Burocrazia in Egeo

In queste splendide acque non c’è spazio solo per viaggi e rimembranze storiche, ma ahimè anche per quella stortura mentale delle società organizzate, costruita da quella specie, l’uomo, che si dice essere “evoluto”: parlo dei confini geografici e relative procedure.
Iniziamo quindi dalla Grecia.
Qui la questione è a tratti imbarazzante in effetti, in quanto essendo un paese UE in teoria non dovrebbero esserci obblighi particolari, invece non è così.
Al primo ingresso bisogna recarsi presso la capitaneria di porto abilitata al rilascio del famigerato Depka, che consta di un libretto tipo A4 in cartoncino con spazi liberi per le timbrature. Negli anni per fortuna è cambiato, e dall’obbligo di timbrarlo a seconda delle “volontà locali”, si è passati a questa più moderna versione, dove si prevede una sola timbratura annuale (prima della scadenza del precedente timbro), e pagamento di circa 50€ per il primo rilascio (in passato 30€). Dato che detto pagamento va effettuato presso la Alpha Bank e visto che come detto c’è bisogno al primo rilascio del modulo Depka, non tutte le capitanerie e isole sono attrezzate con banca e modulo, per cui informatevi prima per evitare perdite di tempo e multe salate.
Presentatevi con tutti i documenti della barca: patente, licenza della barca, titolo di proprietà e di conduzione (se società), carta di identità skipper/armatore e equipaggio; in Grecia prestate attenzione alla copertura assicurativa in quanto si richiede il massimale per danni ambientali (minimo 150,000€), e scritta in greco o in inglese (multa di € 5000 senza questa estensione!).

Altra novità è legata alla regolamentazione della pesca: andava richiesto patentino specifico dietro pagamento, pur se irrisorio. Oggi finalmente free, ma no alla pesca subacquea partendo dalla barca se non siete greci. (È un po’ assurdo ma se vi immergete dalla battigia nessun rischio multa).
Inoltre ogni anno gira voce su una fantomatica legge sulla tassabilità delle imbarcazioni. Al momento sembra ancora nulla di fatto, ma attenzione e vigili, in quanto dovesse passare le cifre lette non sono poca cosa.
Ospiti a bordo. Va fatto aggiornare ogni volta il modulo “crew list” rilasciato insieme al Depka.
Quanto si può stare. Essendo paese UE non ci sono limiti di sorta.

Fine della burocrazia. Il resto sono questioni legate alle singole autorità portuali, ma tutte relegate al pagamento del pontile, acqua ecc. Unica nota che si riallaccia alla mia considerazione iniziale sulla peculiarità di un paese UE che “chiede procedure non UE”, è proprio il fatto di dover timbrare il Depka una volta l’anno entro 365 giorni: ora questo comporta onde evitare di doverlo rifare ex novo (e pagare 50€), di programmare le proprie vacanze o spostamenti in funzione di detta scadenza; il che non è sempre facile, e spesso si può tendere ad anticiparlo di diverse settimane. Se consideriamo che poi l’anno successivo potremmo dover o voler adottare la stessa prudenza, o semplicemente per via di imprevisti sopraggiunti, facile credere che nell’arco di 4 anni, via via anticipando, ci troveremmo magari a doverlo timbrare entro il 15 aprile… Insomma se navighiamo e inverniamo squisitamente in Grecia, lo scarto può essere tenuto facilmente sotto controllo, ma in caso di partenza e ritorno dall’Italia, ad esempio, la cosa si complicherebbe, e a quel punto giù altri 50€, per un paese UE. D’altronde se tutto ciò servisse ad aiutare questo splendido paese in difficoltà economiche la cosa mi farebbe senz’altro piacere, purtroppo però nutro seri dubbi sul fatto che il diportista possa costituire la salvezza del paese ellenico.

Solo a titolo di testimonianza e senza poter dare un valore effettivo come regola costante, riporto la nostra recente esperienza: nuovo Depka scaduto da 2 settimane (sigh), l’ufficio della guardia costiera di Symi non ci ha creato alcun problema, timbrandolo nuovamente e con tanti auguri per un nuovo anno in acque elleniche.

Turchia
Qui l’affare si complica, già solo per il fatto che è un paese non UE.
Di conseguenza bisogna prenderne atto e accettare ciò che noi a nostra volta per reciprocità chiederemmo a un turco che volesse venire in Italia.
A volte l’incredibile vicinanza con la Grecia ci spinge a dimenticarlo, ma è un fatto puramente percettivo di quei confini come scritto all’inizio stabiliti dalle leggi umane, e che in mare perdono consistenza, a dispetto invece della realtà umana.
Tempo fa volendolo era possibile fare il “transit log” da soli, a patto di prodigarsi nel gioco dell’oca per via dei vari uffici di competenza spesso distanti tra loro. Oggi che tutto il sistema è estremamente informatizzato, c’è bisogno dell’ausilio di un’agenzia, la quale inserisce i dati al terminale connesso con le varie autorità e si occupa di tutto al costo di circa 100€ (variabile da un’agenzia all’altra).
Per entrare o uscire dalla Turchia, in tutti i porti di ingresso, bisogna recarsi con la propria barca nella banchina doganale, per l’eventuale ispezione di rito (acquisti non dichiarati, ecc.), compreso il “face control” da parte della polizia.
In caso di acquisti sul suolo turco (minimo 108TL), effettuando l’uscita dalla Turchia, c’è la possibilità per chi lo volesse di chiedere il “tax refund”: a quel punto è si necessario recarsi in banchina. I controlli però spesso non vengono materialmente effettuati, è più una formalità.
Alcuni porti chiedono un obolo per l’ormeggio, ma è più frequente di no.
Altri porti di ingresso tipo Datca e Fethiye, permettono di stare alla fonda dietro il pagamento di un “pizzo” (circa 60TL), in pratica il disturbo del gommone della dogana di venire a bordo (mai accaduto tra l’altro). Come nell’esempio però la dogana di Datca non si occupa del tax refund, per cui tenete sempre conto di questi dettagli quando volete effettuare l’uscita, a seconda delle vostre esigenze.
Ma torniamo all’entrata.
In Turchia vista la particolare conformazione delle coste, spesso chiuse e che regalano panorami mozzafiato e acque calme come laghi, si tenta di limitare l’impatto ambientale del turismo nautico, cosa per cui vige l’obbligo del “serbatoio acque nere”: in pratica la popò non va scaricata in mare ma dentro un serbatoio apposito all’interno della barca. Dopodiché ci si dovrebbe recare presso uno dei porti o marina attrezzati per l’estrazione dei liquidi. Quindi occorre anche il relativo tappo di imbarco sulla coperta per l’aspirazione.
Premettendo l’estrema correttezza dell’atteggiamento ecologico che evita così ben noti e infelici incontri nel momento in cui si prende un bel bagno in mare (ricordo strani pesci marroni a Ponza o in Sardegna!), il problema si crea dal momento in cui la norma prevede per le acque nere (dunque materiale comunque biodegradabile) qualcosa come 2 litri al giorno a persona, per almeno 2 giorni di rada. Ora, considerando una barca di medie dimensioni come la nostra (12 metri) che dispone di neanche 330lt di acqua dolce, per avere un minimo di serenità in rada dovremmo ricavare spazio a bordo a circa 56 litri di serbatoio per 4 persone, ipotizzando una settimana in rada. È un po’ paradossale anche se non impossibile, ma di certo tecnicamente poco semplice da realizzare: pensando poi a un’imbarcazione di 9 metri, in quel caso sarebbe decisamente assurdo. Se poi dovessero regolamentare l’obbligo delle acque grigie arriveremmo a circa 15 lt a persona. Inoltre la legge turca è poco chiara, in quanto un articolo contraddice l’altro, al punto che viene data in sostanza discrezionalità ai comandanti delle unità incaricate ai controlli, i quali, sembra, adotterebbero un forfait di 30lt al giorno tra acque nere e grigie: insomma un gran casino, e per il quale se si dovessero applicare ferocemente controlli e disposizioni, (e discrezionalità) eleverebbero multe di certo a 15.000 barche.
Il paradosso cresce se si considera che non tutti i porti e marina sono dotati di aspiratore, e di sovente i punti si trovano nella zona rifornimenti carburante: questo creerebbe enormi disagi, in quanto specialmente in alta stagione, bisognerebbe immaginare la fila delle barche nel mentre aspettano magari il solito panfilo fermo a riempire 20,000 litri di gasolio… In alcune zone tipo golfo di Gocek, un aiuto arriva dalle bettoline della TURMEPA, che vengono in rada quotidianamente ad aspirare, nel caso lo si volesse (il servizio è molto comodo ma a pagamento: variabile da 40TL a 70TL).
Per cui a meno di voler stare spesso in marina, bisogna adottare minimo il buon senso. Di giorno assolutamente vietato scaricare in mare. Di notte magari “accidentalmente”…
Oppure meglio salpare ogni tanto, sconfinando in acque greche per quel bordo che in mare può essere “comprensibile”, e… Ma attenzione, io ne sto facendo solo una distinzione tra aspetto etico morale e leggi paradossali, difatti ciò non ci risparmierebbe dalle eventuali multe in caso di controllo per via della verifica scarichi registrati sulla “Blue Card”, di cui parlo fra poco: per cui sia ben chiaro, non posso suggerire escamotage, ma certo a volte ci è capitato di “utilizzare per una settimana esclusivamente i servizi igienici dei caffè o ristoranti presenti in terraferma, proprio dove eravamo all’àncora”.
Ripeto, quello delle acque nere è un principio buono, ma non altrettanto il fatto di equiparare un’unità da diporto medio piccola a una nave commerciale e quindi obbligo di aspirazione: difatti in Turchia non si applica la legge internazionale “MARPOL”, per la quale si è liberi di scaricare acque nere dopo 3 miglia dalla costa (la semplifico ma in realtà è più articolata). In realtà andrebbe regolamentato il principio della notte. Per dire, se a bordo ci sono 2 persone è un conto, diverso se parliamo di 10 persone e più come le varie navi da turismo, o i tanti caicchi: in tal caso certamente l’obbligo di aspirazione presso strutture attrezzate è sacrosanto, e non c’è notte che tenga, gli impatti ambientali sulla costa turca sarebbero enormemente differenti.
Ma tolte le mie opinioni fini a se stesse, al momento la legge dice questo, per cui adeguiamoci punto e basta. Sono anni che navighiamo in Turchia e al momento non abbiamo mai avuto un controllo “severo”, evidentemente la situazione stimola il buon senso anche da parte delle autorità. D’altronde il “Re è nudo”, perché considerando 5 mila barche a settimana nel tratto di mare tra Bodrum e Kekova, e 14 stazioni di aspirazione disponibili, resta facile capire come calcolando 4 barche l’ora, ogni giorno con 12 ore lavorative (!), si arriverebbe a un massimo di 4704 barche servite a settimana; e se poi capitasse di fare la fila dietro il già citato panfilo con mila litri di acque nere, buonanotte ai suonatori.
Girano storie di multe salate agli stranieri e altri aneddoti, ma che sanno più di leggenda che altro, però certo tutto è possibile, e colui che paga per tutti è un classico di tali situazioni border line.
Detto questo ovviamente non recatevi in Turchia se non avete il serbatoio acque nere (però un caro amico lo fa avendo a bordo un “porta potti”, quello portatile dei camper per intenderci).
Comunque l’unica cosa certa da avere a bordo e da richiedere al momento dell’entrata è la “blue card” (mavi card in turco): è una carta elettronica in cui verranno registrati tutti gli scarichi effettuati. Costo circa 20€.
Quindi in caso di controllo da parte delle autorità marittime fornite tutti i documenti della barca compreso la card in questione.
Considerazione. Fino a poco tempo fa la guardia costiera si occupava dei controlli in mare, acque nere comprese. Da poco li hanno esonerati di quest’ultimo compito, ed è molto raro incrociare l’unità della polizia marittima, deputata allo scopo.
Ospiti a bordo. Come per la Grecia bisogna aggiornare in questo caso il transit log facendo trascrivere il nuovo equipaggio; stessa cosa una volta sbarcati gli amici. Costo totale circa 25€.
Quanto tempo poter stare. Sempre per la reciprocità, in Turchia si può soggiornare per motivi turistici fino a 180 giorni, ma non consecutivi, ovvero 90 giorni dentro, 90 fuori, e poi di nuovo 90 dentro e via così.
Diversi amici, italiani e non, hanno optato per chiedere il permesso di soggiorno: basta avere un contratto con un marina (anche semestrale) e si può mettere la residenza in barca. Costo circa 500TL.
Però bisogna anche pagare l’assicurazione sanitaria obbligatoria turca (quindi non by-passabile con le assicurazioni personali private), e quindi fuori altri 1,200€ l’anno.
Vale la pena farlo? A ognuno la propria risposta. Le baie sono uniche sul serio, i cantieri hanno competenze indiscutibili e prezzi ragionevoli; la vita costa poco in generale e ci si trova in continente, il che non è poca cosa quando ci si deve recare in un aeroporto magari per emergenze. Oltre al fatto che “al cuor non si comanda”. Ma ripeto, ognuno fa le proprie considerazioni, compreso quella di rimanere nella vicina Grecia e poi rivolgersi alla Turchia più o meno squisitamente per le riparazioni.
In Turchia le regolamentazioni sono soggette a variazioni più o meno importanti, più o meno ogni anno, quindi mi raccomando informatevi per tempo.

Conclusioni. Come per ogni posto meraviglioso al mondo, non fatevi scoraggiare dalle leggi locali, basta conoscerle, adeguarsi e non dimenticare che in fondo si è pur sempre in mare, e quindi un minimo di elasticità esiste dappertutto. Da parte nostra cercheremo di tenere aggiornata questa guida sia sul fronte greco che turco.

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