Ottavo episodio del Best Explorer. Dal Canada verso il Mar Di Cortez
Potete trovare qui gli altri episodi: il primo, il secondo, i
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Buona lettura

 

L’abituale sosta invernale ci ha dato il tempo per maturare una decisione importante per il nostro futuro: quest’anno cominceremo la traversata dell’Oceano Pacifico.
L’alternativa sarebbe stata il rientro in Italia attraverso il Canale di Panama e l’Oceano Atlantico. Abbiamo discusso e ragionato a lungo sul nostro futuro, consci che il rientro in Mediterraneo avrebbe significato, per molte diverse ragioni, la fine della nostra avventura e in fondo nessuno di noi avrebbe gradito questa soluzione.
Attraversare il Pacifico, grande com’è, non è di per sé uno scherzo, ma sono le condizioni collaterali che rendono il viaggio complicato: le manutenzioni, le provviste, il clima, i trasferimenti sono tutti elementi che le coordinate geografiche rendono alquanto problematici.
Partiamo confidando che un cantiere di Raiatea, nelle Isole della Società, caldamente consigliato dai nostri conoscenti, sarà capace di risolvere tutti i principali problemi che potremmo incontrare.

 

Guaymas

Il viaggio aereo con i due pannelli solari che ho deciso di installare sarà difficile. Tra i problemi di accettazione del bagaglio fuori standard, i controlli per il transito negli Stati Uniti, i ritardi nell’imbarco, i ritardi nel trasporto dei bagagli, l’attesa inutile all’aeroporto di Città del Messico e le procedure doganali messicane, che prevedono l’esenzione delle tasse solo se l’importazione del materiale è fatta insieme alla persona, arrivo a Guaymas stremato. La pagherò con un febbrone nei giorni successivi passati in albergo col solo bagaglio a mano a disposizione.
Aero México risolve egregiamente tutti i problemi e mi manda tutto a Guaymas in un paio di giorni. Rimpiango solo di non aver potuto ringraziarli adeguatamente!
Posso procedere alla solita preparazione per la traversata fino a Tahiti, che quest’anno sarà lunga: la bazzecola di 8.000 miglia!
Qui manca molto materiale adeguato per la manutenzione, malgrado la buona volontà dei Messicani. Durante i lavori scopro la ragione delle vivaci proteste di un pescatore mentre ci allontanavamo da Ensenada: gli avevamo portato via un galleggiante che è rimasto incastrato tra la deriva e lo scafo. È tutto a posto, anche l’elica quadripala che abbiamo montato a Seward: solidamente sistemata.
Lo scenario desertico dalla mia posizione in cantiere è magnifico. I colori dei tramonti sono spettacolosi. Durano poco, ma mi organizzo per passare volentieri all’esterno quel quarto d’ora immerso nella pace della laguna, mentre proprio sotto di me un airone ritardatario pesca grossi pesci piatti che poi fa molta fatica a ingoiare.
Paolo e Bernard sono tornati con mia grande soddisfazione raggiungendomi per la traversata e a loro si è aggiunto Gianni, pilota civile. Insieme facciamo una spesa grandiosa in previsione della probabile difficoltà di rifornimento nelle isole. Il mucchio che accumuliamo sul ponte, anche se inferiore a quello preparato per il Passaggio a Nord Ovest, è impressionante: al supermercato stentavano a credere ai loro occhi.
Disegniamo la prima parte della rotta per le Galapagos, che prevede di scendere lungo la costa occidentale del Mar di Cortez fino a La Paz e poi puntare su Puerto Vallarta, a circa seicento miglia da qui, dove faremo le pratiche di uscita dal Messico. Ci fermeremo lungo la rotta almeno in un paio di posti, così da dare anche a Gianni l’opportunità di vedere un po’ di Baja California.
Siamo all’inizio di febbraio: dobbiamo partire ora per arrivare alle Galapagos entro il primo Marzo. Da lì salperemo all’inizio di Aprile: non dobbiamo arrivare alle Isole Marchesi prima dell’inizio di Maggio, quando finisce il pericolo dei cicloni tropicali, che a quelle latitudini in Pacifico possono colpire come quelli dell’Atlantico. A quest’epoca la vita marina qui non è ancora così vivace come diventerà fra qualche mese, tuttavia, non manchiamo di fare qualche avvistamento. Su una spiaggia troviamo pellicani, fregate e avvoltoi che banchettano golosamente con una fascia di pesciolini morti spiaggiati come le galatee della Bahia Magdalena (vedi post precedente).
La costa nella parte meridionale di questo mare è un po’ meno selvaggia e immacolata di quella più a nord e di quanto fosse durante la mia visita di un decennio fa, purtroppo: l’impressione ricevuta l’anno scorso è confermata. Il turismo porta benessere, ma i guasti che produce sono grandi e non so se non ne compensino i vantaggi.

 

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Puerto Vallarta

Dopo una sosta a La Paz accompagnati da un gruppo di delfini giocosi ci dirigiamo direttamente a Puerto Vallarta, su un mare tranquillo.
Puerto Vallarta è una meta turistica per americani e il grande marina è contornato da quinte di alti condomini. È considerato un “hurricane hole” per la sua conformazione.
La sosta è molto opportuna. Abbiamo la fortuna di incontrare un paio di amici di Paolo che ci permettono di gustare una meravigliosa cucina messicana, ma possiamo anche rimediare a un potenziale grosso problema. Prima della partenza per le Galapagos, che distano quasi 1.600 miglia, controllo per bene le parti critiche ed è così che scopro che ben otto dei dodici bulloni del giunto dell’asse dell’elica sono tranciati di netto. È la conseguenza a scoppio ritardato dell’impatto di due anni fa con il tronco sommerso (vedi post precedenti).
Sono bulloni ad alta resistenza, ma grazie alla relativa arretratezza del Messico troviamo subito, con un po’ di aiuto locale, un’officina artigianale disponibile che ripara bene il tutto in un paio di giorni.
Paolo ha preso un opuscolo locale senza accorgersi che è una guida per gay, del tutto inutile nel contesto, che viene subito relegata sbadatamente accanto al tavolo da pranzo e immediatamente dimenticata.
Il dubbio è passare lungo costa fino al Golfo di Panama o prendere la rotta diretta? La prima alternativa è attraente, ma la scartiamo per via del paio di giorni di ritardo accumulati e per la maggior sicurezza data da un percorso al largo del famigerato Golfo di Tehuantepec, da cui spesso soffiano venti molto forti.
Siamo ben affiatati e le guardie, solitarie, si susseguono senza problemi. Il continente montagnoso rimane visibile alla nostra sinistra per tutto un giorno e ci regala la vista di un significativo sbuffo vulcanico di fumo bello nero. Un paio di sule ci vengono a tener compagnia posandosi per la notte sul radar, traversiamo rapidamente la fascia delle calme tropicali, che calme non sono state e che ci hanno colpito con dei bei “merdoni” (groppi) notturni scuri scuri, ma che scompaiono in fretta lasciandoci a prendere la coda dei venti di Tehuantepec.
Poi restano le calme equatoriali di cui approfittiamo per immergerci e fare un’ultima minuziosa pulizia di quel po’ di fauna marina che si è accumulata sullo scafo, in vista delle ispezioni cui ci sottoporranno alle Galapagos. Sul ponte non troviamo pesci volanti, ma solo qualche piccolo calamaro.

 

Galapagos

E infine le Isole. Devo ammettere che si prova un po’ di emozione, anche dopo tanti anni, ad arrivare in un posto così pieno di mito. Non possiamo fermarci prima dell’ingresso ufficiale: è proibito. Ma ci passiamo accanto almeno per ammirare gli avamposti dirupati più settentrionali dell’arcipelago. Questo si estende su circa 300 miglia in direzione nord ovest – sud est e di circa 150 perpendicolarmente. Mi sorprende il loro aspetto. Ero stato influenzato dal film “Master and Commander” e mi attendevo un paesaggio brullo, roccioso e coperto di lava e lapilli, non bassi e larghi coni vulcanici coperti di verde.
Poco prima dell’arrivo attraversiamo l’equatore e in mancanza di un veterano, per tutti noi è la prima volta che lo passiamo in barca, fungo io da maestro delle cerimonie e compiamo comunque in allegria il necessario rito di passaggio con panettone e champagne.
La nostra meta è Baquerizo Moreno, che si rivela essere una baia aperta con qualche grossa boa d’ormeggio gialla e un alto molo per lo sbarco e l’imbarco non adatto all’attracco.
Una delle boe è libera e ci leghiamo con due robuste cime d’ormeggio e due belle catene: meglio essere prudenti. La baia è calma. L’agente che ci aspettava ci porta a bordo ben nove altri funzionari per l’ispezione d’ingresso, piuttosto accurata: due o tre animaletti che ci erano sfuggiti sulla carena vengono notati, ma per questa volta siamo graziati.
L’ispettore che entra con me per la verifica di sanità, dopo essersi seduto al tavolo si alza precipitosamente anzitempo tutto agitato uscendo di fretta e lasciandomi perplesso, finché lo sguardo non mi si posa sulla guida per gay lasciata nell’angolo…
Finito tutto, scendiamo a terra per concederci un rilassato pranzo di arrivo.
“La barca è a scogli”! L’agente arriva trafelata al ristorante con la terrificante notizia. Corriamo al molo e ci facciamo trasportare alla barca, che con grande sollievo vedo già ancorata.
Le boe qui hanno la cattiva abitudine, che abbiamo scoperto sulla nostra pelle, di ruotare col lento moto ondoso e le lunghe appendici trasversali di sicurezza (!) si erano portate sotto le catene un po’ troppo lasche scalzandole. Un pescatore aveva visto la barca quasi a riva e l’aveva recuperata, per una modestissima somma. Niente danni a noi e solo un fanale di via divelto a un’altra barca, prontamente compensata.
Stanotte si dorme tranquilli!
Siamo confinati a navigare soltanto tra tre scali: Baquerizo Moreno a San Cristobal, Puerto Ayora a Santa Cruz e Puerto Villamil a Isabela, ancoraggi relativamente aperti e relativamente meno interessanti: i permessi di visita che credevamo possibile ottenere sul posto sono stati totalmente eliminati.
Facciamo buon viso a cattivo gioco e durante un mese ci muoveremo avanti e indietro tra questi pochi posti. Il contrattempo non ci impedisce di esplorare un poco i dintorni e di portare con noi un invidiabile patrimonio di esperienze e di immagini. L’acqua di mare, in questo periodo, è ancora calda perché la corrente fredda che viene da sud e che cambia radicalmente il clima non è ancora giunta fin qui.
Le cose da fare e da vedere sono comunque tante: i bagni tra le tartarughe di mare e le iguane marine, le visite al Centro Darwin con gli incredibili esemplari della flora e della fauna delle isole, il respiro delle lunghissime onde oceaniche provenienti dall’Antartide e le cavalcate dei delfini che ci accompagnano nei nostri trasferimenti, le gite ai vulcani dell’interno.
Qui è vietato pescare e la varietà delle provviste è scarsa perché delle tre bettoline che riforniscono le isole due sono naufragate. Uno dei relitti è addirittura ancora qui accanto e verrà rimosso per essere affondato al largo proprio l’ultimo giorno della nostra permanenza. I miei amici partono alla spicciolata mentre si alternano con noi Monica, Nicoletta, Marco e Andreas, con cui anche tornare a visitare gli stessi posti è una piacevole esperienza: ogni volta c’è da scoprire qualcosa di nuovo, da gustarsi un ottimo gelato italiano sul lungomare, da essere inondati da scrosci d’acqua di temporali equatoriali o da soffrire insieme per l’intensissimo calore umido del mezzodì.
L’equipaggio per la tratta fino a Tahiti, 4.000 miglia che non sono in grado di percorrere da solo non si è ancora concretizzato. Salvatore cambia i suoi programmi e viene a raggiungermi per aiutarmi, ma in due saremmo ancora pochi. Nicoletta e Filippo, il mio fedele e insostituibile “Shore Team”, si danno da fare e arruola Enrico, Giampietro ed Alice proprio entro il tempo massimo.
Mentre li aspettiamo sperimentiamo un po’ di problemi al generatore, che esala qui l’ultimo respiro, anche se verrà poi seppellito solo più tardi a Tahiti, all’attacco di una sartia, riparato in modo magistrale da un fabbro locale dalle mani d’oro, e ad altre cosette, incluso un problema alla deriva mobile che ci fa quasi perdere la barca durante una forte mareggiata. Non ci impedirà la navigazione, ma ne scopriremo la causa solo a Tahiti.
Le acque delle isole devono avere delle caratteristiche particolari: già dopo soltanto una settimana di permanenza la carena, che era perfettamente pulita, è diventata un giardino di alghe nella zona del bagnasciuga colonizzato da miriadi di granchietti famelici, tanto che abbiamo dovuto immergerci periodicamente per grattarlo via meccanicamente. Il fenomeno non si è più ripetuto né in navigazione né successivamente.
L’imbarco di acqua e gasolio per la traversata viene fatto trasbordando delle taniche, e sono in totale quasi quattro tonnellate, con delle barche che arrivano sottobordo. Riusciamo anche a far controllare in modo ottimale la zattera di salvataggio.
Le isole ci lasciano un ricordo ineguagliabile, anche se visitarle in barca non è il modo migliore, visto che poi non si riesce ad andare in giro. Passare di qui e fermarsi brevemente giusto per vederle potrebbe ancora essere una scelta ragionevole, ma nulla più.
Ormai non ci resta che aspettare l‘arrivo del resto del nuovo equipaggio e poi salperemo per la tratta più lunga di tutto il viaggio, almeno 3.000 miglia senza scalo: il grande Pacifico ci attende!

Ecco le altre foto dell’avventura:

Nanni AcquaroneNanni Acquarone
Skipper ed Expedition Leader
Sito web: https://www.nordovestitalia.org/
Facebook: avelainoceano
Youtube: avelainoceano
Twitter: @veladurasail
Il lungo viaggio: https://www.youtube.com/watch?v=8XlZ4bfCueI

Chi è Nanni:
Comincia a navigare, prima in Mediterraneo e dal 1967 sempre come skipper, poi dal 1983 nel Baltico e nella Manica.
Dal 1995 ha preso a organizzare spedizioni e a solcare tutti gli oceani, visitando Portogallo, Golfo di Guascogna, Olanda, Canarie, Madera, Isole del Capo Verde, Azzorre, Patagonia, Isole Falkland, Capo Horn, Scozia, Irlanda, Thailandia, Malesia, Nuova Scozia, New England, Columbia Britannica, Baja California e Isole Fiji, Far Oer, Islanda, Jan Mayen e Norvegia.
Dal 2008 naviga con Best Explorer alle Isole Svalbard nell’Artico tra i ghiacci, spingendosi fino oltre gli 80° nord.
Ha condotto Best Explorer lungo il Passaggio a Nord Ovest (prima barca italiana) e poi in Pacifico per sei anni, scendendo le coste americane fino in Messico, visitando le Galapagos, le Marchesi, le Tuamotu, Tahiti e le isole della Società, le Cook, Niuè, le Tonga, le Fiji, le Vanuatu, la Nuova Caledonia, l’Australia occidentale, la Papua Barat indonesiana, Celebes, Sulawesi, le Filippine fino in Giappone, accumulando un’esperienza lunga quasi 100.000 miglia.
Nel 2019 ha compiuto il Passaggio a Nord Est, prima barca italiana e seconda al mondo a completare il periplo dell’Artico in senso orario (decima in assoluto)

Il racconto dettagliato della preparazione e dello svolgimento del Passaggio e scritto a quattro mani da me e da Salvatore è reperibile nelle librerie specializzate e su Amazon. Il titolo è “Senza bussola fra i ghiacci” edizioni Mursia di Giovanni Acquarone e Salvatore Magri.

 

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