Girare il mondo è una gran bella cosa, ed è innegabile che la lingua inglese diffusa in tutto il pianeta abbia esteso la sua valenza di intesa commerciale, a quella puramente turistica. Se vuoi fare affari con il mondo devi conoscere l’inglese, se vuoi studiare a 360 gradi devi conoscere l’inglese, se vuoi fare una vacanza all’estero devi conoscere l’inglese (a meno che non ti infili in qualche triste resort), se vuoi viaggiare…

    Ecco, qui secondo me dovremmo iniziare a prenderne le distanze. Il viaggio ha sempre riscosso un fascino legato alla scoperta. Scoperta di nuove civiltà, l’esplorazione di nuovi habitat e via dicendo. È questo che ha fatto sognare l’uomo, ciò che lo ha spinto ad osare, a varcare le colonne d’Ercole o oltrepassare la muraglia cinese.

    Recentemente stavo rileggendo uno splendido libro in cui Darwin descrive i popoli scoperti, le interazioni, i costumi, trasportandomi magicamente in quell’epoca di sorprese; uno degli aspetti che più mi incuriosisce è la comunicazione, i tentativi di comprensione e lo sforzo di apprendimento dell’esploratore.

    Se togliamo al viaggio l’autenticità dei posti, cosa rimane oggi in questa maledetta/benedetta epoca turbo-temporale, dove ogni cosa viene fagocitata e inglobata negli stupidi format, anelati dal turbo-turista?

    E l’autenticità passa anche dallo sforzo di chi mette piede in terra straniera, nell’imparare almeno qualche vocabolo del popolo cui si fa visita. Non solo è una questione di rispetto, come dire il minimo sindacale saper dire un “ciao” nella lingua straniera, ma diventa lo strumento principe per aprire porte inaspettate.

    Purtroppo oramai quando viaggiamo persino fuori dagli schemi mentali del turbo-turista, senza rendercene conto, cerchiamo immediatamente qualcuno che parli inglese; come se fosse un obbligo e quando assente, una mancanza, o peggio sintomo di arretratezza. Spesso poi lo pretendiamo in posti in cui il turismo straniero è poco presente, o dalla signora del negozietto che vende frutta e verdura. Ripeto, non ce ne rendiamo conto, perché volente o nolente abbiamo metabolizzato l’inglese come passepartout imprescindibile. Il punto altro è che poi ci è difficile di voltarci indietro, e chiederci se nelle stesse circostanze o luoghi del nostro paese, la ‘signora’ sarebbe in grado di interagire in inglese. Difatti a conferma di ciò, vari amici stranieri quando sono venuti in Italia (e non parlo ovviamente dei siti nei centri storici adibiti a industrie turistiche), si sono trovati in difficoltà a trovare chi parlasse inglese.

    Stessa cosa è capitata a me quando lavorai un mese in Francia, e stavo nella costa mediterranea, Hyeres vicino Toulon: o francese o nulla, e fortuna volle fosse la lingua che più amai studiare a scuola (ora è un amore finito). Spesso sverniamo in Portogallo, stesso copione. Grecia: le isole non fanno testo, quasi tutte divenute organizzazioni turistiche, in cui molti ristoranti e negozi sono gestiti da ateniesi che di inverno chiudono e tornano in continente, o emigranti che dopo anni in Australia et similia, tornano al paese natio rilevando l’attività di famiglia; d’altronde basta interagire nell’hinterland continentale (o delle stesse isole) per avvalorare quanto vado dicendo; come da poco risposto a un’amica, di isole dove nella panetteria sul fronte del porto, entri e se chiedi del “bread” ricevi un verso interrogativo, ne sono rimaste forse 2, e scusatemi se me le custodisco gelosamente.

    Insomma quando viaggiamo ci armiamo del ‘nostro’ inglese (anche su questo dovrei aprire molte parentesi), e ci aspettiamo la vita facile, un po’ come, più o meno inconsapevolmente, gli americani, inglesi e tutti gli altri paesi anglofoni hanno, per loro fortuna.

    Ma noi, a differenza loro, sappiamo quanto è difficile imparare una lingua, e quanto ci dia fastidio spesso interagire con un perfetto ignorante, la cui unica capacità è essere ‘born in the USA’.

    E sappiamo quanto uno straniero che non si sforzi di imparare l’italiano, ad esempio, si perda delle sfumature di una ricchezza inestimabile. Ripeto di frequente a Başak che è stata fortunata ad imparare una delle lingue più difficili del mondo, l’italiano appunto, in quanto ha avuto modo di assaporare infinite sfumature locali, passando per dei capolavori cinematografici o musicali, che il resto del mondo ignorerà per sempre. Come se oggi lei fosse in grado di vedere un “Colosseo” invisibile a molti.

    Ma va bene, non vado oltre perché l’argomento si allungherebbe portandomi fuori dal seminato.

    Il mio appello quindi si rivolge non ai turbo-turisti, che oramai sono anime perse, alle prese con una vita complessa, e come dire intrisa di ben altri problemi, io mi rivolgo a chi come noi ha scelto di diventare ricchi: ricchi di tempo. Quando visitate un posto nuovo, cercate di limitare l’uso dell’inglese, e sforzatevi di imparare un po’ della lingua locale, ne guadagnerete tantissimo fidatevi; potrete scoprire cose nuove, intensificare il gusto dell’esplorazione leggendo da soli un cartello ad esempio, e dando un senso a quelle parole o esclamazioni, che molte volte sono le chiavi di accesso a una nuova cultura. Fatelo, mi ringrazierete. Anche voi nomadi digitali, (in effetti in qualche maniera lo siamo anche noi), che vivete liberi in giro per il mondo, facendo sognare le nuove generazioni, integratevi, dato che risiedete mesi, a volte anni in un posto, non peccate di ignoranza.

    E un consiglio anche ai turbo-turisti perché no, (nautici compresi): imparatele 4 cazzo di parole quando vi muovete, non dico aprire Wikipedia e studiare un po’ di storia del paese che state per visitare, ma almeno un “ciao”, per dindirindina!

    Per finire “I have a dream”, di svegliarmi un giorno in cui tutti noi figli di un dio minore, ci siamo messi d’accordo rifiutandoci di ‘agevolare con orgoglio’, la vita degli arroganti ammmerricani, inglesi e francesi (perché tanto sono sempre loro): “vieni a casa mia? Imparane la lingua.”, “vuoi parlare con me in una terra straniera a tutti e due? Sforziamoci almeno di dirci “ciao” o “buongiorno” nella lingua locale”!

    Ah come mi divertirei a vedere le facce ebeti, quando davanti un “Hi friend!”, ricevono “Che dici?”… “Den katalavaíno?”… “Ne diyorsun?” ecc. Purtroppo resterà un sogno utopistico, e anzi a breve Google & friends ci forniranno gli strumenti tecnologici per dialogare con estrema facilità, senza neanche il bisogno di imparare più neanche l’inglese (piccola conquista), agevolando la vita di tutti, permettendoci di girare il mondo senza remora alcuna, in linea con ciò che sta avvenendo negli ultimi decenni, impoverendoci culturalmente e umanamente. Aloha.

    ps. Io grazie al mio sciocco modo di pensare mi destreggio con 5 lingue, italiano (poco), inglese (male-detto), francese (l’amour che fu), turco (evet, ma non bene), greco (oki, giusto qualche decina di vocaboli), portoghese (mais ou menos, per intendere, anche al telefono). Di certo non sono un genio, forse ho un po’ di orecchio, ma soprattutto tempo e buona volontà, anzi semplice curiosità.