Mancava un trombone all’orchestra, e quindi eccomi.

    L’argomento è quello del momento, Greta.

    In questi giorni ne ho lette di cotte e di crude e come al solito in Italia (non so all’estero), ci si divide tra Guelfi e Ghibellini, un classico da cui non riusciremo forse mai a liberarci.

    Di conseguenza mi perdonerete se anche io dico la mia, soprattutto perché l’argomento riguarda tutti, noi amanti del mare per primi, e d’altronde ne sto dibattendo da anni.

    Nel 2017 esce uno studio dove si evidenzia che il 90% dell’inquinamento da plastica degli oceani è dovuto a 10 fiumi, la maggior parte dei quali in Asia, il che istintivamente ci stimola due reazioni. La prima di odiare una parte del mondo, l’altra di deporre ogni arma con buona pace dell’impegnata Greta Thunberg: impossibile resistere a un ‘fiume in piena’.

    Questa notizia (tra le altre) è stata riesumata per dileggiare l’adolescente svedese, che sta intasando il web, i media in generale, con i suoi moniti, tra cui secondo me il più feroce e toccante è “ci avete rubato il futuro”.

    Perché ciò che vado sostenendo da tempo e le accuse di Greta, ma direi dei vari movimenti ambientalisti in toto, vanno a braccetto? Molto semplice, uno è la conseguenza dell’altro.

    Greta è una ragazzina di 16 anni a cui sfuggono diversi altri aspetti, limitandosi in un certo senso a puntare il dito a ciò che accade, senza però riuscire a comprendere il quadro di insieme, cosa necessaria ai fini di una politica precisa proprio a favore del suo j’accuse. D’altronde è comprensibile e nessuno può pretendere di più da lei: io alla sua età giocavo a pallone spensieratamente.

    Ad esempio è vero che se la mia casa sta andando a fuoco, non ho tempo per tergiversare, e mi devo sbrigare a gettare acqua quanta più possibile e in ogni dove. Se ciò comporterà la perdita di cose preziose, computer, soldi eccetera, sarà un’inevitabile danno collaterale che dovrò accettare visto il fine più urgente e importante. Questo in teoria.

    In pratica la percezione dell’incendio non è così reale, pochi hanno la consapevolezza di Greta, gli altri, la maggioranza, siedono comodamente sul proprio divano a guardare ‘Maria de Filippi’, a fare acquisti nel centro commerciale, o a sbavare dietro l’ultimo modello di Beneteau.

    Ma c’è anche un altro aspetto, e cioè l’effetto collaterale di un immediato cambio di direzione, che come al solito comporterebbe disagi altrettanto immediati a chi ha poco. Mi riferisco alla chiusura di molte industrie, special modo pesanti (come accaduto negli USA), allevamenti intensivi e via dicendo, con conseguenti licenziamenti e malcontento generale.

    Basta guardare ad un esempio recente, i gilet gialli. In Francia non sono scesi per combattere il cambiamento climatico, ma per gli aumenti voluti dal poco simpatico Macron con la carbon tax! Cioè proprio un’azione politica atta a scoraggiare il consumo di energia fossile a vantaggio di gas e elettricità (sulla carta, ma fino a prova contraria è così). Insomma purtroppo, e lo sottolineo, l’uomo della strada si trova a combattere con delle immediatezze che non lasciano spazio a una repentina virata ecologica: è come dire di stare per affogare e dover scegliere se salire al volo su una zattera o rinunciarvi in quanto comunque consapevoli che moriremmo di sete e fame; prevale l’istinto di sopravvivenza, non la razionalità, e la speranza di un evento straordinario, un soccorso inaspettato a tirarci fuori dall’impasse.

    La protesta di Greta ha trovato un’immensa audience a tal punto che ora l’hanno candidata persino al Nobel. Ma, mia opinione, sarebbe stata forse ancor più devastante, se la ragazza non fosse una benestante, ma bensì una figlia del popolo meno abbiente, pronta al sacrificio dei suoi genitori, cioè pronta a un possibile inasprimento di povertà e indigenza. Perché ahimè è quello che avverrebbe, quanto meno all’inizio e senza un piano ben studiato.

    Io sostengo che la battaglia principe da portare avanti sia il ridimensionamento dei consumi, perché è alla nostra portata e squisitamente dovuta al libero arbitrio, e le cui ripercussioni positive sul clima facilmente intuibili. E non servirebbe essere talebani (Greta ad esempio ha convinto i genitori a diventare vegetariani prima e vegani poi, eccetera) ma morigerati, rivedendo la scala dei valori.

    “Ma anche in questo caso le fabbriche chiuderebbero e… e… e…” Forse, ma d’altronde se la casa va in fiamme, effettivamente qualche prezzo dovremo pagarlo. Scrivo forse però, in quanto le fabbriche di cui parlo sarebbero quelle del superfluo.

    “Con India e Cina che facciamo?”, nulla, cioè molto. Oltre a una campagna di sensibilizzazione da parte degli stati occidentali, non desiderando più le mila cazzate, e vari status symbol oramai divenuti indispensabili, ma quasi tutti prodotti proprio da loro, come per magia anche le fabbriche asiatiche cesserebbero di produrre. Il timore che 1 miliardo di persone si ritrovi sul lastrico è un po’ fuorviante e strumentalizzabile. Mi viene da chiedermi cosa facessero queste persone 30 anni fa.

    Sta di fatto che abbiamo un’emergenza, creata dall’occidente in 150 anni (si siamo noi i responsabili dell’80% delle emissioni di CO2) e ora portata avanti a gran galoppo dalle economie emergenti che… producono per noi. Già sento il grido di protesta del vietnamita “ma come, voi occidentali vi siete divertiti a girare in Ferrari, e ora a noi volete togliere la stessa possibilità?”. La risposta è si. Purtroppo, ma resta si.

    Non esiste la formula del tutti contenti, non stavolta, se mai sia esistita. Lo ripeto, Greta lo ripete, la casa è in fiamme e non c’è tempo di concentrarci sul colpevole e sul politically correct.

    D’altronde l’occidentale stesso dovrà fare grandi rinunce, imparando una vita più frugale e morigerata, il che non significa povertà. I nostri nonni che vivevano con un’auto a famiglia (chi ce l’aveva), magari un pezzetto di terra per l’orto, 4 galline e via dicendo, all’epoca non si consideravano poveri. È la prospettiva che è cambiata, e quello che allora significava vivere di stenti, ovvero la fame vera, il non potersi riscaldare, curare, oggi si è trasformato nel non poter cambiare il cellulare, andare dal parrucchiere, vacanze, cambiare i vestiti ai figli ogni mese.

    La tecnologia odierna ha il potere di mettere in condizione chiunque di vivere dignitosamente, a patto che tale dignità si configuri con delle priorità, come l’accesso a cibo (parentesi gigante che non posso affrontare, semmai lo farà Başak), sanità, vestiario e partecipazione al ciclo produttivo NECESSARIO al sostentamento del mondo intero.

    Non è comunismo, non è fascismo, non è niente che abbia un colore, e anzi direi basta a queste cazzate anacronistiche. È un grido d’allarme per portare l’uomo a concentrarsi su valori più veri, e a uno stile di vita finalmente sostenibile e ricco di “io” e non di “cose”.

    Faccio un esempio molto pratico nella speranza di farvi capire il concetto.

    Domani l’illuminato ipotetico stato “X-taliano”, decide di mettere in moto politiche forti pro clima e consumi e pertanto obbliga i supermercati esistenti e nuovi a dedicare il 50% degli scaffali a prodotti a consumo senza confezione e provenienti da aziende “locali”: ad esempio i saponi, detersivi, cereali, legumi, possibilmente non più di 2-3 scelte, e altro di possibile. Prodotti intendiamoci di qualità, non scadenti ma che non pagano il costo del packaging, della pubblicità e del trasporto. Contenitori riciclabili o di latta, vetro ecc. quindi riutilizzabili all’infinito. Banco del pesce? No grazie. Mercati ad hoc in punti strategici e facilmente raggiungibili dai clienti, e per non più di 2 volte a settimana.

    Nello stesso tempo incentiva l’apertura dei GAS (gruppo di acquisto solidale), avvicinando i coltivatori e gli allevatori, direttamente al consumatore finale, bypassando le filiere estremamente costose della GDO: maggiori guadagni, prezzi uguali o minori che al supermercato, qualità come una volta. Forse le arance siciliane ritornerebbero a fare la loro parte senza marcire per terra perché non conveniente per il coltivatore. E forse chiuderebbero le migliaia di supermercati spuntati in ogni angolo di quartiere negli ultimi anni: mi chiedo anche qui come facessimo noi 30 anni fa senza di loro!

    Contemporaneamente si obbligano le scuole a ore formative sul consumo sostenibile e alla corretta alimentazione, che ovviamente disincentiva l’attuale frequenza di consumo di carni, schifezze varie, merendine, patatine fritte e che dir si voglia.

    Perché mi concentro come esempio sull’alimentazione? Facile, il grosso dell’energia e dell’inquinamento la fa l’industria alimentare, special modo con gli allevamenti intensivi.

    E se la mia vita non passa più attraverso pranzi e cene fuori casa ogni 3 per 2, vacanze costose, automobili all’ultimo grido una per ogni componente della famiglia, occhiali da sole da cambiare ogni 6 mesi, scarpe 10 paia grazie, magliette, trucchi, profumi, vini chatòblimblòm per tutti, playstation 1-2-3-4-18 ogni anno, aria condizionata anche al cesso, ‘barca nuova per forza’, winch elettrici, stazione del vento wifigiroscopicafaccioipopcorn, macchine del caffè che senza cialde non esiste più il caffè, vestiti, tacchi, mutande, cinema, a mio figlio serve lo zaino di Mazinga Z (magari), o il tablet altrimenti non studia, e fate voi, aggiungendo ogni corbelleria che la vostra onestà intellettuale sono certo, sarebbe in grado di indicarvi… ebbene, se la mia vita fosse più morigerata, anche le mie esigenze economiche diminuirebbero. Il detersivo mi costerebbe meno, di carne ne mangerei meno, e magari “il sistema” mi avrebbe messo in condizione di lavorare 10 ore a settimana per partecipare a questo “progetto Dharma universale” di portata galattica, a cui accederebbero tutti, compresi gli operai licenziati da quelle famose fabbriche che ieri producevano cose inutili.

    Per favore, non sprecate energie nel farmi osservare che questo è sbagliato, quell’altro non è possibile, e critiche varie su ogni operazione di fantasia che ho messo nero su bianco; concentratevi sulla luna e ditemi se davvero qualcosa di simile, volendolo, non sarebbe possibile, anzi auspicabile.

    E vi prego di un’altra cosa, Greta non sarà la panacea del mondo, forse non ci salverà da un’estinzione che inizio quasi ad auspicare (almeno qualche forma di vita con maggior diritti avrebbe qualche chance di ricominciare in santa pace), ma è meglio che si provi ad avvisare più gente possibile che c’è un incendio devastante, o è meglio rimanere a chiederci con quale squadra italiana si scontrerà il Real Madrid nella cieeeempion?

    È indispensabile parlarne, è fondamentale che divenga argomento all’ordine del giorno; le persone devono riversarsi nelle piazze scioperando come Greta, anche solo dedicando un giorno a settimana. Bisogna esigere da ogni politico di sposare la priorità del cambio di direzione.

    Io confido nella sua sindrome di Asperger, perché siamo arrivati a un punto in cui la normalità è nemica del coraggio. Greta in questi giorni certamente sarà oggetto di strumentalizzazione da parte di potenti, media e cattivi consiglieri. Una persona “normale” presto o tardi deporrebbe le armi, o ne arrotonderebbe la punta per vantaggi personali. Lei invece è estremamente concentrata e ha dalla sua l’avere 16 anni, il che le consente di far vergognare il mondo intero, incapace di prendere con decisione e maturità la giusta direzione se solo lo volesse. Molta di questa determinazione le arriva appunto dalla sua sindrome, che ai miei occhi la rende una ragazza speciale con dei super poteri.

    Per cui, per favore, facciamo compiere un passo avanti alla nostra umiltà, e stringiamoci attorno a Greta, e aiutiamola a salvarci.

    Vedete, io non ho figli e non ne voglio, e la cosa francamente mi può riguardare relativamente, ma voi genitori un giorno dovrete spiegargli il perché non avete fatto nulla, anzi. Ho paura che vi sentirete dei ‘gretini’, ma sarà troppo tardi.