Nota a cura di Giampaolo Gentili: l’altro giorno pubblico un articolo “Una vita non basta”, in cui parlavo di alcuni aspetti legati alla barca e al senso di libertà. Tra i vari commenti, tutti molto belli (se non vi andasse di leggere l’articolo potreste anche solo limitarvi ai commenti), profondi e che avrei voluto pubblicare senza escluderne nessuno, mi colpisce in particolare questo di cui ho deciso farne un articolo a parte. Premesso che sono davvero orgoglioso della qualità degli affezionati lettori del blog, Federico appunto ne fa parte, ma più importante, ho avuto modo di conoscerlo per una settimana intensa, a bordo di Yakamoz. Ecco perché so per certo quanto lui ami mettersi in discussione, da sempre, ponendosi domande fondamentali, utili ad aprire quelle porte che lo condurranno insieme alla sua famiglia speciale, ne sono certo, verso rotte di vita sempre più libere. Ammesso che la parola libertà abbia un senso compiuto. Inutile aggiungere altro, eccovi il suo commento.

    Ciao Giampaolo, ho voluto trovare un po’ di tempo prima di rispondere a questo tuo post che non riguarda “la barca” ma il concetto di libertà nel senso più ampio del termine, come ben sai è un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

    Qualche tempo fa confrontandomi con gli utenti del noto social network sul concetto di barca = libertà mi sono trovato di fronte le più grandi distorsioni: “non esco mai dalla barca”, “se arrivo da qualche parte escono tutti ma io rimango qua”, “non la lascio mai incustodita” ecc ecc…

    Tutto giusto però… praticamente un carcere.

    Già mi immagino il lungo viaggio per raggiungere che so, le isole Faroe, riuscire a trovare approdo sicuro e poi mettersi sul ponte della barca con il rum e dire : “bene, sono arrivato, tempo di fare cambusa e poi via sottocoperta”.

    A che serve un mezzo, la barca, che ti porta virtualmente ovunque, se poi non si può esplorare il luogo?

    Ancora mi ricordo il mio primo incontro con Tenerife (non in barca a vela), appena toccato il suolo dell’isola ero letteralmente “affamato” di scoprire tutto, di vedere come viveva la gente del posto, di guardare il mare dal picco del Teide, di passare sopra il suolo lunare del vulcano, guardare la valle dell’orotava con le sue distese agricole, assaggiare i liquori, sentire i profumi, i sapori. Ah! Non sarebbe bastata una vita e avevo solo un giorno.

    Stessa cosa per il cammino di Santiago, andavo a piedi e facevo dai 20 ai 60 km al giorno. Adesso ne farei 10 e mi gusterei di più il paesaggio, parlerei di più con la gente del posto, magari mi fermerei per un po’ a far vita con loro, magari, nei miei sogni.

    Il concetto di ‘libertà’ è vago, sfuggente e volubile come lo è il carattere di noi che cerchiamo sempre un orizzonte dove andare.

    Scegliamo la barca ma capiamo che ci sono dei limiti e vorremmo cambiare.

    Andiamo a piedi e capiamo che ci sono dei limiti e vorremmo cambiare.

    Scegliamo la ruralità stanziale ma anche lì limiti, e non ci piacciono.

    Non ci piacciono i limiti, da qualche parte fra il cuore e la gola c’è una sorta di “groppo” che ci fa vivere questa inquietudine, e va bene così.

    Va bene così perché nella natura umana non esiste la libertà assoluta o meglio: non esiste uno stile di vita che abbia questa caratteristica.

    Nel mondo dell’alchimia, pratica esoterica sulla quale NON mi riconosco nella maniera più assoluta ma che offre interessanti abbozzi di filosofia spicciola, si parla di principio dello scambio equivalente : “Senza sacrificio l’uomo non può ottenere nulla, per ottenere qualcosa è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore”. Ecco, noi forniamo ‘gradi di libertà’ per ottenere ‘gradi di esperienza vissuta’; dobbiamo essere consapevoli che per ogni esperienza che viviamo abbiamo dei vincoli a cui dobbiamo sottostare, il trucco è capire quali di questi vincoli siano superabili, aggirabili o moderabili e quali invece sono immutabili.

    La barca ad esempio: è inimmaginabile per me sottopormi alle vessazioni della situazione italiana, continuerò quindi ad avere il mio piccolo natante che “sfugge” alla maggior parte delle pesanti gabelle e leggi assurde fintanto che rimarrò nell’italico suolo; la mia cortissima esperienza in Croazia ad esempio mi conferma come l’italiano che viene in barca venga visto come uno salvadanaio, ma è altrettanto vero che è l’italiano che viene in barca che ha comportamenti tipici di chi vuole ‘la pappa pronta’ e di conseguenza chi prepara la pappa, vuole essere pagato.

    Sono distorsioni mentali, se vuoi la vera libertà da gabelle, spese di pontile o di gavitello devi imparare ad essere autonomo.

    Insomma: lunga storia ed io ho finito il tempo 😀.

    La libertà… la libertà la si rincorrerà tutti ancora per molto, nel frattempo continueremo ad accumulare diapositive da condividere, non saranno più solo immagini ma esperienze: il quad 50cc che si spegne in salita, il catabatico che fischia vicino all’approdo, quel sapore inconfondibile di terra mista ad acqua di mare, l’orco dai mille gatti che esce vicino la pasticceria della nonna (si, questa la capiamo solo io e te), la ricerca del refolo di vento perché “il rumore del motore proprio no, non ci piace”, e poi la mano che ti aiuta quando non ce la fai più, quando l’ultimo km percorso è stato il km di troppo, le montagne lontane e la voglia di andarci, gli scarponi messi in un angolo che “chissà dove andremo la prossima volta”, il kayak, la spiaggia e il tipo che appare con un rosso toscano e tu che hai il cacciatorino appena tagliato, e da li a sera saranno chiacchiere e risate.

    Ecco: questa per me è la libertà, la portata principale della nostra vita: quella fiches da 100 anni non potremmo giocarla sempre bene, l’importante è non giocarla sempre male, ahahahah.

    Un Abbraccio.