Metti un giorno a Tuzla: a casa Perini

    Lo ammetto: non ero mai stato prima in una zona industriale pieno di cantieri navali.

    Per cui perdonate il mio entusiasmo simile a quello di un bambino che entra nella fabbrica di cioccolato, e francamente non trovo parole differenti per descrivere le sensazioni provate.

    Ma veniamo all’antefatto.

    Siamo venuti a Istanbul perché tra le altre mille cose da fare, ci serviva reperire alcune informazioni riguardanti dei lavori di falegnameria e alluminio; di conseguenza quale posto migliore che l’area più famosa dove poter entrare con un’idea e uscirne con la realizzazione concreta?!

    Di solito io ero abituato ai ‘sanay’, cioè dei centri pieni di attività artigianali, nei quali ho potuto risolvere ogni problema di Yakamoz velocemente e spesso con competenza: del prezzo neanche ne parlo ovviamente, non mi piace vincere facile, e sarebbe sciocco confrontare i costi turchi con quelli italiani.

    Difatti la maggiore attenzione su cui ho sempre basato i miei ragionamenti, allorquando abbiamo spesso riflettuto se portare o meno la barca in qualche isola greca, è stata proprio sulla capacità e la velocità di esecuzione. Dovendo io smenarmi ogni anno con i desideri della volubile Yakamoz, non avrei mai potuto fare a meno della facilità di reperire pezzi, aggiustaggi, riparazioni e via dicendo, e non “àvrio” (domani), ma subito. Fatti i dovuti conti, pur riscontrando talvolta delle convenienze in qualche marina greco, gli eventuali danni che avrei sofferto anche solo relativi alla mancata ‘immediatezza’, mi avrebbero fatto pagare con gli interessi l’apparente risparmio iniziale (o li avrei spesi per uno psicologo…). E qui dunque scatta il consiglio: state sempre molto attenti a ciò che andate a scegliere per il vostro rimessaggio, poiché a seconda di chi siete, di che barca avete, dei lavori che amate fare o siete in grado di svolgere, e certamente della tasca che possedete, la location molte volte conta moltissimo.

    Torniamo a Tuzla.

    Per chi è nato a Genova o Trieste, per dire, la confidenza con le zone della cantieristica navale non manca; ma per me che sono nato nella paciosa Roma, dove al più ho avuto modo di vedere qualche canteriucolo alle prese con saldature e sikaflex, direi comprensibile il mio entusiasmo.

    In particolare sono le dimensioni a sorprendermi, e non parlo di semplici mega yacht, con i quali ho ampia dimestichezza, viste le unità che incrocio presso lo Yacht Marine e in giro per l’Egeo; ma veri e propri ciclopi, che molte volte snobbiamo e liquidiamo come “la solita porta container”.

    Eh, si, è così, ma quando la osservi da vicino la musica cambia; e ti tornano in mente le fotografie dei grandi maestri, alle prese con gomene del diametro di braccia se non gambe, o ancore, catene e grilli le cui misure non pensavi neanche esistessero. Foto in bianco e nero che ancora oggi affascinano sia per la loro bellezza artistica, che appunto per i soggetti e oggetti in questione.

    Ed ecco imbatterci in due operai nel mentre applicano un po’ di primer o antivegetativa: all’inizio, lo giuro, pensavo stessero dipingendo un muro di un edificio; solo dopo mi sono accorto fosse la prua della nave. Davvero incredibile l’imponenza di tanto metallo galleggiante. Quasi impossibile, pensi, che tali colossi possano rispettare in pieno la legge di Archimede. E invece eccoli lì, indifferenti alle banali considerazioni di un quasi poppante, pronti a portare in giro per il mondo le nostre merci, e ahimè alimentare tutto quel sistema basato sul superfluo, che ci pare erroneamente indispensabile.

    navi mercantili

    Per una volta però voglio far finta che tutto questo dispendio di energie, consumi e inquinamento, serva a qualcosa di superiore, per il bene della collettività nel senso più stretto del mio pensiero. Voglio solo godermi questo spettacolo dell’opera umana, che esiste, sprigiona concretezza da ogni bullone e lamiera; in un’epoca così tanto virtuale è cosa rara.

     

    Il Maltese Falcon

    E come bimbi con lo zucchero filato in mano che camminano nel luna park, ci troviamo davanti un cartellone con una foto che conosco bene: il Maltese Falcon. A proposito di ingegneria navale.

    Si, signore e signori, eccoci in quello che per molti amanti del mare e della nautica sarebbe un sogno, la vera fabbrica del signor Wonka: dove nascono i Perini. Il cantiere Yildiz (stella in turco) giustamente ostenta quello che evidentemente è e rimane un suo fiore all’occhiello, ovvero la produzione del Maltese Falcon, la più grande nave a vela mai prodotta dalla Perini Navi, orgoglio italiano nel mondo.

    maltese falcon nave di lusso

    dove fabbricano i perini

    Ho avuto il piacere di incrociarla varie volte e proprio nei suoi primi anni di vita: eravamo alla fonda zona Bodrum, quando stropicciandomi gli occhi, cercai di capire cosa fosse quel bestione a vele quadre, ma con linee moderne; e capii subito che quegli alberi rotanti appartenevano a ciò che ancora oggi rimane un’eccellenza tecnologica.

    Purtroppo non possiamo entrare a visitare il cantiere, e d’altronde è comprensibile senza preavviso, e più che altro non avendo tempo da dedicare al turismo, decidiamo di proseguire verso i nostri obiettivi.

    Ed è un susseguirsi di cantieri grandi e piccoli, sanay nei quali vediamo in fase di realizzazione barche di tutti i tipi, a motore, a vela, per lavoro, turismo, aliscafi e chi più ne ha ne metta. Stessa cosa per gli scafi di alluminio, cosa che desta in noi maggior curiosità e interesse, con misure dai 9 ai 25 metri! Finché ci imbattiamo in un “maestro saldatore”, Elnur di origini azere (Azerbaigian), che con entusiasmo ci mostra la sua creatura di 20 metri: un battello a motore, più simile a un piccolo rimorchiatore che a una barca da noi facilmente riconoscibile… Lui ci mostra i suoi tesserini di saldatore, con tutti i livelli e le esperienze conseguite; ci racconta di quando lavorò in Italia, parecchio, e per compagnie come Saipem & friend per intenderci, cioè realtà dove la saldatura non è un gioco per improvvisati, con controlli e test di tenuta tali che probabilmente farebbero “scoppiare” qualsiasi barca in alluminio opportunamente chiusa a tenuta stagna. Ci mostra il codice e la marca del filo per saldare, che deve essere uguale alle lamiere (certificate), e insomma mette sul piatto a beneficio dei nostri occhi, tutto il palmares del suo mestiere; manca quasi che ci mostri le foto dei figli, cosa che effettivamente avviene da lì a 10 minuti.

    Vorrei parlarvi di altri incontri, chiacchierate e sapori di mare, di quel tipo diverso dai classici ambienti da noi normalmente frequentati; roba da dietro le quinte per intenderci, dove esistono e si muovono gli attori che realizzano gli oggetti cui affidiamo le nostre vite. Tanto importanti quanto spesso non pensati minimamente, oppure, nel migliore dei casi, dimenticati. Molte volte noi diportisti, usufruitori finali del prodotto, critichiamo con sufficienza, esprimiamo opinioni, non rendendoci minimamente conto di quanto lavoro possa esserci intorno a un’imbarcazione. Soprattutto bisognerebbe apprezzare di più il fatto che è uno degli ultimi settori dove la manualità è ancora molto impiegata, relegando alle macchine operazioni marginali.

    Tutto ciò come già detto ai miei occhi appare affascinante, e questa bellissima gita, perché in fondo tale è stata, mi ha fatto amare ancora di più lo strano mondo in cui ci muoviamo, tra ferro, plastica, alluminio e sale.

     

     

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