Ed ecco il Rollbar, la falchetta e la spiaggetta
Ma prima una doverosa e vitale premessa
Sono passati oltre 2 mesi dall’ultimo articolo, benché tramite social abbiamo fornito diversi aggiornamenti; e il motivo di tale “dilatazione” è da imputarsi semplicemente alla mancanza materiale di tempo.
Il che ci porta a due ipotesi: o siamo partiti per le Maldive e ciao ciao a tutto e tutti… oppure parecchie cose sono accadute sul fronte Rebound.
Scartando purtroppo la prima, non saprei da dove cominciare con la seconda.
Facciamo così, spariamoci subito la bomba: siamo in acqua! Sì, Rebound, dopo 3 anni ha rimesso le pubenda a mollo, nonostante tante, oserei dire troppe, vicissitudini di cui vi parlerò a tempo debito.
Tuttavia calmate l’entusiasmo, trattasi di “varo tecnico”, il che significa una momentaneità necessaria per testare i lavori svolti sin qui, verificare imprevisti e conseguenti aggiustamenti; salvo poi tirare nuovamente su e terminare finalmente se non il 100%, diciamo il 90% del restauro (si entrerà quindi nella fase eterna di ogni barca, ovvero quella nella quale non si finirà mai di preparare del tutto e per davvero i nostri giocattoli – sigh).
Pertanto confido nella vostra clemenza, in quanto potete immaginare cosa abbiamo vissuto negli ultimi 60 giorni e come di tempo e tranquillità per scrivere il presente articolo, ne avessi ben poco.
Quindi bando alle ciance e rimettiamoci in carreggiata, recuperando il tempo perduto e mantenendo la cronologia degli eventi; tradotto, il “presente reale” verrà un po’ più in là, ma, promesso, a brevissimo giro.
Come e perché un rollbar
Forti dell’esperienza con Yakamoz, una struttura solida in peralluman, tale da portare tanti pannelli fotovoltaici e tender pesante (all’occorrenza), più varie ed eventuali è sempre stata alla base dei nostri progetti; imprescindibile a priori, figuriamoci su Rebound poi, barca destinata ad andare davvero in ogni dove.
Tra l’altro quasi da subito sbarcammo le gruette in dotazione di Rebound, considerandole fuori luogo e pressoché inutili per l’utilizzo da noi previsto della barca (vendute poi a ottimo prezzo). Chiaro che quel vuoto andasse colmato con una soluzione più smart ed efficiente.
Ma perché “L’arco di trionfo”?
Ero consapevole dell’imponenza del nuovo rollbar di Rebound; già in fase di progettazione avevamo stabilito alcuni parametri:
- doveva essere solido e robusto al fine di permetterci ogni sorta di impiego e poliedricità: pannelli fotovoltaici, forse eolico, sistema di alaggio-varo del tender e via dicendo;
- alto abbastanza da consentirmi di stare comodamente in piedi sopra la schiena d’asino, allorquando le circostanze lo richiedessero (fase di manovra, avvistamenti, eccetera), senza intruppare la testa ai panelli fotovoltaici.
A quel punto la risposta è stata inevitabilmente il risultato in questione; a cui va aggiunta l’ispirazione del realizzatore: Metalsud!
E già, va detto che la fortuna è stata quella di poterci affidare al nostro sponsor, storico costruttore di barche in alluminio e in particolare dei vari “Orsi” del compianto Ernesto Tross; il quale si sa, badava al sodo e alla praticità delle soluzioni.
Ma qui Fabio (uno dei titolari) e Marco (il mitico saldatore già da voi conosciuto nel primo episodio della “saga” saldature a bordo) si sono superati, conferendo un risultato per noi molto gradevole e funzionale. Difatti lo scatolato è totalmente chiuso tramite pannelli facilmente rimuovibili a mezzo viti; tale scelta consente di nascondere i cablaggi elettrici dei fotovoltaici e ogni altra esigenza tecnica, evitando così anche l’esposizione diretta agli agenti atmosferici.
Insomma, ora anche noi abbiamo il nostro, personale Arc du Triomphe, ma in alluminio e che fornirà tutte le risposte, persino ai più scettici, una volta addobbato con tutte le “suppellettili” per le quali è stato progettato e desiderato. Voilà mes amis.
La nuova falchetta
Una delle prime cose che notai su Rebound e che mi urtò immediatamente fu la falchetta: un modello frequentemente presente su barche plasticose e commerciali; configurata con micro asole e impossibilità di far defluire l’acqua inevitabilmente stagnante (il minimo spessore della base comporta il fenomeno); ma, peggio ancora, avvitata alla coperta! Cioè, una barca in alluminio, con attrezzature imbullonate e non saldate? Una bestemmia in chiesa! In pratica il maledetto teak aveva condizionato tutto il resto…
Per ciò ho disegnato e fatto realizzare dalla Metalsud una falchetta gagliarda, spessore 10mm, con asole ampie e aperte in coperta, certamente saldata.
Posso affermarlo senza onta di smentita, oggi abbiamo la più bella falchetta che si possa desiderare.
Asportazione parziale del teak
Un’altra decisione determinante e pericolosa è stata proprio quella di iniziare la “demolizione controllata” del teak.
Come avrete oramai compreso odio visceralmente il teak; sia perché su una barca in alluminio è contro senso, sia perché è foriera di sporcizia e quindi corrosione della coperta; e per via del fatto che richiede manutenzione, onde evitarne l’inestetico deterioramento. Insomma Rebound era una barca per ricconi e detto orpello ne era la controfirma.
Peccato certo, il teak ha uno spessore di almeno 12mm (oggi estremamente raro e costoso) e le sue condizioni sono pari al nuovo (evidentemente figlio del restauro effettuato pochi anni prima dal precedente proprietario). E poi a Başak non dispiaceva e oltre a rientrare a pieno titolo nella logica Reuse, tutto sommato sarebbe stato uno scempio anche il toglierlo a priori (Reduce), senza dargli una minima chance.
Ma la cosa che spaventava di più, era la tecnica di applicazione. Vedendo sottocoperta una miriade di viti passanti (cosa che a ogni occasione – Başak testimone – partivano le mie imprecazioni verso il costruttore e il primo armatore), il rischio di trovarsi davanti un altro lavoro epico, ci destava parecchie perplessità e titubanze. Non ci andava minimamente, dopo quasi 3 anni di sacrifici, di imbarcarci in un’altra bardella senza fine: se fosse davvero stato avvitato, avremmo dovuto togliere le viti una a una, oltre il legno stesso; roba da folli.
Al che mi son detto “e se lo togliessimo parzialmente?”.
Başak era entusiasta all’idea di non eliminare il teak totalmente, oltre evitarci la bardella di cui sopra e io altrettanto felice di poter “igienizzare” il ponte, cosa di cui ora vi parlo.
Dopo essermi confrontato con chi più esperto di me in fatto di legno e ricevute le necessarie e confortanti risposte affermative, l’idea era quella di seguire la linea del comento più esterno e demolire quindi in modo ordinato e gradevole.
Non restava che prendere il coraggio a due mani e iniziare.
Quasi fin da subito capiamo che l’operazione sarebbe stata più facile del previsto: finalmente, almeno stavolta.
Rebound nel corso della sua difficile vita, deve aver ricevuto almeno 2 cambi di muta di teak; la prima come detto fissata tramite viti; la seconda – fantastico – applicando vetroresina (o semplice resina epossidica) come base sull’alluminio, senza nessuna vite, e successivamente incollando il teak.
Motivo in più per tenerne una buona parte, dato che almeno era scongiurata la corrosione a causa della viteria applicata la prima volta: se non c’è ossigeno tra inox e alluminio, la corrosione non può aver luogo.
Per farla breve grazie a scalpelli, martello e l’infaticabile Multimaster, l’operazione di asportazione parziale del teak è risultata abbastanza semplice, restituendo un risultato gradevole e quasi “scientificamente igienico”: ed eccoci alla spiegazione, difatti ora dopo aver pulito bene sarà possibile saldare tutto ciò che era semplicemente imbullonato, ovvero la già citata nuova falchetta, le gallocce, le bocche di rancio e persino i nuovi supporti dei giganteschi rinvii del genoa realizzati adesso in peralluman (finora anch’essi fissati alla coperta tramite bulloni passanti e supporto in… legno).
A questo punto essendo la coperta realizzata con una lieve pendenza verso l’esterno, vedrà acqua piovana, dolce o salata, scorrere senza problemi e accumulo di sporcizia lungo la falchetta; insomma, la migliore soluzione per rinforzare la ferramenta e scongiurare fenomeni corrosivi.
Non voglio minimizzare il lavorone effettuato da me e Başak, ci mancherebbe, è che oramai siamo talmente abituati alle missioni ciclopiche che questa ci è sembrata una passeggiata.
La spiaggetta
Altra nota dolente di Rebound: nessuna piattaforma a poppavia.
Yakamoz ci aveva viziati grazie alla sua spiaggetta di progetto e anche i nostri ospiti ne hanno goduto ampiamente; e poi le docce estive si prendevano sempre lì, senza sozzare l’interno della barca o semplicemente il pozzetto (il che non è mai una bella cosa).
Nel frattempo che pensavo a soluzioni da far realizzare alla Metalsud, continuavo a cercare in rete; confidando nelle mie proverbiali doti di segugio, sapevo già da me l’impossibilità di scovare soluzioni decenti e adeguate per la poppa di Rebound: un po’ stondata, un po’ IOR.
Finché, assurdo che potesse sembrarmi, scovo un annuncio di una spiaggetta originaria di un grande gommone che a occhio presentava forme compatibili con la nostra bella; e dopo foto su foto, informazioni e telefonate, ho fatto una scommessa con me stesso: 180€ potevano essere un buco nell’acqua, o l’affare della vita. Anche perché era comprare un po’ a scatola chiusa, vista la distanza (Sicilia) da Crotone e dunque il non procedere all’ispezione de visu.
Ma quando il corriere l’ha scaricata sotto la grande chioccia di alluminio, mi è sembrato quasi come incassare la vincita alla roulette: numero secco e 35 volte la posta!
Incredibile a dirsi, non solo era di peralluman (o anticorodal non saprei, fa lo stesso), ma la forma sembrava fatta ad hoc per la poppa di Rebound: il segugio aveva colpito ancora.
Ed ecco quindi che ora ci ritroviamo con una splendida spiaggetta saldata a dovere dal buon Marco e sulla quale ci si potrà cenare direttamente e tuffare come al Kursal.
Mission impossible: tutto in una settimana, nemmeno
Fabio della Metalsud è una persona non solo squisita, ma esperta e pronta a trovare soluzioni efficaci e assolutamente funzionali; per questo vi consiglio di rivolgervi a lui e a Damiano, (l’altro titolare, di pari esperienza) per qualsiasi lavoro di carpenteria metallica, inox e alluminio su tutti. Poche volte ho visto attrezzature, professionalità e voglia di soddisfare il cliente come alla Metalsud; e sono certo che se vi rivolgerete a loro spendendo il mio nome o quello del 3R Project, avranno il piacere di riservarvi anche un occhio di riguardo.
Ma veniamo a noi e a Rebound. Essendo la distanza tra Latina e Crotone considerevole, così come la prima volta, si prefigurava la necessità di un “blitz”: preparare tutto il preparabile in officina, predisporre ogni cosa e partire alla volta della città pitagorica con 2 saldatrici spaziali e corredi inclusi, al fine di completare ogni sorta di lavoro e imprevisto con non più di 5 giorni, anzi 4!
Ma stavolta Fabio ha deciso di inviare una task force: Marco, il funambolico saldatore, e Federico, il nuovo aiutante che sgrosserà il lavoro del primo, ottimizzando tempi e lavoro.
Partono alle 2 del mattino del 3 Giugno e alle 12.30 circa ecco il furgone con sopra l’Arco di Trionfo, atterrare in cantiere. Il tempo di scaricare, mangiare un panino e via a “spingere”. Eh sì, Marco sapeva già tutto: fatto il conto delle saldature, da giorni era solito dire “Giampà stavolta devo spigne de brutto”; massimo venerdì pomeriggio sarebbe dovuto rientrare, causa matrimonio (di un caro amico) inderogabile, fissato per il sabato seguente. E di fatto quindi si sarebbe trattato di 3 giorni pieni, nemmeno 4.
La faccio breve, questi 2 ragazzi non solo hanno “spinto” a bestia, ma hanno fatto l’impossibile, adeguando misure, gestendo imprevisti e accontentando come non mai l’esigente Rebound: chapeau a loro.
Per conto nostro, io e Başak ci siamo prodigati a seguire le indicazioni del dream team, tipo liberare le parti sottocoperta dei vari isolamenti… da poco applicati, sigh numero 2.
Un giorno prima che Marco arrivasse, avevamo fatto il punto al telefono e ci siamo resi conto che per evitare incendi, avremmo dovuto smontare nuovamente in ogni dove e provvedere ad allontanare o rimuovere tutti i materiali pericolosi: altro che rimozione del teak, questa sì è stata una incombenza pesante, soprattutto per lo spirito, dato il lavoro fatto a modino mesi prima, da smontare e poi da ripetere; per fortuna non dappertutto.
E quindi eccoci qui io e Başak con stracci bagnati in mano a seguire Marco che “spigneva a bestia” e la barca che fumava: esperienza a dir poco stressante, tra “STOP” urlati a squarciagola e cambi di programma alla bisogna.
Nel frattempo Fabio supervisionava via telefono lavoro e tempistica, confermandosi uno dei più premurosi sponsor del 3R Project.
E alla fine il blitz è riuscito anche stavolta; Marco, Federico e Fabio ci hanno regalato un lavoro stupendo, consentendoci di chiudere (speriamo per molto tempo) il capitolo saldature.
Grazie ragazzi, un GRAZIE grosso così: i vostri lavori parleranno da soli lungo il nostro peregrinare, statene certi.
Conclusioni
Spero che il ritardo nell’aggiornarvi, sia riuscito parzialmente a compensarlo con questo articolo, promettendovi ulteriori contributi a brevissimo per recuperare la tabella di marcia.
E adesso due parole su Rebound: come sono solito dire ora a chi ammira gli upgrade effettuati, saldature su tutte, questa barca sta pian piano dismettendo il vestito da principessa che le avevano obbligato a indossare, a vantaggio di una mise da combattente; in pratica Cenerentola sta diventando Lara Croft e noi ce l’abbiamo messa tutta affinché ciò avvenisse.
Alla via così e ora godetevi il video e come sempre Reuse, Reduce, Rebound!
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Ciao cari,
Che lavoro epico e complimenti vivissimi per quanto realizzato. 👏👏👏
Ora che vivete a bordo ed il varo tecnico pare riuscito, cosa manca per poter finalmente veleggiare?
Un abbraccio 🤗
ciao Rosa, grazie per i complimenti
Rispondere alla tua domanda è complicato in effetti 😅 in quanto manca ancora molto: l’impianto elettrico va finito, l’elettronica ancora da cominciare, le vele da refittare e molti altri dettagli che ci occuperanno per ancora qualche mese. Ma sì dai, possiamo ottimisticamente parlare di un buon 70/75% già fatto e ci avviamo alla fine senza colpo ferire
Un abbraccio a voi