L’importanza di un adeguato sistema di pompaggio
Piccolo aggiornamento sullo stato dei lavori
Il silenzio di questi quasi due mesi è dovuto al fatto che l’effetto domino ha iniziato a produrre i suoi effetti. Ne avevo parlato nel precedente articolo (eccolo qui).
Essendo Rebound un cantiere a cielo aperto, cioè un insieme di lavori iniziati contemporaneamente per ovvi motivi e mai terminati, per altrettanti motivi, eravamo consapevoli del momento in cui sarebbe caduta la prima tessera del domino. Questa è stata la fornitura e collaudo finale dei serbatoi.
A quel punto abbiamo potuto costruire la nuova orditura portante dei paglioli (paglioli cambiati: di questo ve ne parlerà la prossima volta) e quindi rendere la barca praticabile in sicurezza per, ad esempio, verniciare alcune zone dove una volta c’era la finta pelle e, udite udite, cominciare persino al rivestimento dei nuovi celini (di cui vi parlai qui).
Più varie ed eventuali di cui cercherò di rendicontare adeguatamente con il prossimo articolo.
A tal proposito non possono non dare il benvenuto a una nuova azienda che ha deciso di salire a bordo del 3R Project: la BYGRYPS, azienda produttrice di vernici nautiche, la cui qualità ci sta felicemente sorprendendo e di cui avrò il piacere di parlarvi successivamente.
Ma ora vediamo questa parte delicata e innegabilmente importante di una barca: il sistema di pompaggio di emergenza.
Quale sistema di pompaggio aveva prima Rebound
Ebbene un sistema da fare invidia a imbarcazioni di taglia molto più grande.
Erano presenti due sistemi di pompaggio: uno elettrico e uno manuale.
Quello elettrico prevedeva una “pompa massiccia” posta in sala macchine, collegata a un filtro del tipo utilizzato per la presa a mare del motore da cui partiva una canalizzazione a mezzo tubi rigidi in pvc da almeno 1″ 1/2- 1″ 3/4.
Le prese d’acqua si muovevano dalla sala macchine al centro barca, ovvero i punto più bassi e dove presumibilmente l’acqua andrebbe a dirigersi e concentrarsi: il pozzetto della situazione in sintesi.
Ovviamente vari sensori di rilevamento sparsi nei punti strategici: per chi non lo sapesse, questi sensori rilevano l’acqua eventualmente presente nella sentina e chiudono il circuito azionando la pompa.
Il sistema di pompaggio manuale invece era affidato a 2 Henderson MK5 Maxi della Whale da ben 136lt/minuto: una a centro barca e l’altra azionabile direttamente dal pozzetto esterno della barca.
Insomma tanta roba, invidiabile da moltissimi armatori… Ma allora perché Rebound affondo?
Analisi dell’affondamento di Rebound e scomode conclusioni
Sì è innegabile che questo sia un argomento semi tabù, più che altro per il fatto che la vicenda rimarrà un mistero.
In quasi 3 anni di frequentazione dell’habitat crotonese, non sono mai riuscito a raccogliere testimonianze certe sull’accaduto.
È vero che sono passati oramai quasi 15 anni, cosa per cui chi sapeva magari non c’è più o ha cambiato zona; difatti la narrazione ufficiale parla di un “meccanico maldestro”, il quale per effettuare un qualche rimessaggio all’interno della sala macchine, ha poi inavvertitamente rotto una presa a mare senza accorgersene.
Da lì in poi nella notte Rebound colò a picco.
Il “maledetto” professionista deve aver poi chiuso baracca e burattini trasferendosi altrove.
Ripeto, questa è la migliore verità che sono riuscito a raccogliere. Ma quella “vera”, forse non la conosceremo mai e francamente va bene anche così.
Come premesso però il fatto presta il fianco a un’analisi sul perché cotanto sistema di pompaggio ridondante ed efficiente non abbia tenuto botta alla falla.
In effetti quanto accaduto a Rebound apre parentesi scomode sui sistemi di emergenza; visti a volte alla stregua della polizza assicurativa che si spera sempre di non attivare mai.
Tuttavia qui ce ne va potenzialmente della vita stessa; per cui meglio capire bene le criticità e nel caso prendere provvedimenti per tempo.
Sensori di rilevamento
I sensori di rilevamento sono ovviamente fondamentali, in quanto gli unici a rimanere là sotto, al buio, di vedetta. Sono loro che hanno il compito di dare l’allarme e azionare in autonomia la o le pompe di sentina.
Ce ne sono diversi modelli:
- Sensori a interruttore a galleggiante
- Sensori a elettrodi (conduttivi)
- Sensori a ultrasuoni
- Sensori a pressione (idrostatici)
Gli ultimi due sono di norma utilizzati sulle navi, costosi, complessi e poco compatibili con imbarcazioni da diporto.
Quindi concentriamoci sui primi due.
I sensori a elettrodi non contengono nessuna parte mobile, quindi più resistenti ai detriti. L’unico difetto è che potrebbero attivarsi in caso di acqua sporca o salmastra che alcune barche sono solite “accettare” per i più svariati motivi. A quel punto la pompa partirebbe inutilmente e, data l’impossibilità di svuotare il nulla, ci sarebbe il forte rischio di bruciare la stessa, il fusibile o scaricare le batterie.
Rebound aveva i classici sensori a galleggiante: in caso di presenza di acqua tale da alzare il galleggiante, l’interruttore si chiude e parte la pompa.
Sono i più comuni ma hanno il grande difetto di essere ovviamente sensibili alla sporcizia e detriti: in tal caso potrebbe incastrarsi il meccanismo e dunque senza far partire la pompa, oppure (meno grave) la sciarla funzionare in eterno: vedi quanto detto per i sensori a elettrodi.
Quando abbiamo preso Rebound la sentina era una cava di fango (se mai ne esistessero); ma non posso credere che allo stato dell’arte le condizioni fossero le stesse.
Pulizia della sentina
Si capisce da quanto appena trattato che la sentina deve essere sempre molto pulita; sia perché la “puzza” tipica di barca spesso è dovuta proprio a una sentina sporca; sia perché basterebbe una ciocca di capelli a bloccare un galleggiante.
Prima ipotesi di affondamento. Sensori sporchi o non funzionanti che non hanno azionato la pompa automatica.
Collegamento elettrico
Per far sì che il tutto funzioni senza indugio è necessario che la pompa di sentina venga collegata direttamente al pacco batterie (certo con un fusibile), bypassando il quadro elettrico: si parla di emergenza e quindi non c’è spazio per “magnetotermici saltati” e via dicendo.
Seconda ipotesi di affondamento. Pompa collegata al quadro elettrico e conseguente eventuale avaria dello stesso o del singolo interruttore; o peggio interruttore volutamente in OFF.
Batterie poco efficienti o scariche
E qui tocchiamo una tasto dolente: il tipo di batterie e il loro dimensionamento.
Rebound è una barca concepita per un armatore di lusso: aria condizionata, luci in ogni dove e di ogni tipo; dissalatore a 220V; due frigo e macchina del ghiaccio; e via dicendo.
Qual era dunque la sua principale e unica fonte energetica oltre il motore? Un generoso gruppo elettrogeno… “shit” avrebbe detto il broker croato conosciuto a suo tempo, allorquando gli si parlava di barche con rollaranda (e guarda un po’, ora ce l’abbiamo anche noi… “shit!”).
Ciò presuppone di fatto che il pacco servizi non debba essere per forza di cose sovradimensionato, dato che il grosso viene affidato al gruppo.
Oltretutto all’epoca le batterie al litio o meglio le litio ferro fosfato erano ancora una chimera, anzi una vera e propria scommessa con il futuro.
Certo, un impianto ben fatto avrebbe dovuto prevedere l’azionamento automatico del gruppo elettrogeno, tramite il solito sensore di livello; ma non credo fosse il caso di Rebound, purtroppo.
In tal caso e con 700 litri di serbatoio gasolio ad alimentare il generatore, probabilmente oggi Rebound sarebbe una delle tante bellissime barche in circolazione senza una storia drammatica da raccontare.
Ammettendo dunque che la povera barca avesse dovuto contare solo sulle batterie servizi, nelle migliori delle ipotesi si trattava di AGM o GEL e fors’anche in quantità relativa. Ciò significa che la pompa (esigente in termini di Ah) possa aver funzionato qualche ora per poi arrendersi all’inevitabile.
Facendo un’ipotesi di un pacco servizi da 600Ah e considerando una pompa da almeno 200lt/min (Rule 4000), ovvero 16Ah di consumo; e dato il fatto che le normali batterie al Gel possono scaricarsi fino al 50% (aggiungo un “ni”); considerando che Rebound non aveva nessuna fonte di energia alternativa rinnovabile e non essendoci l’armatore a bordo da giorni, è facile ipotizzare che le batterie fossero al 75%, ovvero quando la tensione è a circa 12,50/12,40.
Pertanto si poteva contare al massimo su circa 150Ah, corrispondenti a 9 ore teoriche di autonomia.
Ricapitolando: 9 ore teoriche e una pompa da oltre 200lt/minuto che però dovrebbe lavorare a piena efficienza senza risentire del calo di tensione progressivo. Con una falla da 1″1/2 almeno che significa circa 300 litri al minuto, nelle migliori delle ipotesi, al netto della parte di acqua aspirata dalla pompa, Rebound avrebbe potuto raccogliere almeno 900 litri di acqua, compromettendone la stabilità e poi…
Ma a bordo non c’era traccia di Rule 4000 a immersione; come detto c’era una pompa di tipo autoclave molto potente; forse però roba da almeno 30Ah, il che significherebbe sì molta più acqua da tirar via, ma anche altrettanto assorbimento che ne avrebbe dimezzata l’autonomia.
Terza ipotesi di affondamento. Gruppo elettrogeno non automatizzato con acqua in sentina e/o batterie inefficaci.
Il sistema di pompaggio di emergenza secondo me
Alla luce dell’esperienza vissuta negli anni e da quella raccolta con la storia di Rebound, emerge un dato banale quanto disarmante: puoi avere il più grande e ben fatto sistema di pompaggio, ma se a monte non c’è una fonte di energia adeguata, tutto il circo purtroppo servirebbe a poco.
Da qui direi che per un buon sistema di pompaggio di sentina dobbiamo prevedere:
- pompe di tipo Rule o simili (vere e proprie idrovore: tipo questa): una posizionata a centro barca potrebbe essere sufficiente; indicarne 2 sarebbe logico, ma dobbiamo considerare il consumo energetico; insomma è un gioco di equilibri che va considerato; per contro una pompa potrebbe rompersi o non partire ed ecco allora che una seconda ridurrebbe la statistica.
- collegamento diretto alle batterie con fusibili.
- batterie al Litio Ferro Fosfato (le Victron sono il top: eccole): scaricabili fino all’80%, garantiscono una tensione di 12,80 volt fino al 75% di scarica: ipotizzando quanto sopra e partendo già da batterie al 75% di carica, con 600Ah di pacco servizi parliamo di un’autonomia di ben 18 ore (9 nel caso di 2 pompe Rule 4000).
- Per chi può, un piccolo gruppo elettrogeno di emergenza (in commercio ve ne sono davvero piccoli da 3kw: tipo questo) automatizzato e collegato al sensore di rilevamento.
- Certamente una o due pompe manuali di tipo Henderson MK5 Maxi da 136 lt/minuto (eccole).
- E dato che speriamo (a volte è un bene, altre no) di essere a bordo nel malaugurato caso, sistema facilmente switchabile, per deviare la presa a mare dell’acqua di mare del motore, direttamente al pescaggio in sentina: sarebbero nel nostro caso (Perkins da 85HP) almeno altri 50/60lt/minuto.
Le pompe Henderson MK5 Maxi
Nella speranza che la mia disamina possa tornare utile a qualcuno, concludo con due parole su questa incredibile pompa.
A bordo di Rebound ne abbiamo trovate ben due, certamente ridotte in fin di vita.
Disassemblate in pieno spirito Reuse, ci siamo accorti che le guarnizioni non potevano essere recuperate.
È bastato sostituirle (grazie Nauticapiù) per ridare vita almeno a una delle due, ora tornata a fare la sua bella figura in pozzetto.
Ecco a voi il video del recupero, con l’augurio che possano non servire ad altro che ad aspirare l’acqua dolce in sentina, allorquando impazzendo decidessimo di fare il bagnetto a… Fofinho!
E sempre Reuse, Reduce, Rebound!
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GRAZIE IN ANTICIPO A TUTTI VOI














Alla fine sei un essere umano anche te, ti si perdona questa dimenticanza e complimenti per il gran bel lavoro finale. Rebound e io ti ringraziamo
come siete umani voiiii😅😘😘Grazie, grazie a te per la taaanta pazienza; e poi si fa quel che si può con quel che si ha