L’ultimo post che ho scritto sull’argomento “Velista dell’anno”, partiva da una coincidenza cabalistica, ovvero il raggiungimento del voto 666: un fatto diabolico, e benché sia solo un numero a cui la nostra cultura affibbia risvolti satanisti, resta comunque quanto meno affascinante, anche nell’estetica se vogliamo.

    Non ci giro troppo intorno, per cui, brutalmente: ABBIAMO VINTO!

    Ma che dico: STRAVINTO!

    E con 1567 voti, ed ecco il nuovo numero che ha davvero una consonanza metafisica, cioè ben 333 voti di distacco sul secondo. Parliamo di più del 20% di scarto, roba da brividi sul serio.

    Se poi prendiamo il terzo, il numero sale a 752 voti di scarto, cioè quasi il doppio. Dalla 4a posizione in poi iniziamo a dover usare modi di dire noti nelle competizioni vere e proprie, cioè abbiamo “girato intorno alle altre barche”. Fantastico, incredibile.

    E il 333 sembra essere considerato il numero “angelico”: suona bene, musicale. Allora nulla è un caso. 😀 

    La parte ironica della storia è che da candidati un po’ “fuori luogo”, rispetto allo spirito tradizionale del torneo, oggi possiamo affermare senza alcun timore di smentita che siamo decisamente i favoriti, la testa di serie da battere. Wow.

    Torniamo con i piedi per terra. Erano solo gli ottavi di finale. Ma questi numeri hanno per noi davvero un significato, che esula dalla competizione.

    Una premessa importante. Io ho sempre odiato le competizioni, in generale, perché le ritengo l’ultimo baluardo, o meglio escrescenza di un uomo allo stato preistorico. Mi piacerebbe assistere un domani (cioè quando vi guarderò dall’alto dei cieli: o dal basso), a un essere umano che non deve più dimostrare di essere migliore di un altro, libero dalla chiamata biologica, atavica, del primeggiare sugli altri concorrenti della stessa specie; un uomo affrancato dalla clava, e che possa vivere in armonia con i propri simili e anche il resto del mondo, dedicandosi alla coltivazione dell’io. Molto prosaico vero?

    Però è il mio pensiero, lo è sempre stato, non posso farci nulla. L’altro aspetto legato ai “contest”, è che se da una parte l’uomo tende a dare il meglio di sé, molte volte mostra anche il peggio, quando la meta finale, questa maledetta vittoria, si trasforma in una conquista vitale.

    Per fortuna qui parliamo di numeri, ma vi assicuro che è la stessa cosa, è proprio la parola ‘competizione’, che guasta tutto, o almeno molto del bello che c’è nell’esistenza terrena: il trofeo è lì, e la gara per conquistarlo, spietata.

    Chi ci conosce sa che un giorno del lontano 2008, decidemmo di “dimetterci dalla società” (l’ho coniata io questa locuzione, per cui siete pregati di citarmi quando la userete innumerevoli volte); ciò sta a significare che non ne siamo fuggiti, maledicendola, ma semplicemente abbiamo scelto di prenderne un po’ di distanza. L’aria rarefatta di quello strano posto di convivenza comune, che ben conosciamo tutti quanti, iniziava a essere troppo pesante per i nostri “nuovi” polmoni. E fu così, quindi, che scegliemmo di allontanarci dalle meschine vicende umane, eventuali competizioni comprese.

    Ed ecco perché oggi io posso puntare il dito a quei numeri. Non per vanità o peggio arroganza, “crudeltà” contro gli altri concorrenti, niente di tutto questo. Per me, per Başak, il risultato ottenuto è la più importante vittoria che potevamo ricevere e che ci rende si orgogliosi. Dietro questi voti ci siete voi, tantissimi amici, che ci volete bene, in alcuni casi amate, sul serio. Durante le due settimane di contest, abbiamo ricevuto molti messaggi d’amore, di stima, di coraggio, da conoscenti ma anche se non soprattutto da persone mai viste prima: credetemi vi prego, Başak, la solita sentimentale, ha versato più di qualche lacrimuccia in diverse occasioni. La questione quindi è molto più profonda, e basa le radici sul desiderio comune di rivalsa, di voglia di un cambiamento, anche in un settore come quello della vela, il diporto, apparentemente lontano dalle problematiche umane, ma in realtà invece molto permeato.

    “Si può fare” è divenuto un motto, una richiesta d’aiuto forse, una speranza per puntare a una felicità più semplice, magari più vera, e il calore che sentiamo intorno a noi è energia fuori dal comune; noi la avvertiamo davvero, c’è un alone magico che quasi riusciamo a toccare, e che benché lo percepissimo anche prima, ora, grazie a questa “competizione”, siamo riusciti a vederlo molto più chiaramente.

    Se all’inizio della manifestazione scrissi “ABBIAMO VINTO”, perché la sola candidatura era per noi una vittoria, oggi posso scrivere serenamente che “ABBIAMO STRAVINTO”, ma il punto è cosa?

    Risposta: VOI!

    Grazie di nuovo a tutti, da qui in poi tutto assume una dimensione differente.

    Başak, Giampaolo e Yakamoz