asciutta, bene, tutte le altre asciutte, benissimo, cuffia volvo spremuta per spurgare l’aria, fantastico, tappi deriva non bagnati, alla grande.

    Un altro minuto, l’acqua è subdola e può metterci tempo; in realtà anche servirebbe vedere la pressione una volta in marcia, il che può cambiare le carte in tavola. Nulla, sembra tutto a posto.

    Başak attende notizie da fuori come una mamma apprensiva: “tutto ok puoi salire a bordo per rilassarti”. Il che significa che procederà anche lei al controllo de visu di tutto.

    Ora tocca al motore, valvola acqua aperta, contatti accesi, e si prova a farlo partire. Normalmente siamo con serbatoi pieni e l’operazione dello spurgo è molto facile, ma stavolta dovendo cambiare il sensore a uno dei due, lo abbiamo lasciato ovviamente vuoto, e pieno l’altro. Dopodiché ho riaperto i rubinetti di comunicazione e si sono livellati, il che ha comportato sicuramente più aria del normale nel circuito, cosa che ha costretto la povera Başak a lavorare almeno mezz’ora sulla pompetta C, il giorno prima del varo. Nonostante ciò il motore non parte, e con qualche peripezia e giusta attenzione all’acceleratore per non ingolfarlo, si riesce nel miracolo al 5° tentativo (almeno): evvai anche il fedele Yanmar è presente all’appello. Ora gira come un orologio, come sempre; lo lasciamo in moto nel frattempo che approfittiamo per far aspirare un po’ di acque nere e subito dopo molliamo le cime e via. ‘Brum brum brum’, a poco più del minimo ci accingiamo a uscire dal marina, salutiamo pieni di gioia tutti quanti, acceleriamo, ci battiamo il cinque io e la comandantessa, e finalmente dopo 10 minuti di smotoratina, l’ultima prova (il barbotin nuovo), ‘tlang tlang tlang’, àncora giù, testa fatta, calumo dato, ritenuta messa e ora finalmente, quell’attimo chiamato felicità.