Vivere con poco

Recentemente un amico, mi ha fatto notare come io ancora non avessi scritto un articolo relativo al vivere con poco, alla vita a basso budget. Istintivamente ho controbattuto con un ovvio “Ma che stai dicendo!” perché convinto di aver detto parecchio e in più occasioni. Ma quando lui mi ha chiesto di mandargli il link specifico mi sono sentito un ebete.

Si, il mio libro parla di vivere con poco ed essere felici, in molte interviste l’argomento è certamente affrontato e sviscerato, e in diversi articoli del blog gli spunti non mancano; ma scriverne liberamente, specificamente e in casa mia, assurdo che possa sembrare, non è mai accaduto. Per cui eccomi qui, e a questo punto non credo sarà l’ultima volta (grazie Andrea).

Se fate una ricerca su internet verrete sommersi di risultati, parlo di milioni, a volte centinaia di milioni di link, servizi e quant’altro orbitante intorno al grido della decrescita. Ci sono testimonial noti come Mauro Corona, e davvero molta gente che evidentemente ha sentito l’esigenza o è stata costretta a fare di necessità virtù.

E qui in effetti iniziano dei distinguo interessanti e importanti che possono aiutarci a comprendere alcuni lati della medaglia.

Le certezze… del vivere con poco

In tutti questi anni ho conosciuto diverse persone, tra cui liveaboard, e spesso a basso budget. Si differenziano dall’approccio, dalla barca, né grande né nuova, a volte piccola. Ma quest’ultima caratteristica dipende da molti fattori, non solo la disponibilità economica di partenza. Ad esempio qualcuno ha voluto cimentarsi con l’auto costruzione (vedi un caso su tutti quello del mitico Ernesto Tross), altri sono navigatori solitari a cui bastano 9/10 metri di barca; insomma le misure mai come nel nostro caso ‘non contano’.

Pochi (non ne ho conosciuto nessuno anzi), sono partiti dalla miseria vera.

È un fatto che fa riflettere, in quanto nell’immaginario collettivo, c’è l’idea che lo sfigato di turno sia un povero disadattato, che fino al giorno prima viveva sotto un ponte. Forse a molti piace pensarla così; più confortante, meno auto inquisitorio.

Altri, come ben sappiamo, ritengono che scegliere di vivere con poco, equivalga a dover scegliere una vita di stenti, strisciare sulle ginocchia, vestirsi con stracci, mangiare gli avanzi nelle pattumiere… altrimenti “non vale”.

Perché come si fa a “scegliere di vivere con poco?”.

Oppure il caro vecchio leitmotiv riferito alla barca “con meno di 3.000 euro al mese fai la vita da barbone sul serio, la barca la distruggi, non gli puoi fare una manutenzione adeguata”, o peggio “io mi alzo tutte le mattine alle 6.30, mi spacco la schiena per guadagnare il pane, quindi non rompermi le balle e vai a lauràr barbùn”.

I cliché non sono esauriti intendiamoci, ma credo possa fermarmi qui.

Mi concentro proprio sull’ultima affermazione e la confronto con uno dei classici pensieri di Charles Bukowski: “Come cazzo è possibile che ad un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico per finire dentro un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l’opportunità di farlo?” .

La povertà vera

In una società organizzata, occidentale, classicamente produttiva i poveri esistono, e nessuno può negarlo. Ma la povertà che intendo io non è quella a noi nota, ovvero il pensionato inserito nel contesto cittadino con la pensione da miseria, costretto a rovistare nei bidoni sul serio. Perché in un modo o nell’altro, quella persona ha effettuato delle scelte nella vita, e continua a metterle in atto accettando, ad esempio, di vivere con poco in una città annichilente e avida del suo esiguo denaro. Oppure l’uomo nato in una famiglia umile, costretto a infilarsi nel primo lavoro possibile (magari all’età di 16 anni) per dare una mano in casa (in Italia oggi, casistica rara), che poi ha pensato bene di continuare così per 20 anni, schiacciato dai propri doveri morali. Ma anche qui, per quanto ammirevole, e comprensibili i suoi motivi, lui ha effettuato delle scelte.

Vedete, come spesso mi piace dire, la vita distribuisce le carte, ma sta a noi giocarle.

Finché abbiamo questo immenso potere, chiamato più scientificamente libero arbitrio, la questione povertà = impedimento – a – strapparsi – un – proprio – posto – nel – mondo – della – felicità, non regge. Certo tale facoltà è imprescindibile dalle capacità, mentali innanzitutto, ma, appunto più importante, dalla volontà e motivazioni personali. Mi si verrà a dire delle circostanze – che per me è difficile in quanto mamma… O ho i figli che… La zia, la nonna, la religione e chi più ne ha ne metta -; nessuno le nega, e a volte i pesi sono insopportabili sul serio. Ma tutti dobbiamo confrontarci con un dato di fatto, e cioè che questa vita è l’unico giro di giostra che abbiamo, ed è nostro dovere farci i conti.

No, la povertà vera, quella che mi spaventa e che riscuote il mio rispetto, annientando in un attimo ogni tipo di farneticazione, è la sfiga di essere nati in un qualche paese dove non si sa neanche come fare per bere un po’ d’acqua. Ecco, quello mi distrugge. Inutile fare i gradassi, i megalomani, gli oratori a pancia piena, la vita è una questione di culo!

Io non credo alla fortuna, ma al caso si, anzi meglio al ‘caos’. Ritengo però che l’unico c….aso cui dobbiamo prestare attenzione quando formuliamo i nostri pensieri, sia il luogo di nascita, si quello che scriviamo nei documenti di identità, e che ci accompagnerà per tutta la vita.

È l’unica vera differenza. Se ti svegli la mattina senza sapere se arrivi alla sera, perché il tuo unico scopo è quello di assecondare l’istinto di sopravvivenza, ovvero cibo e acqua, i margini per la filosofia sono azzerati. Sorry caro fratello africano, questa bastarda roulette chiamata esistenza, ha scelto così, tu lì, io qui.

La scelta

So che le mie parole possono risultare forti, crude, a qualcuno suoneranno ingiuste, ma in ogni caso l’importante è che siano efficaci.

Perché vedete, dal prefisso telefonico +228 (Togo), al +39 c’è un mondo di possibilità per strapparsi un’opportunità, grande o piccola che sia. Il resto, perdonatemi, ma sono scuse, o problemi di secondo ordine, pur se utilizzabili facilmente come schermo: schermo costruito sulla morale sociale e famigliare.

Ci tengo a sottolineare un fatto, che il +228 può essere ben rappresentato anche in terra nostra, e dappertutto, anche quando la vita ti distribuisce il gettone della malattia. Se nasci con un handicap cerebrale, sei fuori, punto. Se un tuo caro vive la stessa sorte, sei fuori lo stesso o il rischio che tu lo sia è molto alto. Così come altri casi limite, che non fanno però statistica. Tutto il resto è in qualche maniera gestibile. Fino ad arrivare agli estremi, come Nick Vujicic, che senza braccia e gambe, è riuscito a diventare un motivatore internazionale(!).

Quando si sceglie di vivere con poco, non lo si fa per fini umanitari, o sacrifici spirituali per pulire la propria anima. No tutt’altro, si decresce per essere felici. Ma il fatto che la decrescita scientifica coincida con il bene del prossimo (spingetevi più in là per favore con il ragionamento, si un po’ più in là), bè certo non è di poco conto, non guasta, ma statene certi non è la molla scatenante: guardiamolo come un sano equilibrio della natura.

Ed ecco la verità disarmante. Da una parte c’è chi si alza ogni mattina vivendo la costrizione di vivere con poco, dall’altra chi lo sceglie. È evidente ci sia un cortocircuito.

Qualcuno tra i due sbaglia, verrebbe da pensare. In realtà non è così, nessuno dei due commette un errore, semplicemente si effettuano scelte.

Se il tuo obiettivo è quello di raggiungere la felicità attraverso l’ultimo modello di automobile, o permettere al figliolo di ostentare le sue scarpe Nike come gli amichetti di classe, è evidente che lo stipendiuccio che porti a casa non ti basterà: la valanga di energie che hai messo su, i sacrifici, le tue capacità verranno assorbite inutilmente dal meccanismo infernale in cui hai scelto di sottostare.

La visione globale

E ho una brutta notizia da dare. La giostra del criceto, quella a cui si riferiva anche il mitico Bukowski, e a cui in molti partecipano addirittura ostentando sofferenza (peggio gratitudine), è la responsabile di quel ‘prefisso maledetto’. Se nel mondo continuano a esserci posti come il Togo, dove le possibilità semplicemente non esistono, è proprio perché qui, da quest’altra parte, non ci accontentiamo più. Potremmo annientare la sfiga in tutto il mondo, se solo lo volessimo, se solo rinunciassimo a quelle cazzo di Nike di merda, concentrandoci su ciò che davvero conta. Se le politiche nazionali si rivolgessero a una vera visione globale delle cose; se nelle scuole insegnassero questi valori, ridimensionando i consumi e il desiderio di baggianate. In poche parole, se guardassimo le nostre vite con un’ottica differente, accorgendoci di quanto siamo stati fortunati, forse capiremmo più facilmente come buttare nel cesso le nostre esistenze privilegiate, a fronte di un giocattolo, del superfluo, sia un oltraggio a chi si veglia la mattina sperando di farlo anche il giorno dopo.

Se nel frattempo che cambiate vita voleste pensare di dare una mano all’amica Susanna e alla sua missione laica in Togohttps://sailyx.com/la-maison-sans-frontieres/, magari potrebbe essere un primo passo: “dai Giorgino bello, quest’anno a Natale facciamo che le Nike le regaliamo a Koffi, a te invece un bel libro per aprirti la mente, che è meglio”.

Ah, a proposito di libri, preparatevi che a brevissimo esce “Si può fare – Nuova edizione”… così, ve l’ho buttata lì come se niente fosse.

 

 

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