Elafonissos è un po’ una terra franca, il primo vero approdo dopo l’Egeo: non c’è granché, quanto meno nelle rade che prediligiamo; sabbia, mare cristallino, tranquillità, quasi nessuno in spiaggia. Per chi ha tempo rappresenta anche una valida occasione per riposarsi un po’, dato che spesso coincide con una navigazione di almeno 70 miglia, parlo di chi viene dalla Turchia per intenderci. E fu così anche per noi in particolare la prima volta, quando per evitare rotte psichedeliche lato Corinto (notti insonni a schivare barche, barchine, portacontainer, traghetti, marziani…) scegliemmo il Sud! Tranne poi come ben descritto nel Libro, cavalcare 4 metri di onda per 12 lunghissime ore.
Stavolta la situazione è ben diversa, ma il tarlo nelle nostre menti, cioè la destinazione finale, la Francia, scava imperterrito ricordandoci quante miglia ancora abbiamo da far passare sotto la chiglia. Il che si traduce con un risveglio sì in pieno relax e senza nessuna fretta, tranne però dopo pranzo decidere che in fin dei conti una breve tappa prima di Methoni potremmo pur farla! Così è deciso e si salpa alla volta di uno degli approdi nel golfo Lakonikos, tra Porto Kayo, Ormos Skoutari e vari altri: totale non più di 30 miglia.
La navigazione è senza storia, piacevole al punto giusto, rilassante, in totale souplesse. Sono quasi le 17, Başak prepara il tè e il vento con l’occasione molla un po’ regalandoci una pausa al ritmo di 3 nodi. Fantastico. Basta che poi non ce la prendiamo troppo comoda altrimenti ci troveremmo nell’assurda situazione di dover atterrare senza luce, quando avremmo tutto il tempo per evitarlo.
Infatti ora mancano 15 miglia e se saremo fortunati verso le 20, con ancora un barlume di tramonto, già saremo alla ruota da qualche parte a guardar le stelle.

Il problema è che in mare le ipotesi quasi puntualmente si infrangono con la realtà subdola del vento. Eolo decide di premiare la scelta di questa tappa fuori programma e soffia fino a farci volare a circa 7 nodi; poi però diminuisce, ed eccoci a trotterellare a 4 nodi. Ottimo in altre circostanze, meno se hai “un appuntamento inderogabile”. Ma accendere il motore quando fai una velocità di crociera più che dignitosa sarebbe davvero una bestemmia agli elementi, per cui traccheggiamo ancora un po’, sperando in un rinforzo o, per assurdo, a un crollo definitivo, tale da eliminare ogni senso di colpa legato all’entrata in scena dello Yanmar.

Il tempo passa e la velocità diminuisce ma non troppo: 3 nodi, 3 nodi e mezzo. Impossibile procedere così sono le 19, mancano 6 miglia e rischiamo la beffa. È deciso, forse per la prima volta nella nostra vita marina, accendiamo contro ogni logica (per noi): via a 6 nodi e mezzo cercando di recuperare un po’ di strada e tempo.
Tutto procede bene, solo che non conosciamo gli approdi tranne che per le descrizioni del portolano, troppo spesso poco corrispondenti o rapportate a una barca di 10 metri.
Dato il nostro precedente bordeggiare alla fine scegliamo Anatoliki Mani, quasi al centro tra le 2 opzioni, forse un po’ più vicina a Porto Kayo.
Mancano 3 miglia, e sono le 19:30, se ci dice bene tutto filerà liscio come programmato. ‘Invece no!’

Quelle montagne lì in fondo in effetti parlavano da sole, dunque giù un catabatico di 25 e passa nodi, che rallenta la marcia a 4 nodi! Oltre a innaffiare la barca lavata proprio con affetto poche ore prima in previsione di navigazioni tranquille fino a Methoni. Ma vaff….
Aumentiamo i giri ma la musica non cambia, ci rassegniamo sperando almeno in un buon approdo. ‘Invece no!’

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Davanti ci troviamo una rada minuscola e una batimetrica che non accenna a diminuire, la luce non consente di comprendere cosa abbiamo sotto, se sassi, rocce, alghe o sabbia e a 15 metri di profondità siamo quasi a 100 metri da questa piccola e “amena” località, più vicina a un quartiere di Blade Runner che a una classica meta ellenica. Come folletti (o troll) spuntano strani visi dalle finestre; qualche pescatore (probabilmente imparentato con il pirata Barbarossa) si incuriosisce di quest’unica barca intenzionata a invadere i propri spazi e ci osserva senza sorridere… qualche brivido corre sulla schiena.
Conosco Başak, a breve mi dirà che è meglio girare la prua e difatti dopo neanche 30 secondi dal mio pensiero “Giampiiiii… ma che posto è? E poi siamo ancora sui 12 metri che facciamoooo?”. Neanche a dirlo, salutiamo gli spettatori e Yakamoz vira per 180°: decisamente una strana “location”, torneremo però un giorno a verificare meglio, perché davvero è troppo curioso questo atipico scorcio greco e sono certo abbiamo travisato il contesto data la stanchezza e il nervoso per questa assurda impasse.

C’è vento, almeno, e di poppa, così il fiocco si srotola, il motore si azzittisce e ci rilassiamo qualche minuto, tanto ormai è notte.
Luci di via, 3 nodi di velocità, 3 miglia verso SW abbiamo Porto Kayo ad attenderci.
Man mano che ci avviciniamo come al solito io vado a prua con la torcia per scovare eventuali nasse e per la prima volta mi accorgo di essere contornati da tanti pesci volanti, alla deriva o meglio di conserva con Yakamoz, loro momentanea protettrice: urlo a Başak di venire a vedere, è uno spettacolo unico.

Bon, oramai sono quasi le 22, il vento cessa e accendiamo spingendoci tra mille precauzioni all’ingresso di quello che percepiamo essere proprio un bel posto. Tra l’altro incrociamo proprio all’entrata un mega yacht in uscita, il che ci fa capire essere una meta non propriamente da clochard dei mari. Qualche gavitello di troppo per i nostri gusti e tante le barche alla fonda anche se i velieri, dalle loro luci di fonda, sembrano tutte troppo vicine e prossime al frontone centrale: che stessero con cime a terra? NO, speriamo di no, non ci vorrebbe.
Per fortuna, almeno questo, sono normalmente alla ruota ma sì con le prue rivolte a una costa distante non oltre 50 metri, e sotto ancora almeno 10 metri: va bene così, ora non abbiamo tempo e energie per approfondire, domani indagheremo, ci teniamo prudentemente leggermente più larghi e vai con il verricello. Macchine ferme, buonanotte, sveniamo.
Il mattino troviamo conferma alle intuizioni, il ridosso al costone è evidentemente una scelta strategica per evitare le forti raffiche (presenti anche ieri sera) certi di nessun pericoloso giro di vento: da qui la tranquillità di dar fondo alla ruota così vicini al “pericolo”. Ma, più importante, Porto Kayo è un posto incredibilmente incantevole che merita di essere visitato come si deve; forse se paragone necessita, potrei vederci una Lindos (baia famosa dell’isola di Rodi) meno pretenziosa, con un tocco di Bozukkale (baia turca con i resti del castello bizantino).

Purtroppo “la poesia è alquanto ermetica”, la sveglia ha suonato alle 6, davanti a noi mancano 65 miglia, destinazione Methoni: riprendiamo in mano la situazione, di leggerezze ne basta una.

 

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