E dunque chiudiamo il pozzetto dopo 2 anni!

Bentrovati a tutti su questi schermi!
L’estate sembra ormai passata (e per fortuna oserei dire: lavorare dentro Rebound, con le temperature che abbiamo subito tutti quanti è stato letteralmente impossibile), ognuno torna ai propri posti di comando, io e Başak compresi.
E come prima cosa realizziamo un piccolo, grandissimo sogno, quello di chiudere il pozzetto.

Un passo indietro

Come dicevo 2 anni fa verso luglio 2022, insieme al caro amico Manuel di Lucidivia.com, abbiamo affrontato il cosiddetto “blitz” per sbarcare il motore.
Di fatto, non ancora organizzatoci bene per iniziare quella che sarà una pena di Sisifo, e trovandoci nel periodo torrido di luglio, avevamo deciso di puntare su 7 giorni, al fine di togliere il pozzetto di alluminio, sbarcare il Perkins e spedirlo in Polonia dalla Servipol per la revisione: per l’appunto un blitz in stile Mission Impossible.
La vera difficoltà in effetti non era quella di scollegare il vecchio motore, pronto all’alaggio con la grue, quanto la grande incognita dell’apertura del pozzetto, unica via di fuga del motore: ricordo quando non ancora aver individuato l’accesso (il teak del pozzetto insieme alla vernice, nascondevano le teste dei bulloni e quindi la felice sorpresa dell’ampia e pratica apertura), al telefono con Manuel e altri esperti, cercavamo un modo “igienico” per sbarcare il motore; avevo considerato persino di tagliare parte del mobilio…
Quando per fortuna un giorno, dopo aver cercato in ogni angolo della sala macchine un qualche indizio, scovai degli strani bulloni lungo il perimetro del tetto-pavimento; a quel punto, come dicono in Turchia, “cadde il gettone”. Con un po’ di coraggio presi ad asportare la vernice in un angolo del pozzetto, individuando finalmente le prime teste dei bulloni.
Così fu semplice (per così dire) togliere i listelli perimetrali del teak e scoprire tutti e 97 i bulloni di tenuta!
Per farla breve organizzammo il suddetto blitz con maggior fiducia nel fato che ci ricompensò con l’inaspettato svitamento – tutto sommato semplice – delle viti e dunque l’apertura del famigerato coperchio: seguirono comprensibili grida di giubilo e brindisi serali.
Il resto è storia.

Senza il coperchio del pozzetto per 2 anni

Ebbene sbarcato il Perkins, ci ritrovammo con un pericoloso “pozzo nero” (all’epoca lo si poteva definire esattamente così), con cui convivere per tempo indefinito e senza possibilità alcuna di renderlo safety.
Le cornici rimaste, benché in alluminio, non hanno una battuta tale da assicurare la sicurezza di un asse di legno sistemato nel migliore dei modi; oltretutto muoversi nella sala macchine comodamente senza un “tetto sbattitesta”, era un vantaggio a cui non volevamo rinunciare.
Sicché abbiamo deciso di accettare qualche rischio, prestando la massima attenzione nello spostarci.
È stato facile? Manco per niente. E questo sta a significare che se siamo riusciti a non farci male (giuro, nemmeno un “quasi” incidente, nulla di nulla), lo dobbiamo proprio alla tanta prudenza osservata nei 24 mesi successivi.
Il discomfort però si è fatto sentire, unito alla battaglia con i gatti che giustamente avevano ritenuto gagliarda questa nuova grande tana d’alluminio… Miaoooo!
Fofinho ahinoi è venuto dopo, e comunque era troppo piccolo da poterlo scatenare a mo’ di fiera crotonese, contro le gang locali.
Ma insomma dai, non è stata una passeggiata di salute, special modo quando venivano a trovarci amici o tecnici del caso: non c’era assicurazione che potesse tenere.

E chiudiamolo sto benedetto pozzetto!

Un bel giorno io e Başak decidiamo che è giunta l’ora; ma è un po’ come chi si accinge a fare qualcosa di importante, per la quale talvolta si esita perché ci si sente impreparati, anche noi arriviamo al fatidico giorno in cui i rimandi finiscono: si fa, punto e basta.
D’altronde il motore è stato messo e le varie operazioni che richiedevano comodità operativa, tipo l’installazione dei pannelli fonoassorbenti e via dicendo, sono giunte al termine.
Ringraziando il buon Bartosz per il paranco donato, eccoci io e Başak all’opera: lei al marchingegno, io a gestire al meglio i movimenti dell’ingombrante pedana-pozzetto; e con molta attenzione, tira di qui, tira di là, bidibibodibibù e il pozzetto va giù!
Sì, a farla breve è stata una delle rare volte in cui le cose vanno lisce come l’olio, più o meno.

Nuova vita a bordo

Avreste dovuto vedere la faccia di Başak quando si è ritrovata la “terra sotto i piedi” (la vedrete nel video)! Emozionata come una bambina il giorno di Natale… E anche abbiamo strizzato l’occhio a quando quel pozzetto l’avevamo tolto, sorprendendoci della gioia provata all’epoca, condivisa con l’amico Manuel: questa è la vita, si riesce a gioire con ogni lato della medaglia.
E purtuttavia, non potete comprendere fino in fondo cosa abbia rappresentato per noi questo passaggio; con l’augurio (incrociamo tutto quello che volete) che un’eventuale ri-apertura, avverrà fra moltissimi anni e, speriamo di cuore, quando non saremo più noi ad armare Rebound.

Sono stati due anni difficili, all’insegna della precarietà, rappresentata quest’ultima proprio da quel “vuoto siderale laggiù” e con cui abbiamo convissuto ogni giorno; ora è un po’ come rinascere, una Rebound nella Rebound, step fondamentale che ci ha portato nuove energie, necessarie per l’intenso prosieguo dei lavori.

A voi il video e come sempre… Reuse, Reduce, Rebound!

 

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