WATERWORLD

    Ebbene si siamo rientrati alla base, Marmaris, da molti anni la stalla di Yakamoz e anche nostra.

    Se da una parte fa sempre male al cuore mettere la parola fine alla stagione salata (per scelta intendiamoci), allo stesso tempo inutile negarlo fa piacere rimettere piede a terra.

    Puoi ricominciare a fare le cose più semplici che molte persone danno per scontate, come ad esempio “camminare”, passeggiare senza il timore che l’àncora della barca spedi nel mentre tu sei giù, o che un altro ti venga addosso, o, o, o.

    Perché se è vero che fai l’abitudine a tutto, e come dire le tue sensazioni si sviluppano in tal senso, si acuiscono alcune percezioni sul cosa è giusto fare o cosa no per la barca, in quel preciso momento, se è il caso di lasciarla ciondolare tranquillamente eccetera, dall’altra quando si sbarca è inevitabile portare con sé un briciolo di pre allarme. La cosa cambia un po’ se hai la (pessima) abitudine di frequentare i porti, ma sei più soggetto agli incidenti da banchina, qualcuno potrebbe incocciare la tua linea d’ancoraggio, un ladro, animali, insetti e via dicendo. Insomma dai, non esiste una ricetta perfetta: se hai scelto di vivere il mare e in mare, ne devi prendere anche il rovescio della medaglia.

    E quindi eccoci qui finalmente liberi di spostarci a piedi o con i mezzi, ben rilassati per via del fatto che Yakamoz siede sul suo confortevole invaso, bella paciosa in secco.

    Durante un raro momento di relax (“secco” significa lavorare a bestia per invernare la barca: a proposito ecco la mitica guida per voi) incappo in un articolo relativo a un interessante progetto a firma dello studio Lazzarini design, “Waya”.

    Subito cattura la mia attenzione, e il riferimento al film con Kevin Coster è immediato. L’idea, attualmente un prototipo che dovrebbe partire in crowdfunding come albergo, in realtà pone le basi per una possibile vita galleggiante.

    La forma a piramide Maya, realizzata all’insegna dell’eco sostenibilità e autonomia energetica, contribuisce a rendere l’atmosfera limbica, omaggio alla cultura mitica per eccellenza, per cui il pacchetto sembrerebbe funzionare a meraviglia: la prima piramide entro il 2022.

    Mi immagino già come primo residente ufficiale di “Waterworld”, con la carta di identità alla cui voce indirizzo potrei far scrivere “in mezzo al mare” o meno romanticamente le coordinate dell’insediamento.

    Un’isola in miniatura amplificata all’ennesima potenza. Molto più di una barca in termini di spazio, anche di una casa direi, e (forse) stesso panorama di “Yakamoz“. Divertente sarebbe l’interazione sociale a mezzo tender: non più motorini ma moto d’acqua; non più auto ma zodiac elettrici; fornai galleggianti, edicole, supermarket (beh questo già c’è in effetti), scuole con insegnanti e alunni non più con zaini e vestiti tradizionali ma mute, scuba e arbaleti (…). Insomma se andiamo a vedere nulla di nuovo sotto al sole, un villaggio come ce ne sono tanti da secoli, tipo in Cina, Vietnam, Cambogia, o la nostra più vicina Venezia: solo più organizzata, all’avanguardia ed eco sostenibile (ma meno affascinante visto lo stile “ville a schiera”), e spero lontana dalla costa.

    Poi però mi viene da pensare: ma quando il mare imbruttisce? Cioè dove dovrebbero collocarsi questi quartieri? Si costruiranno ciclopiche dighe foranee? Reef artificiali? Quindi togliendo un po’ di quel fascino di libertà che una barca all’àncora sa dare? Perché troppo vicini a terra non è poi così affascinante e di certo in tal caso difficilmente nei pressi di coste verdi senza speculazione edilizia. O si collocherebbero tutti in Turchia all’interno dei suoi bellissimi e protetti golfi? Mi ricordo e dovrei avere delle foto di una casa galleggiante, e di un mega yacht a forma di piramide per l’appunto chiamato “Maya” con tanto di scivolo bazooka dal 10° piano… Comunque sia non ci sarebbe posto per tutti.

    Dunque ecco la prima difficoltà a cui il progettista non fornisce risposta, almeno sembra o per il momento. Mi si obietterà che già oggi alcuni motoryacht sembrino isole galleggianti, ma questi presto o tardi tornano in un porto o marina, più grande del normale che sia.

    No qui, almeno per come la vedrei io, parliamo di strutture più simili alle piattaforme petrolifere in effetti.

    Davvero non saprei come si potrebbe conciliare l’aspetto fantastico di un mondo galleggiante, ma artificiale, con le avversità che il mare è pronto a regalare in continuazione.

    Ma facciamo finta che un qualche modo lo si trovi, il punto è sul serio ci piacerebbe vivere sempre a contatto con l’acqua? Un po’ alla stregua di un carcere di massima sicurezza?

    Io amo il mare per cui forse vi sorprenderete nel leggere queste parole, ma sono pur sempre umano; e benché veniamo tutti dal mondo salato, è “qualche” anno che abbiamo perso le branchie, e oramai tranne un richiamo atavico e nostalgico, con relative parentesi galleggianti, siamo strutturati e preferiamo vivere sulla terraferma.

    No, mi sta bene come albergo o esperienza da casa vacanze, ma non credo mi spingerei troppo oltre. Anche perché non restituisce quel senso di avventura che solo una barca a vela e il suo viaggiare può dare. Certo se il mondo dovesse ricacciarci in acqua ci adatteremmo nuovamente, tuttavia forse non per una vita sopra la superficie ma sotto: blurb, blurb °°°°°°°°.

    Tu che ne pensi? Ti piacerebbe?