Qui puoi trovare l’episodio precedente del viaggio “Dalla Turchia alla Francia”

 

Panarea, rada dello Scoglio del Sorcio. 19 agosto. Ovvero, come si evince dall’espressione della povera Başak,  l’inferno!

Dimentichi di cosa significasse l’Italia nella settima ferragostana, ci vediamo sballottati a destra e manca dalla risacca artificiale generata da barche, barchini, tender, aliscafi, traghetti e cacciatorpedinieri…
Il che dopo 4 giorni di mare e navigazione continua, stanchi come non mai, non rappresentava proprio il miglior benvenuto che ci servisse; da questo mio paese amato e odiato.
Ma non possiamo recriminare su niente e nessuno, la colpa è solo nostra e del programma di navigazione obbligato; il caro amico Felice ce l’ha messa tutta per indicarci gli approdi migliori (un grazie anche a Manuel), tenendo conto della nostra esigenza di stare “sereni” alla fonda: certo non poteva pure sgombrare il campo per noi.
Per cui facciamo finta di nulla e ci prepariamo a un bel tuffo ristoratore, dati gli invitanti 29° in acqua e soprattutto la necessità di una toletta oramai improrogabile: uno, due eeeeee, STOP, FERMI TUTTI! LE MEDUSE. Cazzo.
Ripeto tra me e me “Giampaolo abbi pazienza—Giampaolo abbi pazienza—Giampaolo…”, e come per magia sfodero tutta la mia saggezza per incoraggiare Başak che non è poi tutto questo problema, basterà stare di guardia a turno. Così è: le abluzioni, perché di questo poi si è trattato, avvengono alla velocità della luce nel mentre l’altro scruta il fondale; comprendiamo ora il motivo per cui la gente ci guardasse in modo strano e con invidia, dato il nostro apparente coraggio mostrato.

Sbarchiamo per goderci un po’ di aria panarense e le tipiche atmosfere eoliane; un altro mondo rispetto alle più semplici isole greche e si percepisce immediatamente l’aria differente, se vogliamo anche un lusso a tratti evidente; ci spiace non essere in grado di apprezzare questo di lato che invece attrae molti turisti desiderosi di assaporare un po’ di dolce vita. Io mi accontento di soddisfare un vecchio desiderio, ‘la brioche al limone’ nella storica gelateria “L’Elica”: semplicemente fantastica; Başak approva decisamente.
Ricchi della pausa e “dell’opulenta” cambusa che consta di 1 cetriolo, 1 peperone, 3 prugne, 1 etto di ricotta di capra e 1 lattuga, 10 euro grazie, torniamo alla nave madre per cambiare approdo. La speranza è quella di contenere almeno un poco il rollio nella baia accanto, meno soggetta al viavai manicomiale.

La scelta è vincente, per modo di dire; ci si accontenta e si tace per amor di pace (credo di aver appena coniato una frase poetica, ohibò).
Vi trascorriamo un paio di giorni di pseudo relax grazie anche al fatto che i charter e i turisti diminuiscono.

Riflessione: noi non abbiamo speso nulla per essere qui e ribadisco è solo un caso, scalo tecnico per intenderci; ma ‘loro’ hanno pagato per ballare 7 giorni accanto ad altre 70 barche, in rade che per i nostri standard potrebbero contenerne appena 20! Non comprenderò mai gli esseri umani.

Il giorno prima di salpare, verso il tramonto ci vediamo avvicinare sotto bordo da un ragazzo sul suo tender “Yakamoooz! La mitica Yakamoz e voi siete Başak e Giampaolo di Si può fare! Non ci posso credere, che ci fate qui?”.
Effettivamente avevamo messo in conto di destare la curiosità di chi, per caso, avesse scorso in questi giorni topici la nostra presenza: chiariamo, non siamo famosi, ma solo un po’ popolari tra i nostri affezionati lettori. Andrea aveva già pronte 3 birre, e quasi come una reazione a catena l’aperitivo è presto organizzato nel pozzetto del “mito d’alluminio”.
Una costante dei nostri incontri è quella di conoscere sempre persone di un certo livello umano, forse il miglior complimento a quanto abbiamo prodotto negli ultimi anni. Andrea fa lo skipper, scarrozza i clienti in giro per le Eolie e cambiò vita anche grazie alla nostra storia (un altro dei tanti figliocci adottivi); la sua di storia pertanto andrebbe raccontata per benino, cosa che mi riprometto di fare perché ne vale davvero la pena; anzi vedremo di confezionarci un bell’articolo.
Dopo un po’ ci congediamo, lui torna dai suoi ospiti e noi ci apprestiamo alla cena per salutare l’ultimo giorno a Panarea.

 

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Il mattino, dopo il ‘caffè delle 11’, salpiamo sapendo di smotorare qualche ora alla ricerca di un leggero vento da S che poi dovrebbe trasformarsi in Ovest. Tanto almeno una notte è garantita in mare, le miglia che ci separano da Ponza sono parecchie.
Alterniamo vela e motore fino a quando il ponente inizia a soffiare. È stata una partenza sofferta poiché la perturbazione che cercavamo di utilizzare per salire, prendeva forza dalle Bocche di Bonifacio; un giorno dopo poteva non esserci più vento o contrario; prima ce ne sarebbe stato troppo; dunque la solita roulette russa che all’inizio speravamo a nostro vantaggio. Invece le Bocche ci tirano un brutto scherzo.
Benché lontane generano un mare importante che però non coincide con il vento.
Di lì a poco ci ritroviamo a navigare di notte con Eolo che soffia da poppa e onde da Ovest; al principio la brezza è debole per cui circostanza complicata da far gestire a Ovidio. Questo si traduce nell’alternarci al timone fino all’alba, con grandi difficoltà per non far sbattere Yakamoz e non perdere quel minimo di abbrivo necessario a manovrare; quando l’intensità aumenta mettendoci sul chi vive.
Da Ovest passa a NW ma il mare rimane disastroso. Ponza è fuori rotta e man mano lo diventa sempre di più. No, così non si può continuare, proviamo a poggiare mure a sinistra sperando nel giro di vento previsto… previsto oddio, quel che un dannato Tirreno consente di far prevedere ai vari modelli meteo.
Verso le 11 rinforza e ormai quei 15-18 nodi che avrebbero dovuto darci una mano, diventano 25-30. L’unica nota positiva è che ora, grazie alle sferzate, il mare si ricompone, ma mai a nostro favore: la presenza del mare vecchio è ancora forte e le onde incrociate rendono tutto ancora una volta complicato. Proviamo a virare per verificare se l’apparente possa (mai) regalarci qualcosa in rotta: nulla, anzi peggio, quasi puntiamo Stromboli o al meglio la Tunisia. Avendo ridotto per tempo, non riusciamo neanche ad essere dignitosamente veloci quando le ondacce ci fermano: praticamente è un continuo arrivare a 6 nodi di velocità e ripartire a 3, uno schifo sul serio. Il mare schiuma, e Ponza diventa una chimera viste le ore e le condizioni di stress tra noi e la meta ambita. Ci vuole un piano di riserva.

Al telefono, “Felì c’aggia fa? C’è qualcosa tra Capri e Procida?”, essendo un comandante d’esperienza e napoletano, esperto delle zone, e visto il nostro punto nave, ci consiglia di riparare direttamente a Positano. Grazie davvero. Così facendo e mure a sinistra, il bordo si trasforma in una bella cavalcata senza troppi sbattimenti con punte di 7 nodi, dritti come fusi di cannone. Felice, ben conoscendo quanto possa essere infame quel tratto nel golfo di Salerno e comprendendo la nostra stanchezza, ha visto bene; che dico, benissimo.
Quasi all’arrivo il vento e il mare sono tali che un ketch si è messo alla cappa secca ridossandosi (in linea più teorica che pratica viste le miglia di distanza) tra Capri e la costa: mai vista una cosa del genere in vita mia.
Diamo fondo verso il calar del sole tra tante barche, ma scovando una zolla di sabbia libera dai gavitelli, proprio come da precise indicazioni ricevute.

Letteralmente ko e sballottati dalla risacca reale e artificiale dell’andirivieni dei tanti motoscafini, ci sediamo in pozzetto per concederci una cena romantica, con gli occhi puntati a quell’incredibile presepe vivente che è Positano vista dal mare. Quando si dice che non tutti i mali vengono per nuocere.

 

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