Potrei riassumere con il classico “pulizie di Natale”, se non fosse che siamo a fine settembre e il termine stesso pulizie suona più come un eufemismo.
Ciononostante finalmente vediamo i primi frutti delle tante magliette bagnate con il sudore, per via di quella bella città di Crotone, fin troppo infernale viste le temperature di quei giorni.

C’è un momento preciso in alcuni lavori di fatto monumentali, in cui decidi che il dado è tratto; il Rubicone va attraversato, pena il tornare indietro; serve come motorino d’avviamento, l’input per far partire l’ingranaggio che di lì in poi non si fermerà più (o almeno si spera).
Quel giorno, nel nostro caso, è stato il sedersi in sala macchine, prendere il cacciavite e iniziare ad allentare la prima fascetta; il resto sarà storia, come ben vedrete nel video al termine dell’articolo.

 

Impressioni

Inutile recitare a “quelli che la sanno lunga”; mai ci era capitato di portare a zero una barca; e mai ho avuto a che fare con una sala macchine (al momento parliamo solo di questa) che, per piccola possa essere, cambia letteralmente le carte in gioco rispetto al classico vano motore di barche normali, Yakamoz inclusa.
Qui il vecchio armatore aveva concentrato davvero molti componenti tecnici, non sempre posizionati in modo funzionale, almeno per il nostro modo di concepire le cose.
Ad esempio il sensore della pompa di sentina (il pedale che in caso di acqua a bordo si solleva e chiude il circuito, attivando appunto la pompa) era sì posizionato in un buon punto fondo, ma dietro il motore; ora il motore è in Polonia e sembra tutto facile e accessibile, ma una volta in sede è praticamente impossibile arrivarci con un braccio umano, per le normali operazioni di pulizia e manutenzione.
È un po’ come se avessero concepito la distribuzione dei giocattoli, dal più importante al meno, in modo da riempire ogni pertugio della sala macchine, certi della loro eternità e nessuna necessità manutentiva o semplice pulizia. Sapendo poi che la sentina di una barca in alluminio va controllata periodicamente, il tutto risulta quanto meno bizzarro, a voler essere educati.

Cosa peggiore, hanno verniciato l’alluminio; il che fintanto tutto è lindo e pinto può avere una logica, ma quando inevitabilmente il primer inizia a cedere per questioni anagrafiche o chimiche, allora son dolori: rimuoverlo diventa il peggior incubo di chi ha a che fare con tali sventure.

 

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gliIl circuito dello svuotamento sentina poi è un’opera di ingegneria idraulica: utilizzando classica tuberia in PVC saldata chimicamente, hanno portato diverse prese nei vari pozzetti, non solo della sala macchine ma anche a centro barca; il tutto fa capo a un filtro per eventuali residui ingombranti aspirati dal circuito. In effetti è un buon sistema, poiché le classiche ghiotte a griglia delle pompe di sentina, si intaserebbero facilmente incontrando sporcizia di varia natura; in questo caso invece i tubi da circa 40mm di diametro fagociterebbero la qualunque, fermo poi venir rigettati dal suddetto filtro.
Quindi non è escluso che verrà ripristinato tale e quale, prestando attenzione però alla migliore gestione degli spazi, e/o dei materiali, in quanto i tubi rigidi in PVC creano anch’essi ulteriori impedimenti per accedere ai punti critici della sentina.

Per il resto invece confermo l’assoluta assenza di senso pratico, convincendomi sempre più che il povero vecchio armatore, si fosse limitato ad aprire (pesantemente) il portafogli, delegando tutto alle maestranze; quest’ultime hanno confezionato un bel pacchetto regalo, come spesso accade, senza particolare lungimiranza e buonsenso.

Il boiler, di dimensioni polifemiche, è stato collocato all’entrata della sala macchine, ovvero una zona comoda per oggetti ben più importanti; il gruppo elettrogeno (maledetti) è stato infilato in fondo a sinistra, in una zona pressoché irraggiungibile a meno di essere lillipuziani (mi chiedo chi e come vi facesse la manutenzione annuale, salvo problemi straordinari); zona questa che spero di destinare invece al classico sogno del liveaboard: la sala attrezzi.

Continuiamo con filtri, filtrini, pompe e pompette, collocate sul cielo della zona generatore, accessibili solo al signor Tiramolla; concludendo, ma solo per non essere troppo tedioso, con la simpaticissima rete di alluminio, utilizzata al fine di mantenere in sede i pannelli fonoassorbenti: toglierla significa svitare mila viti e tagliarla laddove è stata fissata con battenti di legno massello; stando attenti a non lasciarvi troppo sangue, dato che si incastra in ogni dove; d’accordo, rimuoverla non è un’operazione di routine, per cui ci può anche stare, ma già il solo fatto di costituire una “gabbia di Faraday” in una barca di alluminio mi mette i brividi; e poi, andrebbe pulita ogni tanto: auguri!

No, invece non concludo, in quanto un’altra “chicca” la devo raccontare; chicca che aprirà il vaso di Pandora.

Il sistema elettrico è stato concepito di tipo a bonding, cosa che per uno scafo di alluminio è un po’ rischioso (filosofie e punti di vista, ma non il mio); se poi ci si affida a uno zinco esterno, con due fori passanti e bulloni in inox fissati in sentina, possiamo comprendere il terrore che pervase il mio corpo quando gli occhi si posarono sulla bestemmia.
Difatti scava che ti scava, e rimossa la sporcizia e lo zinco, ecco la sorpresa: un bel buco in sentina! I due bulloni avevano generato proprio una bella pila, complimenti…

Come ho scritto è un vaso di Pandora che ci farà scoprire in seguito altre zone critiche, a dispetto della situazione esterna estremamente idilliaca sotto il profilo della qualità dell’alluminio, quanto degli spessori; ma di questo ne parleremo in seguito.

 

I cavi

Altro capitolo che richiederebbe ampia disamina. Basterà dire che abbiamo sbarcato quintali di cablaggio, alcune parti costituite in pratica da “tubi di rame”: in verità trattasi di cavi multipolari inguainati, ma di derivazione civile (come nella maggior parte delle barche), il cui problema non era il fatto di non essere stagnati (onestamente quasi nessuna barca li ha), quanto invece fossero poco flessibili e dunque difficili da togliere e piegare. Bassa qualità? Probabilmente. Sta di fatto che abbiamo risparmiato soldi in palestra: complimenti all’amazzone Başak, la quale tagliava, sfilava e piegava come Wonder Woman e il suo mitico lazo.

 

Alla fine

Giorno dopo giorno, sacco di immondizia dopo l’altro (buttavamo credo qualcosa come un sacco nero da giardinaggio ogni santo giorno), alla fine però ce l’abbiamo fatta: la sentina ha cambiato aspetto.
No, non abbiamo finito, ancora c’è il generatore da sbarcare e altra mercanzia al momento difficile da raggiungere; però dai, la sala di Alien è sparita e il quadro che si presenta oggi ai nostri occhi ci regala quell’ottimismo di cui avevamo necessariamente bisogno, per guardare avanti e proseguire la nostra pazza avventura.

Sì, Reuse, Reduce, Rebound e Buone feste natalizie a tutti voi

 

 

 

 

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