Restauro del tender di Rebound: una scelta difficile
E dunque nonostante gli imprevisti degli ultimi giorni (l’avaria dell’invertitore: qui l’articolo), durante gli ultimi mesi qualche ciambella con il buco è stata sfornata dalla premiata forneria Rebound.
Ma se pensate sia stata cosa facile, scordatevelo; la tradizione del 3R Project prevede sempre un minimo di sofferenza, e il gommone non fa eccezione, in quanto elemento per noi fondamentale, quasi al pari della barca stessa.
Partiamo dalle basi della scelta. “Ma che vuoi che sarà, è un piccolo gommone e basta…”. A primo acchito si potrebbe pensare così, tranne che vi sono 7 aspetti da considerare:
- lunghezza: non troppo piccolo, né troppo grande, dai 2,70 ai 2,90
- resistente: la chiglia deve essere in alluminio, visti gli innumerevoli e potenziali spiaggiamenti
- leggero: dato il punto 2 per l’appunto la chiglia rigida non può essere in VTR in quanto troppo pesante, ma altrettanto resistente; nel caso dell’alu ovviamente lo sarà di più
- economico: non possiamo acquistarne di nuovi, per cui o entra in scena un altro sponsor, magari con qualche unità difettata et similia, oppure dobbiamo rivolgerci al mercato dell’usato
- durevole: inutile spendere per un gommone economico che poco dopo ci darebbe problemi
- neoprene: materiale per i tubolari da preferire rispetto al pvc
- categoria C: vi spiegherò in seguito
Perché non un Walker Bay
Prima di passare all’analisi dei 7 punti, una breve premessa per gli amici che hanno amato “Yakamozzino”, il tender della nostra cara Yakamoz. Era un Walker Bay di 8 piedi, cioè scafo tipo gozzetto, ma diciamo un vero e proprio dinghy, in polietilene, 2,40 metri circa, di soli 35kg, trasformabile con il suo kit (mai avuto) in dinghy a vela; e migliorabile in termini di stabilità con il kit (auto costruito) di tubolari da inferire su 2 canaline laterali.
Insomma un gioiellino indistruttibile, che andava a remi perfettamente e che ha servito egregiamente il suo equipaggio e i molti amici saliti a bordo, per circa 12 anni.
Ma aveva due soli, importanti, difetti:
- era troppo instabile: già in 2 quando salivamo dovevamo controbilanciare, o quanto meno utilizzare le giuste accortezze affinché non si ribaltasse
- aveva una capacità di carico ridicola: 2 persone + 1 bagaglio circa
Solo io e Başak possiamo sapere i numeri che abbiamo dovuto fare per imbarcare gli ospiti senza ricorrere a mila viaggi; in pratica la targhetta di bordo, con stampigliate le caratteristiche e i limiti, è stata costantemente disattesa e mai rispettata; forse, e sottolineo forse, solo quando eravamo in 2 per andare a fare cambusa. Le altre occasioni vedevano me e minimo altre 2 persone con relativi bagagli: dissimulando tanta normalità, i frequenti trasferimenti verso la “nave madre”, somigliavano più a missioni di incursori sotto copertura, con il povero battello che chiedeva di immergersi per metter fine alle sue sofferenze. Il tutto condito da un altrettanto stoico Suzuki da 2,5 hp, a cui chiedevamo di spostare pesi totalmente incompatibili con le regole della fisica e della termodinamica.
Nonostante ciò, come detto, siamo riusciti a gestire parecchi appuntamenti… con il destino.
Stavolta, sebbene rimanevo speranzoso e desideroso di prendere almeno il Walker Bay 10 piedi (3 metri), mi scontravo sempre con i limiti ufficiali della portata e potenza applicabili. Incompatibili con i nostri programmi e esigenze.
E poi c’era un altro motivo non di poco conto: i bambini curiosi.
Ogni qualvolta ci trovavamo a sbarcare in una spiaggia, al nostro ritorno, puntualmente, trovavamo il povero Yakamozzino sporco di sabbia, acqua e non di rado con a bordo i colpevoli: bambini desiderosi di giocare con la barchetta, incarnazione reale dei loro disegni elementari. Accanto al nostro potevano esserci un Lomac, un Highfield o altra unità iper-stra-super, ma nulla, il bambino sceglieva sempre il simpatico dinghy di plastica.
E a nulla valsero ulteriori accortezze, o la presenza dei genitori stessi, i quali al contrario e con il sorriso compiaciuto, ritenevano normale che i loro pargoli potessero giocare con un oggetto che ha un costo, serve integro a chi lo usa e viene pulito regolarmente non senza sacrifici (sotto il sole estivo); in soldoni, veniva percepito come un giocattolo di pubblico dominio. Pertanto, stavolta, abbiamo deciso di rientrare anche noi nella categoria dei “seri”.
Quale tender scegliere
Partendo dai 7 punti più sopra elencati, da mesi anzi forse quasi 2 anni, nel frattempo che portavamo avanti i lavori di restauro di Rebound, ogni tanto inviavo una mail ai vari produttori al fine di coinvolgerli nel nostro progetto. E ovviamente un occhio sempre al mercato dell’usato.
Mai come in questo settore abbiamo riscontrato il più totale disinteresse, devo essere sincero; mentre i vari portali di battelli di seconda mano, restituivano risultati o troppo costosi o inadeguati.
La nostra prima scelta è stata sempre Highfield, noto cantiere di tender con chiglia in alluminio; ma non disdegnavamo altri produttori noti tipo Eurovinil, Zar o Zodiac.
Tuttavia le produzioni attuali, di frequente non sono più in linea con i blasoni e la qualità del passato. Capitò infatti di poter mettere le mani su un lotto di un famoso produttore, a prezzi di costo. Sulla carta eccezionali, categoria C, bauletto a prua eccetera. Ma poi qualcosa non tornava. Non solo l’amico Marco di Nauticapiù mi mise in guardia su quel tipo di marchio, riferendomi scollamenti tra tubolari e chiglia in “alluminio” già dopo solo 1 anno; ma lo stesso materiale della chiglia era un mistero: mentre Highfield conferma trattarsi di Peralluman, qualcun altro “gioca” con la voce generica alluminio anodizzato senza riuscire a fornire risposte ufficiali sulla specifica lega o materiale effettivamente utilizzato. Non approfondisco per non annoiare, rimandando a eventuali domande in privato.
E dunque dopo anche questa esperienza, la rosa si restringeva inesorabilmente agli Highfield: ahimè rari sul mercato dell’usato e più precisamente per le nostre tasche e dimensioni richieste; o erano troppo nuovi e costosi, oppure troppo piccoli o troppo grandi.
La categoria C. Un aspetto che stavamo rischiando di non considerare adeguatamente era la categoria di costruzione.
Sebbene non sia importante ai fini di immatricolazione in quanto natanti, la destinazione di utilizzo potrebbe diventarlo. E molti gommoni della fascia fino e oltre i 3 metri, sono di Categoria D, ovvero progettati per vento forza 4 e onde massimo di 0,5 metri; acque protette, fiumi, canali, piccoli laghi.
La categoria C invece prevede: vento fino a forza 6, onde fino a 2metri, acque costiere, grandi baie, estuari, lunghi tratti in mare aperto. In pratica un mondo di differenze.
Apparentemente si tratta di un tender, e la maggior parte delle persone lo utilizzerà solo a fini personali, cioè i diretti interessati, armatori dell’unità madre. Ma quando come nel nostro caso si imbarcano persone e spesso in condizioni di Meltemi, ovvero proprio quelle della categoria C, ecco che l’aspetto non è più una quisquilia; special modo in termini assicurativi.
La scoperta dell’importanza della differenza di categoria, credo sia stato l’elemento decisivo al restringimento del campo delle scelte, senza la quale avremmo commesso un errore potenzialmente importante.
E finalmente trovato il Tender To Rebound
Dopo quasi 2 anni di ricerche e grazie anche alle sistematiche segnalazioni da parte del caro amico Davide Scamarcia, ecco materializzarsi il nostro tender: un Highfield 310 Classic.
Prima di passare alla descrizione, ci tengo a dire che Davide non è un addetto del settore in senso stretto, tutt’altro; lui in realtà è il nostro caro amico e sponsor, in quanto padrino e “dottore di Fofinho”.
Sì, sebbene la sua principale professione sia il veterinario, anzi il miglior veterinario, non solo di Crotone, la cui clinica Magna Grecia all’avanguardia è oramai un riferimento regionale, in realtà se la gioca con la sua altra passione: il mare, la vela e i gommoni in particolare.
Davide sa tutto di gommoni, come acquistarli, in che modo ripararli, quali caratteristiche deve avere un gommone per un certo utilizzo, che tipo di motore e ogni altro dettaglio del caso.
In pratica Davide ogni volta usciva una novità nei più noti siti di vendita usato, mi girava l’annuncio; e fu così che si materializzò l’unica vera opportunità a un prezzo decente: un Highfield Classic di 3,10 metri, chiglia in alluminio (ça va sans dire). Misura un po’ troppo oltre la nostra idea, ma questo passava il convento; e poi sarebbe stata una prova decisiva del sistema di gruette progettato per Rebound insieme alla Metalsud.
Il prezzo era un affare e soprattutto avremmo potuto caricarlo sul tetto della macchina di ritorno da Roma, trovandosi il venditore in zona Salerno.
Certo, il costo risibile era dovuto alla “sofferenza” del gommone, in perfetto stile Rebound, in quanto molto probabilmente utilizzato per qualche “sbarco non autorizzato” (è una nostra supposizione): tubolari in pvc da rivedere in alcuni punti, scafo con qualche bozzo e dunque non fresco di fabbrica. Ma come si suol, dire, necessità fa virtù e così è stato.
Inizia il restauro
Sulla strada di ritorno da Roma, alla volta di Crotone, carichiamo Reboundino sul tetto e lo scarichiamo a casa del papà di Davide, Gianni, a cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti per la pazienza dimostrata e collaborazione finale: la bella villa spaziosa avrebbe accudito il tender, ora bisognoso di qualche cura, in linea con il 3R Project.
Davide si rimbocca subito le maniche e in men che non si dica eccolo lì ad armeggiare con prove di tenuta, sapone e molta esperienza.
Il gommone ha una microforatura, una maniglia da cambiare, qualche tientibene “inutile” scollato, ora da sostituire con antiscivolo, un paio di valvole da sistemare e ovviamente le 2 scritte T/T Rebound da realizzare. Quest’ultima incombenza ovviamente a carico della sempre presente amica Lucia Palmieri (vedete qui il quadro elettrico che ha realizzato per noi!).
Giorno dopo giorno, sessione di lavoro dopo sessione, quello che Başak aveva già bocciato come un pessimo affare, sboccia in un cigno, grazie alla lungimiranza, esperienza e cure del buon Davide; il quale va detto, non appena visto la prima volta, ne approvò l’acquisto senza indugio.
Mai come in questo caso ho lavorato poco, per evidente imperizia specifica, ma tanta voglia di imparare quello che per me era, fino a ieri, un settore totalmente sconosciuto.
Come accennato la prima operazione è quella di testare le forature. Allo scopo si usa acqua e sapone, spruzzata con un classico applicatore in vari punti, cuciture, rinforzi, maniglie, valvole. Nel caso ci fosse un problema, questo uscirebbe fuori provocando bolle anomale. I tubolari sono sostanzialmente integri, ma c’è qualche bolla lungo una valvola e intorno a una toppa rotonda evidentemente utilizzata già per tamponare a suo tempo.
Bene, individuati i problemi si passa alla rimozione delle parti da sostituire:
- una maniglia a pruavia
- 2 fasce di tientibene sempre a pruavia, ritenuti inutili da Davide, a vantaggio ora di 2 bande antiscivolo
A fronte della rimozione seguiranno:
- applicazione delle 2 pezze di cui sopra più un’altra pezza antiscivolo proprio a prua del gommone
- applicazione delle due scritte T/T Rebound, lungo pruavia a sinistra e a destra
La rimozione avviene tramite phon industriale, o più precisamente termosoffiatore, molta accortezza e una spatolina.
Ma prima ancora di rimuovere o riparare alcunché, si lava a fondo il tender con classico sapone di Marsiglia e applicando uno sgrassatore tipo Chanteclaire, di modo sia da iniziare a ridargli nuova vita e splendore, sia per evidenziare ulteriori eventuali criticità.
E allora dopo l’accurato lavaggio, e tolto con il phon quanto necessario, si passa alla rimozione della vecchia colla, forse l’operazione più antipatica e gravosa.
Per far ciò utilizziamo il classico acetone, tanto olio di gomito, spatoline con attenzione e la tecnica di Davide: gomme da cancellare, metodo tra i più efficaci.
Nel frattempo ordino la colla giusta per queste applicazioni, presso Nauticapiù: si tratta di una colla bicomponente specifica per tessuti PVC, la migliore, la Adeco.
Le pezze in pvc antiscivolo e la maniglia da sostituire invece presso un negozio specializzato ben noto nel settore dei refitting di gommoni.
Il taglio delle pezze non è cosa semplicissima, sempre che si punti a fare un intervento preciso e professionale; e questa è un’incombenza che assumo io, al fine di sgravare un po’ di carico dal buon Davide, il quale si deve destreggiare tra lavoro e questa esperienza di restauro gommone, quasi mistica – di fatto le fasi descritte e che seguono, avverranno lungo diversi giorni, settimane anzi, per far coincidere bel tempo, assenza di vento, impegni personali, e via dicendo.
Prima poggio su un foglio di carta spessa le vecchie pezze, e ne copio il perimetro; poi taglio la carta e verifico direttamente sui tubolari. Qui ci si accorge di quanto si siano deformate le vecchie fasce e come sarà complicato realizzare le nuove.
Per fortuna il materiale ordinato è abbondante e possiamo permetterci qualche errore. Così è.
Riportata la dima di carta sul foglio in PVC, taglio con una classica forbice da elettricista (a patto sia buona come questa) accorgendomi poi che sul tubolare risulta imperfetta e più piccola del desiderato.
A quel punto utilizzo la stessa pezza appena ritagliata come seconda dima, ma solo per seguirne le curvature di massima; aumento le dimensioni e procedo a rifinire il disegno a matita: almeno posso mettere a frutto le mie capacità di disegno tecnico.
Taglio nuovamente la nuova pezza, tiro un sospiro di sollievo e insieme a Davide approviamo decisamente il futuro antiscivolo di “Reboundino”.
Procedo così per le altre e anche per le 2 fasce destinate a essere stampate da Lucia, quelle con la scritta T/T Rebound.
Ora si passa all’incollaggio.
Si preparano le zone mascherandole con il classico nastro di carta da carrozziere, meglio se questo nautico; si uniscono i 2 componenti della colla seguendo la giusta proporzione e si applica con un pennello dalle setole tagliate ad hoc, prima sui tubolari, poi sulle fasce ben stese sul tavolo da lavoro: necessaria sempre una zona ampia e pulita.
Si attendono 10 minuti e si ridà una seconda mano.
Dopo altri 10 minuti si ravviva la colla con il phon e poi con il cuore in gola, si applicano le fasce: nessun margine di errore, dato che la colla è davvero forte.
Non appena unite le due parti si passa alla pressione sistematica di ogni centimetro quadrato, sia con un rullo tipo questo che con il suo manico, in vari punti, così da garantire la perfetta aderenza e l’eliminazione di eventuali bolle: qui vedo chiaramente l’esperienza di Davide, per il quale il restauro del piccolo gommone è un gioco da ragazzi, dal momento che si è occupato di ben altre pezzature. Chapeau a lui.
Voilà il gioco è fatto.
Ma ancora non è finito, poiché subito dobbiamo eliminare qualche residuo di colla: via di acetone, spatolina e la mitica gomma da cancellare; molta attenzione e tanto impegno; d’altronde ora o mai più!
Terminato il lavoro di incollaggio si passa allo smontaggio delle 2 valvole. Una presenta un piccolo scollamento e si procede come fatto per le pezze. L’altra aveva invece bisogno soltanto di una bella stretta: la smontiamo comunque, puliamo le zone circostanti, applichiamo silicone spray e rimontiamo a modino usando l’apposita chiave. Con l’occasione Davide vuole sostituire anche i cordoncini che tengono al sicuro i tappi delle valvole: utilizza pinze chirurgiche messe via per questa sua seconda vita di riparatore di gommoni. Semplicemente affascinante come 2 settori apparentemente slegati, possano diventare compatibili.
Dopo qualche giorno mettiamo in pressione i tubolari e… VITTORIA! Il gommone è come nuovo e noi siamo contentissimi del lavoro ben fatto e il tanto impegno profuso andato a buon fine. Personalmente non avevo alcun dubbio sulla perizia di Davide e così è stato. Lo scrupoloso medico veterinario non è ancora contento: si lava nuovamente e si passa la cera. Fantastico, l’amico qui mi supera a puntigliosità e di gran lunga.
E dopo l’ennesima operazione di make up siamo finalmente pronti per il varo.
Prova in mare del tender
Durante le varie pause tecniche necessarie per le riparazioni, ne abbiamo approfittato per preparare anche il fuoribordo, un Mercury 5hp nuovissimo: grazie Nauticapiù per l’incredibile opportunità.
Inseriamo l’olio al piede, verifichiamo tutto e mettiamo in moto: un orologio, come doveva essere.
Ora va portato Reboundino al mare e coinvolgiamo il papà di Davide, il buon Gianni che mette a disposizione la sua auto dotata di portapacchi generoso.
In pochi minuti scarichiamo il tender presso Maresport, un’invidiabile location lì vicina, sul lungomare di Crotone, dove la famiglia Scamarcia ha da molti anni un così detto “capanno”, un bungalow dotato di ogni comfort dove loro amano passare tante ore estive.
Ed eccoci al momento della verità. Gommone in acqua e che non ne imbarca (già ottimo segno), motore montato, tutti a bordo, si accende e via, verso il Porto Vecchio, sede dello Yachting Kroton Club.
“Ciao Gianni, grazie di tutto e ci vediamo lì”: lui ci raggiungerà con l’auto per consentire a Davide di tornare alle sue incombenze.
E nel frattempo che Davide sgasa e collauda gommone e motore, io mi sento come un bimbo felice e soddisfatto, impaziente di metter mano alla nuova creatura. So che può sembrare a molti una piccola cosa, che sarà mai un gommone che va come deve; ma fidatevi, per me e Başak non è un fatto scontato. Dopo tanti anni di lavoro su Rebound, vedere, toccare con mano qualcosa che galleggia e procede senza indugio, è un po’ un’anteprima di quello che desideriamo da tempo.
Inoltre finalmente abbiamo un vero e proprio tender, anzi un gommone importante; affidabile, resistente e che ci consentirà di imbarcare ospiti e valigie senza fiato sospeso; completamente a norma e sicuri sotto ogni fronte. Per noi, ripeto, non poca cosa.
E dunque ora è il mio turno. Il 5hp (depotenziato dal 6hp: scelte commerciali) spinge tranquillamente i 65kg di gommone, più altri 150 kg di equipaggio; aggiungiamo altri 15 kg di serbatoio esterno, qualche giubbotto salvagente, sessolina, documenti e si arriva a un totale di almeno 220kg. Certo non ce la fa a planare e anche il motore è nuovo, un po’ legato e non possiamo sforzarlo troppo, ha bisogno di fare un rodaggio come si deve. Ma il suo lo fa e in men che non si dica siamo all’ormeggio di Rebound, presso lo YKC nostro sponsor che ci ha accolti da quasi un anno, in totale spirito marinaresco: sono le belle cose di questo ambiente e questa città, che ancora fanno respirare quell’atmosfera di solidarietà marinara, tanto sognata nei libri di Moitessier e di naviganti in generale; libri e storie svoltesi in epoche romantiche, oggi più difficili da ricreare; ma che come nel nostro caso, dello YKC e di Davide, sono evidentemente ancora molto vive.
Başak e Fofinho sono sul ponte di Rebound che attendono impazienti l’arrivo dei 2 prodi: l’entusiasmo della mia cara e comprensiva compagna è palpabile, anche lei ha bisogno di vedere qualcosa di finito e di pronto.
Bene, le cime sono assicurate agli anelli del pontile e Başak ci accoglie con i bellissimi bicchieri di legno, regalateci a suo tempo guarda caso proprio da Davide e la sua dolce moglie Noemi, pieni di “buonissima acqua fredda” con cui brindare alla magnifica giornata. Viva Davide, viva Rebound e il suo T/T.
Dopo aver ringraziato il caro amico e il papà arrivato poco prima, ora è il turno del giro di prova con Başak.
Emozionata e entusiasta di salire a bordo finalmente senza patemi d’animo di ribaltamento, e constatato l’ottimo lavoro da parte di Davide (ribadisco, io ho fatto ben poco stavolta), molliamo le cime e usciamo lentamene dal porto, sotto la romantica luce del tramonto. E poi… via verso l’infinito e oltre. Il motore sembra reagire meglio ora, e i chili in meno fanno ovviamente la differenza; i 5hp prendono giri e magicamente il gommone plana, proiettandoci a circa 12 nodi (mia stima). EVVIVA! “Başak, anche noi planiamo… dopo 12 anni di vita in mare è la prima volta!”.
Lascio il comando al capitano turco, la quale ci mette ben poco a prendere dimestichezza e a provare l’ebbrezza della planata.
Lentamente, con calma, rientriamo in porto, un po’ più pieni, contenti e consapevoli che almeno qualche gita al mare quest’anno potremo farla indipendentemente da Rebound; ma in realtà, sotto sotto, sappiamo che ce la metteremo tutta affinché il ruolo di Reboundino diventi il prima possibile quello pertinente di Tender to. Così dovrà essere. E così sarà.
Grazie ancora Davide, sei stato un amico prezioso. Godetevi il video.
Başak e Giampaolo e sempre Reuse, Reduce, Rebound
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Evviva!!! Altro obiettivo importante raggiunto. Il tender è super importante per gente come noi. Altrimenti niente rada!!! Adesso spero davvero che riusciate quanto prima a risolvere il problema dell’invertitore.
So che puoi capire bene l’importanza del tender. Ce la stiamo mettendo tutta per l’invertitore. Grazie per la solidarietà