Rischia di essere una data molto importante per noi, visto che il transit log certifica la nostra uscita ufficiale dalla Turchia.
Di solito non è un evento, ogni anno come minimo dovevamo rinnovarlo, o quando la Grecia era più tollerante, facevamo l’uscita per recarci in terra ellenica.
Ma questo ha un sapore diverso. Nessuna meta di qualche decina di miglia, nessuna puntata a Symi per goderci questa affascinante e ancora genuina isola; no, stavolta le miglia che ci separano dalla destinazione finale sono più di mille, in una sola parola Francia.
Dunque il fatidico giorno è arrivato.
Fino a ieri eravamo con degli amici alla fonda nel paradiso di Bozburun: risate, caffè, pranzi, un aiuto da prestare a Yuce per il suo salpa ancora oramai morto; insomma le solite cose di una vita piacevole, le solite cose di cui si nutrono i liveaboard, o più in generale chi ha fatto della barca la cornice in cui sentirsi a posto.
Ma già il giorno del saluto a loro e alla baia, aveva determinato uno stacco, qualcosa più di un semplice arrivederci, pur se la nostra rotta ci stava portando solo a Datça: sappiamo che li rivedremo, loro e gli splendidi posti di cui ci siamo nutriti per anni, ma siamo altrettanto consapevoli di come la vita possa procrastinare a data da destinarsi ogni programma. Ecco perché questo saluto è diverso, ecco perché la parola “arrivederci” non funziona come mitigatrice; le miglia in ogni caso saranno molte a separarci, non basterà un semplice ‘biglietto aereo’ ad esempio a colmare ciò che sarà più di una distanza fisica.
A Datça terminiamo la cambusa, davvero corposa (d’altronde dobbiamo prevedere zero sbarchi in terra greca vista la nostra situazione di transito); gasolio: compriamo 3 ulteriori taniche da 30 lt, così in totale avremo 200 litri nei serbatoi e 150 litri extra distribuiti in 3 da 20 litri più i nuovi 3 da 30 litri.
Purtroppo contavamo di acquistare anche le 2 bandiere di cortesia di cui siamo sprovvisti, quella italiana e francese, e di solito in più di un negozio le avremmo trovate; ma per uno strano scherzo del destino sembra che oramai i turchi si siano adeguati in tempo reale alla chiusura dei confini in epoca covid: solo bandiere turche!
Non potendo sbarcare, pur volendoci arrischiare, in località greche minimamente attrezzate, questo banale problema rischierebbe di costituire un disastro formale: la bandiera di cortesia pur se tale è comunque un ‘dovere morale’, e qualche solerte e patriottico gendarme ne potrebbe approfittare per elevare una qualsivoglia multa o sollevare problemi di sorta.
Non ci resta che andare dal mitico Mithat Usta, il tappezziere che negli anni si è divertito a realizzare i nostri sogni di tessuto, distraendosi dalla monotonia di un divano da rifoderare o una sedia da imbottire. In realtà era nei programmi andare a salutarlo, perché sul serio ha rappresentato non solo la salvezza del nostro portafogli (non potete minimamente immaginare cosa e quanto abbia tagliato e cucito per noi, al costo di un decimo rispetto alla solita filiera nautica), ma la costruzione di un rapporto di amicizia sincero che ci mancherà molto. Solo per dirne una, avendogli telefonato per avvisarlo del nostro arrivo, e partendo lui lo stesso giorno da 30 km di distanza (rientrava dalle ferie), gli abbiamo chiesto la cortesia di prenderci al primo distributore lungo la strada un po’ di antigelo di scorta (per il circuito idraulico di deriva e timone). Una volta incontrati si è arrabbiato perché non avevamo chiesto a lui anche le taniche di gasolio di cui sopra! Mithat è più di un amico, quasi un fratello maggiore, ‘abi’ in turco.
Dopo i convenevoli e la spiegazione della nostra decisione e partenza ecco l’ultima “strana” richiesta, forse per un bel po’ di tempo: ci servono 2 bandiere 20cm per 30cm tricolore, con l’unica differenza del blu e del verde. In un attimo esce dal laboratorio e si reca dal fornitore vicino di tessuti, poiché lui non ha tutti i colori necessari. Rientra poco dopo con scampoli di materiale vario, con cui probabilmente nessuna bandiera al mondo è mai stata realizzata: ecco un’altra sua caratteristica che abbiamo imparato ad apprezzare negli anni (ben 10 per l’esattezza), la praticità quando serve.
Difatti a noi non occorreva fare la sfilata alla America’s Cup, ma semplici tessuti da esibire nelle giuste forme e cromie; bene, eccolo alla macchina da cucire ad assemblare materiali di cotone spesso (senz’altro resistenti) con altri plastificati (altrettanto forti ma forse ‘leggermente’ atipici), dando vita alla fine a un risultato simil-Frankstein ma efficace. Non so se ho girato anche il video catturando le nostre risate miste a commozione, approfittando della sua non conoscenza dell’italiano, ma mai ho riso così spontaneamente di fronte all’ennesima “raffazzonata”, stavolta non solo apprezzata ma amata. Queste due bandiere le porteremo con noi, speriamo sulla prossima barca, ma in ogni caso resteranno come simbolo del nostro amico Mithat.
Pagando 100 lire turche, compresi i 2 litri di antigelo, ovvero circa 12 euro, e rifiutando il resto che nei suoi assurdi calcoli voleva restituirci, ci abbracciamo per un lungo saluto che inizia ad avere il sapore del dolore. Sono talmente emozionato e commosso che non riesco a guardarlo negli occhi più di 1 secondo, mi giro, sussurro un ‘ciao’ e porto le mie lacrime lontano da lui. Credo di aver scorto sul suo viso un sorriso agrodolce, di chi sa che passerà del tempo prima che questi 2 matti navigatori riporteranno da lui un po’ di gioia e distrazione. Ciao amico mio, grazie di tutto.

Appena prima di andare dal tappezziere Başak aveva telefonato ad Ahmet, il mitico proprietario dell’agenzia di pratiche Knidos, per dargli il via all’aggiornamento del transit log per l’uscita dalla Turchia: inutile scrivere che anche questo gesto è stato compiuto con un po’ di voce tremula, ora non si poteva più tornare indietro. Poco dopo ci avvisa che è tutto pronto: dobbiamo recarci solo a fare il face control in polizia e poi siamo a posto.
Da lui scopriamo che il transit log è scaduto (in realtà ne eravamo consapevoli, purtroppo dati i ritardi per il covid, non avremmo mai pensato di arrivare a fine luglio per aggiornare i documenti): multa da pagare e acquisto di un nuovo documento su cui fare l’uscita. Ahia, non è proprio il commiato che attendavamo da Datça. Ma anche qui l’amicizia di 2 lustri ci viene incontro: Amhet dopo qualche telefonata evita di produrre un nuovo ‘pezzo di carta’, lo avrebbe compilato a computer in qualche modo e però paghiamo la “salatissima” multa di 48 euro… ‘Si può fare’, decisamente.
Altro abbraccio, altro taglio ombelicale, usciamo dall’ufficio con i migliori auguri reciproci e con Başak decidiamo di regalarci un gelato, tanto per ringraziare la fortuna e la bontà delle persone amiche. Procediamo in un altro posto per l’ultimo çay (te), nel classico caffè fronte mare, che per anni ha visto rilassarci e portare i nostri ospiti, tra una ciambella al sesamo (simit) e la vista di Yakamoz all’àncora di fronte a noi. Questa giornata inizia ad assumere decisamente le sembianze di una “via crucis”, con rispetto parlando.
Ce la mettiamo tutta a ritardare l’ultimo saluto alla banchina di attracco del tender, quella dove i bambini giocano in un attrezzatissimo parco giochi, ma poi il momento arriva; Başak molla la cima, i remi iniziano a muoversi, ci allontaniamo dalla terraferma e la poppa di Yakamoz si avvicina.

Sono circa le 18 e capiamo sia meglio salutare Datça ora, così che la luce consenta di vederla bene un’utlima volta a vantaggio dei ricordi e dei futuri confronti, per chissà quali cambiamenti o meno subirà in futuro: sosteremo in una baia a 3 miglia più a W, senza riferimenti, luci, brusio, solo natura e calma neutrali.
L’àncora viene su, si libera dalla sabbia di Datça con la stessa semplicità con cui vi si conficcò la prima volta nel 2010; sistemo tutto nel gavone, e mi reco in pozzetto dove Başak al timone è pronta per il nostro abituale scaramantico augurio “buon vento, buon viaggio e buon ancoraggio”, non senza una certa emozione.
Volgiamo la prua a ovest, inseriamo Ovidio, il pilota automatico, così da poterci godere lo scorrere delle immagini di questa splendida cittadina di mare che ci ha dato tanto e che simbolicamente sancì la nostra nuova vera vita, in Egeo.

So che arrivati a questo punto il lettore non ne potrà più di romanticismo e melodramma, ma questo articolo è dovuto, forse più a noi, per mettere nero su bianco le emozioni provate; per cui chiedo scusa se possa risultare qualcosa che non voglio intenzionalmente. Ciò che leggete è l’esatta fotografia del vissuto, e non potrei quindi nascondervi che infine in piedi in pozzetto, nel mentre Yakamoz lentamente ci strappa via da Datça, io e Başak ci abbracciamo e…

La notte rolliamo come disperati nella baia “neutra”; alle 4 del mattino salpiamo alla volta della prima isola greca in programma, Gyali, sperando fili tutto liscio.

Inizia il lungo viaggio.


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