Salpi, perché vuoi, non perché devi. Lo fai con la scusa di una nuova meta, spinto dal desiderio di conoscere, esplorare. Nei giorni precedenti hai programmato, verificato il meteo, studiato la rotta; ipotizzato il tempo di percorrenza di quelle miglia, poche o tante, che separano l’ultimo ancoraggio dal nuovo.

    Aspetti il vento, il motore è un accessorio fondamentale, ma ausiliario. Hai scelto la barca a vela proprio per sentirti un po’ distante dai vincoli della società moderna: non puoi uscirne totalmente, lo sai, ma almeno provi a navigare sulla linea di confine, e in questo il vento è complice, forse protagonista.

    Ci siamo, osservi il mare più fuori, ne scorgi il colore che ora ha una tonalità più scura, pennellata di blu dalla brezza che attendevi. Metti in moto, quel poco che basta per darti manovra tra gli altri gusci presenti; il verricello inizia a lavorare e metro dopo metro il tuo collegamento alla terra svanisce.

    L’àncora è su, la blocchi, riponi il comando nel gavone e torni in pozzetto, dove le manovre sono già in chiaro. Scendi sotto coperta e chiudi gli oblò, il mare è bene resti fuori. È il momento delle ali, devono essere spiegate, e allora ti rechi all’albero per issare la randa. La drizza fa il suo dovere, come sempre, e tu la cazzi ogni volta un po’ di più, nella speranza non serva…

    Spegni il motore, subito, non attendi oltre, non occorre, già vai, il vento e la randa ti portano. Liberi le scotte, un giro al rollafiocco e apri finalmete anche il genoa, godendoti la potenza dell’azione, quando quei 15 nodi fanno sibilare il tamburo liberando la poesia.

    Regoli per l’andatura che la rotta ti chiede e ti metti al timone. Sei il direttore di un’orchestra privata, non c’è dubbio, nessun pubblico ad applaudire, nessuna invidia o critica da suscitare. Tu, solo, e il mare.

    Pochi secondi, l’abbrivo si genera, osservi il cambiare dell’apparente e attendi che la tua “ragazza” si spinga al massimo delle sue possibilità, così da premiarla con gli ultimi ritocchi, fino al prossimo variare.

    È sempre una questione di equilibri, hai imparato la lezione, non solo un gioco, ma una necessità; vuoi l’armonia, vuoi sentirti a posto, che hai fatto tutto il possibile per farla andare bene, perché come nei migliori concerti, gli strumenti devono suonare senza stonare.

    La mente va, insieme alla barca, ti senti bene, respiri a pieni polmoni e un friccichio arriva al naso: non è l’ossigeno ma qualcosa che viene da dentro, l’emozione. Quella sensazione di pienezza che poche cose nella vita possono regalare, e poche volte si può provare. L’hai scoperta per caso, a bordo della barca di un amico, forse mettendo piede sul veliero della scuola, quel giorno che capisti cosa avevi perso per tanto tempo ma di cui poi non avresti più fatto a meno.

    Potresti chiamarla droga, ma si porterebbe con sé un significato malevolo, macchia nera che le bianche vele non meritano: però è vero, crea dipendenza, ed ecco il perché del facile accostamento. Ma qui l’arduo paragone termina; tu hai lavorato per lei, hai sofferto a volte, hai atteso tempi migliori per comprarle quel pezzo indispensabile a farla tornare a volare. Hai smontato, pulito, riparato, migliorato, hai fatto tutto il possibile per curarla, nella speranza che come una cosa viva lei ti restituisca con gratitudine le carezze ricevute. Come ora, in questo preciso istante.

    La timoni con leggerezza, le vele sono a segno e la pala non sforza, il famoso equilibrio ambito è raggiunto. In qualche modo ti senti un trapezista, sai che non sei nel tuo elemento, ci passi solo sopra grazie al tuo guscio, unica garanzia di sopravvivenza. Tante, troppe sono le parti che lo compongono; osservi l’albero, pensi alle sartie, ai frenelli della ruota, le stesse vele che speri facciano sempre la loro parte, in eterno. Sei consapevole che quell’estasi dipende da troppi fattori, che non puoi governare sempre con certezza. Niente e nessuno potrà mai darti alcuna garanzia, sei alla mercé degli elementi, degli imprevisti, basterebbe una raffica inaspettata e ben fatta, a metterre a dura prova tutta la precarietà del gioco, lo sai, ma non importa. Perché hai compreso essere metafora della vita: impossibile tenere sotto controllo tutto, devi osare per vivere, non esiste nessuna ricetta magica per impedire il corso delle cose, per cui è meglio lasciarsi andare, trasportare, al massimo puoi partecipare con qualche piccola correzione alla barra, o se in burrasca prendere i terzaroli, ridurre vela, tutto qui. Il resto non è nelle tue mani. Ed eccolo il brivido lungo la schiena di cui parlo, sei sul tuo trapezio e volteggi, ondeggi, ti senti preparato, hai controllato gli attrezzi e le tue forze, sei sicuro di quello che fai, ma sotto non c’è nessuna rete a proteggerti. Sono le regole, le conoscevi e le hai accettate dal momento che hai afferrato la vita nelle tue mani e ti sei lanciato con tutto te stesso saltando dalla pedana della certezza, salpando dal porto sicuro.

    Passano gli anni, pensi di essere sazio di tale immensità, e sei preoccupato che la prossima volta non proverai più nulla… ma non accade mai, e quindi continui, prosegui, verso l’unica vera meta che è il viaggio stesso; continuerai a navigare, a volerlo fare, perché in fondo, diversamente, è come se rinunciassi alla vita.