Io e Başak firmiamo questo articolo.

    Oggi è il 9 marzo, e dato che finalmente si sono esauriti tutti i salamelecchi riguardanti la festa dell’8 marzo, possiamo concentrarci sul “giorno dopo”. Cioè quel momento in cui la donna torna al suo ruolo comprimario, di secondaria importanza: mimose regalate, ora vai in cucina grazie.

    Perché al di là di tutte le conquiste, effettive ci mancherebbe, ancora oggi viviamo in una società fortemente maschilista, in cui la disuguaglianza è nettissima sotto ogni forma.

    E ciò è dovuto come al solito, all’assenza di cultura, sia nelle scuole che ovviamente, nelle famiglie.

    Ricordo che l’8 marzo per me e i miei amici era l’occasione di andare al luna park, poiché le ragazze entravano gratis, e noi a tutto pensavamo tranne che ai risvolti sociali o politici della cosa.

    Poi crescendo ho iniziato a comprendere meglio questa celebrazione, la posizione delle dirette interessate, e l’effettiva consapevolezza del mondo maschile in termini più allargati dell’importanza della donna stessa.

    In una società in cui tutto è fagocitato dalla commercializzazione, l’8 marzo non fa eccezione. Ma d’altronde nulla di nuovo sotto il sole. A tutti gli effetti come detto la donna ancora è discriminata, nel mondo, nel lavoro, tra le mura domestiche, nelle pubblicità dove è e rimarrà probabilmente ancora per molto, alla stregua di un quarto di bue, e via dicendo. Non voglio ripetere ciò che un intelletto medio può comprendere facilmente, a patto di fermarsi 5 minuti e vedere cosa ci circonda, in tal senso.

    Passiamo in barca.

    Qui le cose non funzionano diversamente, a partire dalla scaramanzia: le donne a bordo non sono mai state viste bene.

    Nel migliore dei casi la definizione ricorrente è “zavorra”. “Oggi viene la mia zavorra” (marito che comunica agli amici la rottura di scatole della moglie a bordo), questa è una delle tante frasi che si leggono nei social, o si ascoltano in banchina, al pari delle foto con culi al vento sui ponti in teak, allegramente esibiti sia dalle ragazze stesse, che dagli uomini-oranghi, a cui piace giocare con l’equazione ‘barca=sesso’.

    Le dirette interessate non fanno molta eccezione. Ci sono veliste che preferiscono farsi dei selfie ammiccanti, o minimo con “trucco e parrucco” (quando il marinaio invece ama farsi ritrarre in barca, con rughe e puzza intrinseca da vecchio lupo di mare), e l’alternativa rimane solo dall’eccesso di ormoni maschili, ovvero finte donne che per accaparrarsi un ‘posto tra gli dei’, sembrano degli ibridi alla Martina Navratilova.

    La vela e il mare, è degli uomini. L’uomo-marito-fidanzato al timone, la compagna come accessorio più o meno utile. Il mare è la metafora della vita, per cui anche qui impensabile riscontrare eccezioni, dove effettivamente è più facile si venga messi alla prova dagli elementi, imprevisti di bordo pesanti e via dicendo: tutte cose dove la forza fisica a volte potrebbe tornar utile. In realtà però le cose non stanno esattamente così, in quanto con la giusta tecnica e attenzione, tutto può essere gestito anche dalla donna, a volte meglio. Ma andiamo oltre, lasciando i particolari specifici ad altre occasioni.

    La questione è puramente fisica. L’uomo gorilla-forte, superiore alla donna gazzella-debole e preda.

    Fisicamente le cose stanno così, punto e basta. Ed è al contempo il nocciolo del problema.

    In una realtà in cui viene ancora insegnata la competizione, inneggiata, ambita, inevitabilmente il confronto istintivo tra i due sessi si pone su tali piani.

    L’intelligenza? Si, va bene, ma…

    Oggi è il 9 marzo, e nel mio mondo immaginario vorrei vedere le donne vivere libere in una società evoluta, dove gli esseri umani, di ogni razza, sesso e gusti sessuali, si prodigano alla coltivazione di se stessi, impiegando energie a tal fine, null’altro.

    Perché se è vero che siamo uomini e donne, ognuno la metà di una mela, non esiste un pezzo più importante di un altro; ma se dovessi spingermi in una preferenza a pelle, se dovessi scegliere tra una dittatura o l’altra, (perché in realtà questo oggi le donne si trovano a dover gestire), lasciatemi lontano dalle grinfie degli oranghi, e fatemi bistrattare da chi ha il potere di generare la vita.

    A noi uomini manca quel quid in più per comprendere l’essenza della vita stessa, e non abbiamo l’umiltà di ammetterlo. Ci manca in quanto refrattari ad avvicinarci senza vergogna alla parte femminile presente in ogni uomo, così come viceversa può la donna. Ma loro si sa hanno un cervello “multitasking” e di conseguenza anche in questo sono migliori di noi.

    Senza la forza bruta saremmo poca cosa al confronto.

    C’è bisogno di evoluzione, sotto molti livelli, ed ecco perché ahimè il mio mondo immaginario resterà tale probabilmente per molti decenni ancora. Ed ecco perché care donne dovrete continuare a soffrire la nostra incapacità di progredire.

    Ma oggi è il 9 marzo, che per me è simbolicamente la festa dell’essere umano, e lo festeggio con gioia, insieme a chi mi è caro, uomini e donne che siano.