“Eppur si muove” recitava Galilei. E in effetti anche Rebound sembrerebbe lì lì per, tranne che di fatto si sta muovendo con la gru.

Ma andiamo per gradi.
Vi ricordate la pala del timone storta? Se avete un’amnesia ecco qui l’articolo e relativo video.

Breve sunto: Rebound tra le tante vicissitudini, deve aver patito qualche mareggiata in porto, durante il suo abbandono qui a Crotone; e una di queste evidentemente è stata più forte delle altre, a tal punto da piegare la pala di alluminio.

Parentesi. Per piegare uno scatolato di quella dimensione, la botta deve essere stata considerevole; non oso immaginare quindi cosa sarebbe accaduto con un timone in vetroresina. La felice nota soprattutto è quella che l’asse non ha subito nessun danno; grazie anche al grosso diametro e al canotto di acciaio inox interposto tra asse e boccola di delrin (si spera) e losca.

In parole povere mesi fa io e la prode Başak ci siamo divertiti (per modo di dire) a togliere e tagliare la pala (il perché l’abbiamo tagliata vi obbliga a ripassare per l’articolo di cui sopra); e consegnata alla Metalsud di Latina per la riparazione.
Inizialmente avevamo pensato si potesse recuperare tutta la pala, tagliando e cucendo, di modo da ottimizzare costi e dimensioni esatte; a patto non si prescindesse dalla solidità strutturale.
E difatti dopo attente valutazioni, Fabio ha ritenuto fosse più “igienico” ricostruire ex novo l’intera pala, mantenendo però l’asse.

Nota
Quando si mette mano a un lavoro del genere, bisogna incrociare le dita, in quanto pur avendo il vecchio timone come dima, la precisione potrebbe difettare; talvolta anche un solo millimetro, laddove il gioco è stato calcolato ad hoc.
Anche per questo ho chiesto di scendere un po’ con la piccola sporgenza a pruavia della pala (nel video capirete meglio), di modo da non rischiare e, più importante, da poterla verniciare senza problemi una volta su.

Passano i mesi e visti i lavori in corso, oggettivamente non v’era nessuna fretta da parte nostra, nonostante temessimo il giorno della verifica.
Oltretutto si poneva un problema non da poco: come avremmo infilato la nuova pala, ora intera?
Semplice, avremmo alato Rebound.
Ma alare ha un costo, pertanto pensavamo di attendere il vero e proprio varo della “bella”, così da ottimizzare il tutto.
Opzione, diciamolo, un po’ avventata, proprio per il rischio di imprevisti con il timone.
Dato che l’avventura di Rebound ha richiesto sin dall’inizio l’approccio Zen, il che si sposa perfettamente con la nostra filosofia di vita che ci vede “seguire la corrente”, abbiamo atteso gli eventi per poi regolarci meglio e di conseguenza.
E a quanto pare gli eventi e la corrente ci hanno trascinati verso la… demolizione delle barche!

Il fatto è questo, dopo tanti anni di custodia, finalmente il cantiere dove siamo, ha ricevuto l’autorizzazione dal tribunale di demolire le barche a vela sequestrate (quasi tutti velieri provenienti dalla Turchia, rubati per il trasporto profughi: farò un articolo specifico su questa triste situazione): notizia bella e notizia brutta per noi.
La bella è che a quel punto noi ingombravamo il passaggio di escavatori, ragni, gru, camion e compagnia cantante; pertanto si rendeva necessario spostare Rebound “un po’ più in là”.
La brutta è che avremmo dovuto prepararci a giorni di “demolizione controllata”, con relativa vetroresina polverizzata in balìa del vento.
Per farla breve, avvisati praticamente il giorno stesso della nuova situazione e conseguente opportunità per infilare il timone di lì a breve, suoniamo la grancassa a chi di dovere di modo che il timone arrivasse in tempo.
Per fortuna la pala era pronta da più di un mese e ora non restava che farla arrivare a Crotone.

E qui entra in gioco Manuel di Lucidivia.com, il nostro fedele e fondamentale sponsor.
Ma cosa c’entra l’elettrico (affettuosamente), con il timone?
Semplice, Manuel oramai doveva effettuare un sopralluogo da tempo, perché pur se lentamente, le fasi hanno continuato a essere messe in chiaro, il che significava la necessità di approntare quanto di utile all’impianto; in particolare in vista dell’arrivo del motore (qui l’ultimo aggiornamento).
Stringiamo: “l’elettrico” sarebbe passato da Latina per caricare sul portapacchi il timone e giù di corsa a Crotone, nella speranza di fare in tempo.

Due parole su Manuel e Lucidivia.
Con Manuel i discorsi sono inutili, in quanto nessuna parola potrà mai rendere la disponibilità di questo ragazzo estremamente preparato e professionale.
Se voi sapeste le “rotture di zebedei” a cui è sottoposto dal sottoscritto sin dagli albori del 3R Project (ma anche prima), comprendereste in minima parte il valore aggiunto di cui parlo.
Perché in effetti dietro ai fatti concreti, ovvero chessò un “semplice” quadro elettrico, ci sono un’infinità di dettagli e particolari, che portano a chiedersi “ma quanto verrà a costare?”.
Ecco, Lucidivia è l’emanazione esatta del suo proprietario e della compagna Annalisa: il cliente prima di tutto!
Voi direte “facile è il vostro sponsor”. Solo un ingenuo potrebbe pensarla così. Noi non ci chiamiamo Soldini e Rebound non è il trimarano Maserati; per cui, benché la nostra storia ci abbia resi un po’ popolari (non famosi) nel settore della vela da circa 10 anni (dall’uscita di “Si può fare”), non c’è un ritorno pubblicitario di portata tale da ricevere la quasi totale abnegazione di questa azienda.
Soprattutto Manuel RISOLVE, punto e basta.
Non aggiungo altro, tranne che nel caso aveste qualsiasi necessità inerente ogni qualcosa “all’interno della quale transiti corrente” (radio, impianti, dissalatori, eccetera: tra l’altro è rivenditore e assistenza ufficiale della Spectra Watermaker per il centrosud Italia), prima di andare da Tizio, chiedete a Lucidivia. Garantisco io; e per quel che vale, non è proprio poco.

Torniamo al timone.
Decisamente agitati abbracciamo con il solito affetto Manuel che dopo 600 km, ci regala sempre il suo solito sorriso.
Dopo i convenevoli sbarchiamo la pala e buonanotte a tutti.
Il mattino dopo, ottemperato il “sopralluogo elettrico” e fatte le dovute considerazioni, ci accomiatiamo dal caro amico e iniziamo a predisporre “l’infilaggio del timone”.

C’è da dire una cosa, siamo stati molto fortunati (la corrente…).
La settimana prima, il titolare del cantiere ci avvisa “domani devo alare Rebound, quindi dovete mollare il paterazzo dato che prima tiro su la barca accanto la vostra”; ovvero per noi Game Over, in quanto il timone non c’era.
Vabbè, pazienza ci siamo detti: la corrente ha voluto così.
Il giorno dopo, mollato paterazzo e con il solito batticuore, assistiamo al sorvolo letterale di un 13 metri a vela sopra il nostro alluminio: vi risparmio altre considerazioni.
“Paolo domani aliamo la tua! Ti chiamo domattina per farti sapere a che ora”. E ri-vabbè, ri-pazienza.
Ma il giorno dopo nessun telefono squilla: tutto era stato rimandato a data da destinarsi. Evviva la nostra corrente!

Quindi veniamo al fatidico giorno e in poco tempo l’asse del timone è nella sua cara losca: no, il timone non è su ma almeno è stato infilato; poi con calma faremo il necessario per spingerlo a modino fin dove deve salire.
Armati di tanta pazienza (sfilare l’asse è una cosa, grazie alla gravità; infilarlo è tutt’altra faccenda), allestiamo il transpallet con diversi ciocchi e pezzi di legno lunghi per le apposite leve.
Centimetro dopo centimetro io e la povera Başak, alziamo; ogni millimetro guadagnato recitiamo una preghiera e ringraziamo la sorte. Fino a quando il timone non va su…
A quel punto le preghiere si modificano in qualcos’altro, tipo “O perbacco!”.
Si capisce subito dov’è il problema: l’asse non può essere, in quanto originale e dritto, ma il “dorso” della nuova pala non può entrare nell’invito presente nello skeg, in quanto leggermente più grande dell’originale. Aiuto.

Come anticipato, essendo un’operazione sartoriale, e vista la distanza ma soprattutto l’impossibilità di effettuare adeguate prove e relativi aggiustamenti (immaginate dover alare ogni volta la barca), l’affare è un po’ come “visto e piaciuto”, confidando nella massima precisione e esperienza possibili.
Poi accade anche che se non si ha sottocchio l’insieme della questione (in questo caso skeg, losca e timone), il bravo “metallaro” (sempre in simpatia) per far bene, vorrà magari tenersi un po’ più “robusto”, generando però il danno.

Ma a noi non interessano tali quisquilie, qui siamo tipi tosti e non ci si abbatte nemmeno davanti un meteorite.
Constatato trattarsi di poca roba, forse 1 millimetro, inizio a molare i 2 cordoni laterali, responsabili del “troppo” da togliere. Per fortuna materiale ce n’è in abbondanza, per cui vado tranquillo ma con molta attenzione.
Attenzione che ci porta a molare e provare a tirare su il timone per testarlo; mola e infila, mola e infila… cosa più facile a dirsi che a farsi, visti i pesi e dimensioni in gioco; e anche per via che, tolta la volontà di 2 bulldozer, in realtà a livello fisico siamo come Paperino e Paperina, senza nemmeno Qui, Quo e Qua a darci una mano.
Ciò si traduce in quasi 3 giorni di lavoro snervanti e faticosi, durante i quali, misurato gli spessori rimanenti della pala (abbastanza) e verificato che ora “mangiare” ulteriormente (o come dico nel video per darmi delle arie, “ablare”) non avrebbe portato nessun vantaggio, a meno di arrivare a “zero”, sono passato ad adattare un po’ l’invito dello skeg; essendo solo un invito senza alcun’altra funzione, tramite queste molette fantastiche in poco tempo sono venuto a capo della situazione.

“Vai Başak ci siamo!”.
Uno, due e tre il timone è su: corro dentro a fissare i collari con i perni passanti, ridiscendo, scarichiamo il transpallet e vai con la verifica di movimento.
Uno, due e tre, la pala si muove. Fatta pure questa: la bottiglia si stappa anche stasera.
In verità nei giorni successivi ho dovuto continuare con delle micro-limette a mano per sistemare davvero ben bene ogni sbavatura che impediva il completo movimento da un lato, ma sono dettagli senza importanza.

L’infilaggio del nuovo timone è stato portato a termine e ora risplende in tutto il suo alluminio per ricevere i complimenti di chiunque passi di lì: non scherzo, è il potere dell’alluminio senza vernice (che a breve vedrà i suoi soliti strati di primer e antivegetativa).
Forza, sotto a chi tocca, noi andiamo avanti come bulldozer.
Voi godetevi il video

Reuse, Reduce, Rebound

 

Non dimenticate che il nuovo libro sul cambio vita
“SI DEVE FARE”
è disponibile qui in tutti i formati

 


Puoi aiutarci anche tu!

Tramite Paypal:

La nostra riconoscenza

– chiunque avrà piacere ad aiutarci con almeno 100€, avrà il suo nome inciso sulla targa degli “Amici di Rebound”, che verrà installata nel quadrato di Rebound!

– chiunque avrà piacere ad aiutarci con almeno 500€, oltre al nome sulla targa, se lo vorrà, potrà salire a bordo di Rebound per 1 weekend!

– chiunque avrà piacere ad aiutarci con almeno 1.000€, oltre al nome sulla targa, se lo vorrà, potrà salire a bordo di Rebound per 1 settimana!

– a breve altre iniziative di riconoscenza, grazie alla partecipazione di nuovi sponsor!

GRAZIE IN ANTICIPO A TUTTI VOI

 

I NOSTRI SPONSOR