CIME DI ORMEGGIO

A volte la scelta delle cime d’ormeggio viene sottovalutata, relegando al gravoso compito vecchie scotte o drizze; diverso quando dobbiamo provvedere alle manovre delle vele, pronti a valutare l’ultimo modello in Dyneema e simili.

In realtà si dovrebbe adottare un atteggiamento se non contrario almeno equivalente, poiché in mezzo al mare la qualità della cima ha senso più in regata che per la classica navigazione, caso in cui quest’ultimo e a patto di avere scotte e drizze decenti e non troppo “antiche”, le vele difficilmente si lamenteranno della poca tecnicità dei materiali e performance.

Ma è quando siamo in banchina o all’àncora, o cime a terra che rischiamo davvero la barca, in quanto se è vero che il pericolo maggiore per un marinaio è la costa, allora eccola qui proprio a pochi metri o peggio centimetri!

Abbiamo notizia di danni ingenti alle imbarcazioni spesso quando il colpo di vento, o burrasca si abbatte in un porto o marina, non in mare aperto: falchette divelte, poppe distrutte se non ahimè barche affondate.

La scelta di una buona cima quindi significa adottare il miglior atteggiamento protettivo nei confronti del naviglio, messo nella situazione dove statisticamente sarà più soggetto a rischi.

Magari non basterà in caso di gravi perturbazioni, e forse non per colpa vostra ma per il vicino meno accorto, piuttosto che un errato ormeggio, tuttavia almeno ridurrete notevolmente le possibilità di rottura dormendo sonni più tranquilli.

Peocediamo dunque all’analisi delle cime.

La scelta del materiale

In commercio solitamente i materiali sono i seguenti:

– nylon, ottimo materiale elastico, regge in modo adeguato le trazioni, ma nel tempo tende a irrigidirsi

poliestere, miglior rapporto qualità prezzo, meno elastico del nylon, la più venduta e utilizzata

polipropilene, materiale resistente all’incirca come il poliestere, galleggiante, ma più deteriorabile, normalmente utilizzato per i sagolini salvagente, ma anche per cime.

Personalmente per la banchina consiglio la 3 legnoli in poliestere poiché garantisce un ottimo compromesso e giusta elasticità, caratteristica essenziale per ammortizzare le continue sollecitazioni all’ormeggio, special modo in caso di risacca.

Il dimensionamento dipende da vari fattori, tra cui i principali sono la lunghezza della barca e quindi il dislocamento (anche se in realtà è l’opera morta a prestarsi al vento e a oppore resistenza a mo’ di vela) e la grandezza delle gallocce: si perché va bene sovradimensionare per maggior sicurezza, ma se poi non si riesce correttamente a dar volta non abbiamo fatto un buon acquisto.

Nella tabella di seguito vengono riportati diametro della cima consigliata per la lunghezza dell’imbarcazione. Se invece si vuol fare una valutazione estremamente precisa solitamente si calcola il dislocamento dividendolo per 4, ovvero i normali 4 punti di ormeggio, 2 a prora e 2 a poppa. Il valore ottenuto va aumentato di 2,5 volte per un margine di sicurezza che tiene conto delle varie distribuzioni dei carichi non sempre precisamente ripartiti sulle 4 gallocce; a questo punto si verificano i carichi di rottura forniti dal produttore e la scelta è fatta.

Se non vogliamo perderci troppo nei numeri possiamo adottare una semplice regoletta che è quella di aggiungere il numero 4 ai metri della barca. Esempio: barca di 14 metri + 4 = diametro di 18mm; si può verificare il risultato confrontandolo con lo schema.

Il gioco di cime e i tipi da avere a bordo dipende anche questo dalle abitudini specifiche del diportista.

Se si ormeggia con poppa o di punta in banchina, avremo bisogno di almeno 4 cime: a parità di diametro 2 della lunghezza della barca, 2 del doppio. Va tenuto conto che spesso le cime di banchina si riportano a doppino, e ciò non solo per facilitare il disormeggio, ma anche per ripartire e rendere ancor più elastico lo sforzo: il doppino va tenuto in considerazione proprio per la valutazione detta prima sulla scelta del diametro, poiché la galloccia dovrà accogliere sia la volta del dormiente che del corrente; e nel caso anche del traversino e/o dello spring (se non si è dotati di galloccia a mezza barca).

In caso di ormeggio cosiddetto all’inglese (di fianco), vale la stessa regola, con l’aggiunta dei 2 traversini di lunghezza della barca: volendo farsi bastare la dotazione delle 4 cime, la stessa della galloccia di prua (lunga il doppio della barca) assolverà il compito sia di cima principale (assicurata alla bitta/anello a pruavia della barca) che di spring di ritorno.

Non entro nel merito della questione ammortizzatori con molle o gomma, ma li consiglio caldamente.

                     Cima galleggiante in polipropilene da 20mm

Stessa cima con doppia chiusura (simulazione doppino)

                                                                   

Per chi passa molto tempo all’àncora invece la questione è un po’ diversa.

Se disposti alla ruota il problema si risolve scaricando la tensione del verricello riportando il tiro della catena sulle gallocce di prua, a mezzo mano d’acciao (o un nodo di bozza) e due cime. Le cime della lunghezza di circa 3 metri l’una avranno lo stesso diametro di quelle d’ormeggio: consiglio 2 unità separate, senza utilizzare quelle d’ormeggio, il motivo è legato al fatto intanto di magior praticità (manovrare 3 metri è diverso che 12), poi di non esporre continuamente al sole inutilmente metri inutilizzati, e ultimo la possibilità di frequente immersione in acqua salata, a seconda della scelta del punto di lavoro sulla catena.

Altra situazione è quella delle cime a terra, frequente sulla costa turca ad esempio.

Il diametro può rimanere lo stesso, ma la lunghezza va pensata in base alla distanza dalla battigia, che può variare a seconda del posto e della profondità del fondale, tenuto anche conto di dove andremo ad assicurare la cima (un sasso, un albero più o meno vicino alla costa).

Non esiste quindi una misura standard ma se pensiamo alla distanza di sicurezza di almeno 10-15 metri, ne consegue una misura intorno ai 20 metri a linea utile; questo significa però che non passeremo a doppino (poco frequente con cime a terra) e daremo volta alla galloccia di poppa e una gassa all’albero della situazione: il tratto finale destinato a terra sarebbe meglio fosse rivestito utilizzando la guaina tipica del tubo di irrigazione, di modo da non rovinare la cima e soprattutto la natura ospitante (c’è chi utilizza uno spezzone di catena ma tale sistema danneggerebbe l’albero: anche per ciò se c’è possibilità di scelta, a priori sempre meglio privilegiare una roccia).

(La buona norma del rivestimento vale anche per la banchina, nel tratto di cima soggetta a sfregamento sulla barca e a terra).

In realtà i 20 metri sono solo quelli utili a barca ferma, ma va considerata tutta la manovra che richiede avvicinamento prudente e persona sul tender o a nuoto addetta a portare le cime a terra; questo si traduce con la necessità di un notevole gioco, che raddoppia se non triplica (a seconda delle circostanze) la lunghezza finale. Io ad esempio ho 60 metri di cima composta da 40 metri in unica lunghezza e 20 metri collegata con gassa alla prima.

Il tipo di cima consigliata è senz’altro del tipo galleggiante in polipropilene; si trova anche in polietilene (Spectra-Dynema), ma senz’altro più costoso.

La cima galleggiante serve ad agevolare chi deve portarla a terra, e impedisce che in manovra, a volte concitata, non vada ad infilarsi nell’elica.

Anche in tal caso utilizzare le cime abitualmente per la banchina non è cosa saggia, poiché nell’ormeggio cime a terra spesso la fase di calma di vento fa si che possano immergersi completamente in acqua, special modo quella sottovento tendenzialmente scarica di tensione, riducendo la vita della cima stessa.

Buoni ormeggi

Giampaolo Gentili

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