Avaria invertitore: quando il sogno diventa un incubo
Cari amici avrei voluto scrivere altre parole e di fatto stavo accumulando materiale, video, storie, per poi pubblicare i relativi articoli; ma quella che doveva essere la prova delle prove, alla fine si è rivelata un disastro che ha picchiato duro sui nostri animi e sul progetto stesso.
Per dire che negli ultimi 2 mesi tra alti e bassi tipici del 3R Project, guadagnavamo comunque metri verso la meta finale, la qual cosa ci riempiva di gioia e ottimismo. Poi però…
E dunque ora mi trovo nella situazione di ragguagliarvi su quanto è accaduto negli ultimi giorni, rimandando a successivi scritti le cose belle e altre problematiche non meno “interessanti”; cosa che farò a breve per rispetto nei vostri confronti e di chi ci sta aiutando costantemente.
Ma immagino che sarete comprensivi dopo quanto leggerete fra poco.
Ebbene tra il refit del nuovo tender di Rebound, l’installazione dei nuovi pannelli fotovoltaici e i vari problemi legati all’albero, un bel giorno di totale bonaccia decidiamo di effettuare la vera prova a mare di Rebound.
Come sapete è da luglio dello scorso anno che “galleggiamo” in banchina, ospiti del nostro sponsor Yachting Kroton Club a cui vanno i più sentiti ringraziamenti: le figure del presidente Mimmo Mazza e dell’ormai “padrino” Nino Straticò, hanno fatto sì che potessimo continuare a lavorare in serenità, fino a quando fossimo stati in grado di spiccare il volo… in qualsiasi modo ciò potesse significare, come per l’appunto l’ultimo episodio che ci ha visti tornare in secco.
Dunque eccoci qui alle 8 del mattino a bordo di Rebound, io, Başak, Fofinho e Nino; da basso in acqua scortati da Davide Scamarcia sul gommone dello YKC, pronto a intervenire in caso di problemi.
L’uscita dal porto di Crotone
Descrivere i momenti nei quali vediamo Rebound metter la prua fuori dal porto è operazione complicata; non so se fossimo emozionati più noi o Nino, che questa barca l’ha amata e ha tifato affinché riuscissimo a ridarle la vita che meritava; fatto sta che dopo 15 anni, Rebound finalmente e con una certa timidezza, guadagna le prime miglia con le proprie gambe.
Ci sono foto e video di quei momenti, ma abbiamo deciso di rimandarne la visione a quando la futura prova darà esito positivo; sono certo comprenderete la scelta.
Per il momento fatevi bastare l’immaginazione: dopo quasi 4 anni di lavori, sofferenze, energie psicofisiche ed economiche, il coinvolgimento di aziende e persone, tutto ciò pesava come un macigno sulle aspettative della prova.
Davide stesso, a bordo del gommone, rideva di gioia e speranza nel vedere la possente prua superare i confini del porto.
Prima mezz’ora
Decidiamo di procedere lentamente a bassi giri; anche Bartosz della Servipol, aveva consigliato di aumentare del 10% dopo ogni ora (a dire il vero un po’ complicato un test del genere che, considerando i motori con cui la Servipol ha a che fare normalmente, ovvero navi cargo, probabilmente procedura più attinente a tali unità che una piccola barca a vela); in ogni caso non superiamo i 1900 giri sempre molto gradualmente e per pochi istanti.
Chiediamo a Davide di fare da boa, di modo da iniziare a conoscere la manovrabilità di Rebound: lo raggiungiamo in marcia avanti e principalmente in marcia indietro, simulando gli ormeggi.
Ci alterniamo al timone: prima Başak che ci porta fuori dal porto, poi Nino (l’onore a lui era d’obbligo) e poi io, deputato a supervisionare la sala macchine, proprio per “sentire” il motore e ogni meccanismo a esso connesso.
La timoneria a poppa, quella principale, si gestisce bene, mentre quella sotto la cappottina rigida, essendo di diametro piccolo, paga un po’ lo scotto del sistema a giunti cardanici, chiedendo un po’ più di sforzo: ma è chiaramente tutto da verificare ancora, special modo quando navigheremo davvero.
La manovrabilità è accettabile, considerando le dimensioni, la deriva ancora su e rapportata alla nostra cara Yakamoz che ci ha sempre messi un po’ in difficoltà, essendo un deriveur (deriva mobile totale); Rebound invece ha una bella pala e poco skeg, quindi un po’ più precisa; ma non è una “bicicletta”, come Nino ama definire la sua snella Arsitea. Sì, Rebound richiede di farci la mano e a onor del vero dopo poche prove riesco a capire le sue pretese; e sono convinto che man mano si svelerà completamente a noi.
Insomma tutto sembra filare liscio, nonostante stiamo procedendo con l’elica invertita.
Quando lo scorso luglio abbiamo effettuato il “varo tecnico” (il varo ufficiale, cioè quello con gran pavese, bottiglie e festeggiamenti, deve ancora avvenire), il primo imprevisto è stata la direzionalità: in parole povere con la marcia avanti inserita, la barca andava indietro e viceversa!
Inizialmente pensammo a un errore di montaggio dell’invertitore, ma successivamente capimmo di aver perso la scommessa allorquando rimontammo l’elica. Essendo una bellissima Max Prop, questa consente di variare passo e senso di rotazione; non avendo noi nessuna indicazione precedente e non potendo distinguere facilmente la situazione precedente (immaginate le condizioni dell’elica dopo oltre 12 anni di abbandono), avevamo il 50% di possibilità, e noi scegliemmo la destrorsa. Sbagliato, ovviamente!
Per cui, mettendo in preventivo di dover tornare in secco per questo e altri motivi, e invertiti i leveraggi per scongiurare incidenti istintuali, lo stesso Bartosz chiedeva di fare un minimo di test in movimento, indipendentemente dall’elica, di modo da verificare motore e invertitore. E così pertanto abbiamo fatto.
Ecco l’avaria: la marcia avanti (indietro) ci molla
Dopo appena mezz’ora, proprio nel mentre iniziavamo ad avvicinarci al porto, perdiamo la manovrabilità della barca: la marcia avanti non funziona più (marcia indietro vera sull’invertitore).
Dopo un primo attimo di smarrimento mi catapulto in sala macchine, nel timore (in realtà speranza) si fosse scollegato il leveraggio; invece il problema era evidentemente più grave. Anche il rumore era cambiato, più qualcosa di metallico che il corretto scorrere degli ingranaggi. A quel punto, avvisato equipaggio e Davide sul gommone, inseriamo la retro (marcia avanti) per tornare in porto così. Fortunatamente almeno la retro funziona e, data cima di sicurezza a Davide (ora in funzione di freno alla bisogna), procediamo sperando di non far danni.
Decido di timonare io, nonostante Nino si fosse messo a disposizione; ritenevo dovesse essere nostro l’onere di eventuali errori e danni.
Per farla breve e solo grazie alla bonaccia, entriamo tonneggiandoci un po’ a destra, un po’ a sinistra e il buon Giuseppe (ormeggiatore dello YKC) debitamente avvisato, pronto a porgerci il corpo morto.
Risultato: zero danni alle altre barche, a Rebound, a noi, ma morale sotto la suola delle scarpe.
La conferma dell’avaria totale
Congedati i nostri amici, molto tristi per la prova fallita, mi butto in sala macchine per capire cosa fosse accaduto. Scollego i leveraggi e provo a comandare l’invertitore direttamente dal suo selettore: anche la marcia avanti dà forfait. Invertitore totalmente inservibile.
Ne consegue che la situazione è più grave del previsto, in quanto non appena fermi e scambiate 4 parole con Başak e Nino, avevamo deciso di sbrigarci a recarci in cantiere, garantiti dalla retro (marcia avanti). Ma ora?
Prima di gettare la spugna contattiamo immediatamente la Servipol i quali generosamente hanno refittato completamente motore e invertitore; quest’ultimo ricorrendo persino a pezzi nuovi, costosi, direttamente dagli USA: in termini economici sarebbe costato meno acquistare un invertitore nuovo; tuttavia il Paragon Power non esiste più come nuovo e adattarne uno recente commercialmente in essere, avrebbe significato modificare la posizione del motore… improponibile.
Sconcertati e costernati anche all’azienda polacca, proviamo a fare qualche test.
Cambio l’olio all’invertitore, nella speranza il classico ATF fosse meno adatto del Dexron II o III: nulla, tutto tace.
Scollego i tubi idraulici e verifico a motore in moto se esce olio: nulla, solo una piccola goccia.
Forse c’è aria nel circuito. Ricollego i tubi, allento un raccordo e accendo: nulla di nulla.
Insomma dopo ulteriori tentativi, aiutati anche da altri amici meccanici di Roma (grazie Patrizio sempre presente, grazie al preparatissimo Mirco e grazie a Giulio Cesare della Tecnomar per averci presentato quest’ultimo), la sentenza è definitiva: l’invertitore è rotto, forse la pompa meccanica interna, o peggio ancora il parastrappi del motore. In ogni caso va smontato l’invertitore per capire bene danni e cause.
E la notte si impadronisce del giorno…
Come procedere? Bella domanda
Ora è davvero un grosso, grossissimo problema.
Per smontare l’invertitore, bisogna prima scollegarlo dall’asse dell’elica; per far questo, una volta tolti i bulloni del mancione, si deve far indietreggiare l’asse e solo dopo metter mano all’invertitore. Facile no! E lo sarebbe se non fosse che il sistema di tenuta di Rebound è una PSS.
A differenza dei classici sistemi, come ad esempio la cuffia Volvo, i quali al massimo possono far entrare qualche goccia durante lo spostamento dell’asse, e parlo per esperienza (ho cambiato persino la stessa cuffia Volvo con barca in acqua), qui la storia è più complicata.
La PSS prevede un rotore in inox che va premuto contro un disco di carbonio, solidale al soffietto fascettato all’astuccio di alluminio della barca; tale “premitura”, nel caso specifico di 25mm, non è cosa da fare a mano, quanto meno le mia mani; forse un energumeno potrebbe, ma io son dovuto ricorrere a una leva di legno. Una volta in posizione si serrano i 2 grani sul rotore.
Ecco, nella speranza sia stato chiaro, visualizzate detta operazione con barca in acqua: puntella il rotore, allenta i grani, indietreggia l’asse, serra nuovamente i grani; e se qualcosa va storto, nessuna garanzia di poter bloccare l’eventuale falla; e, ammesso vi si riesca, nessuna tranquillità di rimanere così per X giorni, forse mesi.
Si può fare? Sì, volendo e con le giuste accortezze tutto si può fare; lo conferma Mirco, meccanico esperto, che ha proceduto diverse volte in analoghe circostanze; e di certo il sottoscritto non si tirerebbe mai indietro (un po’ meno la sempre prudente Başak).
Tuttavia, come già anticipato, il totale buio sulle cause del danno, non ci consentivano di fare una stima e dormire sonni tranquilli con l’asse indietreggiato e la PSS messa così. Soprattutto dovevamo tornare in secco per girare l’elica, testare la deriva, sostituire la vecchia elica di prua con quella nuova, ricevuta in omaggio dalla Max Power (in realtà dal buon Marco di Nauticapiù, partner affidabile sin dall’inizio del 3R Project) e altre questioni che, sebbene si potessero risolvere in acqua, senz’altro la tranquillità della terraferma le avrebbe rese più semplici.
In più un altro dettaglio tecnico che avremmo scoperto più tardi e che avrebbe reso difficile se non impossibile lo sfilamento dell’asse.
E dopo qualche notte insonne e discussioni, decidiamo: si va in secco, punto e basta.
Ed ora a noi due invertitore maledetto
Rimandando al futuro libro la descrizione delle ulteriori vicissitudini che ci hanno consentito di alare presso Portovecchio Service, il cantiere di Elio Balzano, dove si respira professionalità e serenità molto gradevoli, faccio un salto a piè pari verso le ultime ore.
E quindi si vola un’altra volta. Rebound sulle fasce oggi sembra più leggera, quasi che intuisca la brevità (ci auguriamo tutti) della sua permanenza all’asciutto. Nel frattempo Fofinho, il navi-gatto-re, vola da solo insieme alla chioccia d’alluminio, immaginiamo tra paure e ricerca di spiegazioni: noi per regolamento non possiamo essere a bordo. Momenti che per fortuna durano davvero pochi istanti: non appena taccata la barca, eccoci sulla scala a prendere possesso di Rebound e ad aprire le porte a Fofinho, ora comprensibilmente un po’ spaesato, intento a decodificare il nuovo ambiente.
Nemmeno il tempo di salutare e ringraziare Elio, Enzo, Andrea e Luca, i nuovi amici di Portovecchio Service, per la delicatezza e calore con cui ci hanno accolti, che mi dedico allo smontaggio dell’invertitore.
Prima operazione, scollegare il mancione. Finalmente allento i grani della PSS e subito la cuffia indietreggia, libera da pressione.
Ora scendo a verificare l’asse prima di sfilarlo quanto basta, e noto subito la criticità per la quale come accennavo qualche riga più su, in acqua questa operazione con tutta probabilità non avrebbe potuto svolgersi: l’asse è talmente sporco che tra il cavallino (supporto esterno dell’asse vicino l’elica, dove è inserita la boccola idrolubrificata tipo Beneteau) e la parte di asse libera fino all’astuccio dentro barca, si sono attaccate delle conchiglie e altre formazioni calcaree marine. Nel caso avessimo provato a indietreggiare l’asse, la resistenza sarebbe stata tale dal farci desistere, o persino danneggiare la boccola. Insomma, saggia fu la decisione di perseverare verso l’alaggio.
Pulito quindi l’asse, possiamo spostarlo di quei 20 cm sufficienti a scollegare l’invertitore.
Il primo componente di questo, ovvero il riduttore, viene via abbastanza facilmente; pesa sì, ma nulla di impossibile per girarlo e ispezionarne gli ingranaggi: foto inviata a Piotr, il caro meccanico della Servipol che ci sta seguendo, protagonista a suo tempo dell’installazione del motore (ecco articolo e video). Esito visivo positivo, confermato anche da lui.
Ora passo a scollegare il blocco vero e proprio, quello attaccato al motore e che darà accesso al famigerato parastrappi.
Qui la faccenda si complica, in quanto 3 dei circa 8 bulloni, sono in una posizione dove la classica chiave a bussola non entra; la chiave spaccata fa presa con difficoltà e si rischierebbe di spanare la testa esagonale del bullone; la bussola da 16mm tra l’altro è un po’ atipica, ma grazie a Andrea la prendo in prestito dal cantiere. Solo dopo alcune “parole magiche” ben mirate, nel mentre grondavo sudore (qui già picchia il caldo estivo), ecco che riesco a infilare la chiave e ad allentare di mezzo giro il bullone; a quel punto, sempre con altre parole magiche, riesco a scastrare la chiave per poi procedere in un’azione penosa nella fase di svitamento del bullone, a mezzo di chiave spaccata, le stesse dita e, ripeto, tecniche semantiche dal potere telecinetico. Poi qualcuno mi spiegherà la geniale logica del progettista, nell’ideare cotanto sistema di accoppiamento.
Ci siamo; opportunamente zeppati con delle assi di legno, disaccoppio i due elementi. A prima vista sembra che il parastrappi sia integro, e ovviamente mando foto e video in Polonia. Piotr conferma, ma per esserne certi dobbiamo mettere in moto senza invertitore, di modo da capire se i rumori di ferraglia uditi durante la prova in mare, siano ancora presenti.
Va detto che questa parte di invertitore pesa un accidente, e infatti da solo ho serie difficoltà nel movimentarlo; comunque lo allontano quanto basta per la prova, poi ci penseremo.
“Başak metti in moto”. Brrrrummm, il fedele Perkins canta la sua canzone senza colpi di tosse, o stonature temute. Lo sferragliamento non c’è più. Spegniamo, inviamo il video e a stretto giro riceviamo risposta da Piotr: il motore sta bene, il parastrappi pure, pertanto la sentenza è definitiva. Si tratta al 100% dell’invertitore, “solamente” dell’invertitore.
Bello come anche qui ci si riesca ad adattare, vedendo il bicchiere mezzo pieno; è vero, il danno è importante, ma aver escluso il motore ci fa tirare un sospiro di sollievo non indifferente. Non resta che cercare un nuovo invertitore o revisionato e sostituire quello attuale danneggiato.
Questa era una delle strategie anticipate da Bartosz, al fine di aiutarci nel più breve tempo possibile, data la stagione iniziata, nella quale avremmo voluto testare a fondo tutta Rebound e perché no iniziare a navigare per brevi tratte e… respirare, sognare, pianificare.
Cosa si era rotto nell’invertitore? Potrei smontare ulteriormente e grazie ad alcuni bulloni di facile accesso; ciononostante lo stesso Piotr mi ha consigliato di desistere, in quanto la movimentazione è per l’appunto complicata (tuttavia mi farei/farò aiutare da un operario del cantiere – o da un amico) e alla luce delle suddette strategie, del tutto inutile. Molto meglio rimandare l’incombenza a un’officina attrezzata e pronta alla riparazione.
Conclusioni
Ed eccoci qui cari amici, in tempo reale. La situazione è questa, attendiamo nei prossimi giorni la fumata bianca della Servipol nel mentre noi stiamo procedendo alle altre priorità passate in secondo piano.
In soli 3 giorni abbiamo già messo mano a varie problematiche con malcelato ottimismo; evidentemente la stessa aria del nuovo cantiere ci dà più positività, o semplicemente Rebound sta conducendo la rotta a nostra insaputa verso le battute finali. Noi, nonostante tutto, proviamo a tenere la barra al centro, consapevoli che ciò venga reso più semplice del previsto, grazie all’affetto dei tanti cari amici, i quali si impegnano oltre ogni ragionevole comprensione a fornirci aiuto e supporto.
Dunque ancora grazie, grazie, grazie a Mimmo Mazza e Nino Straticò per aver reso possibile la presenza di Rebound qui, dove ci troviamo ora a prenderci cura di Rebound con maggiore serenità (so che leggeranno e capiranno il perché sto rimandando alla stesura del libro, ulteriori dettagli).
Non ultimi Paola Perziano e Paolo Scola, ora in vacanza con la loro Diddi in acque greche, pronti a regalarci ospitalità nella splendida Casa Demetra (quella del nostro anniversario), dove Fofinho sembra essersi adattato alla perfezione.
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Ragazzi sono tanto dispiaciuto per voi
sono anni che aspettavate questo momento; ma meglio al porto che fuori con il cattivo tempo, no?
perciò tiratevi su, dai
e che dicono i polacchi?
Grazie Alfonso per la tua solidarietà. Sì dai, bisogna sempre guardare il bicchiere mezzo pieno. Attendiamo ancora notizie dai polacchi, ma siamo fiduciosi
Aggiornerò non appena possibile sui social e nel prossimo articolo qui