La vita è fatta di molte prime volte non c’è dubbio; per noi quella di arrivare allo Yacht Marin a fine giugno: mai accaduto prima (di solito per fine aprile eravamo già in acqua).
La pseudo pandemia ha condizionato tutti, anche noi, costretti a partire direttamente dal Portogallo, senza fare scalo in Italia; saltata quindi a piè pari la sosta romana, solitamente piacevole occasione per salutare affetti e prendere pezzi di ricambio vari. Difatti mentre il primo aspetto subirà un ritardo in qualche maniera accettabile (poco vero), il secondo ha richiesto la collaborazione di amici situati in varie nazioni: merce consegnata presso il domicilio di mia madre in tempi non sospetti, e ora “contro-spedita” da Stefano prima in Turchia direttamente, poi, viste le difficoltà, i costi e la dogana problematica, fermata sul partire e dirottata verso l’isola di Kos, Grecia; qui Nicola si recherà con il suo caicco a ritirare il pacchetto prima di entrare a Bodrum; dopo ci raggiungerà via terra per una rimpatriata a cena. Se considerate che il costo del ricambio ammonta a circa 35€, capite meglio l’assurdità della situazione.

Dicevo siamo partiti dal Portogallo alla volta di Francoforte vista l’assenza di voli diretti, da cui poi proseguire il giorno seguente dopo una notte all’addiaccio. Istanbul ci attendeva.

Ed ecco la “seconda prima volta”: tutti con le mascherine…

Poche ore prima l’illuminato erdogan le aveva rese obbligatorie anche all’aperto per diverse città turche. La qual cosa è effettivamente strana, non solo per i pochi casi di Covid, quanto al fatto che lui sin dall’inizio ha cercato di dare un’interpretazione relativa della pandemia: ricordo una dottoressa famosa del governo esprimersi in modo molto rassicurante su quella che a conti fatti era per loro una forma influenzale. Ma evidentemente l’opportunità di adeguarsi alla narrazione imperante oltre se non soprattutto la possibilità di stringere ulteriormente il cappio del controllo sociale, hanno avuto la meglio sulle iniziali intenzioni.

Dunque lo scenario che ci accoglie è stile “Blade Runner”, con persone, operatori, tassisti diligentemente imbavagliati, pena la multa di circa 150€. Uno dei tanti paradossi: sanzione pecuniaria e non un’accusa penale per “procurata strage”.

Gli stessi incontri famigliari destano imbarazzo (terza prima volta): laddove ci si lanciava ad effusioni comprensibili, dopo i molti mesi di separazione, ora costretti a baci distanziati; chiaramente la cosa non parte da noi, ma da chi ha subito il lavaggio del cervello senza alcun beneficio del dubbio. A noi non resta che adeguarci per il rispetto delle altrui fobie.
In Turchia in merito manca proprio un contro parere, una contro informazione. Questo è forse l’aspetto che più mi ha colpito in negativo: un paese che ha combattuto con Gezi, epoca di fulgide intelligenze, occasione in cui si sono diffusi a profusione contenuti alternativi nei social, popolazione in genere capace di maneggiare le notizie in inglese mediamente più degli italiani (ad esempio), ora si ritrova colpita nel profondo da questo misterioso “virusello”. Molto triste.
Desistiamo quasi subito nel portare agli altri le nostre interpretazioni, e disattiviamo il biasimo provato all’inizio della farsa quando incrociavamo in Portogallo spaventate nonnine o aitanti giovanotti: non possiamo provare rabbia verso gli ignoranti; mai come in questo caso letteralmente riferito al verbo ignorare. In assenza di versioni alternative della storia, alle persone non restano che 2 strade: prendere per buone le notizie dei media, o porsi dei dubbi e approfondire. Ma la seconda strada effettivamente non è semplice se ci si ritrova soli con i propri pensieri, lo stesso stimolo dunque viene meno. Solo un medico o addetto ai lavori potrebbe dissentire davanti a dei numeri manipolati dal mainstream. Gli altri, come ben sappiamo in Italia, subiscono le urla della televisione tra morti, contagi e mutazioni, come se non morisse mai la gente o non si fosse positivi alla Rosolia (tanto per dire).
Anche in Turchia la semplice domanda “ma da noi quante persone muoiono ogni anno in generale?” non sfiora lontanamente le menti, evidentemente persino degli intellettuali.

A nessuno viene da chiedersi quanti muoiano ogni anno nel mondo per influenza.

A nessuno viene da chiedersi se visti i numeri in gioco abbia un senso la parola pandemia.

È stato enormemente facile obbligare le popolazioni a imbavagliarsi, subire restrizioni sulle libertà personali, distruzioni economiche fatalmente irreversibili e ogni altra vessazione mai accettabile in normali situazioni. Il virusello ha messo tutti d’accordo, facendo leva su quelle paure ancestrali da una parte, ma ben modellate negli ultimi decenni da un sistema orientato alla giustezza precauzionale: in altri termini il rischio non fa più parte della natura evolutiva umana, ma elemento da bandire in ogni modo possibile. La paura come strumento di governo e condizionamento, a tratti fallito con le varie forme di terrorismo (a proposito qualcuno sa dirmi che fine ha fatto l’ISIS?), ora finalmente protagonista assoluta delle persone che scelgono di non vivere per paura di morire.
In conclusione mi attendevo più “resistenza” dai turchi, invece…

E come ogni volta, dopo qualche giorno passato insieme ai cari, addivenendo alla fine a una ragionevole messa al bando di stupide prudenze, l’aereo ci ha portati a Marmaris.
La ricerca di un sussulto reazionario mi faceva sperare in questa città, da sempre più border line; vuoi per via del turismo anglosassone, che per l’intenso diporto e rotte commerciali con la vicina Grecia.
In effetti la tensione finalmente si allenta un po’, già dall’aeroporto.
Sul pullman da Dalaman verso Marmaris poi le mascherine indossate hanno la tendenza a “calare” alla prima occasione. Fino ad arrivare nell’anelato marina, dove ad accoglierci i soliti custodi “simil poliziotti”, i quali invece dell’attesa rigidezza da “potere impositivo conquistato”, ci regalano ampi sorrisi sopra il bavaglio messo a mo’ di reggi-mento. Che bello, un po’ di normalità!
Yakamoz è stata spostata (altra prima volta), per fortuna estremamente vicina alla reception e allo shipchandler: bentrovata cara figliuola.
Dopo un primo sussulto emotivo, inevitabile, istintivo, d’abitudine persino in occasione dell’annuale incontro, ci dedichiamo al rassetto immediato: è tardi, sono le 20:30 e dobbiamo scaricare i bagagli (oggi ridotti all’osso – altra prima volta), rimettere in ordine i paglioli e quel minimo di aggiustamento affinché le nostre membra possano riposare dopo un lungo viaggio e una lunga attesa.
Non è atipico che la felicità per il “ricongiungimento famigliare” si metta in pausa viste le imminenze pratiche, dunque non ci facciamo troppo caso e buonanotte a tutti. Non è atipico…
Il mattino dopo è ancora un momento di misurazioni, e date le zanzare fameliche padrone dei nostri sogni notturni, siamo a corto di energie che utilizziamo per trascinarci verso i doveri irrimandabili.
Così passa un altro giorno senza poter fare il classico punto, i consueti abbracci morali tra due esseri umani e un’apparente scatola d’alluminio senz’anima, di cui al contrario straripa da ogni ombrinale.
Ma poi, verso il solleone del primo pomeriggio successivo, assetati di riposo e voglia di tuffarci, scendiamo dai 3 metri d’altezza (dimenticavo, siamo in secco) asciugamani in mano, e ci dirigiamo “per la prima volta” al mare di fronte e… splash! Fredda acqua salata, leggiadra cullatrice di corpi e menti provate, abbracciaci, liberaci da questi orrori, se puoi.
Ed è qui che, guardandoci negli occhi, quasi con il timore di farlo, capiamo come quella sensazione di semi indifferenza nei confronti di Yakamoz, non fosse legata alla normale momentaneità, quanto alle circostanze totalmente differenti e prive di leggerezza, bellezza e speranze per un futuro fantastico.
Per la prima volta.

 

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