Un albero spoglio

    Un albero spoglio

    Oggi abbiamo tolto le vele. La barca è nuda.

    Abbiamo approfittato di una mattina con meno vento (ha fischiato fino a questa notte da giorni), per metter fine all’illusione di poter veleggiare ancora una volta.

    Può sembrare una forzatura ma sul serio un albero di un veliero senza vele, è come un albero senza foglie; perde di senso lo stesso nome. Cosa porta un albero? Chi si ferma ad ammirarne i rami rinsecchiti? Manca la vita, manca l’energia del vento percepito nello stormire delle fronde. Manca l’energia del vento percepito tra le vele.

    A breve aleremo Yakamoz e ci prepareremo ad invernarla (consigli e idee utili li troverete nella guida).

    Il menu prevede come al solito quanto segue:

    – accostati in banchina della vasca d’alaggio, lavaggio circuito raffreddamento motore con acqua dolce

    – nel mentre ci mettono su, io già inizio a pompare fuori l’olio esausto approfittando della maggiore fluidità del calore generato

    – man mano che ci collocano da qualche parte nel cantiere, spero di aver finito l’operazione aspirazione per dedicarmi all’olio invertitore

    – comincio a sentire il battere degli operatori, nel mentre puntellano la barca. Allora esco dalla “sala macchine” e mi faccio portare la scala per scendere a terra.

    – manichetta dell’acqua e cavo elettrico 220v in spalla, inizio i collegamenti: Yakamoz sarà per una settimana almeno, alimentata ‘artificialmente’ dalla rete terrestre

    – Başak nel frattempo ha iniziato a cellofanare tutto il possibile, dall’elettronica alle vettovaglie, a riporre le suppellettili nei sacchi sottovuoto

    Nei giorni a venire si continuerà con:

    – lavaggio vele (una disgrazia), asciugatura e piegatura

    – invernaggio dissalatore

    – ripristino oli vari e filtri zona motore

    – sostituzione girante

    – tagliando fuoribordo

    – lavaggio spryhood, easybag, scotte, drizze, cime

    – pulizia tender

    – varie ed eventuali

    Facciamola breve, perché altrimenti vi annoio, diciamo che dopo questo tour de force che non auguro mai a nessuno, spaioliamo in ogni dove per far respirare la barca, stacchiamo tutto (acqua e corrente), chiudiamo Yakamoz con il cagnaro e buonanotte ai suonatori.

    Bello eh!

    (…)

    E poi?

    Poi voleremo a Istanbul per salutare i genitori di Başak prima di rientrare qualche giorno in Italia, dove ad attenderci ci sarà un bel programma (in pratica il giro d’Italia). E poi via di corsa in Portogallo, oramai nostro paese adottivo, rifugio ideale per la concentrazione a noi necessaria nei mesi successivi.

    Tanti come al solito i progetti che abbiamo per la testa, dalle conseguenti difficili realizzazioni. A tempo debito vi diremo tutto, non vi preoccupate.

    Un’anteprima però ve la posso comunicare: è in forno la nuova edizione di “Si può fare”!

    Si avete letto bene. Dopo 6 anni dalla prima uscita e varie ristampe, è giunto il momento di un ‘refitting’, che non sarà solo estetico, ma conterrà oltre alcune nuove immagini, una copertina differente, un testo fedele all’originale ma corretto nella sintassi, migliorandolo dove possibile e udite udite un capitolo finale in più: ben 30 pagine extra! Farò il punto sul dopo, 11 anni di vita a bordo, 6 anni dall’uscita del libro e quindi una specie di aggiornamento su quello che è avvenuto successivamente.

    E tutto ciò grazie al fatto che dopo tanto lottare (in modo amichevole si intende), sono riuscito a recuperare i diritti del libro dall’editore, che ringrazierò per sempre.

    Dunque “Si può fare – Nuova edizione” beneficerà di tutte le attenzioni che il papà (e la mamma) non aveva potuto dargli prima, per ovvi motivi legati alle tante questioni editoriali (discutibili alcune volte) a cui un autore deve sottostare.

    Sarà insomma la VERA versione, quella definitiva, che rimarrà nella storia, nei secoli, forse anche millenni.

    Invito quindi chi ancora non avesse acquistato la prima edizione, ad attendere; anche perché, fornendo finalmente la risposta tanto agognata da molti, usciranno sia la versione cartacea che quella ebook (Kindle, Epub e PDF).

    Questo è solo un assaggio su cosa stiamo lavorando e fidatevi ne vedrete davvero delle belle.

    Va bene questo post ho paura debba essere esplosivo sul serio: la notizia bomba è che… Nulla, Başak mi ha bloccato le dita, dice che è ho troppa fretta, che è meglio dedicare un articolo ad hoc quando sarà matura la cosa. Mi spiace dovrete pazientare ancora un po’. Il comandante, come ogni uomo e donna sanno, è lei, mai lui. E, aggiungo, mai come in questo caso devo dire che Lei ha ragione, perché il fatto è che 🤬👹☠💀 ahia Başak, va bene va bene sto zitto 🤕

    A presto

    Rimanere in forma con la barca

    Rimanere in forma con la barca

    Che bello vivere in barca!

    Che bello passare tanto tempo a bordo!

    Che bella la barca a vela!

    Che bello…

    Vi riconoscete vero? Riconoscete queste esclamazioni prodotte da chi vi vede come fortunati, coraggiosi, o molto più frequentemente, fancazzisti.

    A nulla varranno le vostre spiegazioni, che vivere in barca non è bello come sembra, che in barca si lavora e anche molto, che essere spesso a contatto con l’imponderabile non è una passeggiata: per i nostri osservatori esterni, saremo sempre dei ‘privilegiati’. E d’altronde in senso lato, se volessimo vederla dall’alto quindi inquadrando tutto e tutti, comprese le persone dalla quotidianità più nota e ripetitiva, la nostra scelta è senz’altro privilegiata. Il come ce la siamo conquistata, con quali fatiche e rischi la portiamo avanti, bé questa è un’altra storia che evidentemente non interessa all’interlocutore, e alla fin fine nemmeno a noi. Né tanto meno dobbiamo esibirci quali vittime di un evento superiore: è una nostra scelta, e le conseguenze le abbiamo accettate, a fronte proprio di una felicità ed emozioni che creano magia in noi stessi e negli altri.

    In tale quadro idilliaco, uno dei problemi dello stanziare a bordo è l’immobilità.

    Perché è vero che sbarchiamo ogni giorno a far la spesa o fare una passeggiata, è vero che se ormeggiati in una qualche banchina compiere 3 passi per sbarcare è facilissimo; dunque sulla carta riappropriarci della terraferma non è operazione complicata, ma purtroppo non basta.

    Gli spazi della barca, grande che sia, sono sempre molto ridotti, e quelli che ci troviamo a compiere non sono movimenti ma micro movimenti. Scendere sotto coperta di solito richiede azioni non tipiche di una scala normale, e la testa anche, a seconda dell’abitabilità interna e della nostra altezza, frequentemente ci fa assumere una postura da ‘gobbo di Notre Dame’.

    E finché è estate il mare è pronto ad accoglierci quando lo vogliamo, così da poter fare un po’ di nuoto; diverso se la passione dell’acqua latita, come molti marinai sanno: in diversi non sanno neanche nuotare, e la voglia di navigare stranamente non comporta automaticamente l’amore per l’immersione. Non parliamo poi di quando l’inverno costringe a stare sotto coperta o la traversata oceanica ci chiede 20 giorni prima di dar fondo.

    Insomma benché siamo pronti a scattare addosso a un winch, o tenerci alla bene e meglio quando sbandati, davvero, lo dico fuori dai denti, la barca non è il migliore ambiente per fare attività fisica.

    E queste limitazioni si rivelano principali nemiche per la forza di volontà, e la pigrizia così si insinua subdolamente con molta facilità.

    Però, visto che la nostra passione è più forte di ogni controindicazione, per fortuna possiamo compensare l’apparente sedentarietà e limitatezza con alcuni esercizi fisici, utilizzando anche attrezzi compatibili con gli spazi ridotti.

    Lo Yoga: molti sono gli esercizi che possono venirci in aiuto, a partire da quelli respiratori.

    L’Antiginnastica: è una disciplina francese entrata di recente anche in Italia. Io l’ho praticata grazie a un’amica esperta, che collabora con noi nelle vacanze “benessere”, e sono riuscito a esercitarmi anche in barca, nonostante non si possano effettuare tutti gli esercizi che sono davvero molti e che normalmente richiedono un ambiente ad hoc.

    Stretching: insieme allo Yoga, e all’Antiginnastica è la migliore soluzione per un ottimo risveglio muscolare, e per mantenere l’elasticità del corpo, oltre che compensare come possibile le cattive posture, spesso inevitabili a bordo e in lunghe navigazioni.

    Si possono comprare vari attrezzi, come:

    – lo stepper, per tenere in forma i muscoli delle gambe: questo modello invece, un po’ più polifunzionale rispetto al classico, l’ho visto in barca di un mio amico, e lo usavano sia lui che la compagna. Mi dicevano di esserne molto soddisfatti, e in effetti ruba poco spazio ed è un buon compromesso rispetto ad attrezzi più sofisticati e ingombranti.

    elastici, per braccia, collo e ogni altro muscolo stimolabile con il loro uso: questi altri elastici particolari, invece potrebbero essere fissati in qualche parte dell’albero, forse con l’ausilio delle cime, e anche se non li ho mai provati mi sembrano un’ottima idea

    piccoli pesi

    – ovviamente un mat o tappetino che riterrete idoneo, per fare esercizi addominali, flessioni, e i suddetti esercizi di allungamento: io uso il classico rollabile, ma devo dire che prossimamente proverò questo a puzzle, componibile quindi salva spazio ma più rigido del rollabile, quindi più facile da fargli digerire le superfici della tuga a volte non sempre sgombre da pungoli vari. La mia idea è quella di, nel caso, rifilare con un buon taglierino i ‘pezzi del puzzle’, e adattare così meglio la zona esercizi a seconda della morfologia della barca.

    se poi aveste soldi a sufficienza, spazio per accogliere 28kg distribuiti su neanche mezzo metro quadro, cioè 82x55x13cm(h), questo tapis roulant pieghevole potrebbe essere qualcosa di speciale e magico sul serio: non essendo a motore elettrico ma magnetico, essendoci plastica e alluminio, mi sembra proprio coincidente con le esigenze di bordo e l’aria salmastra. Mi affascina molto, sul serio, e se dovessi trovargli posto a bordo (e soprattutto i tanti soldi per acquistarlo – da verificare l’usato -), non escludo di farlo mio: come sapete siamo contrari al consumo di oggetti inutili, ma rimanere in forma è fondamentale, e rientra tra le esigenze primarie, cosa per cui non me la sento di mettere la salute a un posto inferiore rispetto a quello di un rollafiocco, ad esempio.

    Quanto sopra sono solo delle idee, e in molti cerchiamo di adattarci come meglio possibile, considerando abitudini personali, di navigazione, di stanzialità e della location (rada, porto, marina); e ovviamente non sostituiranno mai una buona attività fisica in terraferma, o meglio una vita in terraferma, dove potersi muovere senza particolari accorgimenti, ingobbimenti e via dicendo, ma certo, nel caso parlassimo di un individuo che non passi 8 ore al giorno piegato sul computer, o con gli occhi sullo smartphone, o seduto in automobile, o, o, o. Per dire che sono veri i limiti cui la barca ci obbliga, ma se fossimo capaci di ingegniarci nel miglior modo possibile, e soprattutto imporci metodo e frequenza, staremmo più in forma di tante altre persone terrestri sedentarie. E soprattutto più felici, noi privilegiati che possiamo permettercelo…

    (Si accettano consigli)

    Vi presento un Marinaio vero

    Vi presento un Marinaio vero

    Ho riflettuto molto se scrivere o meno quanto segue, ma poi mi è sembrato giusto fare di tutto per trasferire anche agli altri un messaggio di speranza, forse una lezione di vita, che potrebbe dare una mano a chiunque di noi si attorciglia nella quotidianità, spesso addosso a problematiche ridimensionabili e prive di importanza oggettiva.

    Quel ‘fare di tutto’ significa che non sapevo come scrivere di una cosa del genere, senza mettere in imbarazzo l’autore e allo stesso tempo utilizzare le sue parole evitando di scivolare nella sciocca auto referenzialità, in questo caso direi davvero fuori luogo; non so se vi sia riuscito, ma lo scopo meritava ogni rischio, che accetto volentieri.

    Ovviamente Pierangelo mi ha autorizzato a dedicare il presente articolo, al suo commento scritto in chiaro, e anzi gli chiedo scusa pubblicamente per aver atteso sin troppo tempo, ma come detto, alcune cose richiedono sedimentazione, riflessione.

    Il commento in questione risponde alla mia semplice descrizione di momenti che noi velisti proviamo allorquando decidiamo di mollare gli ormeggi, salpare e affidarci al vento, al mare: “E quindi apri le vele. Ho avuto diversi riscontri, squisitamente per il fatto che in molti sono saliti simbolicamente a bordo con me dandomi una mano nella navigazione: chi si è visto all’albero, chi al timone e via dicendo, se vogliamo, sul serio, niente di sorprendente o di nuovo, ma al contempo speciale, come ogni volta apriamo le vele.

    Tra i vari interventi il suo mi ha spiazzato, in quanto sono parole a cui rispondere con intelligenza è complicato, e anzi dopo averlo fatto mi sono sentito uno scemo.

    Il tuo post mi ha profondamente commosso. Sto procedendo nel decorso di una brutta malattia, che non lascia vie di scampo. Quasi tutti in questi casi usano il termine “lottare”, ma io non mi sento un guerriero, né considero la malattia un avversario, peraltro imbattibile. Piuttosto continuo a sentirmi un marinaio, un uomo che nella tempesta, come hai scritto, riduce la velatura e va avanti, planando e cercando, per quel che si può, di evitare la straorza, rispettando, pur temendola, la forza del mare.

    Vorrei infine che sapessi quanto apprezzo il tuo blog che, nonostante le terapie e i ricoveri che da oltre un anno mi impediscono di essere in barca, riesce a farmi ancora sentire l’odore del mare e l’ebbrezza del vento. Grazie di cuore.”

    Vorrei che vi soffermaste un solo minuto a riflettere, pensando alla vostra vita, alle varie faccende considerate incredibilmente importanti e complicate, e rivedeste quindi tali giudizi, o traeste dalle parole appena lette maggior forza e coraggio.

    Signori vi presento un Marinaio vero!

    In molti forse non lo sanno, ma la gente di mare non è quella che vedete vestita di bianco nelle regate di circolo; o quella che nelle banchine reali o virtuali, si atteggia a eroe e dispensatore di certezze. No, il Marinaio con la maiuscola, è un individuo umile, che conosce troppo bene la forza degli elementi per permettersi di fare lo sbruffone, e quindi li rispetta procedendo quando serve, con prudenza, prendendo le misure possibili, umane. Non punta ai record del cazzo. Non si va a sfasciare la testa di proposito, perché drogato di adrenalina, ma semplicemente viaggia, esplora, naviga, con la massima attenzione possibile, consapevole che l’imprevedibile è dietro l’angolo. Non è coraggio, come dice appunto Pierangelo, ma il prezzo da pagare se si vuole intraprendere una vita, una rotta fuori dalla confortevole, e solo apparentemente tranquilla, terraferma. Terra – ferma, non a caso, già solo la parola regala tranquillità; non c’è movimento, siamo fermi, i piedi per terra. Invero, perché è solo un’illusione, la Terra gira, non ce ne rendiamo conto, e noi con lei. La vita ‘si muove’ , le cose succedono, e per quanto proviamo a starcene in un cantuccio, lontani dai problemi, questi ci scovano ovunque noi siamo, perché insiti nell’esistenza dell’essere umano. Lo sappiamo bene, tutti. Dal momento in cui prepariamo progetti, idee, ci poniamo obiettivi, che non sono altro che fonti di successive difficoltà da affrontare, nodi da sciogliere. In teoria sono mete che vorremmo semplicemente raggiungere, senza troppi inconvenienti, ma il nostro inconscio, che ci conosce meglio dell’io razionale, sa bene che abbiamo bisogno di equazioni da risolvere, per sentirci vivi. Per dare un senso al tempo, per verificare le nostre capacità, una volta usate a trarci d’impaccio, per sopravvivere, letteralmente.

    Ecco perché si prende il mare. In un momento in cui l’uomo si è allontanato dalla natura, da se stesso, contornandosi di cose superflue, sprecando la propria unica vita alla ricerca di una felicità materiale e quindi effimera, abbiamo bisogno di tornare tra gli elementi reali, veri, concreti, senza filtri o protezioni.

    Questa palestra, che ci aiuta ad imparare nuovamente a riflettere, a procedere con ritmo biologico e non stupidamente frenetico, si trasforma col tempo in saggezza, anche fatalismo se vogliamo, laddove riconosciamo alla natura un ruolo superiore, accettando la nostra figura microscopica e spazzabile come granelli di polvere dal vento.

    Pierangelo mi ringrazia per il blog e questo certamente mi ha dato e mi darà maggior energia a portare avanti un contenitore che molte volte vivo con difficoltà. C’è davvero parecchio lavoro dietro i contenuti, spesso la quotidianità degli impegni, della semplice vita, mi richiede uno sforzo enorme per essere puntuale e con la miglior qualità possibile. Non è facile, credetemi, e solo il ritorno umano che ne ricevo appaga il mio lavoro. Per cui grazie a te Pierangelo, che nonostante le tue difficoltà contingenti, mi omaggi con tali emozioni. E sono certo, posso ringraziarti anche a nome di tutti i lettori, amici, simpatizzanti, hai regalato una sferzata, una secchiata di acqua salata rigenerante sulle nostre menti addormentate.

    Le vicissitudini a cui un marinaio è abituato, dicevo, insegnano che si può uscire da una burrasca, brutta che sia. Ma è anche consapevole di come un giorno per forza di cose, arriverà il frangente maledetto che lo spazzerà via. È la vita, dove l’esistenza umana è solo un breve passaggio, tra onde perpetue. Dunque caro Pierangelo, tutto questo tu già lo sai, e da bravo Marinaio stai affrontando la tua burrasca come si conviene; per quanto mi riguarda io sarò qui a fornirti il mio infinitesimale contributo, per quel minimo conforto quando sarai sotto coperta, a riscaldarti un po’ : perdona sin d’ora i miei limiti, gli alti e bassi che ti farò sopportare.

    Però voglio dirti un’ultima cosa, stai navigando alla grande, e me l’hai anche confermato recentemente, le nuvole si stanno diradando, le onde attenuano la loro forza, sono certo, ce la farai. Quel frangente che aspetta tutti noi, oggi non verrà, e riprenderai a goderti la tua barca per molti, molti anni ancora.

    Allora adesso stringi i denti, abbi pazienza, mantieni ancora un po’ i terzaroli, fra poco arriverà il momento di mollare tutto, il vento gonfierà di nuovo le vele, e metterai per rotta 090, godendoti la più bella alba che tu abbia mai visto.

    Io il casco non me lo metto!

    Io il casco non me lo metto!

    Ieri insieme a Başak abbiamo conosciuto un signore turco, molto simpatico, auto costruttore alle prese con la macchina da cucire e il suo tendalino. Non so come si è finiti a parlare di Istanbul, e della sua “evoluzione”. Benché io la ami, e la consideri la città con più energia che io conosca, non posso fare a meno di detestare ciò che negli anni le hanno fatto, (da inizi anni ‘60 lui dice) costruendo all’impazzata e peggio, aderendo agli stili architettonici americani, meglio newyorchesi: grattacieli, grattacieli, grattacieli. Solo il centro storico, quello classico, si salva ancora.

    Ebbene il sig. Tamay, classe ‘41 (quasi 80 anni! Giuro ora che lo scrivo non gliene avrei dati 70), si rammaricava di ciò, e in generale su tutto quello che è avvenuto, non solo in Turchia. “La colpa non è la vostra che siete giovani (…), siamo stati noi ad abboccare, a barattare i nostri valori, la nostra cultura anche architettonica, a favore dell’americanizzazione”. Più allargato, si è discusso sull’innovazione, la tecnologia, che con la promessa di migliorare la qualità della vita, in realtà ha portato con sé, come una valanga, molta massificazione, standardizzazione, e annichilimento.

    Annichilimento che se vogliamo passa anche dalle questioni puramente estetiche. Il gusto, il tempo per poter realizzare un edificio bello e compatibile con il circostante, così come un’automobile, o una barca, mal si coniugano con gli schemi e la promessa illusoria del ‘tutto per tutti’. È la solita storia, il progresso e l’innovazione, che travolgono tutto, nel bene, che oramai non riesco più tanto a vedere, e nel male. Io sostengo che ci si dovrebbe fermare un po’, magari a riflettere, e ripartire con una marcia in meno, ma maggior qualità. Argomenti questi che non posso affrontare in un articolo e più che mai in questo, ma mi piaceva come cappello.

    Lo dico subito: Luna Rossa non mi ha fatto nulla, e rispetto coloro i quali ammirano, apprezzano l’attuale America’s Cup e le sue astronavi.

    Fatta la dovuta premessa e sperando quindi di poter parlare serenamente, magari perché no stimolando un piccolo dibattito, eccomi a esprimere tra i tanti la mia opinione.

    Viene definita e non a torto la Formula 1 del mare. E da qui i vari raffronti, comprese le classiche frasi “sono dei laboratori per studiare e sperimentare soluzioni tecnologiche da portare poi nel mondo consumer”. Bene, anzi male. Perché come molti di voi sanno, io non è che sia molto a favore del consumo, o meglio dell’iper consumo; dunque ‘sperimentare’ con il fine di sfornare l’ennesimo nuovo giocattolo a vantaggio del cummenda dal portafoglio pieno, mi disturba non poco.

    Ma vabbè, questa è una storia vecchia, e ognuno continuerà a portare avanti le proprie battaglie.

    Vorrei però concentrarmi sul paragone in sé con la Formula 1 e le varie speculazioni dialettiche.

    In teoria grazie alle F1 si è arrivati a macchine più leggere, telai incredibilmente performanti in rapporto resistenza-peso, sicurezza, motori più… tutto più insomma, in una logica di quotidianità.

    Il conseguente ritorno per la FIAT 500 del signor Mario, potrebbe effettivamente essere vantaggioso: tecnologia nuova, minori consumi, miglior efficienza, minor inquinamento.

    Inoltre la Ferrari e altri team, laddove al di là dei nomi esotici conta il motore, investono nella competizione per avere un ritorno di immagine e economico diretto nell’automobilismo: vince la Ferrari, si vendono le fuoriserie ai privati; vince la Benetton con motore Renault (si vede che sono preistorico) si vendono più Renault ai vari signori Bianchi e Rossi.

    E qui mi fermo con il settore automobilistico, perché l’ipocrisia del discorso fatica a starsene dietro la porta: magari il giorno in cui le F1 andranno a solare o a aria, allora si che si stapperà la bottiglia.

    Ma aggiungo anche un’altra considerazione, fatta da chi seguiva la F1 sin da bambino, soffrendo come un cane alla morte del mitico Villeneuve, decretandone al contempo la fine di una passione vera e propria: le automobili, dal punto di vista squisitamente estetico sono cambiate in 20 anni, ma non poi così molto. Anche la potenza e le velocità massime, non è che siano aumentate in modo spropositato.

    Ecco una foto per capire meglio.

    D’accordo la differenza tecnologica sarà abissale, ma insomma dai, 4 erano e sono le ruote, 1 il motore era ed è, e purtroppo ancora a energia fossile, alettoni, minigonne eccetera saranno state modificate, migliorate e via dicendo, ma come diceva l’oste della fraschetta di Ariccia “È sempre ‘o stesso mangiare”.

    Ora vediamo in 20 anni come si è evoluta l’America’s Cup.

    Ecco direi che il paragone è inquietante. Mentre nel 1999 nessuno gridava alla pazzia, e tutti più o meno erano d’accordo sul fatto che le barche regatassero, e via complimenti al manico del ‘Cayard’ di turno, oggi una punta di imbarazzo emerge, indubbiamente. Regatano sempre, ma su cosa? Quando tra i commenti dei diretti interessati, ad esempio, spunta una frase del tipo “l’elettronica farà la differenza”, mi viene da rispondere “Ma davvero? E che c’azzecca con la barca a vela, il manico, il vento, il mare?”. Immagino Straulino cosa ne avrebbe pensato. In molti poi rimangono estasiati dalla bellezza di Luna Rossa AC75: qui non posso dir nulla, i gusti son gusti, e i miei sono più legati a linee un po’ meno avveniristiche, mettiamola così.

    Il ritorno commerciale. Prada e Emirates puntano alla mera (e becera) pubblicità: uno venderà più vestiti ai fighetti che amano buttare i soldi (si odiatemi), gli altri venderanno più voli, ai soliti fighetti che non si macchieranno mai con Ryanair (in un certo senso fanno bene eh 😀 ).

    Ma nessuno venderà una barca da loro prodotta. Semplicemente perché non ne producono.

    E dato che a differenza delle F1 dove molti sono gli sponsor di settore, qui non ce n’è nessuno, il ritorno nella nautica non riesco a vederlo, neanche indirettamente, sinceramente.

    Ma soprattutto delle loro idee, innovazioni, cosa rimarrà al comune mortale? Intendo al velista della domenica, al navigatore in generale, per non parlare del liveaboard?

    Davvero crediamo che andremo in giro con i foil? Già le barche “plananti”, quelle a forma di triangolo, che ‘fuggono il maltempo’, non mi sembra siano appannaggio del ‘dott. Tersili’, ma bensì di atleti, performer, o equipaggi che amano divertirsi a surfare. Ne conosco pochi di viaggiatori di lungo corso, magari solitari, che si divertono a girare il mondo a 16 nodi. Altrettanto ne conosco nessuno che mi racconti quanto sia bello farsi una bolinata con trinchetta e 30 nodi sul muso, con tali unità ‘divertenti’.

    Ma loro fuggono il maltempo”. Si certo, difatti in mare a nessuno capita un’avaria, seria o meno, ma tale da fermare il giocattolo: in quel caso chi va a dire al maltempo di attendere un attimo che ‘ora ho problemi’. Quelle barche come lo reggono il mare in tal caso? Si mettono alla cappa?

    Ma alla Vendée…Alla Volvo… Alla bim bum bam”. Si certo, va bene, ma guarda caso spesso sono barche dotate di paratie stagne, uscite di sicurezza in caso di ribaltamento, tutta un’elettronica che neanche alla NASA, eccetera.

    Se per favore mi indicate un modello di barca ‘consumer’ con tali accortezze ve ne sarei immensamente grato.

    Questi qui volano a 60 nodi”. Bello, difatti hanno il casco e bicipiti, io ahimè non ho così tanti muscoli e il casco, grazie magari un’altra volta.

    Cioè voglio dire, ammesso e non concesso io con una Lamborghini o una Ferrari, non sono costretto ad andare a 380kmh, e tra l’altro non potrei neanche per legge, tranne rivolgermi a un circuito.

    Comunque posso limitarmi a fare lo sborone e qualche sgasata per far sbavare qualcuno e la donzella di turno.

    Con un ‘natan-velivolo’ sullo stile Luna Rossa AC75 alias ‘Guerra dei mondi’, ammesso la producano in serie, che faccio me ne sto alla fonda per farmi vedere? Per entrare in porto chiedo 3 posti barca per “qualche problema di pescaggio in lungo e in largo”? O per divertirmici dovrò aspettare altri 5 amici avventurosi alla ricerca di adrenalina? (Già oggi devo pregare il vicino di banchina a farsi un giro sul mio normalissimo ‘Sun Odissey’).

    Qualcuno esordirà dicendo che troveranno il modo di fare dei foil mezzi-foil (già esistono), retrattili come le derive mobili eccetera. D’accordo dai, ma resta il fatto che io quando mi sposto e faccio il check delle cose che porto con me in giro, ne esco sempre sconfitto con 1 tonnellata extra a galleggiare.

    Motivo per cui ho difficoltà anche a digerire i semplici catamarani, dovendo tener conto degli equilibri (ma questa è un’altra storia).

    Sarà uno spettacolo divertente da vedere? Non ho alcun dubbio (…) e spero presto di assistere a tali competizioni a botte di 60 nodi. Ma non venitemi a dire che fra 10 anni ce ne andremo in giro tutti felici a volare a 2 metri dall’acqua, con una mano sulle draglie, una sul timone, gambe distese, godendoci il mare, la brezza (30 nodi), in pieno relax come facciamo oggi.

    E se mai dovesse avvenire auspico almeno l’istituzione di un vigile marino a gestire i vari bolidi e le relative precedenze.

    E poi io il casco, in mare, non me lo metterò mai!