Il concetto di vite senza fine lo scoprii in tenera età, quando mio padre sempre desideroso di coinvolgermi nella sua azienda, mi spiegò con passione il principio estrattivo della terra, in fase di perforazione del sottosuolo a mezzo di eliche continue: in pratica a differenza della classica vite che è si elicoidale ma conica e quindi terminante con una punta, questa mantiene le spire all’interno di un cilindro teorico, non avendo una testa né una fine; facendola girare continuamente la trivella così armata scende gradualmente, espellendo la terra di risulta tramite il percorso che trova nelle stesse spire. Bello, un meccanismo tanto semplice, quanto geniale ed efficace.

    Questo piccolo cammeo mi aiuta a introdurre il concetto del punto di arrivo, rapportato al malcelato gioco di parole del titolo, che strizza l’occhio a ciò che l’uomo anela da sempre: una vita senza fine.

    Benché la trivella si basi sull’elica continua, va detto che ovviamente persino questo oggetto ha una fine reale, concreta: l’illusione resta ma esistono le misure, altezza, diametro, a decretarne un termine: fermo il giocattolo, eccola lì alle prese con la dura realtà.

    Quando poi però vedo gente come Minoru Saitō, che a 77 anni ha completato il suo 8° giro del mondo in barca a vela e in solitario, penso al fatto che probabilmente la ‘vite senza fine’ sia un fenomeno applicabile anche all’essere umano. E forse la chiave di volta della sfida da tempo immemore, trova risposta proprio in questo messaggio, semplice e appunto efficace: continuare.

    Il tempo non lo si può ingannare, lo specchio quotidianamente fornisce spunti crudeli alla triste constatazione; tuttavia possiamo fregarcene di ciò che vediamo, e affrontare la vita come se non dovesse terminare mai.

    Se non ricordo male lo stesso Mahatma Gandhi un giorno disse “vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre”: il messaggio è chiaro.

    Se leggete la storia del navigatore giapponese, scoprirete quante ne abbia passate in mare, tra tifoni, tempeste, tsunami, ernie, compresse per il cuore e incidenti d’auto… si persino quelli nei periodi di terraferma, magari durante le riparazioni del veliero. È un recordman senza volerlo, 8 giri del mondo non sono roba per tutti, ma l’aspetto che più mi ha colpito però è il suo lato romantico, che finalmente sbaraglia ogni stupido cliché del marinaio coriaceo, dal cuore duro e alla bisogna sboccato. Ferma la necessità di essere ben preparati e perseveranti, in un momento di stanchezza durante il viaggio dice “Il mio corpo si sentiva stanco e la mia mente era nervosa, ma mi sono fermato per un paio di giorni in una piccola isola davanti a Yokohama e ho bevuto in alcune sorgenti di acqua calda. Ora mi sento molto bene”, 77 anni!

    Oggi questo signore, a 85 anni, abita a bordo del suo fidato 50 piedi in acciaio “Shuten-dohjill”, da solo, perché non si è mai sposato, mantenendo fede all’amore verso la sua fidanzata scomparsa in un incidente proprio in barca a vela, e di cui conserva gelosamente una fotografia che lo ha accompagnato durante tutto questo lungo peregrinare.

    Non so se ‘Saitō san’ ora si fermerà, ma non credo in quanto il suo motto è che “Hai solo una vita da vivere e così devi sempre fare del tuo meglio!”.

    Ma il samurai non è l’unico esempio, e so per certo che molti di voi potranno riportare casi, magari non così estremi (ma anche), molto simili e in vari ambiti.

    Personalmente ne conosco qualcuno, di cui uno in particolare in quanto amico da anni: Rupi.

    Rupi ha più di 80 anni ormai, navigatore solitario pur se non 12 mesi l’anno e senza una salute di ferro. Eccoci al dunque, poiché le obiezioni frequenti di chi decide di fermare il proprio “moto perpetuo”, è quella del benessere fisico. Incontestabile che se ci si sente in forma, tutto è più semplice, ma assurdamente neanche questo è un motivo valido (tranne situazioni molto gravi) per non continuare.

    Rupi ha diversi problemi non indifferenti, che per ovvie questioni di rispetto e privacy non andrò a elencare, ma lui sale sull’albero della sua “Petunia”, un 11 metri, con o senza l’aiuto di qualche amico più giovane. Lo dovreste vedere, è una forza della natura, esile, con il suo cappellino da nostromo, le sigarette sempre pronte e ogni tanto qualche goccio di Raki (il classico super alcolico turco a base di anice – l’equivalente dell’Ouzo, forse un po’ più forte); fuori in pozzetto, pensa, legge (è una persona di grande cultura), beve, fuma, cucina divinamente, e naviga. Recentemente mi confida “quest’inverno voglio fare un po’ di palestra perché non ho più molta forza nelle braccia quando uso il winch” (…).

    Torniamo alla frase di Gandhi, che senso ha concentrarci su ciò che la vita ci toglie? Mettiamoci invece nella condizione di trovare soluzioni, adattamenti, proiettiamoci in avanti, sempre.

    D’altronde c’è anche da dire che il meccanismo dell’elica continua è quello di far si che la terra, il materiale di risulta, quindi mettiamola così la fanghiglia e le impurità vengano espulse dal terreno contemporaneamente al moto della vite. Analogamente condurre ‘un’esistenza continua’, aiuta a espellere tossine, stress e pensieri inutili e distruttivi: vedete che è la filosofia giusta.

    Vorrei chiarire una cosa, non è che ora ognuno di noi debba mettersi su una barca a vela e recitare il ruolo del navigatore solitario, ci mancherebbe. Queste sono figure forti che si ergono inconsapevolmente a esempi per gli altri, per noi che ci sentiamo fin troppo normali. Ma svegliamoci al mattino, chiedendoci se la vita che conduciamo sia quella sognata, e se non lo fosse adoperiamoci al cambiamento, veloce, lento, totale, parziale che sia. Se invece siamo già sulla strada desiderata, proseguiamo senza voltarci troppo indietro e sbirciando il futuro, soprattutto però concentriamoci sul qui e ora, perché diversamente si perde ‘il senso della vite’.