Susie Goodall è stata recuperata dalla nave cinese Tian Fu. La notizia sta rimbalzando per i media e social come giusto sia, perché eravamo un po’ tutti in apprensione dopo aver saputo del suo naufragio e alla deriva sulla zattera. Durante una burrasca in Pacifico, la barca della navigatrice si è capovolta in senso longitudinale, perdendo l’albero e ritrovandosi con un guscio semi distrutto. Parliamo di un ottimo Rustler 36, in pratica una barca estremamente solida e ben costruita.

    Questo incidente, insieme ai molti altri ritiri, fa eco alle varie critiche che si sono mosse sin dall’inizio della regata, e che oggi più che mai prendono vigore.

    Per chi non lo sapesse la Golden Globe Race è una regata per commemorare la prima edizione, disputata nel 1968, a cui parteciparono tra gli altri Bernard Moitessier con il suo Joshua e il vincitore Robin Knox-Johnston.

    L’aspetto più criticato è la questione sicurezza, dato che per regolamento le barche devono essere immatricolate prima del 1988, avere chiglia lunga, nessuna strumentazione elettronica di navigazione, più altre caratteristiche ben descritte sul sito https://goldengloberace.com.

    Ora, tra le varie definizioni date alla competizione la più diffusa è quella di essere una regata ‘vintage’; d’altronde lo è se la si accosta alle varie ‘Route du Rhum’, o forse la sua naturale erede ‘Vendée Globe’.

    Comunque sia si sono create due fazioni distinte, i pro e i contro.

    Io sono tra i pro, e vi spiego il perché, anche se non sono d’accordo su come l’hanno organizzata.

    Da molto tempo, parlando con gli amici, ho sempre reclamato una regata sullo stile di quella del 1968. Io che sono un romantico, di certo non subisco il fascino delle varie Vendée/RoRc/Volvo Ocean/& friends, su maxi-bestie-iper-elettronicizzati-assistiti-mediaticizzati-ecceterizzati… cioè, mi sta bene che il nostro bravo “Soldini” batta ogni record disponibile, su trimarani spaziali, o che “Armel Le Cleac’h” voli a 20 nodi con l’Imoca 60. Sappiatelo, il mio applauso per il gesto atletico e agonistico è presente.

    Tuttavia, francamente, di romantico in tutto questo ci vedo poco. E dato che parliamo di mare, per me è inscindibile la lentezza tipica della barca a vela.

    Essere sbattuto di qua e di là, all’interno di un Vor, dove per stare un po’ in pace mi devo sedere cinture allacciate al sedile stile formula 1, altrimenti reciterei il gatto nella lavatrice in centrifuga, per me non ha molto senso.

    Specifico, per me.

    Io ho sognato e ho scelto di fare la vita che faccio, leggendo Moitessier, Dumas, Slocum, di certo non Tabarly ad esempio, con tutto il rispetto per quella che è un’icona per molti. Ma benché lui fosse ancora ‘analogico’, già si muoveva sul canale della competizione pura, distorcendo ciò a cui punto io. Gusti, certamente.

    E ho sempre sostenuto però che mi avrebbe fatto immensamente piacere se i vari Soldini, accettassero di competere in una Golden Globe con mezzi umani, per dimostrare sul serio di che pasta fossero fatti.

    Non sto dicendo che i super eroi della vela odierni, non siano marinai preparati, atleti di livello e estremamente competenti, ci mancherebbe. Ma come dire, ai miei occhi, lo sarebbero molto di più.

    Perché una regata dove ti ritrovi a vivere le difficoltà dei Robin Knox-Johnston, soli con se stessi e un mezzo bene o male standard, senza poter comunicare al mondo in tempo reale che hai perso un foil, è molto, ma molto diverso. Così come lo stare in mare più di 300 giorni invece che 3 mesi.

    Senza ‘raggi fotonici’ a tua disposizione e media stellari che devono riprenderti h24 per questioni economiche, la navigazione è un po’ meno rassicurante; a quel punto sei costretto alla vera marinità, intesa come combattimento contro gli elementi (penso ai marinai dei secoli scorsi), così come gli eroi del passato. D’altronde, molti tra i recordman affermano di aver bisogno di adrenalina… prego, accomodatevi, ne avreste a tonnellate.

    Però, ahimè, non credo che avrò mai la fortuna di assistere a questo confronto, che rimarrà invece appannaggio dei vari “Mario Rossi” di turno: chi alla ricerca di visibilità (e spesso pronto a fermarsi non appena il salvagente cade in acqua per un refolo: esagero ovviamente), ma anche chi realmente accetta la sfida con se stesso, rischiando molto se non tutto, e dimostrando di avere un coraggio unico (unito alla pazzia di chi va per mare) e alla fine, se regata conclusa, stoffa salata da vendere. A quel punto, sorry, non ce ne sarebbe per nessuno, con buona pace dei record e dei recordman.

    Ed ecco che magicamente un giorno, mi arriva la notizia di questa Golden Globe Race, come se gli dei avessero ascoltato le mie parole. Tutto felice inizio a informarmi e con mia triste sorpresa noto da subito che il regolamento sembra scritto da un sadico incompetente. Ben intesi, non incompetente a livello nautico, ma a livello umano.

    Ed è allora che ho iniziato a prendere le distanze da questa regata, che difatti ha mostrato i suoi limiti sin da subito.

    E veniamo alla spiegazione degli errori.

    Tra i vari paletti, si impongono come detto barche a chiglia lunga, monoscafo quindi, di costruzione in vetroresina, prima del 1988, inferiori ai 36’, e senza elettronica a bordo (tranne un sistema di localizzazione satellitare autonomo – gli skipper non possono vederlo – per gli aggiornamenti del monitoraggio web. Un cercapersone satellitare a due vie – per dirigere solo il quartier generale- per rapporti di testo di 100 caratteri due volte al giorno. Due telefoni satellitari portatili – solo per chiamate importanti alla sede della Race – per un solo controllo di sicurezza settimanale; una scatola sigillata con un plotter cartografico GPS portatile – solo per uso di emergenza – epirb e telefono satellitare da usare in caso di emergenza. Aggiungerei ‘per fortuna’).

    Una delle chicche, per cui il termine vintage è più che appropriato, è l’utilizzo di un ‘mangianastri per l’intrattenimento musicale’.

    L’incompetenza umana. Se si legge sul sito della GGR, in realtà lo spirito della regata è molto simile a ciò che vado sostenendo, ma di fatto hanno cannato la relativizzazione temporale.

    Mi spiego. Bernard e co., hanno fatto quel che potevano con la tecnologia presente all’epoca, che era poca cosa, e addirittura il francese vi ha partecipato in modo assolutamente personale, vale a dire senza motore ausiliario, senza radio, quindi senza elettricità a bordo, con il solo sestante, affidandosi al vento, e ad una fionda quale unico mezzo per comunicare lanciando le sue memorie alle imbarcazioni incontrate lungo il percorso. Un modo decisamente in linea con il suo pensiero, che nella solitudine degli oceani ebbe una svolta decisiva con l’abbandono della regata, dopo aver doppiato Capo Horn, durante la risalita dell’Atlantico, e il desiderio di continuare fino a raggiungere i suoi sogni, oltre le mete prefissate. Ma altri come il tristemente noto Crowhurst, fecero di tutto per avere a bordo ogni marchingegno possibile.

    La musica. Se all’epoca ci fossero stati gli ‘mp3’, ma è ovvio che li avrebbero usati (chi avesse voluto). Così, ripeto, come ogni altro ausilio e comfort che la modernità offriva.

    Né Moitessier, né gli altri hanno scelto di navigare con un galeone spagnolo, o senza sestante, giusto sbirciando le stelle.

    Joshua era in ferro e discretamente lungo.

    E parliamoci chiaro, quella gente lì, era roba di altri tempi sul serio. Molti di loro erano coriacei individui abituati chi alle guerre vere, chi a navigare sul serio al grido di “quel che succede succede”. Per dire che per loro era naturale affrontare determinate problematiche, riparazioni di fortuna, e una certa solitudine anche tecnologica se vogliamo. Volevi la musica? Il massimo era un mangianastri a torcioni, della durata ridicola rispetto alle pile di oggi. In breve, erano ben integrati in quell’epoca, loro erano quell’epoca.

    Quindi, che senso ha privare un ragazzo dell’mp3 con 1.000 brani dentro, quando lui è cresciuto così; magari avere la musica nelle orecchie gli consentirebbe maggior concentrazione o equilibrio, in linea con il suo vissuto.

    Che senso ha imporre un chiglia lunga, quando ognuno potrebbe essere libero di navigare come crede o si sente sicuro. No agli scafi plananti, perché è giusto onorare una navigazione basata anche sulla contemplazione, per la quale le medie non devono essere la priorità, e senza il bisogno di essere atleti in senso stretto. Imponiamo invece delle caratteristiche minime di sicurezza, tra cui paratie stagne, rinforzi strutturali e oblò con protezioni esterne.

    Perché solo 36’? D’accordo non a misura libera, per evitare davvero disuguaglianze imperdonabili, ma arriviamo almeno ai 14 metri e, anzi, imponiamo i 36’ come misura minima.

    E, forse peggio, perché solo la vetroresina?

    Mi sta bene ad esempio nessun ausilio meteo tecnologico (senza i quali i vari recordman li vorrei proprio vedere), ma lasciami chattare con la famiglia ad esempio, perché sono nato e cresciuto così. Per me è normale socializzare online. L’organizzazione fornisca dei pc blindati ad hoc, così che non si possa navigare sui siti meteo; ma fatemi pubblicare qualcosa, un video, una foto su FB. Io sono nato con questa tecnologia, utile anche a racimolare qualche soldo o sponsor, per una sfida comunque onerosa per molti. (Tra l’altro con la connessione satellitare e i suoi costi, non credo sarebbero molte le ‘socializzazioni’).

    Perché non dovrei girare un video di questa incredibile esperienza con il mio telefonino o videocamera digitale?

    Perché non devo avere un pannello solare per ricaricare le batterie?

    Perché rigorosamente la pala del timone esterna?

    L’aspetto umano. Non puoi in buona sostanza chiedere a una persona del 2018 di calarsi nella situazione psicofisica di un suo coetaneo del 1968. Non è umanamente fattibile, dunque non ha senso, perché all’epoca non erano queste le regole.

    Quegli uomini, quei marinai, non esistono più. Punto e basta. I primi esploratori sono stati tali. Oggi non esisterebbe nessuno “Shackleton”, neanche a cercarlo con il lumicino. Erano eroi veri, perché figli di un’epoca impostata su tutt’altri valori e regole sociali, che non davano spazio a molte alternative. O bevevi o affogavi. “Cristoforo Colombo” sappiatelo, è morto! Non esiste più; forse un domani coloro i quali visiteranno ‘Marte’.

    Ma avete presente quanto era alta la cabina del comandante della Beagle? Neanche 150 cm, e ci stavano a volte in 2 o 3 ufficiali.

    Vogliamo parlare dei marinai?

    Ma per loro era normale, era la prassi, non c’erano le alternative. Volevi andar per mare? Quello era.

    Oggi, chi tra i vari recordman, sarebbe in grado di navigare in quelle condizioni? Nessuno. Zero. Nada.

    Quindi mi perdoneranno se non riceveranno mail il mio “wow”, perché uno degli ultimi l’ho speso a favore di Dumas quando sgottava il suo Legh II di 31’, nel mentre attraversava l’Atlantico.

    Per concludere, facciamole le Golden Globe, anzi diamogli eco come LA sfida definitiva non solo per gli anelanti adrenalina; ma attualizziamole, allarghiamo un po’ le maglie, per non cadere nel ridicolo, il che significa inutilmente pericoloso. E poi ridimensioniamo l’importanza del podio, che, mai come oggi, sarebbe solo un simbolo di poco conto, tra l’altro facilmente imbrogliabile: perché se è vero che ci sono le regole, gli uomini sono cambiati, viviamo nella società dell’apparire, e per qualcuno il desiderio di arrivare primo, potrebbe indurlo a nascondere un telefono satellitare e un tablet, in qualche comparto segreto della barca, non ispezionabile dalla giuria, così da poter analizzare il meteo e avvantaggiarsi sugli altri. Solo per fare un esempio tra i tanti che mi vengono in mente.

    Io penso davvero potrebbe essere in fondo una splendida regata, ma che non dovrebbe basarsi sull’arrivare primi, bensì concludere sani e salvi un qualcosa di indescrivibile, e che per forza passa per una lunga rotta.

    E voi che partecipate, e anche voi recordman di oggi che saettate sui mari, arrendetevi, non illudetevi. Nessuno mai tra 30 anni leggerà un libro sognando le vostre gesta, perché tutto è già stato fatto, esplorato e in epoche sul serio pioneristiche e eroiche. Continuate quindi a fare quel che fate, per sport, per la gloria del momento se vi piace; ma sappiate che questa è effimera, e in linea con l’attuale società turbocompressa, pronta a stancarsi ‘dell’appena fatto’. The show must go on, sempre, velocemente, comunque.

    Se posso darvi un consiglio, compiete ogni impresa che riterrete opportuna, squisitamente per voi stessi, intimamente, verreste ricompensati da una contropartita immensa, inestimabile, che non ha bisogno di medaglie e riflettori.

    “… Decisi di proseguire, per non perdere l’anima” (Moitessier, La lunga rotta)