La foto di una bottiglia d’acqua non avrebbe un grande appeal se non facesse da cornice alla semplice storia che sto per raccontarvi.

    Marmaris, 2017, io e Başak come al solito combattiamo l’eterna sfida manutentiva contro Yakamoz, la nostra casa-barca-galera-paradiso-inferno. In particolare in uno dei nostri lanci pro refitting, oramai penso terminati, decidiamo di coprire tutto il ponte con il tread master.

    Per chi non sapesse proprio di cosa parliamo, trattasi di una speciale copertura sintetica antiscivolo, ben nota a chi non vuole compromessi sul fattore grip.

    Bene, anzi male, in quanto effettuare tale operazione con i mezzi limitati di un armatore, senza officina a supporto eccetera eccetera, richiede davvero molta passione, organizzazione per quanto possibile, e ovviamente la classica dose ingente di pazienza e attenzione.

    Ve la faccio breve nella speranza comunque di fornire un quadro su cosa significhi un’avventura di questo tipo: prometto prossimamente un tutorial.

    Prima di tutto va asportata la vernice sulla coperta interessata dall’applicazione: qui potrei fermarmi ore a parlarne, ma chi sa sa, chi non sa spero non possa mai sapere!

    Secondo poi vanno fatte tutte le dime seguendo uno schema, un disegno, e una logica relativa all’attrezzatura di coperta, taglio della gomma in questione con precisione millimetrica (sia perché il prodotto costa un occhio della testa, sia perché ci si può far male), e applicazione con quella che personalmente definisco “l’adesivo del diavolo”, la resina epossidica.

    Dicevo Marmaris, barca in secco, un caldo infame, io e Başak a sudare con taglierino in mano, nell’intento di tagliare ‘dritti’ i vari pezzi di treadmaster. Sono ore, giorni che diamo il fritto ed evidentemente la cosa si percepisce all’esterno più di quanto noi credessimo. Ad un certo punto si avvicina un operaio, non un amico, conoscente o addetto del settore, no, un semplice essere umano, lavoratore, disinteressato, che passando di lì tutti i giorni si era accorto di come lavorassero “questi poveri ragazzi fai da te”. Ci saluta, e con la naturalezza di un commilitone, ci allunga una bottiglia di acqua appena comprata per noi.

    Un po’ sorpresi per il gesto inaspettato, lo ringraziammo un secondo dopo aver realizzato il fatto, come se ci avesse offerto la più grande ricchezza del mondo.

    Forse a qualcuno può sembrare poca cosa, ma per noi è stato un gesto di un’umanità e un rispetto per il lavoro, e quindi i lavoratori, che solo una persona umile come l’operaio in questione avrebbe potuto produrre. Ed è ciò che mi fa pensare quanto ancora ci sia speranza per un mondo migliore.

    Grazie sig. Mehmet, il ‘calore’ di quell’acqua fresca ci scalda ancora il cuore.

    Ed ecco il nostro invito. Oggi, domani, insomma appena ne avrete occasione, fate anche voi una cosa del genere, un gesto totalmente disinteressato, che non sia solo l’euro al povero davanti la chiesa: è importante comunicare alle persone “normali”, a chi non ci conosce, che la vita non è solo stress, incazzature ed egoismo, ma può essere davvero bella e gratificante grazie alle piccole cose. È una carezza, una stretta di mano al nostro prossimo, nella speranza che il messaggio venga recepito, compreso e divulgato. Il mondo ne ha bisogno, noi ne abbiamo bisogno. Si può fare.