Ma perché non vi fate un… paperotto

    Ma perché non vi fate un… paperotto

    Questa domanda è abbastanza frequente, dato il nostro amore mai nascosto per gli animali. Cioè non proprio questa, ma se sostituite la parola “paperotto” con “cane”, i conti torneranno.

    Ma altrettante volte il consiglio (perché di fatto non è una domanda), viene gentilmente declinato.

    I motivi sono semplici, troppe responsabilità, e per chi come noi ha rinunciato scientificamente ai figli, forse non è ancora giunto il momento di condizionare le nostre vite per un simpatico animale domestico.

    Un cane, più di un gatto, richiede che dovunque tu sia 3 volte al giorno almeno, devi farlo sbarcare. Difatti io ancora non mi spiego come facciano quelli che amano sia il mare che un cane, in quanto d’accordo impostare le navigazioni ad hoc, ma caspita capiterà una volta che si affronterà una navigazione più impegnativa delle altre! E in quel caso cosa si fa? Perché a differenza di un gatto, il cane ha delle abitudini, esigenze legate se vogliamo anche agli insegnamenti ricevuti in terraferma, di fare i bisogni solo fuori casa… e quindi il povero animale che fa quando c’è burrasca, e si tratta di non poter sbarcare almeno 8 ore? Insomma, se io dovessi analizzare le nostre abitudini marine, le navigazioni fatte, gli imprevisti affrontati, davvero non saprei come incastrarci la figura di un cane, a meno di farlo soffrire.

    E qui l’altro motivo. Ma la sofferenza stavolta è la mia. Ho avuto diversi animali nel corso della vita, e puntualmente ho sofferto la loro dipartita, specialmente quando ti vedi costretto ad agire per eutanasia: so che chiunque abbia avuto un cane (o altro) può capire i miei sentimenti. Io invidio chi riesce a “sostituire” l’amato, con un altro cucciolo e so che così si dovrebbe, ma evidentemente questo è uno dei miei limiti e al momento non riesco ancora ad accettarlo.

    Tornando all’argomento principe, cioè di animali in barca, vi sembrerà strano ma non ho mai avuto il piacere di conoscere da vicino, un padrone-velista, per porgli le fatidiche domande.

    Ed è per ciò che rimando ai lettori, pregandoli di commentare quanto possibile, per comprendere da chi è così fortunato da poter gestire barca e ‘Fido’ a bordo.

    Nel frattempo però mi fa piacere condividere con voi tutti gli animali che ho visto navigare insieme ai loro padroni.

    Il cane, vabbè non è una novità.

    Il gatto, e anche questa non è proprio una novità ma più raro: il felino è più fortunato del collega canide, poiché la lettiera trova spazio serenamente a bordo, così come le sue abitudini. Potenzialmente si può navigare senza soluzione di continuità, di pari passo alle esigenze del padrone.

    E ora arriva il bello, perché è più difficile incontrare chi ha sia cane che gatto! Ops, ho dimenticato di specificare in particolare, e come sempre, io mi riferisco agli amanti della fonda, non di chi se ne va comodamente in porto, location certamente più semplice per le esigenze animali.

    Ebbene, dovreste vederli questi amici pelosi, prima salta sul tender “Fido”, e poi con un balzo “Silvestro”: il marinaio-servo li sbarca in spiaggia per il tempo necessario a farli scorrazzare un po’, e poi via di corsa di nuovo a bordo. Fido è sempre il primo, e Silvestro un po’ più restio alla chiamata del rientro: ho visto più volte il signore doverlo inseguire (diciamo così) convincendolo come possibile ad abbandonare l’escursione un po’ troppo lontana, dovuta alla tipica curiosità dei gatti.

    L’elenco prosegue con il “classico” pappagallo… oddio classico per modo di dire, in quanto è dai tempi dei pirati che la sua presenza non è più così frequente a bordo dei velieri. Però ancora qualche nostalgico dei tempi andati, ama navigare in compagnia del pennuto chiacchierone.

    E ora, se esistesse una classifica degli animali più strani mai visti a bordo, eccovi il secondo classificato, ovvero un dolcissimo paperotto! Si, avete capito bene, è stato adottato da una coppia di liveaboard, e quando fermi alla fonda “Donald” viene lasciato a passare la giornata in mare a bordo della piccola piattaforma galleggiante, organizzata per lui dai suoi padroni alternativi.

    Ma prima classificata una capra! Su di un caicco molto “border line”, lei era lì sul ponte a prua via, tranquilla alla ‘corda’ assicurata all’albero, come se fosse la cosa più normale del mondo. Latte di capra fresco per gli ospiti certo, ma immagino l’atmosfera romantica nelle baie turche intrisa di “eau de chèvre”, a deliziare le serata in pozzetto: indimenticabile.

    Insomma ce n’è per tutti i gusti, ed è evidente che la barca non costituisca un limite per i nostri cari amici, almeno non per tutti.

    Non so se un giorno mai riusciremo a imbarcare una terza figura, oltre i 2 “animali” già presenti a bordo di Yakamoz, ma ora so che potrebbe anche non essere un cane 😀

    E ora forza ditemi la vostra, esperienze comprese.

    333: siamo i FAVORITI!

    333: siamo i FAVORITI!

    L’ultimo post che ho scritto sull’argomento “Velista dell’anno”, partiva da una coincidenza cabalistica, ovvero il raggiungimento del voto 666: un fatto diabolico, e benché sia solo un numero a cui la nostra cultura affibbia risvolti satanisti, resta comunque quanto meno affascinante, anche nell’estetica se vogliamo.

    Non ci giro troppo intorno, per cui, brutalmente: ABBIAMO VINTO!

    Ma che dico: STRAVINTO!

    E con 1567 voti, ed ecco il nuovo numero che ha davvero una consonanza metafisica, cioè ben 333 voti di distacco sul secondo. Parliamo di più del 20% di scarto, roba da brividi sul serio.

    Se poi prendiamo il terzo, il numero sale a 752 voti di scarto, cioè quasi il doppio. Dalla 4a posizione in poi iniziamo a dover usare modi di dire noti nelle competizioni vere e proprie, cioè abbiamo “girato intorno alle altre barche”. Fantastico, incredibile.

    E il 333 sembra essere considerato il numero “angelico”: suona bene, musicale. Allora nulla è un caso. 😀 

    La parte ironica della storia è che da candidati un po’ “fuori luogo”, rispetto allo spirito tradizionale del torneo, oggi possiamo affermare senza alcun timore di smentita che siamo decisamente i favoriti, la testa di serie da battere. Wow.

    Torniamo con i piedi per terra. Erano solo gli ottavi di finale. Ma questi numeri hanno per noi davvero un significato, che esula dalla competizione.

    Una premessa importante. Io ho sempre odiato le competizioni, in generale, perché le ritengo l’ultimo baluardo, o meglio escrescenza di un uomo allo stato preistorico. Mi piacerebbe assistere un domani (cioè quando vi guarderò dall’alto dei cieli: o dal basso), a un essere umano che non deve più dimostrare di essere migliore di un altro, libero dalla chiamata biologica, atavica, del primeggiare sugli altri concorrenti della stessa specie; un uomo affrancato dalla clava, e che possa vivere in armonia con i propri simili e anche il resto del mondo, dedicandosi alla coltivazione dell’io. Molto prosaico vero?

    Però è il mio pensiero, lo è sempre stato, non posso farci nulla. L’altro aspetto legato ai “contest”, è che se da una parte l’uomo tende a dare il meglio di sé, molte volte mostra anche il peggio, quando la meta finale, questa maledetta vittoria, si trasforma in una conquista vitale.

    Per fortuna qui parliamo di numeri, ma vi assicuro che è la stessa cosa, è proprio la parola ‘competizione’, che guasta tutto, o almeno molto del bello che c’è nell’esistenza terrena: il trofeo è lì, e la gara per conquistarlo, spietata.

    Chi ci conosce sa che un giorno del lontano 2008, decidemmo di “dimetterci dalla società” (l’ho coniata io questa locuzione, per cui siete pregati di citarmi quando la userete innumerevoli volte); ciò sta a significare che non ne siamo fuggiti, maledicendola, ma semplicemente abbiamo scelto di prenderne un po’ di distanza. L’aria rarefatta di quello strano posto di convivenza comune, che ben conosciamo tutti quanti, iniziava a essere troppo pesante per i nostri “nuovi” polmoni. E fu così, quindi, che scegliemmo di allontanarci dalle meschine vicende umane, eventuali competizioni comprese.

    Ed ecco perché oggi io posso puntare il dito a quei numeri. Non per vanità o peggio arroganza, “crudeltà” contro gli altri concorrenti, niente di tutto questo. Per me, per Başak, il risultato ottenuto è la più importante vittoria che potevamo ricevere e che ci rende si orgogliosi. Dietro questi voti ci siete voi, tantissimi amici, che ci volete bene, in alcuni casi amate, sul serio. Durante le due settimane di contest, abbiamo ricevuto molti messaggi d’amore, di stima, di coraggio, da conoscenti ma anche se non soprattutto da persone mai viste prima: credetemi vi prego, Başak, la solita sentimentale, ha versato più di qualche lacrimuccia in diverse occasioni. La questione quindi è molto più profonda, e basa le radici sul desiderio comune di rivalsa, di voglia di un cambiamento, anche in un settore come quello della vela, il diporto, apparentemente lontano dalle problematiche umane, ma in realtà invece molto permeato.

    “Si può fare” è divenuto un motto, una richiesta d’aiuto forse, una speranza per puntare a una felicità più semplice, magari più vera, e il calore che sentiamo intorno a noi è energia fuori dal comune; noi la avvertiamo davvero, c’è un alone magico che quasi riusciamo a toccare, e che benché lo percepissimo anche prima, ora, grazie a questa “competizione”, siamo riusciti a vederlo molto più chiaramente.

    Se all’inizio della manifestazione scrissi “ABBIAMO VINTO”, perché la sola candidatura era per noi una vittoria, oggi posso scrivere serenamente che “ABBIAMO STRAVINTO”, ma il punto è cosa?

    Risposta: VOI!

    Grazie di nuovo a tutti, da qui in poi tutto assume una dimensione differente.

    Başak, Giampaolo e Yakamoz

    San Valentino: due cuori e una barca

    San Valentino: due cuori e una barca

    Il giorno degli innamorati, fiori, scatole di cioccolatini possibilmente a forma di cuore, cene al ristorante, e fin qui tutto regolare, di prassi.

    Ma cosa si può fare quando l’amante è una barca?

    Si dice che le barche abbiano un’anima… si, lo confermo. E lo dico io che sono un anti materialista convinto, dato che non mi sono mai legato troppo alle cose, agli oggetti, persino agli appartamenti.

    Quando vendemmo la nostra prima e unica casa, intendo quella fatta di mattoni, Başak, sempre molto più sentimentale di me, ne pianse. Io non versai una lacrima.

    Non che mi importasse nulla, in quanto dentro di me sapevo quanto rappresentasse quel nido d’amore, cornice dei nostri primi sogni e desideri, ma insomma la proiezione in avanti di quegli anni e la mia predisposizione caratteriale, mitigarono molto tale importante separazione.

    Oggi però “questa cosa qui”, chiamata barca, e anzi nel nostro caso “Yakamoz”, assume un valore fuori dagli schemi.

    Başak quando la salutiamo per l’invernaggio le dà un bacio, la chiama piccola come se fosse la figlia; si commuove nell’andar via e nel ritrovarla. Io, un po’ più arcigno, ma forse solo per recitare il ruolo dell’uomo tutto d’un pezzo (?), me ne guardo bene dall’essere così affettuoso, però sotto sotto so che queste 10 tonnellate di alluminio, mi hanno dato e continuano a darmi tantissimo.

    La barca non è una casa, ma lo è. Non è un mezzo, ma lo è. Non è un ventre materno, ma lo è. Non è un amante, un fratello, un padre, una moglie, un figlio, ma è tutte queste cose messe assieme.

    Perché quando sei solo in mezzo al mare, senza nessuno che ti può venire a prendere, quando affronti una burrasca e scommetti tutto ciò che hai sulla tua pelle e soprattutto sulla sua, quando sei in rada a goderti un tramonto mozzafiato, ebbene, allora capisci che la barca è una dimensione a parte, e chi non lo ha mai provato non può sul serio comprenderlo.

    Non credo di aver mai scritto nulla sul giorno degli innamorati, ma oggi lo faccio perché Yakamoz è lontana, noi qui in Portogallo per i soliti strani percorsi della vita, che ci vedono sempre immersi in mille cose e progetti, e lei è lì, sola soletta (no dai insieme a tante altre amiche), sotto il fedele cagnaro a scaldarsi dal freddo di un inverno che non è mai troppo mite, persino a Marmaris.

    Yakamoz è sì lontana fisicamente, ma mai così vicina come in questi giorni, in quanto c’è il suo nome scritto al primo posto della classifica provvisoria, dell’Oscar della vela italiana!

    Da quando ha iniziato a proteggere le nostre membra, dall’ormai lontano 2008, ha regalato a me e Başak una marea di emozioni, talvolta contrastanti, ma sempre intense; e quando belle, be’ che dire, il termine “indescrivibile” appare riduttivo. Come la migliore delle storie d’amore, dove il viaggio non è solo miglia percorse, mare blu e vento, ma sensazioni, fiducia e voglia di continuare.

    Buon San Valentino Yakamoz, e continua a farci sognare

    I tuoi amanti, Başak e Giampaolo

    La prima fase del contest sta per terminare, domani alle ore 12 si chiudono le votazioni.

    Continuate a votarci e diffondete, probabilmente il titolo di “Velista dell’anno” non sarà mai nostro, ma crediamo nello spirito e nel merito di un messaggio che stiamo portando avanti da anni, con dedizione, impegno e voglia di dare. Per cui aiutateci a dare una risposta eclatante, per quanto questo possa avere un senso.

    Grazie a tutti voi amici.

    Per chi volesse votare:

    è molto semplice, basta inserire l’indirizzo email e procedere alla votazione: si può fare 3 volte, per cui se ci tenete non esitate a triplicare il vostro voto.

    Questo è il link per votare, http://velistadellanno.giornaledellavela.com/contestants/yakamoz-ovni-41-di-giampaolo-e-basak-gentili/

    potete utilizzarlo per copiarlo e incollarlo nei vostri messaggi/mail eccetera. Oppure potete premere direttamente il pulsante qui sotto. Buon voto e grazie di nuovo

    La vite maledetta

    La vite maledetta

    Questo articolo è presente nella lista “Tecnica” della pagina “Come fare“.

    Chi fa manutenzione da sé presto o tardi si ritroverà con l’annoso problema: una vite, o un bullone, che non vuole svitarsi. In barca la causa più comune è la corrosione galvanica tra l’inox del bullone/vite, è l’immancabile staffa/flangia/rinvio (fate voi) di alluminio.

    Cosa fare?

    Come prima cosa consiglio caldamente di approfittare di ogni disassemblaggio, o smontaggio di qualsiasi parte a bordo, rimontando sempre non senza prima aver applicato un goccio di Tefgel.

    Il Tefgel è il mio amico numero 1, avendo io una barca in alluminio, e dopo gli iniziali approcci con il classico Duralac, ha preso il sopravvento indiscutibilmente. I motivi sono semplici. Il Duralac è tossico, oramai riconosciuto e abbandonato da molti, e più che altro non si può riutilizzare dopo il primo utilizzo: cioè, una volta applicato si secca, e se un giorno dovessimo smontare nuovamente il bullone maledetto, dovremmo pulire bene tutto e riapplicare il materiale in questione. Inoltre sporca dappertutto, toglierne le macchie non è per nulla facile e quello che rimane nel barattolo, tende a solidificarsi, pur con tutti gli accorgimenti adottati allo scopo, tipo rovesciare il contenitore sottosopra, ecc. Se ancora non l’aveste capito Tefgel tutta la vita.

    Ok, dato che non potremo certo smontare tutta la barca per apporre questa precauzione, dovremo purtroppo rassegnarci a combattere ogni tanto contro un bullone impertinente.

    L’altra causa di “grippaggio” è dovuta alla sporcizia, il sale e a quel minimo di ruggine che anche l’inox produce: nonostante la passivazione, si possono formare le note macchie rossastre (le cosiddette macchie di ruggine), e l’opacizzazione generalizzata chiamata in inglese ‘tea staining’. Cause? Varie, compresa la scelta di un inox di bassa qualità.

    Veniamo dunque alla soluzione.

    Pazienza, sangue freddo e tecnica. Dovete comprendere che potrebbe non essere una passeggiata, cosa per cui inutile ostinarsi con sforzi brutali che, di solito, non portano a nulla di buono se non a rovinare la testa della vite o del bullone che sia… e a innervosirvi oltre misura.

    Per fortuna ci vengono in aiuto diverse possibilità, tra cui la semplice fiamma. Certo, non tutti possono avere una fiamma ossidrica a portata di mano, o una di quelle a cartuccia, tuttavia nel caso esistesse l’eventualità, spesso è la soluzione più rapida ed efficace: la prima opzione è di scaldare superficialmente, senza insistere troppo in un punto, nella speranza che la fiamma bruci l’eventuale grasso/sporcizia formatosi nel tempo e quindi unica causa a bloccare il bullone.

    La seconda opzione, meno praticabile, è quella di scaldare la zona decisamente, in teoria fino a farla diventare rossa, e poi versare acqua per far si che le due parti, maschio e femmina, si trovino meccanicamente modificate e di conseguenza facili da allentare. Ma come anticipato, quest’ultima soluzione è tanto efficace quanto altrettanto poco applicabile, in quanto scaldare a fuoco una vite significa anche bruciare letteralmente la zona circostante: e se parliamo di vetroresina non mi sembra una buona idea. Nel caso dell’acciaio uguale, in quanto difficilmente una barca in ferro avrà parti non verniciate, cosa per cui per risolvere un piccolo problema se ne creerebbe un altro non di poco conto: riverniciare. Sulle barche di alluminio in teoria potrebbe non esserci la questione vernice, ma non mi chiedete di scaldare a fuoco la mia barca perché l’alluminio ha un punto di fusione che si aggira intorno ai 600°: dato che la fiamma più blanda arriva a circa 1800°, direi che non è il caso di giocarci troppo.

    Concentriamoci per cui su metodi più adeguati.

    Vite o bullone, in linea di massima le strade sono uguali, poiché se un bullone non gira, specie se vecchio, è molto facile che dai e dai, la testa si rompa, cosa per cui ci porterebbe a confrontarci con una superficie da modificare per dargli la forma di una testa di vite, o direttamente distruggere.

    Comunque andiamo per gradi.

    Nel caso del bullone la strada appare più semplice, in quanto abbiamo già un’ottima presa grazie alla testa esagonale e alla chiave giusta. Peggio se avessimo a che fare con una brugola: qui l’eventualità della spanatura è dietro l’angolo.

    Per cui la prima cosa da fare è inondare con WD40 o simili, e far lavorare anche un giorno intero: possiamo provare dopo una mezz’ora, ma se vediamo che non cede, inutile sforzare e anzi, approfittarne per un altro bagno di wd40.

    Dopodiché procediamo a svitare, ma prima martelliamo (senza forza brutale), sia sulla testa del bullone che intorno, al fine di far separare le microparticelle causa del grippaggio. Applicare una forza costante alla chiave, e se ancora non cede, piccoli colpi di mazzetta da 1kg alla chiave stessa.

    Non viene? Ok, come detto all’inizio, pazienza e molta. Altro giro di WD40, e altro giorno di riposo.

    Stessa prassi, e stavolta o la va o la spacca: appena prima aggiungete anche un goccio di Coca Cola, conoscete tutti il suo potere corrosivo.

    Per cui dopo martello e chiave, non ci resta che chiave e leva. Prendete un tubo di almeno70cm (meglio se 1 metro), adattabile alla chiave e provate a svitare lentamente.

    (Consiglio specifico per la vite. Spesso la testa a forza di provare e riprovare si rovina, si spana, a quel punto meglio praticare un taglio migliore avvalendosi semmai di un Dremel. Comunque sia sempre prima di procedere ad operazioni più invadenti e distruttive, provate ad aumentare la frizione metallica tra il metallo della vite e del giravite, utilizzando un prodotto chiamato Screw Grab).

    Se avete risolto bene, altrimenti passiamo al piano B.

    Effettuare un taglio sulla testa del bullone, giusto per inserire la punta del particolare cacciavite spaccato, di seguito spiegato.

    Ecco un utensile che consiglierei di avere sempre a bordo (come d’altronde tutta la merce presente in un negozio di ferramenta!): il cacciavite a percussione.

    Questo utensile ha diverse punte sia per le viti a stella che spaccate.

    Sempre dopo il ciclo di WD40, procedere martellando decisamente, un colpo alla volta. Il percussore restituirà un movimento brusco di svitamento, e l’azione combinata di martellata e svitamento, spesso ci decreterà vincitori.

    Se invece neanche con il percussore ne siamo venuti a capo, dovremo passare alla distruzione della vite. Lo faremo per gradi, tentando comunque di svitare il bullone/vite, utilizzando gli estrattori.

    Si tratta si particolari punte filettate, tipo trivella per intenderci, ma in senso sinistrorso.

    Si pratica un piccolo foro con il trapano e una punta normale, bastevole a creare la strada alla punta estrattrice. Poi si inserisce l’estrattore nel mandrino del trapano, commutando la velocità-potenza al minimo; cambiamo la direzione di rotazione, quindi spostandoci in svitamento, e si procede anche con il grilletto a leggere pressioni. (In teoria sarebbe meglio un giramaschi al trapano, proprio per una azione meno aggressiva: però con un po’ di pratica e attenzione io ho sempre risolto con l’utensile elettrico). Gradualmente la speciale filettatura si avviterà in senso contrario, ma utile allo svitamento. Di solito, e sempre dopo i vari cicli di WD40 di cui sopra a monte del trattamento, la vite/bullone si svita.

    Questo metodo permette di estrarre ciò che resta del maschio, mantenendo però integra la sede filettata.

    Ma ci sono casi, ahinoi, in cui l’estrattore non ottiene il risultato sperato, e allora non ci tocca che distruggere sul serio. Per far ciò, utilizzeremo le classiche punte del trapano, aumentando man mano il diametro, fino a quando non rimarrà più nulla del bullone/vite.

    Ora, mentre con il bullone c’è la speranza di non intaccare ancora la sede (difficile ve lo dico subito), nel caso delle viti, essendo coniche, è praticamente impossibile non alterare la femmina. Ecco perché è sempre meglio andar per gradi, all’insegna della pazienza e meticolosità premesse, tentando un giro di estrattore anche alla fine.

    Ovvio che se la distruzione è stata portata a termine, eliminando anche la filettatura della sede, dovremo ricreare una nuova filettatura, allargando il foro e di conseguenza il bullone. Per la vite invece, sostanzialmente se ne usa una di diametro maggiore. Tutto questo, nella speranza ci sia gioco a sufficienza per adottare misure più grandi delle originarie.

    Buon divertimento…

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    Bruno Buratta

    Bruno Buratta

    Recentemente mi ha contattato un nuovo amico, Simone Ruggeri, per condividere con noi le sue sensazioni riguardo alla scelta di vita, e insomma immagino anche quelli che sono i suoi desideri.

    Ma più importante, se esiste una scala di valore in ciò, mi ha omaggiato di un aneddoto relativo a un personaggio come quelli che sono esistiti tempo fa, e che oggi ahimè scarseggiano: Bruno Buratta.

    Bruno fa parte di quegli uomini di una volta, che penso molti di noi hanno avuto la fortuna di conoscere, anche solo per sentito dire. Parlo di odori salmastri che si respiravano in qualche bettola di porto, o anche perché no, in qualche caffè di marina. Sono individui di una classe di ferro, abituati alle intemperie della vita, in alcuni casi già prima della loro nascita: magari già solo per il fatto che si era in guerra, e che guerra. Gente di mare vera, fatta di parole date e mantenute, dove se eri un cazzaro, o un “personaggio” che rifiutava di dare una mano al prossimo, eri tagliato fuori. No, non da un gruppo Facebook, di un forum, o da qualche pseudo agglomerato sociale di finti VIP, ma da una comune non espressa, messa nero su bianco, ma ben nota al porto, e frutto di anni e anni di vicissitudini, cose dette ma soprattutto fatte.

    Bruno era uno di questi, definito da Simone il suo “Maestro di vita”, dove la maiuscola non è un refuso, ma l’esigenza di restituire una briciola di omaggio all’uomo.

    Palombaro della Marina, lo conobbe già ottantenne, mentre viveva sulla sua Alpa 7 a Talamone. Bruno a quel tempo aveva problemi di circolazione, e la sua piccola barca “Antares” lo teneva in vita obbligandolo a muoversi. Questo fatto è qualcosa di più di un semplice atto fisico, ed ecco perché si dice che le barche abbiano un’anima: il prendersi cura di loro rappresenta per un essere umano, di per sé un aiuto implicito a se stesso, nell’ambito di una vita che ne esige il senso.

    Simone continua, “pur essendo Amici (anche qui la maiuscola è specifica), non è mai uscito insieme a me, sulla mia barca; in accoppiata, di conserva spessissimo, ma mai diversamente: lui e Antares erano un tutt’uno, amanti per la vita”.

    Antares in realtà è un nome molto importante per Bruno, e il suo significato vero, rivelato solo agli Amici, era Anti-Ares, ovvero contro la guerra: lui l’aveva vissuta, ed ecco spiegate tante cose, note a chi l’ha conosciuto davvero.

    Purtroppo oggi Bruno “veleggia altrove”, e Simone trasferisce nelle sue parole una malcelata commozione, quando mi confida che a un certo punto la famiglia volle allontanarlo dal suo elemento, dicendo di volerlo accudire; poco dopo Bruno non riconosceva più l’Amico Simone, avviandosi verso un declino ben noto, inevitabile, e spesso tristemente accelerato da quei famigliari che in qualche modo, non conoscono davvero in profondità il proprio parente, così come un Amico vero.

    “Oggi” Simone aggiunge, “ voglio ricordarlo e pensarlo quando veleggiava sereno, senza fretta, ascoltando musica classica o un motivetto credo degli anni ’50, che sentii da lui e che recita ‘voglio vivere così, col sole in fronte e felice canto beatamente’; nel mentre disegnava personalmente i suoi portolani…”.

    Mi ha colpito in particolare una parte del racconto del mio nuovo amico, e cioè quella in cui Bruno era solito affermare che nell’universo della vela ci sono VELISTI e VELICI: in quest’ultima categoria rientrano tutti coloro che, come Bruno, cercano di vivere il Mare quanto più possibile, in ogni sua forma, senza preoccuparsi del mezzo nodo o del rating, piuttosto che avere la barca ultimo modello iper performante. Simone termina il suo racconto, “beh noi siamo orgogliosamente VELICI”.

    Come non essere d’accordo.

    Ciao Bruno, ovunque tu sia, grazie per aver riempito il cuore di tanti Amici.

    Nota. Le foto sono di vari momenti di vita di Bruno Buratta nello svolgimento del suo lavoro di palombaro. Purtroppo Simone ha perduto le foto più recenti, ma si sta impegnando nel scovarle in qualche modo. Se qualcuno di voi conoscesse Bruno e avesse delle foto, mi farebbe piacere se volesse condividere altri aneddoti e immagini di questo uomo di mare. Grazie