Inesorabile, l’autunno è arrivato, e se prima ne avevo dato incredibile notizia già di 1 settembre, seguendo le stagioni meteorologiche, ora non ci sono scuse, il 21 settembre è lapidario e sancisce la fine dell’estate, senza appelli e ricorsi in cassazione.

    In effetti è già da 15 giorni almeno che il sole se ne va fin troppo presto, lasciandoci all’ombra prima dell’accettabile, e obbligandoci (sigh) a indossare la tuta: brrr, che brutte parole.

    Non voglio ripetermi, ma se qualcuno mi chiedesse se preferisco l’estate torrida al settembre tiepido, non esiterei tifando per quest’ultimo. Meno gente in giro, charter in forte diminuzione, più liveaboard che riprendono i loro ritmi, avendo bypassato scientificamente luglio e agosto: molti amici approfittano di questi mesi per eseguire i lavori sulle barche, poiché i marina o i cantieri sono pressoché vuoti, mi riferisco allo spazio a terra.

    Quindi se da una parte la stagione è romantica, easy, dall’altra oggettivamente porta con sé le ‘foglie gialle’, quelle che riempiono di colore i boschi e gli alberi ma che poi… cadono, incutendo tristezza.

    È il momento degli arrivederci, e in alcuni casi degli addii.

    Dopo una giornata (ieri) di vento sostenuto, che ci ha visti dar fondo a Bozburun città, dove il fango ha accolto la nostra brava àncora, stamattina prima di colazione ci siamo spostati nella rada chiamata “Maldive”: ogni spiegazione sul nome è superflua. Volevamo fare una delle ultime nuotate in questo vero e proprio paradiso, in vista della partenza. Difatti verso le 11:30, aspettando gli scampoli di Meltemi ancora in forze, eravamo pronti a salpare alla volta di Marmaris. Quando con il suo inconfondibile ‘pot, pot, pot’, rumore, anzi suono del motore raffreddato ad aria tipico delle barche da pesca, si avvicina il signor Mehmet: non ce l’aspettavamo in quanto siamo abbastanza distanti dalle sue tratte. Sapeva che saremmo partiti e lui ha avuto piacere a venire a salutarci: Mehmet è un dolce nonnino di 72 anni, parlo di 72 primavere vissute non negli agi a cui siamo abituati, ma trascorse in mare, sotto il sole e il da fare che incrudisce la pelle e il carattere, ma non il cuore. All’opposto.

    Dedé (nonno in turco) arma il gozzetto “Kalafatci dede”, che, anche i meno portati per le lingue immagino intuiranno il significato, vuol dire “nonno calafatore”. Infatti lui d’estate se ne va in giro per le baie, barca per barca, a vendere le uova, i pomodori del suo orto e, qui la punta di diamante, il ‘bazlamà’. Credetemi, mai mangiato pane così buono, impastato dalla moglie con lievito madre la sera prima, e cotto il mattino all’alba con il forno a legna: chi ha provato sa di cosa stia parlando (morbido, buonissimo, farcito con semi di sesamo e sesamo nero). Divino. Se vi dicessi il prezzo non ci credereste: 10 lire turche, che al cambio attuale, fanno circa 1,5€: in Italia credo che neanche al supermercato si riuscirebbe a comprare un pane decente, figuriamoci questa delizia portata in barca, impensabile.

    Dedé ci dice che anche per lui oggi è l’ultimo giorno di lavoro (questo lavoro), le barche sono drasticamente diminuite, lui lo sa, ogni anno è la stessa canzone, così che lui però può dedicarsi al lavoro di calafataggio: lo attendono ben 2 caicchi di 25 metri.

    Lo ringraziamo per tutto, per le sue gentilezze (a volte ha voluto la nostra immondizia, evitandoci di salpare per tale motivo) e per la sua dolcezza. Un po’ di commozione da entrambi è inevitabile, lui strombazza dal barchino a mo’ di saluto ufficiale da marinaio, e noi gli lanciamo un bacio.

    Si salpa, ci attende la rada di Serçe, altro approdo da sogno. Il vento ci consente di spegnere il motore quasi subito, mettiamo alla vela e via, immersi nel profondo. Salutiamo i posti, anche quelli che intravediamo a 12 miglia di distanza, scapoliamo il faro che separa il mare di Symi (chiamiamolo così) dal canale di Rodi e inaspettatamente incrociamo Mustafa insieme alla moglie Kevser e il suo Samadi: tutti quanti ci sbracciamo, ma non possiamo far altro in quanto le rotte incombono e sono opposte; scattiamo qualche fotto reciprocamente, promettendoci di sentirci al telefono. “Ciaooooo”, un ciao che sappiamo poter essere un addio: Mustafa, ha 73 anni, e dopo quasi 30 anni vissuti in mare (chi li ha conosciuti attraverso il mio primo libro sa di chi parlo) è stanco, forse più la moglie, e ha messo in vendita la sua casa galleggiante, sperando di poter iniziare una nuova vita a terra dedicandosi a suoi hobby (musica classica in vinile e quel che vorrà); sa che una volta dismessa la casacca da marinaio, difficilmente vorrà vedere barche, forse a tratti il mare: non per odio, tutt’altro, ma per tristezza, ne soffrirebbe troppo. Anche l’idea di trascorrere qualche giorno insieme ai suoi amici che rimarranno ancora armatori, non lo attrae, sa che non sarebbe la stessa cosa, e io lo capisco benissimo. Ma confido nel tempo, che cura ogni ferita e magari trasforma le nostre percezioni e intenzioni iniziali.

    Per noi sono una coppia di zii, che hanno costituito un riferimento per anni, e anche se nulla dura per sempre, constatarlo ogni volta continua a far male.

    Così come 3 settimane prima abbiamo salutato Renato e Ivana, con il solito arrivederci, ma anche loro hanno deciso di vendere “My dream”: 75 anni per lui e tanto mare vissuto che richiede un prezzo non più pagabile, specialmente quando si hanno delle valide alternative.

    Insomma la vita come le stagioni, ci passiamo tutti, ma a volte non è un bel vedere. Viva Peter Pan.

    E finalmente atterriamo a Serçe, diamo fondo, portiamo cime a terra, e Başak non vuole più uscire dall’acqua; fanno ancora 27° lì dentro, semplicemente fantastico. C’è un altro motivo per cui non vuole rientrare, 3 tartarughe nuotano tranquille nel mentre Başak le osserva a 1 metro di distanza. Allora mi tuffo anche io con la GoPro, ed eccole lì. Ne aspetto una, la più grande, attendo che finisca di mangiare sul fondo e poi, come per magia, davvero nuotiamo insieme, io scendo in apnea e risalgo con lei a non più di mezzo metro, non voglio allungare la mano perché so che non gradirebbe ma probabilmente la potrei toccare. Voi fatevi bastare la foto.

    Che dire, c’è un po’ di tutto in questi giorni, le tinte sono meno forti, più color pastello e variegati, ed è molto bello, nonostante quel briciolo di malinconia che serve all’essere umano per fare i conti con se stesso.

    Nei prossimi giorni ci dedicheremo alla preparazione delle operazioni di invernaggio di Yakamoz: e al proposito sono felice di constatare quanto sia gradita la mia guida, ci ho messo impegno e quel che so sul rimessare in secco la barca. Anzi ne approfitto per darvi un altro consiglio.

    Dato che come sanno tutti i serbatoi del gasolio vanno lasciati pieni, per evitare il formarsi della condensa e anche una maggiore facilità di proliferazione batterica, in caso si disponesse di due tank separati (come nel mio caso), potremmo procedere ‘a metà’. Preso atto che vanno puliti ogni tanto e farlo contemporaneamente può costituire un problema per via del trasferimento del gasolio in apposite taniche (immaginiamo 200 lt a dir poco), faremo l’operazione in due fasi distinte: un anno uno e un anno l’altro. Quindi arrivare in marina con non più di metà gasolio, aprire il tappo di uno dei due serbatoi, travasare il contenuto nell’altro tramite pompetta elettrica (‘cinese’ va benissimo), fino a riempirlo; aspirare il resto con altri metodi (pompetta manuale, spugne ecc.: tanto ne rimarrà poco) e quindi adoperarsi a pulire, prima con giornali, stracci vecchi e poi acetone fino a farlo brillare. Io quest’anno mi comporterò così anche per sostituire il trasduttore del sensore serbatoio.

    Bene, come vedete già siamo in modalità invernaggio, e non mi piace proprio per nulla, anche perché quest’anno (come il precedente) aleremo prima del solito, tanti impegni terrestri ci attendono (ma sempre inerenti il mare), per cui davvero non la stiamo prendendo bene.

    Dovremo consolarci nuotando tra le tartarughe ancora per un po’ senza farne un dramma 😀 .

    Alla prossima e se serve noi siamo qui!