In vacanza con noi

    In vacanza con noi

    Cari amici la stagione è alle porte, e anche quest’anno vorremmo accontentare tutti coloro i quali desiderino venirci a trovare per provare qualcosa di veramente speciale, una vacanza senza ombra di dubbio unica. No, non per noi, ma per la magia che si crea a bordo di Yakamoz e la cornice della costa turca, inimitabile: ma l’ingrediente principale siete voi, persone speciali che comprendono già da casa che questa esperienza non è una semplice vacanza, bensì qualcosa di più e che porterete dentro per parecchio tempo. Per fortuna non sono parole nostre, non è un esercizio autoreferenziale, le avete scritte voi, nelle tante recensioni e messaggi che ci avete regalato nel corso degli anni e che conserviamo gelosamente.

    Per cui bando alle ciance, c’è ancora qualche posto a luglio e qualcosa ad agosto. Mandateci una mail per i dettagli e vedremo come fare per organizzare al meglio le partecipazioni, nel rispetto della qualità e non della quantità. Come ben sapete.

    Non ci resta che lasciarvi al gentile resoconto di Luigi sulla sua esperienza

    Başak e Giampaolo

    “Ed eccomi a Datca.
    A bordo di Yakamoz, la mitica chioccia di alluminio, foriera di tante peripezie di Başak e Giampaolo. Un mito per chi conosce il libro e la loro storia.
    Mi hanno accolto facendomi sentire subito a casa, d’altronde per loro lo è sul serio.
    Finite le presentazioni, scendo in quadrato dove mi viene spiegata la barca e più che altro prendo possesso della cabina, che dividerò con il simpatico Andrea. Che bella sistemazione! Che bello tutto, la barca è veramente accogliente e calda. Legni ovunque si posi lo sguardo, pulizia e raffinatezza. Si vede che ci tengono davvero tanto, e ciò mi piace.
    Disfo la valigia, mi cambio e esco in pozzetto: c’è il cocktail di benvenuto ad attendermi.
    Tra una prelibatezza e l’altra il tempo vola, si parla, si fa conoscenza, ci si rilassa. Anche gli altri ospiti sembrano trovarsi a loro agio e sono simpatici, alla mano.
    So che questo non è un charter come un altro, per venire qui ho dovuto sostenere un “esame d’ammissione”. Scherzo, loro vogliono conoscerti prima, anche se via Skype o al telefono. Desiderano capire chi sei, se la vacanza che cerchi risponde a ciò che offre Yakamoz. Vogliono da subito un contatto umano.
    Il risultato è che la selezione è già alla base, di modo che chi viene a bordo sa già cosa aspettarsi e di conseguenza tutti gli ospiti rispondono a un determinato profilo, grazie al quale si entra in sintonia da subito. Bello, importante quando devi vivere 7 giorni o più a stretto contatto con il prossimo.

    La mattina la sveglia è soft in rispetto alla filosofia che aleggia in barca, e niente è più bello che aprire gli occhi, alzarsi e tuffarsi per una nuotata rigenerante.
    Si perché qui si sta in rada, alla ruota, o cime a terra, sempre. Ed è un vantaggio ineguagliabile. Non ti svegli accanto a un vicino di banchina sconosciuto, sotto acqua torbida che per quanto pulito il mare possa essere, è sempre un porto. No, Başak e Giampaolo sono i primi a voler essere liberi di tuffarsi, come prima cosa, e ci tengono a trasferire questa possibilità anche agli ospiti.
    Stamane colazione veloce, la tabella di marcia impone una gita fugace a Datça, approfondimento da rimandare semmai al giorno dello sbarco), magari godere qualche attimo seduti a uno dei tanti giardini del çay (tè in turco, ma anche in cinese e altre lingue) con un Simit, deliziosa ciambella dolce-salata al sesamo, e poi via a far cambusa.
    Per fortuna questa amorevole cittadina, attenta al sociale, abitata dalla popolazione turca, e frequentata d’estate dal turismo locale, dispone di ampia scelta di supermercati e se si ha la fortuna di sbarcare il sabato un mercato ortofrutticolo pazzesco!
    Başak e Giampaolo anche in questo fanno la differenza, vengono insieme a noi a darci una mano. E da bravi anfitrioni, ci accompagnano alla scoperta di tanti piccoli, grandi aspetti della loro terra. Impagabile scoprire un paese grazie a chi ci vive, o addirittura vi è nato.
    Başak poi consiglia quali cibi preferire, quali marche, stando sempre attenta al miglior rapporto qualità prezzo. Insomma, benché la cambusa sia a carico nostro, lei non vuole a priori che si buttino i soldi o si acquistino marche poco etiche o ad esempio prodotti OGM, e via di questo passo per dare una mano perché no, a vivere una settimana anche di alimentazione sana, dove possibile.
    Ovviamente qualche sfizio il Comandante Supremo (Başak) ce lo concede, grazie a Giampaolo che non nasconde la sua golosità a vantaggio di tutti: binomio perfetto direi.
    Carichi come muli ma ben distribuiti i pacchetti in 6 persone e 2 carrelli messi a disposizione dai Comandanti, ci rechiamo alla banchina dei pescatori dove abbiamo ormeggiato il gagliardo tender: un Walker bay 8, mai visto prima, è una barchetta vera e propria in plastica, con motore fuoribordo, ma dotata anche di galleggianti e volendo è predisposta ad armarsi come un dingy a vela. Il suo nome è “Yakamozzino” e compie il suo lavoro egregiamente, e comodamente, in più viaggi.
    Yakamoz è vicina e qualcuno sceglie di tuffarsi per raggiungerla, delegando al tender magliette e pantaloncini, ottima scelta visto il caldo.
    Bene, una volta a bordo si da una mano a sistemare le vettovaglie; in realtà si trasforma in una sorta di passamano affidando a Başak l’arduo compito di stivare il tutto nel miglior modo possibile grazie a vari strategici gavoni: la barca sembra avere spazio per tutto, sorprendente.
    Il Meltemi ha iniziato a soffiare e dopo un piccolo Breafing, con il quale Giampaolo ci spiega qualche procedura per chi vuole partecipare alle manovre, mentre a chi vuole semplicemente rilassarsi viene indicato dove mettersi serenamente senza essere d’ingombro agli altri, si accende il motore.
    Basak al timone, Giampaolo all’àncora, i ruoli son ben definiti e collaudati.
    Io vado a prua con il mezzo marinaio, il Comandante in seconda (come lui ama definirsi, oltre a mozzo: in realtà sia lui che lei hanno stessi titoli e responsabilità, e vige una certa dittatura democratica) mi ha chiesto di dargli una mano a recuperare l’àncora una volta a filo d’acqua.
    Ecco fatto, partiti. Che emozione!
    Il vento soffia da terra per cui, dopo pochi minuti, superate e salutate altre barche alla fonda, facciamo cantare il rollafiocco e si spegne il motore.
    Silenzio. Qui si va a vela anche con 5 nodi di vento, altrimenti per loro nulla avrebbe senso, e Yakamoz non sarebbe un veliero.
    Oggi di nodi ne abbiamo 20, quindi si naviga con vento in poppa, e un fiocco terzarolato. Il comfort è incredibile. La barca è stata studiata proprio per privilegiare le andature portanti e in effetti nonostante raffiche “interessanti” non si rolla e non si sbanda. Possiamo godere tutti quanti come se stessimo al cinema il crescere delle onde che man mano si fanno più alte, ma mai pericolose.
    Basak senza che in pratica ce ne accorgessimo ha preparato un po’ di pasta: penne con funghi, zucchine, cipolla e capperi colti e preparati da lei stessa. Una semplice e genuina squisitezza.
    Ognuno il proprio piatto e via come se stessimo in…Crociera.
    Dopo qualche ora di navigazione soave, diamo àncora a Dirsek che in lingua turca significa “gomito”. Il nome rende chiara la morfologia dell’insenatura. È bellissima, sembra di entrare nella scenografia di un film.
    Si raggiunge solo via mare, per cui l’unico ristorante presente, in fondo alla baia, attrezzato con pontile per chi voglia ormeggiarsi, viene rifornito con scialuppe.
    Noi scegliamo un angolo paradisiaco dove dar fondo.
    Si fa manovra, testa, retro e Başak fino a quel momento al timone si tuffa!
    Io insieme ad un altro amico diamo una mano a filare la cima che la povera marinaia deve trascinare con se a nuoto. Giampaolo da prua è venuto al timone per gestire e agevolare la manovra.
    Tutto va come un orologio e noi incantati e divertiti.
    Başak ha scelto un sasso a cui dar volta alla cima. Fatto.
    Giampaolo gira la chiave, il motore si spegne. E noi tutti catapultati come per magia in paradiso.
    L’acqua è turchese (guarda un po’), i pesci nuotano in gran quantità, sembrano in un enorme acquario, la temperatura del mare è 29°. Wow!
    Non c’è altro da fare che tuffarsi, nessuno escluso, e godere di questo momento.
    Vorrei poter raccontare meglio dei giorni successivi, della ragazza a bordo del barchino venuta a venderci il pane fatto dalla mamma, delle divertenti e a volte adrenaliniche navigazioni e incredibili baie successive, dei mercatini locali e le tante gite a piedi tra un bagno e l’altro. Dei çay. Delle antiche rovine bizantine, greche, licie messe li come se nulla fosse, in mezzo alle quali nuotare. Della braciolata con carne d’agnello strepitosa sul barbecue di bordo, dei tanti discorsi in pozzetto la sera illuminati dalle stelle e dalla luna, con un bicchiere di vino in mano.
    Vorrei veramente farlo, ma pur provandoci non vi riuscirei. Come descrivere a parole un’esperienza del genere, unica veramente, e si che qualche charter l’avevo già fatto.
    Quando pronuncio Yakamòs, penso al suo significato, “riflesso della luna sul mare”, e oggi che sono rientrato in terra ferma, i ricordi mi coccolano ancora, e mi conforta il fatto che la prossima stagione salirò a bordo di nuovo. Non potrei più farne a meno.
    Grazie Başak e Giampaolo. Grazie Yakamozzino
    Luigi”

    Preparare la barca al varo

    Preparare la barca al varo

    E dopo l’invernaggio arriva finalmente il momento di far prendere il bagno alla nostra “bambina”, tanto avida di coccole. E allora vediamo come prepararla al varo.

    Come descritto nell’articolo sull’invernaggio, ci sono alcuni passi simili che vanno ripetuti e alcuni al contrario. Tra questi ovviamente il riallaccio di acqua e corrente per averli a portata di mano.

    Se abbiamo coperto la barca con il cagnaro, dobbiamo pensare al da farsi da subito, in quanto lavare il cagnaro (sicuramente molto sporco, vista la polvere, pioggia ecc., accumulatisi nel corso dei mesi) adesso che è armato e ben tesato, potrebbe essere la scelta miglior e più efficace nella fase dell’asciugatura. Tuttavia questo comporta di vivere qualche ora sotto coperta, cosa che se ancora non fa caldo può essere anche piacevole, ma in caso contrario un’esperienza non gradita. Per cui via, togliamo la copertura e semmai poco prima laviamo con la manichetta o l’idropulitrice il ponte a prua, e procediamo poi al pulizia del cagnaro da stendere sulle draglie.

    La barca stessa richiederà un lavaggio, nonostante la protezione: approfondito o meno lo valuterete voi.

    La corrente è attaccata per cui stacchiamo i pannelli, e facciamo lavorare qualche giorno il caricabatterie a 220v: alle batterie non farà male, regalando loro dei cicli costanti e regolati dall’elettronica avanzata, oramai presente nei modelli più moderni.

    Dentro troveremo i paglioli aperti, per cui richiudiamoli semmai dopo aver passato uno straccio umido per portar via un minimo di polvere accumulatasi in sentina.

    Apriamo tutti gli oblò e facciamo respirare meglio la barca.

    Ora la nostra amata sta iniziando ad assumere un aspetto decente.

    Tiriamo fuori i materassi e facciamogli prendere un po’ d’aria fresca: noi approfittiamo di questa fase anche per lavare le fodere dei materassi “a rotazione”.

    Togliamo le varie pellicole dagli strumenti, che abbiamo diligentemente chiuso per l’invernaggio.

    Montiamo la ruota del timone (nel caso l’avessimo smontata), e ripristiniamo l’elettronica, in particolar modo quella del pozzetto, come ad esempio il motore dell’autopilota (nel caso sistema a cinghia, o trimmer/barra).

    Liberiamo i passascafi e tutti i pertugi che abbiamo tappato (onde evitare la creazione di nidi d’ape, topi ecc.).

    Pulita al frigo che abbiamo lasciato aperto.

    Controlliamo la linea d’ancoraggio: catena+ancora. Ripristiniamo i collegamenti e aliamo il tutto a bordo tramite il verricello così da verificarne anche il corretto funzionamento.

    Sostituiamo i testimoni con le drizze usando lo stesso metodo per l’invernaggio: ago, filo e nastro isolante con un po’ di lubrificante.

    Puliamo i pannelli solari e armiamo l’eolico.

    È ora dell’antivegetativa.

    Puliamo l’opera viva con la manichetta e lo spazzolone armato con spugna rigida tipo “scotch-brite“, specifica per asportare piccoli denti di cane e altra eventuale sporcizia: dato che l’operazione di sgrossatura l’abbiamo effettuata nella fase dell’invernaggio, si tratterà ora solamente di dare una pulita di fino. Pertanto verificare bene con un raschietto in mano, tutto lo scafo, alla ricerca di zone dove la spazzola non sia riuscita ad arrivare e procedere con delicatezza.

    Lasciamo asciugare e poi applichiamo il nastro adesivo di carta blu, specifico per l’impiego nautico.

    Lo applicheremo sulla linea del galleggiamento e su tutti i passascafi, così come l’elichetta del log.

    Nastrare anche l’asse dell’elica e i trasduttori presenti.

    L’elica invece l’avremo smontata in inverno e pulita adeguatamente. In caso contrario ovviamente proteggere anch’essa.

    Scegliere l’antivegetativa adeguata al tipo di scafo, e procedere ad applicare le mani a seconda delle indicazioni del prodotto. L’ideale sarebbero 2 mani e una terza sulla parte della linea di galleggiamento a scendere per diciamo 50/70 cm.

    Avere se possibile l’accortezza di applicare l’antivegetativa pochi giorni prima del varo (1-2 prima sarebbe l’ideale): la vernice adempierà meglio al suo scopo una volta in acqua.

    Motore. Avvitare i filtri del gasolio ed effettuare lo spurgo a mezzo di levetta apposita sulla pompa C: allentare il bulloncino specifico sul portafiltro e attendere che le bolle d’aria lascino il posto al gasolio fluido. Serrare tutto.

    Verificare tutte le chiusure: filtri gasolio, filtro acqua di mare, girante eccetera.

    Verificare tutte le fascette delle prese a mare e nel caso stringerle o sostituire quelle che ci sembrano messe male: sostituire le fascette ogni 5 anni comunque, mentre per le valvole dipenderà dal tipo in uso, se in metallo o in plastica rinforzata (tipo Randex).

    Un’occhiata al quadro elettrico e accendere la corrente a 12v per verificare le varie utenze

    Verifichiamo tutte le luci di bordo a partire da quelle di navigazione, fonda, motore.

    Verificare la data di scadenza dei fuochi e i razzi d’emergenza e nel caso sostituirli

    Zattera: verificare la data di scadenza della revisione e nel caso farla revisionare.

    Un’occhiata al tubo del gas della cucina e verificare la data di scadenza, nel caso sostituirlo

    Provare tutti i fuochi della cucina.

    Test delle pompe di sentina: manuali e elettriche. Per la manuale controllare il buono stato della gomma del soffietto e lo stato in generale. Per quelle elettriche prevedere un controllo della girante e nel caso la gomma fosse porosa e friabile, cambiarla.

    Riempire i serbatoi del gasolio e dell’acqua dolce. Testare l’autoclave e nel caso spurgare l’eventuale aria formatasi aprendo di volta in volta tutti i rubinetti serviti.

    Rimontare la pompa wc o se non smontata attendere di essere in mare per fare il primo test.

    Armare la cappottina para spruzzi e predisporre l’easy bag e il circuito dei lazy jack.

    Le vele dovranno attendere la messa in acqua, in quanto i cantieri/marina non consentono di armarle e quindi issarle, con barca in secco.

    Se voleste guadagnar tempo, predisponete il circuito delle scotte e del rollafiocco.

    Pulire il tender, gonfiatene i tubolari.

    Preparare le cime sufficienti all’ormeggio: stiamo quasi per andare in acqua!

    Dare una pulita anche ai parabordi e armarli.

    Ridare la giusta tensione al paterazzo debitamente scaricato per l’invernaggio, così come con le sartie nel caso avessimo allentato anch’esse.

    Staccare il carica batterie, attaccare i pannelli solari, disconnettere la 220v e acqua.

    Siamo pronti per andare in acqua.

    La grue ci mette giù e il primo test da fare sarà la tenuta delle valvole/prese a mare, che avremo debitamente chiuse.

    Se non c’è nessuna perdita apriamo la presa a mare del motore e mettiamo in moto.

    Lasciamo girare per qualche minuto, proviamo l’invertitore, marcia avanti e marcia indietro (tanto ci sono le cime che ci tengono fermi) e poi non appena pronti molliamo le cime e rechiamoci al posto in darsena designato, oppure mettiamoci alla fonda “in quella baietta proprio lì vicino”.

    Saliamo in testa d’albero e controlliamo il sartiame: va controllato almeno una volta l’anno, per cui verificate lo stato dei terminali, dei rivetti e dei cavi in inox stessi.

    Armiamo le vele.

    Aprite le valvole del bagno e della cucina e testate il wc.

    Per chi avesse il dissalatore, quando sarete pronti e vorrete, effettuate il ciclo di risciacquo del liquido per la sosta invernale, attenendovi alle indicazioni della casa costruttrice.

    Ora potete iniziare a rilassarvi sul serio pronti a godervi la nuova stagione.

    Buon divertimento e buon vento.

    Paraplegico in barca, ovvero oltre ogni limite

    Paraplegico in barca, ovvero oltre ogni limite

    Non è una novità, anche se raro, il fatto che oggi molti portatori di handicap, special modo motori, trovino mezzi e energie per riuscire a realizzare i propri sogni, comunque. Molti sono gli esempi nella vita, nello sport, come l’atletica, il basket e tanti altri, e la vela non fa eccezione, in particolar modo nel mondo del diporto dove diverse persone attrezzano una barca a vela per accedervi con la sedia a rotelle.

    D’altronde non dimentichiamo che lo stesso sig. Amel, fondò il cantiere costruendo barche che potessero essere condotte con facilità, da soli, nel miglior modo possibile e in sicurezza: cosa che continuò a fare sempre di più e a maggior ragione quando divenne cieco… se vogliamo, sotto certi aspetti, una sorta di precursore e forse un riferimento a chi oggi decide di non porsi limiti, giustamente.

    Insomma il mare rapisce tutti, e il suo richiamo è talmente forte da consentire di superare ogni ostacolo, a volte anche i più difficili.

    “Uri” è una barca che raccoglie esattamente e pienamente questa filosofia. La incrociai la prima volta a Leros in Grecia, qualche anno fa, e scattai una foto perché molto incuriosito dallo strano veliero.

    Ricordo che la postai su Facebook con l’intento di farci 4 risate, sulla scia delle barche come dire, singolari, così come ce ne sono tante, a volte “a causa” di mani poco felici di altrettanti armatori decisamente fuori dagli schemi, a voler essere gentili.

    Anche questa non faceva eccezione, anzi non lo farebbe tutt’ora se non fosse cambiato il mio modo di vedere le cose.

    Detto ciò però devo anche spezzare una lancia a favore della mia curiosità, in quanto d’accordo rimanere perplessi su tali forme stile ‘carro da Far West’, ma il mio primo istinto fu quello di riconoscere in Uri una barca che aveva catturato la mia curiosità, affascinandomi: cioè il progetto del defunto Caroff destinato ai viaggi polari!

    E in effetti il concept è abbastanza simile, esternamente.

    Ebbene dicevo della storia del veliero in questione e del suo armatore. Uri viene concepita da Mr. Udi nel 1993, in alluminio (mia passione) e completamente fruibile per un paraplegico, quale egli è.

    Ed ecco che come per magia questa barca oggi appare bellissima ai miei occhi. Non solo perché oggettivamente se la si guarda bene, si possono apprezzare scelte tecniche geniali come i winch interni, l’uscita frontale, l’accesso al motore, o i ballast supplementari per limitare la sbandata di bolina, e tanti altri dettagli pensati e messi in atto dal diretto ideatore; ma più che altro per il fatto che Udi sia davvero una sorta di sogno concretizzato, come ce ne sono pochi al mondo.

    Voglio dire, d’accordo con i soldi tutto diventi facile, e non voglio neanche immaginare quanto sia costata questa meraviglia realizzata nei prestigiosi cantieri olandesi; tuttavia, posso provare ad immedesimarmi nel signor Udi e in chi come lui deve vivere la vita gestendo ogni aspetto, da noi dato per scontato, con difficoltà non indifferenti.

    Sono fermamente convinto che chi porti un handicap con sé, sviluppi altre capacità, tra cui evidentemente una forza di volontà non comune: il mitico “Zanardi”, tanto per citare un altro esempio a noi più noto, ne è l’ulteriore conferma.

    Io sul serio rimango sbalordito, in quanto non credo ne sarei capace, anche solo sognarla una cosa del genere, dal momento che mi rendo conto dei miei limiti oggi. Invece Udi se ne va sereno solcando i mari (persino in Mar Rosso e in Atlantico), timonando, cazzando, lascando, issando, ammainando… su una sedia a rotelle.

    Cari amici lo ripeto, questo è solo uno dei tanti esempi di persone coraggiose, parlo del vero coraggio non quello che siamo abituati ad ammirare, che al confronto risulta un “gioco da ragazzi”; sarebbe bello se i media veicolassero più spesso le azioni dei veri super uomini e super donne, in quanto solo loro potrebbero insegnarci a ridimensionare le nostre difficoltà quotidiane; così come procedere alla via un po’ più laschi, invece di perderci in tante stronzate estetiche, senza le quali la vela sembra non aver senso. Il mare è la vita, scegliere di navigarci equivale a voler vivere sul serio, affrontando ciò che viene, il bello e il brutto, con umiltà e saggezza.

    Oggi mi vergogno di aver riso di Uri, (e si che io sono uno a cui l’aspetto pratico da la precedenza) ma questa sgradita sensazione è l’ennesima lezione arrivata dal mondo salato, per cui ringrazio il magico veliero portatore di sogni e speranza, e mi inchino al suo armatore: al suo confronto io e Yakamoz, siamo poca cosa.

    Per chi volesse saperne di più o fosse interessato all’acquisto ecco il sito di Uri

    Regalate una carezza

    Regalate una carezza

    La foto di una bottiglia d’acqua non avrebbe un grande appeal se non facesse da cornice alla semplice storia che sto per raccontarvi.

    Marmaris, 2017, io e Başak come al solito combattiamo l’eterna sfida manutentiva contro Yakamoz, la nostra casa-barca-galera-paradiso-inferno. In particolare in uno dei nostri lanci pro refitting, oramai penso terminati, decidiamo di coprire tutto il ponte con il tread master.

    Per chi non sapesse proprio di cosa parliamo, trattasi di una speciale copertura sintetica antiscivolo, ben nota a chi non vuole compromessi sul fattore grip.

    Bene, anzi male, in quanto effettuare tale operazione con i mezzi limitati di un armatore, senza officina a supporto eccetera eccetera, richiede davvero molta passione, organizzazione per quanto possibile, e ovviamente la classica dose ingente di pazienza e attenzione.

    Ve la faccio breve nella speranza comunque di fornire un quadro su cosa significhi un’avventura di questo tipo: prometto prossimamente un tutorial.

    Prima di tutto va asportata la vernice sulla coperta interessata dall’applicazione: qui potrei fermarmi ore a parlarne, ma chi sa sa, chi non sa spero non possa mai sapere!

    Secondo poi vanno fatte tutte le dime seguendo uno schema, un disegno, e una logica relativa all’attrezzatura di coperta, taglio della gomma in questione con precisione millimetrica (sia perché il prodotto costa un occhio della testa, sia perché ci si può far male), e applicazione con quella che personalmente definisco “l’adesivo del diavolo”, la resina epossidica.

    Dicevo Marmaris, barca in secco, un caldo infame, io e Başak a sudare con taglierino in mano, nell’intento di tagliare ‘dritti’ i vari pezzi di treadmaster. Sono ore, giorni che diamo il fritto ed evidentemente la cosa si percepisce all’esterno più di quanto noi credessimo. Ad un certo punto si avvicina un operaio, non un amico, conoscente o addetto del settore, no, un semplice essere umano, lavoratore, disinteressato, che passando di lì tutti i giorni si era accorto di come lavorassero “questi poveri ragazzi fai da te”. Ci saluta, e con la naturalezza di un commilitone, ci allunga una bottiglia di acqua appena comprata per noi.

    Un po’ sorpresi per il gesto inaspettato, lo ringraziammo un secondo dopo aver realizzato il fatto, come se ci avesse offerto la più grande ricchezza del mondo.

    Forse a qualcuno può sembrare poca cosa, ma per noi è stato un gesto di un’umanità e un rispetto per il lavoro, e quindi i lavoratori, che solo una persona umile come l’operaio in questione avrebbe potuto produrre. Ed è ciò che mi fa pensare quanto ancora ci sia speranza per un mondo migliore.

    Grazie sig. Mehmet, il ‘calore’ di quell’acqua fresca ci scalda ancora il cuore.

    Ed ecco il nostro invito. Oggi, domani, insomma appena ne avrete occasione, fate anche voi una cosa del genere, un gesto totalmente disinteressato, che non sia solo l’euro al povero davanti la chiesa: è importante comunicare alle persone “normali”, a chi non ci conosce, che la vita non è solo stress, incazzature ed egoismo, ma può essere davvero bella e gratificante grazie alle piccole cose. È una carezza, una stretta di mano al nostro prossimo, nella speranza che il messaggio venga recepito, compreso e divulgato. Il mondo ne ha bisogno, noi ne abbiamo bisogno. Si può fare.