Cronaca di una vacanza annunciata

     

    Partiamo da Trevi presto, molto presto.

    La giornata intera viene scandita dal raccordo anulare, dai comunicati degli aeroporti di Roma, Atene ed infine Kos.

    Aurora aveva un po’ di febbre: aria condizionata e temperature africane non vanno d’accordo con l’essere umano. All’interno dell’aeroporto di Kos, trovo un simpatico cartello in cui l’amministrazione si scusa per i disagi e promette che “presto verrete serviti come in un aeroporto moderno”, spero tanto di no.

    Esco, mi giro e vedo una chiesetta bianca e azzurra che mi saluta, la gente intorno sta lavorando: taxi che girano, zaini, trolley, caos ovunque.

    Una signorina dell’aeroporto viene verso di me, mi saluta e mi parla in greco, “I’m sorry but I’m from Italy and….” si apre in un sorriso, mi da il benvenuto in Grecia, quattro battute in italiano e se ne torna al suo lavoro.

    Taxi fino a Kardamena e li, all’ancora , inconfondibile , c’è Yakamoz di Giampaolo e Ayça , la nostra casa per i prossimi sette giorni.

    Oramai è sera, da Yakamoz si stacca una minuscola appendice che viene verso di noi, sopra c’è Giampaolo, uno degli armatori di questo splendido OVNI 41 che da lontano sembra una nave da guerra per quanta solidità trasmette: di conseguenza, il tender da lontano sembrava necessariamente qualcosa di estremamente precario.

    Come tutte le cose belle, a prima vista devono necessariamente apparire strane, altrimenti non coglieremmo in loro la diversità.

    Il mio primo approccio è sempre un po’ impacciato “piacere, Federico”, … Una bella stretta di mano di Giampaolo mi fa capire il tipo di ambiente che mi aspetta in barca, ma di questo ne parlerò più tardi.

    Ci imbarchiamo oramai all’imbrunire, scopro che la baia di Kardamena è stata maledetta da Nettuno: una fastidiosissima onda lunga ci inizia a far dondolare, dopo poco non vi faccio più caso, d’altronde siamo su una barca.

    Segue un briefing su regole e comportamenti da tenere e la prima di tante fantastiche cene fatte da Ayça Başak; una maga.

    No, davvero. Solo un essere sovrannaturale può realizzare piatti così buoni con ingredienti così semplici. Sono rimasto stregato al primo colpo, tant’è che di lì a breve ricevetti la nomina di “cane spazzolatutto” della barca 😀 ; ci sta, ci sta tutto.

    Il giorno successivo partiamo alla volta di Pserimos, circa 27 miglia, tutte di bolina.

    Io godevo, la barca è un treno sui binari. Enrica stava crepando per il mal di mare. Invece mia figlia aveva già fatto capire di che pasta era fatta. Ma Enrica è forte, più forte di me, ha una tigna che io me la sogno e come un carro armato tira avanti.

    La baia è praticamente un golfo semi-desertico, qualche barca arriva, qualche barca va. Il tuffo in acqua mi ricorda di quanto sia facile galleggiare in mare, si vede il fondo, l’aria è pulita, il cielo è pulito. Tutto è pulito, e chiaro.

    Aurora conquista a fatica la riva sbracciando e spesso aggrappandosi a me, il castello di sabbia è il giusto premio per una bambina che, in ogni caso, s’è sciroppata diverse ore di navigazione ai suoi occhi estremamente noiose.

    Si torna in barca. Gli spazi, nonostante la barca sia generosa, vanno calibrati: dopo la 45 esima testata penso di aver lasciato l’impronta del mio cranio sulla porta del bagno.

    La notte è perfetta, credo di non aver mai dormito così bene in un letto che non fosse il mio.

    Si parte di mattina da Pserimos, direzione Lero, baia di Pandeli.
    Il sole come ogni giorno è forte forte, le miglia da macinare oltre 25, tutte di bolina. Per chi non lo sapesse, la bolina è un’andatura che consente alle barche a vela di risalire il vento, raddoppiando la distanza e quasi triplicando il tempo.
    Enrica è sfinita, sono due giorni che non mangia e gli tremano le gambe; però sorride: madonna quanto è forte.
    Scendiamo a terra e i due bravi skipper decidono di fermarsi per due giorni, c’è tanto da vedere, così tanto che ve lo dico subito: tutto non ci sta nel racconto,
    e non ci starebbe comunque ;-) .
    Grazie alla fantastica mappa di
    Giampaolo, affittiamo un quad e andiamo alla scoperta dell’isola: un meraviglioso castello e mulini a vento, paesaggio surreale: sole bruciante e colori pastello: questa per me non è una vacanza, è un pezzettino di vita che verrà.

    Giriamo un po’ dappertutto, un quad 50 cc con mezzo cavallo stanco di potenza, io, Enrica ed Aurora sopra, ad ogni salita bisogna scendere e spingere, con le auto dietro che si fermano e aspettano.
    È vero “una faccia una razza”, il traffico in queste isole è più o meno quello dell’Italia degli anni 80, forse ancora 90 nei paesetti di provincia dove giravo con lo scooter. Mi ricordo tutto di quest‘isola, del sasso messo sotto la ruota del quad per non farlo precipitare nel burrone, dei gatti, dell’olandese, mi ricordo del pontile con i ciottoli che sembrano vetro e del produttore di miele sulla salita, mi ricordo gli odori, i greci stanchi e vecchi, fiaccati dal caldo con davanti bibite che non riesco a decifrare.
    Mi ricordo del castello, del prete ortodosso che mi avverte che in questa zona “rubano i caschi” agitando la mano nel classico stile italiano, della gara con Aurora a trovare il cappello di qualche sconosciuto caduto in acqua chissà quanto tempo fa.

    Enrica sta meglio, ora ha mangiato e beh, di solito si sta’ sempre bene con lo stomaco pieno. Il bagno è perfetto, l’acqua è calda ed è sempre un piacere buttare un occhio all’ancora di Yakamoz, e vedere con soddisfazione che non ci sono altre catene che si incrociano, ancore che spedano e chissà quante altre cosucce che avranno vissuto Giampaolo e Başak.
    Un altro pianeta, uno abituato a stare a terra non potrà mai capirlo, io stento a comprenderne le parti più evidenti, figuriamoci le sfaccettature.
    Mi chiedo quanto possa essere bello questo posto a Maggio, o a Novembre, chissà.

    Finora non ho mai fatto menzione degli altri due ospiti, curiosamente R. e R. entrambi milanesi, due persone eccezionali, ho avuto il mal di stomaco da quanto ho riso insieme a tutti questa settimana.
    Facciamo la spesa per avere un paio di giorni di autonomia, la prossima tappa sarà un’isoletta senza rifornimenti, ancora più a nord, li ci attenderà una sorpresa unica in tutto l’Egeo, e un paesino con una signora Greca con una storia da doverci raccontare.

    La sera prima di partire, Giampaolo mette davanti ad una scelta: farsi ancora una giornata di bolina e raggiungere Lipsi o ripiegare verso sud.
    “Guardate che a Lipsi c’è un ristorante unico in tutto l’Egeo”.
    “ROTTA NW , COMANDANTE!” A noi piace mangiare roba buona 😀 .

    Si arriva presto, Enrica inizia a non stare poi così male (finalmente), oramai siamo un po’ rodati, i movimenti, le battute, l’occhio che ogni tanto cade sulla canna alla traina nella speranza di sentire il cicalino, ma niente.

    Scendiamo a riva da un comodo pontiletto e ci appare un ristorantino multicolore, una gioia per gli occhi , Dilaila si chiama, ma non è ancora il momento di mangiare, dobbiamo guadagnarci la pagnotta e allora su, verso una salitona che diventa roba tosta per via del sole davvero poco gentile, direzione cittadina di Lipsi.
    Qui si staglia un paesello ancora non eccessivamente storpiato dal turismo di massa, continuiamo a salire e ci ritroviamo nel bel mezzo dei preparativi di una processione!
    Troppo curioso, andiamo a cercare la chiesa e lì, in mezzo alle mille decorazioni ortodosse troviamo una anziana signora che tenta di chiudere le finestre della chiesa, un aiuto è d’obbligo.
    L‘anziana signora inizia a spiegare: la processione è per la vergine Maria, ma non è una processione come tutte le altre, perché tutti coloro che non “hanno creduto” sono stati spazzati via dalla furia della vergine Maria.
    No, davvero: ha fatto anche il verso del mulinello d’aria con le mani. Tutti morti.
    Oh, sta vergine Maria è vendicativa eh, comunque poi, guardandoci ha detto “anche gli Italiani sono stati spazzati via”.
    Già, gli italiani, una faccia una razza può andar bene per noi, ma loro si ricordano dei tempi della guerra, quando gli italiani non è che fossero proprio così “fratelli” .
    Roba d’altri tempi, certe ferite sono dure da richiudere.
    Baci, abbracci, un saluto, una birra in paese e via verso
    Dilaila dove, già sbarcati, ci aspettano gli armatori.
    L‘atmosfera è fantastica, arriva la cameriera che si chiama “Fotili”
    Fotili, quante volte ho raddoppiato quella “T”, solo Dio può saperlo.
    “Cosa avete di buono”?
    Il pesce è finito, la carne quasi, c’è rimasto poco” ()
    AH! ‘nnamo bene, proviamo quel che rimane della cucina.
    E quel che rimaneva ci ha fatto sognare: la feta fritta (la foto non è mia, l’ho trovata in rete proprio su gmap di Dilaila) era qualcosa di inimmaginabile.
    Inimmaginabile” è un aggettivo che uso raramente ;-)

    Tutto il resto era allo stesso livello: il polpo, la seppia e, per finire, un bello stinco di maiale con le patate, cotto in modo sublime.
    Si, prima il pesce e poi la carne, perché noi siamo bestie fameliche.
    Il vino inizia a salire in testa, veloce veloce fino al punto di rottura. Avete presente quando i freni inibitori calano? Ecco, quella sera attorno ad una tazzina di caffè greco s’è svolto un teatrino fra maledizioni, predizioni, soldi, amori che beh… No, siamo su internet, certe cose ve le dovete andare a vivere per conto vostro.

    Tornati su Yakamoz, la luna inizia a farsi grande, che bello: il riflesso della luna sul “riflesso della luna sul mare” , Yakamoz significa proprio questo.
    Vanno quasi tutti a dormire, io e R. rimaniamo ancora un po’ in pozzetto per scambiare due chiacchiere, per scavare un po’ nell’anima.
    Scusate, quel giorno ho fatto poche foto, mi riesce difficile fermarmi e mettermi davanti gli occhi lo smartphone, mi sembra di interrompere sempre qualcosa di bello.

    Dovete sapere che nella cartella del mio PC dove sono archiviate le foto di questa vacanza, non c’è scritto “Grecia 2018” ma “Yakamoz 2018” , dovreste quindi iniziare a capire quale sia stato il vero valore aggiunto di questa esperienza, la Grecia per quanto affascinante, ha fatto solo da contorno.

    Da Lipsi si parte in direzione di Kalimnos, vedo sul viso di Giampaolo farsi largo un bel sorrisone tipico di chi ha voglia di rivedere un posto a cui si è affezionati.
    Beh, Kalimnos è quella che può essere definita “i bei tempi dell’Italia”, vedi signore un po’ attempate farsi il bagno con la sottana e l’ombrello, gente chiacchierare paciosa sul balcone, nonostante il classico rumore cittadino, l’atmosfera risulta inspiegabilmente piacevole;
    proprio come in una fotografia di quando i nostri nonni erano tanto, tanto giovani.

    Distrattamente getto uno sguardo a Yakamoz che rimane lì, placida in attesa di mettere di nuovo le vele a riva e so che la prossima volta quelle vele le vedrò da lontano, ma di questo ne parlerò dopo.
    Quasi al centro del paese risiede il museo delle spugne, pare un tempo grande parte dell’economia dell’isola fosse legata a questo lavoro; con Aurora abbiamo visto quanto fosse dura la vita in passato, spesso difficile anche da immaginare.
    Per una bambina di 8 anni , l’idea che ragazzini si tuffassero a 50 mt di profondità a raccogliere spugne con la buona probabilità di tornare in superficie menomati o di non tornare affatto, rappresenta un concetto davvero difficile da poter accogliere; forse, per certi aspetti, è meglio così.

    Qui la nostra avventura a Bordo di Yakamoz ha già il sapore del passato, Enrica non se la sente di sopportare 9-10 ore di navigazione per tornare a Kardamena , Giampaolo e Başak ci danno una mano per trovare un traghetto per Kos, nell’arco di un’oretta saremo al nostro punto di partenza.
    Yakamoz ed il suo equipaggio se ne va, noi rimaniamo a Kalimnos con il sorriso nel cuore per R. e il mercato del pesce (lo so, non potete capire, dovevate esserci); per l’anziana , fiera e forte signora della pasticceria, per l’uomo-orco e la sua grotta verso il ventre della terra, i suoi gattini coccolosi; per la statua femminile che ci ha salutato all’arrivo e che ora, ci sta’ salutando dal traghetto.


    Nell’andata riesco a fotografare quella che è stata la nostra casa per 5 giorni, la ritroveremo poi a Kardamena per “l’ultima cena” prima del saluto finale.

    Dico Yakamoz ma intendo Giampaolo e Başak, ovviamente.
    Ovviamente perché Yakamoz è solo una barca, qualche tonnellata di alluminio, plastica e dacron.
    Il cuore, quello che davvero siamo venuti a vedere io ed
    Enrica, erano le persone che hanno realizzato quello che per molti è solo un “desiderio nel cassetto”.
    Giampaolo e Başak hanno aperto la loro casa a noi, è un concetto che chi ha fatto solo charter non può capire.
    È la differenza che c’è fra dormire in un albergo e dormire in casa di amici: l’atmosfera, le regole, l’ambiente. Tutto è diverso.

    A Kardamena li abbiamo visti arrivare e da Kardamena li abbiamo visti andar via, vedevo quel puntino grigio lontano come si vede la casa degli amici in lontananza, quelli magari un po’ strani, quelli con il bongo e i maglioncini di lana colorata. Ah, no, quella è casa mia.
    Beh, comunque ho reso l’idea: niente copertine patinate, polo bianche o flute di champagne, niente “R” moscia, solo vita.

    Per me, loro due, il loro modo di vivere, continua a rimanere un mistero, questo periodo non ha avuto il sapore di una vacanza, questa è stata la continuazione di un percorso che sospesi qualche anno fa, davanti al faro di Finisterre. A quei tempi era facile, c’erano le frecce gialle ad indicare il cammino, ora è un po’ diverso, ma va bene così, va bene che ci sia il dubbio, che non ci siano giudizi lapidari che non sia tutto bianco o tutto nero.

    Buon vento, buon viaggio e buon ancoraggio, amici miei.

    Federico, Enrica e Aurora