​Indeciso fino all’ultimo se scrivere o attendere tempi più maturi, alla fine ho ritenuto giusto dare un po’ d’ossigeno a chi in tutti questi anni ci ha sostenuti; pertanto, pur se non so esattamente dove andrà a parare il presente articolo, ecco i miei più sinceri pensieri.
Cari amici è arrivato il momento di ripartire con la nostra nuova avventura.

Nonostante gli ultimi 2 anni pesanti, trascorsi a prendere posizioni nette che non lasciavano spazio, purtroppo, ad altri argomenti a noi cari, non siamo rimasti tuttavia con le mani in mano; abbiamo provato a portare avanti progetti, idee, ipotesi ricalibrate sulla “nuova realtà”.
Dopo la vendita di Yakamoz, la cara Yakamoz, ci siamo messi alla ricerca costante, giorno dopo giorno della futura navicella spaziale (omaggio a quella che fu un UFO-Ovni), che potesse portarci in spazi lontani, possibilmente molto lontani, distanti da questo mondo da cui ci congedammo in tempi non sospetti e che ora, a maggior ragione, avvertiamo di non appartenere.
La ricerca non è stata facile, per vari motivi, logistici su tutti: districarci tra divieti assurdi non ci ha impedito comunque di verificare ben 5 barche, sparse tra Francia, Spagna (Canarie comprese), Portogallo e Italia.
Due in particolare hanno catturato la nostra attenzione: una, considerevolmente impegnativa ma altrettanto affascinante (20 metri!); l’altra, con una storia triste, complicata sotto vari aspetti a dispetto dei suoi fattibilissimi e sempre tanti 15 metri.
Come premesso questo articolo non ha un vero e proprio filo logico, né vuole essere una tavola biblica scolpita; recentemente utilizzo sempre più spesso la frase tanto cara all’amico Manuel, “siamo disegnati a matita”.

Quando prendemmo la decisione di vendere Yakamoz per lanciarci in un progetto più ambizioso, correvano altre serenità e ottimismi: svaniti per forza di cose nel 2020.
Tutto è cambiato, noi siamo cambiati; le amicizie sono cambiate; l’orizzonte è quasi costantemente grigio. Nessuna possibilità di ipotizzare un futuro credibile.
So che in molti comprendono quanto sto scrivendo, dato che la vita richiede un minimo di certezze, teoriche che siano. E, diciamocelo senza peli sulla lingua, in questo periodo storico, alla mercé di criminali dediti ai vari reset, solo dei pazzi avrebbero potuto acquistare una barca, da rimettere totalmente a posto, puntando a… fra qualche anno.
Ma per l’appunto chi altri se non noi?!
Il tratto a matita dunque era l’obbligatorio atteggiamento mentale da sposare, ben consapevoli del rischio, un giorno (speriamo mai), di esser costretti a chiudere le vele e rimanere nuovamente alla cappa.
Ma proprio per questo, da bravi marinai, in ogni caso non potevamo accettare l’inerzia: non ci hanno fermati le burrasche, figuriamoci subire passivamente i desiderata di qualche escremento umano. Combatteremo, andremo avanti, come treni, comunque, con tutti noi stessi.
 

Perché l’una e non l’altra?

Semplice, 20 metri chiedevano un impegno economico profondamente diverso e costante (ormeggi, rimessaggi, manutenzione ecc.): senza un programma ben articolato e principalmente il già citato ottimismo, sarebbe stato un grosso azzardo, persino per noi.
In realtà eravamo riusciti a strappare un prezzo davvero incredibile per il tipo di barca in questione, costruita e progettata per andare sul serio dappertutto: paratie stagne, sala macchine degna di una nave e tanti altri dettagli che ci hanno fatto innamorare.
Eravamo lì lì per, fino a quando ci accorgemmo che il suo albero fosse troppo alto per… passare sotto il ponte del Rio Guadiana!
E si, l’idea (in qualche misura ancora in essere) era quella di ottimizzare costi e benefici, trasferendoci in riva al magico fiume portoghese (e spagnolo, data la caratteristica di essere confine e dunque acque internazionali), senza alcun costo aggiuntivo: va bene questa è davvero tutta un’altra storia che meriterebbe di essere raccontata a modino, per cui andiamo avanti.

Scoraggiati e al contempo sollevati per le perplessità prima menzionate, lo interpretiamo come un segno.
Lo stesso giorno dell’appresa impasse, nel mentre Başak era fuori casa nella sua quotidiana sessione di jogging, alzo il telefono e chiamo Pierluigi, “Pierluigi allora Rebound a che punto sta?”, P. “Ciao Giampaolo, fatalità Sarah (dolcissima ragazza inglese, erede del defunto ex armatore) mi ha fornito la cancellazione dal registro inglese”, G. “Perfetto, allora dammi i contatti di Sarah, così ci mettiamo d’accordo sul prezzo e proviamo a velocizzare la parte burocratica”.
Accordo economico raggiunto, documenti più puliti di prima, con un serafico atteggiamento, quasi da “una cosa come un’altra”, al rientro in casa di Başak le dico “Sarah ha accettato la mia offerta, possiamo procedere con Rebound”.
Avreste dovuto vedere l’espressione della spiga di grano! Già sudata di suo, non so dire se la notizia stesse per generarle un collasso; tuttavia, il sorriso che le illuminò il volto mi fece capire quanto la sorpresa cotta e mangiata, avesse sortito la sperata ‘riconquista’.

Inutile far finta di nulla, la separazione da Yakamoz è stata, per Başak in particolare, una sorta di lutto; solo chi vi è passato, e le persone care a noi vicine, possono comprendere esattamente la gravità del momento.
Si, certo, abbiamo recitato bene la parte del “in fondo è solo una barca”, e altrettanto certamente abbiamo goduto l’accogliente e comoda casetta in Portogallo, rilassandoci un po’.
Ma quando ti volti e vedi forse i più bei 13 anni di vita trascorsi, a bordo di un sogno, tra avventure, peripezie, splendide amicizie nate, anche perché no un libro frutto di questa esperienza e che ha cambiato a sua volta l’esistenza ad altri; ebbene, solo una persona superficiale potrebbe definire Yakamoz, il riflesso della luna sul mare, come “solo una barca”.
 

Rebound

Due anni fa, noi alle prese con il trasferimento di Yakamoz in Francia per la messa in vendita, qualcuno ci segnalò la nostra futura barca. Tal qualcuno è il caro amico Nicola, al cui nome dedicheremo un posto speciale a bordo di Rebound: N. “Giampa guarda che a Crotone ho visto una splendida barca in alluminio abbandonata lì nel piccolo marina; sono andato a vederla, c’è molto da fare ma ne varrebbe la pena”.
In quel periodo devo dire la verità che non gli diedi troppo peso; sia perché concentrati sulla sofferta decisione di separarci da Yaka, sia per altre barche viste e che stavamo trattando. Oltretutto, forse l’aspetto più determinante, i documenti di Rebound erano un disastro, o meglio un sudoku da risolvere, consapevoli di potervi non riuscire.

La sua storia a grosse linee è la seguente.
Dodici anni fa l’armatore approdò a Crotone (innamorandosene al punto di acquistare una casa) con questa che era una barca totalmente refittata: il Trintella 49A è un famoso progetto di Van de Stadt, realizzata da cantieri olandesi, quindi il top delle costruzioni in alluminio (Royal Huisman docet); anno ‘86, linee molto efficaci e se vogliamo moderne, deriva semi mobile, 2 timonerie, una a poppavia, l’altra coperta dalla cappottina rigida in alu, così da essere all’asciutto durante il maltempo (quanto l’ho desiderata!), un pozzetto enorme e tanti altri dettagli di cui vi parlerò in seguito.
Il refit venne effettuato in Inghilterra, curando ogni minimo dettaglio, forse anche troppo: aria condizionata, riscaldamento, 3 frighi, ponte in teak, verniciatura completa e tante altre menate davvero fuori dai nostri schemi; più che altro nessuna forma di energia rinnovabile, motore e gruppo elettrogeno a gasolio, deputati ad alimentare ogni utenza.
A Crotone l’armatore fa effettuare qualche manutenzione, ma una di queste risultò fatale: probabilmente l’errato montaggio di una presa a mare (e la contemporanea assenza dell’armatore: mai far eseguire lavori senza supervisione personale!) fa affondare Rebound nel piccolo marina.
Pierluigi, il proprietario del marina, la tira su in 24 ore, ma purtroppo ormai il danno è fatto.
L’acqua, arrivata a livello del ponte, manda in malora tutto quanto fatto poco prima, nonostante il repentino lavaggio con acqua dolce: impianti elettrici, idraulici, serbatoi, motore, suppellettili, insomma tutto. Cioè, tutto da rifare di nuovo.
Solo il ponte in teak, in quanto tale ha goduto dell’acqua salata. Ma il resto, deve aver causato un vero colpo al cuore all’armatore e alla sua compagna (sapemmo poi che diedero fondo a quasi tutti i loro risparmi per realizzare il sogno galleggiante. Sigh).
La barca quindi viene in qualche modo abbandonata al suo destino e, ahimè, lo stesso armatore di lì a due anni muore, lasciando Sarah e un figlio piccolo.
Triste storia, molto.
Per dodici, lunghi anni Rebound rimane a sonnecchiare ferita nelle acque crotonesi e malgrado le attenzioni di Pierluigi, durante qualche forte mareggiata la barca batte sulla banchina del marina, storcendo la pala del timone e qualche candeliere.
Ma resiste.
Tanto che per l’appunto gente esperta quale Nicola è, ne ammira l’immutata bellezza cogliendone il valore.

Cerco di farla breve, pur se immaginerete quanto possa essere complicato ridurre a poche righe vicende del genere.
Ci innamorammo subito della storia di Rebound e il suo stesso splendido nome ci affascinava: Rebound è un termine noto nell’ambito del basket (le carambole della palla sul ferro prima di segnare il canestro); ma nel mondo anglosassone viene utilizzato per descrivere quei momenti in cui tutto sembra andar storto, e poi invece… si riesce; una vera e propria rinascita.
E dunque, come potevamo, noi, teneri di cuore (e pazzi al punto giusto), non raccogliere la sfida, prendendoci cura di questa fantastica barca, impegnandoci a farla rimbalzare fuori dal suo destino infausto! Portandola un giorno là, fuori, in alto mare, dove si trova il suo vero habitat, progettata per navigare acque impegnative, in ogni dove.
 

E ora?

Sto scrivendo da Crotone, all’interno di una casa presa in affitto grazie al gentile intervento di vari amici a noi affezionati, dopo una dura (durissima) giornata di lavoro su Rebound.
Come premesso c’è tutto da rifare; inoltre, considerandola probabilmente la barca definitiva, in quanto ottima base per il nostro nuovo progetto, vogliamo approfittare per personalizzarla secondo l’esperienza acquisita in 13 anni di vita a bordo; piccole (grandi) modifiche che andranno a migliorare funzionalmente, una barca già ben concepita.
Dimenticavo di dire che a febbraio, prima di procedere con l’acquisto, ovviamente abbiamo effettuato una serie di saggi sull’opera viva: con il frullino e dischi speciali, si asportano piccole zone in tutto lo scafo per poi verificarne tramite ultrasuoni lo spessore.
Conclusione: spessori praticamente identici a quelli originali e una qualità delle lamiere mai vista. Nelle varie perizie effettuate per cercare Yakamoz, e nelle nostre successive verifiche personali, quasi sempre gli scafi (special modo quelli vecchi, magari gestiti malamente da armatori inesperti di barche in alu) presentavano zone buone e meno buone, come spessori ridotti o alluminio camolato, frutto di corrosione o elettrolisi. Persino Yakamoz aveva i suoi problemi in tal senso.
Ma Rebound no! Incredibile sul serio; e ciò è avvenuto probabilmente grazie al fatto che vennero smontate le batterie e conseguenti connessioni elettriche, subito dopo l’affondamento; quindi la barca è rimasta anni a galleggiare difendendosi con i propri anodi e una verniciatura nuova e impeccabile. Se al contrario ci fosse stata elettricità a bordo, con relative dispersioni, facile che ora faceva da casa ai pesci.

Ed eccoci qui a faticare come schiavi, ma felici; non siamo più i ragazzi trentenni di una volta, però molto più saggi e esperti. Non abbiamo scadenze, impossibile d’altronde a meno di esser ricchi e far lavorare 10 persone contemporaneamente. È una sfida, anzi una grandissima sfida, che richiede l’approccio Zen cui siamo decisi di dedicare. Nessuna fretta, molta qualità e il tempo che ci vorrà.

Stime? Progetti? E poi?
Domande a cui cercherò di rispondere man mano.

Nel frattempo vorrei cogliere l’occasione per ringraziare tre amici che a vario titolo ci hanno aiutati a venire a capo di Rebound: Giorgio, immenso, il quale presente in cantiere a Crotone per refittare la sua bella Prometheus, si è sbattuto per mandarci foto, video di Rebound, conoscerne bene la storia (poi saputo essere barca nota a praticamente tutti i crotonesi) e regalarci rapporti privilegiati in questa terra calabra meravigliosa; Manuel, che è venuto con noi a luglio per aiutarci a sbarcare il motore (ora in Polonia a revisionare), pronto a intervenire in futuro sull’impiantistica (ricordo che Manuel è il proprietario di Lucidivia – lucidivia.com, ovvero eccellente piccola azienda di impiantistica elettronautica e non solo); Giancarlo, signore d’altri tempi, espertissimo di barche in alluminio (aveva una ditta metallurgica di precisione, oltre ad essere stato autocostruttore di barche), che ci accompagna moralmente quando occorre, regalandoci confronti e certamente la sua esperienza.
E grazie anche a tanti altri che stiamo conoscendo lungo questo nuovo, incredibile percorso.
 

Aiuti, appunto

Inutile dire che servono tante energie, inenarrabili. Chiunque avesse idee valide per raccogliere fondi, in qualità di sponsor, prego faccia un passo avanti.
Il progetto è valido, il futuro ci vedrà navigare in lungo e in largo, portando avanti la nostra filosofia decrescista, oggi tanto di moda; in qualche misura possiamo ritenerci dei guru della decrescita, se non altro il libro sta lì a testimoniarlo; la barca seguirà anche l’approccio sostenibile di Yakamoz: già l’aver scelto una barca datata, recuperandola, riteniamo sia degno di nota; poi la renderemo completamente autonoma sul piano energetico; e, più importante, daremo vita a conferenze nei porti, legate al grande lavoro di Başak sull’alimentazione sostenibile (chefoodrevolution.com).
Insieme a molte altre iniziative legate ai miei scritti, video di aggiornamento, dirette e via dicendo, che in un modo o nell’altro restituirebbero il ritorno di immagine allo sponsor: la battagliola, ad esempio, ospiterà i nomi, i loghi, di chiunque avrà voluto partecipare insieme a noi a questa rinascita.
 

Rimbalzo

Sono stati due anni molto difficili, per tutti; ma da inguaribile ottimista quale io sono, ho sempre cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno. In questo caso si tratta di aver messo le persone di fronte a scelte morali, impattanti, per le quali nessuna maschera è stata possibile indossare; soprattutto si sono verificati perfettamente limiti, debolezze e coraggio.
Noi, che avevamo fatto della nostra vita già in tempi non sospetti, un crogiolo di sincerità e genuinità, in fin dei conti ci siamo ritrovati a nostro agio; abbiamo affrontato la tempesta con determinazione e ‘qualità’, parola quest’ultima importantissima.
Gli altri, alle prese forse per la prima volta davvero con se stessi, dopo qualche sbandamento e spiazzamento, mi auguro poi abbiano compreso meglio le priorità di un’esistenza in fin dei conti breve. Il senso di “carpe diem”, mai come oggi credo sia più chiaro a molti.
Rivedere schemi e priorità, abbracciare una vita vera, più semplice magari, ma basata sulla grande ricchezza che è il tempo; perché se è vero che tempus fugit, sta a noi fare in modo di utilizzarlo al meglio, con qualità appunto.
E allora che il messaggio di Rebound accompagni tutti voi, cari amici; è il momento di dimostrare a noi stessi che dopo mille rimbalzi e disavventure, alla fine si va a canestro!

 

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