La mia cassetta degli attrezzi

    La mia cassetta degli attrezzi

    Accingendoci ad alare Yakamoz, inizio il ripasso delle cose da fare per l’invernaggio, (ecco la mia guida) e insieme verifico se ho tutto, pezzi di ricambio come filtri e giranti acquistati già da un anno, piuttosto che gli utensili necessari a sistemare quel problema lì…

    Immagino che in molti si rivedano nelle mie parole, in particolare quando si apre la ‘cassetta attrezzi di bordo’, con la speranza che non manchi nulla, ma proprio nulla.

    Perché se la barca è molto recente possiamo effettivamente ipotizzare una cassetta ‘leggera’: diciamo che per circa 10 anni avrete da metter poco le mani, quindi il solito set di cacciaviti, qualche kit di chiavi spaccate, un martello, una pinza, un coltello multifunzione da vela, e un tester sempre utile special modo se scafo in alluminio. Fine, più o meno.

    La musica cambia se il naviglio inizia a passare i 15 anni. E se si vuol provvedere da sé ad ogni richiesta della bastarda (è un continuo rapporto di amore e odio, sappiatelo), la cassetta in realtà diventerà una mera espressione simbolica, una metafora per rappresentare tutti i gavoni della barca, trasformati nel magazzino del negozio di ferramenta più fornito che abbiate mai visto.

    Perché la guarnizione dell’oblò inizierà a perdere e allora servirà il Sika (silicone specifico per nautica), poi qualcosa potrà scollarsi ed ecco la pistola per colla calda con relative cartucce; poi vorrai rinnovare la finta pelle, e via rotoli di tessuto e sparapunte meccanica e elettrica. Dopo un po’ ti sentirai “Il Signore degli anelli” per quanti se ne rompono, e via di trapano, punte a profusione, battiperno, pappagalli, chiavi a brugola, chiavi inglesi, misure maggiori, pezzi di legno, plexiglas vecchi (hai sostituito tutti i vetri e gli oblò), barattoli di vernice, primer, tute da lavoro, taniche di olio, gasolio vecchio in avanzo per pulire i winch, ricambi per i winch, winch di scorta acquistati d’occasione come spare parts, frullino, magari 2 perché uno sta per rompersi (lo senti, lo senti che sta lì lì), rotorbitale, carte abrasive di ogni grana in fogli tradizionali e formati specifici per gli utensili di prima, cacciaviti speciali, recupera oggetti a pinza e magnetici per tutto ciò che cade nei misteriosi pozzi inghiottenti della barca (funzionano e utilissimi), filettatrici, filiere, kit scalpelli per legno (comprato dal cinese un giorno che ti sentivi “scultore-ebanista-maestro d’ascia”: tornati comunque utili anch’essi), frese di ogni tipo, fustellatrici a martello per tessuti e per legno, fustellatrici per trapano, utensile Multimaster e suoi accessori, Dremel e suoi accessori, due tester perché uno più serio, cicalini per verifica dispersioni, led stesso motivo, cavi elettrici a sufficienza per un’altra barca (hai appena cambiato il cablaggio dell’albero, che fai butti cavi tutto sommato ancora buoni?), rivetti a profusione di ogni forgia, due rivettatrici (una è più seria dell’altra che avevi nello scantinato dello zio), tagliasartie d’emergenza, cacciavitini, bulloni e dadi a profusione (non rimarrò più senza quella misura: puntualmente però mancherà sempre un’altra), viti per ogni gusto e stagione, cartucce di silicone mezze usate (potrebbe tornarmi utile: poi quando serve scopri che è secca da anni), guarnizioni liquide (quelle rosse per il motore e non solo), oring come se piovesse compresi quelli speciali per il pistone del timone, pezzi di tubature flessibili per acqua dolce, tubature specifiche per circuito impianto idraulico deriva e timone e relativi raccordi smontabili, pinza per faston e faston vari, forbici da elettricista (due, una è più seria dell’altra), nastri di ogni tipo e colore (americano, carta, elettrico, alluminio, butilico, scotch da pacchi, ripara vele, colorato modanature, quest’altro invece non so a cosa serva, boh), chiavi a tubo, chiavi snodate per arrivare lì dove non puoi, trapano a manovella (si quello di mastro Geppetto), dischetti sverniciatori per flex, punte per molare e sverniciare da trapano, saldatore elettrico, a gas, lampadine di ricambio, cerniere varie, ricambi motore fuoribordo e motore barca, alternatore di riserva, pompa sentina di riserva, giranti, estrattore elica, morse da falegname, morsettina tradizionale da banco, taglierini (minimo 3, si rompono e uno è di quelli seri), pezzi di teflon in fogli di vari spessori, terminali per i cavi elettrici, kit sartie d’emergenza, chilate di grilli, grilletti, perni, forcelle, forchette, bozzelli, bozzellini (erano in offerta di seconda mano quasi regalati), spine, coppiglie, strozzacavi, morsetti, moschettoni, anelli, cavallotti piatti e tondi, strisce di butile, latte di acetone, tiner, wd40 e simili, false maglie, lime (3 tipi), pennelli, rulli, portarulli, raschietti di varie dimensioni e materiali, pezzi avanzati di tubo inox, d’alluminio, impregnante per legno, vernice ad acqua per legno, ricambi pompa wc, pompa wc vecchia per ricambi (una volta pulita a modino può tornar utile), punte per estrarre viti inchiodate o spanate, utensile a percussione per viti bloccate, eccetera, eccetera, eccetera.

    La lista è interminabile davvero, e per quanta roba vi riempirete, puntualmente in quel preciso, topico istante, mancherà sempre qualcosa: non è la legge di Murphy, ma la legge del Marinaio.

    Quindi meglio non avere nulla? No, la responsabilità ti impone alcuni passi da compiere a priori, fino all’estrema ratio, o sogno per molti maniaci tra cui me, di realizzare la mitica cabina officina con tanto di banco da lavoro, morsa, piccolo tornietto e trapano a colonna (slurp); ah dimenticavo, e la macchina da cucire che fa tanto navigatore da lunghe rotte.

    L’alternativa come indicato all’inizio è acquistare una barca molto recente, il che non garantisce a priori assenza di guai ad onor del vero. Solo che spesso e non solo per questioni economiche, il veliero del viaggiatore-liveaboard non coincide precisamente con i modelli newage, e ci si trova a rimestare in gusci ben più solidi, collaudati e probabilmente già dotati di ampia officina grazie all’amore dei precedenti armatori. Se un altro prima di noi si è smenato per anni venendo a contatto con le peculiarità dell’imbarcazione, può essere intelligente approfittarne a patto di accettare le regole del gioco appena citate.

    Soddisfatti? Bene, buon divertimento.

    “L’invernaggio” è alle porte

    “L’invernaggio” è alle porte

    Inesorabile, l’autunno è arrivato, e se prima ne avevo dato incredibile notizia già di 1 settembre, seguendo le stagioni meteorologiche, ora non ci sono scuse, il 21 settembre è lapidario e sancisce la fine dell’estate, senza appelli e ricorsi in cassazione.

    In effetti è già da 15 giorni almeno che il sole se ne va fin troppo presto, lasciandoci all’ombra prima dell’accettabile, e obbligandoci (sigh) a indossare la tuta: brrr, che brutte parole.

    Non voglio ripetermi, ma se qualcuno mi chiedesse se preferisco l’estate torrida al settembre tiepido, non esiterei tifando per quest’ultimo. Meno gente in giro, charter in forte diminuzione, più liveaboard che riprendono i loro ritmi, avendo bypassato scientificamente luglio e agosto: molti amici approfittano di questi mesi per eseguire i lavori sulle barche, poiché i marina o i cantieri sono pressoché vuoti, mi riferisco allo spazio a terra.

    Quindi se da una parte la stagione è romantica, easy, dall’altra oggettivamente porta con sé le ‘foglie gialle’, quelle che riempiono di colore i boschi e gli alberi ma che poi… cadono, incutendo tristezza.

    È il momento degli arrivederci, e in alcuni casi degli addii.

    Dopo una giornata (ieri) di vento sostenuto, che ci ha visti dar fondo a Bozburun città, dove il fango ha accolto la nostra brava àncora, stamattina prima di colazione ci siamo spostati nella rada chiamata “Maldive”: ogni spiegazione sul nome è superflua. Volevamo fare una delle ultime nuotate in questo vero e proprio paradiso, in vista della partenza. Difatti verso le 11:30, aspettando gli scampoli di Meltemi ancora in forze, eravamo pronti a salpare alla volta di Marmaris. Quando con il suo inconfondibile ‘pot, pot, pot’, rumore, anzi suono del motore raffreddato ad aria tipico delle barche da pesca, si avvicina il signor Mehmet: non ce l’aspettavamo in quanto siamo abbastanza distanti dalle sue tratte. Sapeva che saremmo partiti e lui ha avuto piacere a venire a salutarci: Mehmet è un dolce nonnino di 72 anni, parlo di 72 primavere vissute non negli agi a cui siamo abituati, ma trascorse in mare, sotto il sole e il da fare che incrudisce la pelle e il carattere, ma non il cuore. All’opposto.

    Dedé (nonno in turco) arma il gozzetto “Kalafatci dede”, che, anche i meno portati per le lingue immagino intuiranno il significato, vuol dire “nonno calafatore”. Infatti lui d’estate se ne va in giro per le baie, barca per barca, a vendere le uova, i pomodori del suo orto e, qui la punta di diamante, il ‘bazlamà’. Credetemi, mai mangiato pane così buono, impastato dalla moglie con lievito madre la sera prima, e cotto il mattino all’alba con il forno a legna: chi ha provato sa di cosa stia parlando (morbido, buonissimo, farcito con semi di sesamo e sesamo nero). Divino. Se vi dicessi il prezzo non ci credereste: 10 lire turche, che al cambio attuale, fanno circa 1,5€: in Italia credo che neanche al supermercato si riuscirebbe a comprare un pane decente, figuriamoci questa delizia portata in barca, impensabile.

    Dedé ci dice che anche per lui oggi è l’ultimo giorno di lavoro (questo lavoro), le barche sono drasticamente diminuite, lui lo sa, ogni anno è la stessa canzone, così che lui però può dedicarsi al lavoro di calafataggio: lo attendono ben 2 caicchi di 25 metri.

    Lo ringraziamo per tutto, per le sue gentilezze (a volte ha voluto la nostra immondizia, evitandoci di salpare per tale motivo) e per la sua dolcezza. Un po’ di commozione da entrambi è inevitabile, lui strombazza dal barchino a mo’ di saluto ufficiale da marinaio, e noi gli lanciamo un bacio.

    Si salpa, ci attende la rada di Serçe, altro approdo da sogno. Il vento ci consente di spegnere il motore quasi subito, mettiamo alla vela e via, immersi nel profondo. Salutiamo i posti, anche quelli che intravediamo a 12 miglia di distanza, scapoliamo il faro che separa il mare di Symi (chiamiamolo così) dal canale di Rodi e inaspettatamente incrociamo Mustafa insieme alla moglie Kevser e il suo Samadi: tutti quanti ci sbracciamo, ma non possiamo far altro in quanto le rotte incombono e sono opposte; scattiamo qualche fotto reciprocamente, promettendoci di sentirci al telefono. “Ciaooooo”, un ciao che sappiamo poter essere un addio: Mustafa, ha 73 anni, e dopo quasi 30 anni vissuti in mare (chi li ha conosciuti attraverso il mio primo libro sa di chi parlo) è stanco, forse più la moglie, e ha messo in vendita la sua casa galleggiante, sperando di poter iniziare una nuova vita a terra dedicandosi a suoi hobby (musica classica in vinile e quel che vorrà); sa che una volta dismessa la casacca da marinaio, difficilmente vorrà vedere barche, forse a tratti il mare: non per odio, tutt’altro, ma per tristezza, ne soffrirebbe troppo. Anche l’idea di trascorrere qualche giorno insieme ai suoi amici che rimarranno ancora armatori, non lo attrae, sa che non sarebbe la stessa cosa, e io lo capisco benissimo. Ma confido nel tempo, che cura ogni ferita e magari trasforma le nostre percezioni e intenzioni iniziali.

    Per noi sono una coppia di zii, che hanno costituito un riferimento per anni, e anche se nulla dura per sempre, constatarlo ogni volta continua a far male.

    Così come 3 settimane prima abbiamo salutato Renato e Ivana, con il solito arrivederci, ma anche loro hanno deciso di vendere “My dream”: 75 anni per lui e tanto mare vissuto che richiede un prezzo non più pagabile, specialmente quando si hanno delle valide alternative.

    Insomma la vita come le stagioni, ci passiamo tutti, ma a volte non è un bel vedere. Viva Peter Pan.

    E finalmente atterriamo a Serçe, diamo fondo, portiamo cime a terra, e Başak non vuole più uscire dall’acqua; fanno ancora 27° lì dentro, semplicemente fantastico. C’è un altro motivo per cui non vuole rientrare, 3 tartarughe nuotano tranquille nel mentre Başak le osserva a 1 metro di distanza. Allora mi tuffo anche io con la GoPro, ed eccole lì. Ne aspetto una, la più grande, attendo che finisca di mangiare sul fondo e poi, come per magia, davvero nuotiamo insieme, io scendo in apnea e risalgo con lei a non più di mezzo metro, non voglio allungare la mano perché so che non gradirebbe ma probabilmente la potrei toccare. Voi fatevi bastare la foto.

    Che dire, c’è un po’ di tutto in questi giorni, le tinte sono meno forti, più color pastello e variegati, ed è molto bello, nonostante quel briciolo di malinconia che serve all’essere umano per fare i conti con se stesso.

    Nei prossimi giorni ci dedicheremo alla preparazione delle operazioni di invernaggio di Yakamoz: e al proposito sono felice di constatare quanto sia gradita la mia guida, ci ho messo impegno e quel che so sul rimessare in secco la barca. Anzi ne approfitto per darvi un altro consiglio.

    Dato che come sanno tutti i serbatoi del gasolio vanno lasciati pieni, per evitare il formarsi della condensa e anche una maggiore facilità di proliferazione batterica, in caso si disponesse di due tank separati (come nel mio caso), potremmo procedere ‘a metà’. Preso atto che vanno puliti ogni tanto e farlo contemporaneamente può costituire un problema per via del trasferimento del gasolio in apposite taniche (immaginiamo 200 lt a dir poco), faremo l’operazione in due fasi distinte: un anno uno e un anno l’altro. Quindi arrivare in marina con non più di metà gasolio, aprire il tappo di uno dei due serbatoi, travasare il contenuto nell’altro tramite pompetta elettrica (‘cinese’ va benissimo), fino a riempirlo; aspirare il resto con altri metodi (pompetta manuale, spugne ecc.: tanto ne rimarrà poco) e quindi adoperarsi a pulire, prima con giornali, stracci vecchi e poi acetone fino a farlo brillare. Io quest’anno mi comporterò così anche per sostituire il trasduttore del sensore serbatoio.

    Bene, come vedete già siamo in modalità invernaggio, e non mi piace proprio per nulla, anche perché quest’anno (come il precedente) aleremo prima del solito, tanti impegni terrestri ci attendono (ma sempre inerenti il mare), per cui davvero non la stiamo prendendo bene.

    Dovremo consolarci nuotando tra le tartarughe ancora per un po’ senza farne un dramma 😀 .

    Alla prossima e se serve noi siamo qui!

    E quindi apri le vele

    E quindi apri le vele

    Salpi, perché vuoi, non perché devi. Lo fai con la scusa di una nuova meta, spinto dal desiderio di conoscere, esplorare. Nei giorni precedenti hai programmato, verificato il meteo, studiato la rotta; ipotizzato il tempo di percorrenza di quelle miglia, poche o tante, che separano l’ultimo ancoraggio dal nuovo.

    Aspetti il vento, il motore è un accessorio fondamentale, ma ausiliario. Hai scelto la barca a vela proprio per sentirti un po’ distante dai vincoli della società moderna: non puoi uscirne totalmente, lo sai, ma almeno provi a navigare sulla linea di confine, e in questo il vento è complice, forse protagonista.

    Ci siamo, osservi il mare più fuori, ne scorgi il colore che ora ha una tonalità più scura, pennellata di blu dalla brezza che attendevi. Metti in moto, quel poco che basta per darti manovra tra gli altri gusci presenti; il verricello inizia a lavorare e metro dopo metro il tuo collegamento alla terra svanisce.

    L’àncora è su, la blocchi, riponi il comando nel gavone e torni in pozzetto, dove le manovre sono già in chiaro. Scendi sotto coperta e chiudi gli oblò, il mare è bene resti fuori. È il momento delle ali, devono essere spiegate, e allora ti rechi all’albero per issare la randa. La drizza fa il suo dovere, come sempre, e tu la cazzi ogni volta un po’ di più, nella speranza non serva…

    Spegni il motore, subito, non attendi oltre, non occorre, già vai, il vento e la randa ti portano. Liberi le scotte, un giro al rollafiocco e apri finalmete anche il genoa, godendoti la potenza dell’azione, quando quei 15 nodi fanno sibilare il tamburo liberando la poesia.

    Regoli per l’andatura che la rotta ti chiede e ti metti al timone. Sei il direttore di un’orchestra privata, non c’è dubbio, nessun pubblico ad applaudire, nessuna invidia o critica da suscitare. Tu, solo, e il mare.

    Pochi secondi, l’abbrivo si genera, osservi il cambiare dell’apparente e attendi che la tua “ragazza” si spinga al massimo delle sue possibilità, così da premiarla con gli ultimi ritocchi, fino al prossimo variare.

    È sempre una questione di equilibri, hai imparato la lezione, non solo un gioco, ma una necessità; vuoi l’armonia, vuoi sentirti a posto, che hai fatto tutto il possibile per farla andare bene, perché come nei migliori concerti, gli strumenti devono suonare senza stonare.

    La mente va, insieme alla barca, ti senti bene, respiri a pieni polmoni e un friccichio arriva al naso: non è l’ossigeno ma qualcosa che viene da dentro, l’emozione. Quella sensazione di pienezza che poche cose nella vita possono regalare, e poche volte si può provare. L’hai scoperta per caso, a bordo della barca di un amico, forse mettendo piede sul veliero della scuola, quel giorno che capisti cosa avevi perso per tanto tempo ma di cui poi non avresti più fatto a meno.

    Potresti chiamarla droga, ma si porterebbe con sé un significato malevolo, macchia nera che le bianche vele non meritano: però è vero, crea dipendenza, ed ecco il perché del facile accostamento. Ma qui l’arduo paragone termina; tu hai lavorato per lei, hai sofferto a volte, hai atteso tempi migliori per comprarle quel pezzo indispensabile a farla tornare a volare. Hai smontato, pulito, riparato, migliorato, hai fatto tutto il possibile per curarla, nella speranza che come una cosa viva lei ti restituisca con gratitudine le carezze ricevute. Come ora, in questo preciso istante.

    La timoni con leggerezza, le vele sono a segno e la pala non sforza, il famoso equilibrio ambito è raggiunto. In qualche modo ti senti un trapezista, sai che non sei nel tuo elemento, ci passi solo sopra grazie al tuo guscio, unica garanzia di sopravvivenza. Tante, troppe sono le parti che lo compongono; osservi l’albero, pensi alle sartie, ai frenelli della ruota, le stesse vele che speri facciano sempre la loro parte, in eterno. Sei consapevole che quell’estasi dipende da troppi fattori, che non puoi governare sempre con certezza. Niente e nessuno potrà mai darti alcuna garanzia, sei alla mercé degli elementi, degli imprevisti, basterebbe una raffica inaspettata e ben fatta, a metterre a dura prova tutta la precarietà del gioco, lo sai, ma non importa. Perché hai compreso essere metafora della vita: impossibile tenere sotto controllo tutto, devi osare per vivere, non esiste nessuna ricetta magica per impedire il corso delle cose, per cui è meglio lasciarsi andare, trasportare, al massimo puoi partecipare con qualche piccola correzione alla barra, o se in burrasca prendere i terzaroli, ridurre vela, tutto qui. Il resto non è nelle tue mani. Ed eccolo il brivido lungo la schiena di cui parlo, sei sul tuo trapezio e volteggi, ondeggi, ti senti preparato, hai controllato gli attrezzi e le tue forze, sei sicuro di quello che fai, ma sotto non c’è nessuna rete a proteggerti. Sono le regole, le conoscevi e le hai accettate dal momento che hai afferrato la vita nelle tue mani e ti sei lanciato con tutto te stesso saltando dalla pedana della certezza, salpando dal porto sicuro.

    Passano gli anni, pensi di essere sazio di tale immensità, e sei preoccupato che la prossima volta non proverai più nulla… ma non accade mai, e quindi continui, prosegui, verso l’unica vera meta che è il viaggio stesso; continuerai a navigare, a volerlo fare, perché in fondo, diversamente, è come se rinunciassi alla vita.

    Cime a terra… da solo

    Cime a terra… da solo

    Frequente è la domanda di amici che vengono a trovarci a bordo, con anche l’intento di imparare qualcosa: ma come si possono portare a terra le cime se siamo ‘navigatori solitari’?

    Per chi non lo sapesse la manovra di cime a terra (che spiego nel manuale, ormai devo dire divenuto un must: grazie a tutti gli estimatori), è un’opzione di ormeggio e quindi di ancoraggio non molto comune sulle coste italiane, ma diffusissima in Grecia e soprattutto in Turchia.

    Il perché è presto detto: fondali profondi, rade strette dove poterci star tutti, costa adeguata a ricevere le cime (leggi sassi, alberi e, come a Gocek, direttamente le bitte messe a disposizione gratuitamente dal comune turco, insieme ai gavitelli).

    Inoltre il contesto è talmente bello che difficilmente si rinuncia a vedere la poppa della propria barca a 5/10 metri da quel pino che sta lì a sbalzo sul mare come un naturale ombrellone.

    Detto questo però, avviso sempre che cime a terra non è un ormeggio sicuro con cattivo tempo, a meno di aver preso un gavitello (verificato), o che la rada sia una sorta di “abbraccio materno”, giusto giusto per te e poche altre barche, e la cui costa sviluppi in altezza almeno 30 metri, il tutto a far si che sostanzialmente sei totalmente protetto: insomma circostanze più uniche che rare. Perché il vento non è regolare, e se arrivano 30 nodi al traverso, il rischio di spedare àncora e far casini è molto, ma molto alto. Cosa per cui noi sempre alla ruota con botte di vento previste.

    E ora veniamo alla domanda principe.

    Tutto è molto semplice, più di quello che si possa immaginare. Intanto il consiglio che mi sento di dare è quello di organizzarsi bene, scegliendo di effettuare l’operazione quando termiche e disturbi vari non possano influire sulla manovra: quindi sforzatevi di conoscere le peculiarità della zona.

    Di conseguenza se sappiamo che alle 9 del mattino non c’è vento, e siamo arrivati di sera, stiamocene alla ruota e attendiamo il buon dì. Se invece c’è spazio, il vento ce lo permette, siamo pratici, in tal caso non esiste orario che tenga.

    Studiamo la costa dove riteniamo poterci mettere cime a terra: sassi, alberi, sassi sommersi (foche forzute, tartarughe stanziali, ecc.); rechiamoci con la barca al minimo a battere la batimetrica di tutta la zona di manovra, sia per dar fondo che la profondità vicino costa. Abbiamo dubbi o la vediamo rischiosa avvicinarci? Diamo fondo in sicurezza per 20 minuti: variamo il tender, scandaglio a mano e via come una volta, il risultato è garantito e riceverete l’ammirazione degli altri.

    Va bene tutto quadra, allora prepariamoci a dar fondo. Come descritto nella guida, consideriamo ad esempio 10 metri di fondo, per cui apriamo la frizione e mandiamo giù almeno 30/40 metri a barca in movimento con retro poco sopra il minimo: la frizione è importante per non perdere terreno, cosa che con il comando elettrico avverrebbe. Facciamo far testa, la barca si ferma e viene richiamata dall’àncora. Ora, se ci fosse l’aiuto a bordo, questi si tufferebbe e tutto sarebbe più comodo e veloce, ma noi siamo soli: meglio soli però che male accompagnati!

    Spegniamo il motore e lasciamoci riportare alla ruota (certamente avremo scelto uno spazio di manovra adeguato). Scendiamo sul tender insieme alle cime galleggianti (dettaglio fondamentale, altrimenti serve un parabordo), le assicuriamo tutte e due, dritta e sinistra, agli alberi o altro che sia e le filiamo in acqua fino al punto che abbiamo deciso di poterle recuperare comodamente e senza rischi direttamente dalla barca. Torniamo a bordo e, armati con il mezzo marinaio, rimettiamo in moto, inseriamo la retro, nel caso diamo più catena e come se niente fosse recuperiamo a bordo prima una cima dandole volta alla galloccia, e poi l’altra. Il gioco è fatto. Come detto prima, se le cime sono del tipo non galleggiante, assicuriamo un parabordo al capo delle cime. Non è obbligatorio preparare la manovra direttamente con le due cime per le rispettive gallocce, basterà sistemare la prima e poi con calma partire con la seconda già data volta in galloccia, e a nuoto o con il tender procedere a terra.

    Buone cime a terra, navigatori solitari (“e capisci che il giro del mondo in solitario, è una di quelle imprese che non servono a un cazzo…” cit. Alberto Sordi)

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    La stagione più bella? L’autunno

    La stagione più bella? L’autunno

    Siamo ufficialmente in autunno, l’estate è finita. So che la notizia vi potrebbe sconvolgere ma la mia onestà non mi consente di celarvi tale disgrazia.

    In questi giorni in Italia ‘mi dicono’ svolgersi un rimescolamento politico, che coinvolge emotivamente il popolo appena tornato dalle ferie. Non entro nel merito della questione in sé, in quanto ho smesso di interessarmi alla politica italiana da parecchi anni: il perché è penso banale, e risiede tutto sul fatto che non esistendo più una classe politica degna di nome, continuare a credervi equivarrebbe a essere ‘Alice nel paese delle meraviglie’. E dato che le ideologie sono morte (per fortuna mi vien da dire) e gli ideali non esistono, resta una triviale sciocca faziosità, a cui me ne guardo bene dal parteciparvi.

    Il tutto accade per l’appunto agli inizi della stagione autunnale, ovvero il momento in cui i giochi son finiti, il lavoro riparte di gran carriera e le scuole aprono i portoni.

    Una volta almeno ci si poteva incontrare tra amici a guardare qualche foto delle vacanze, i viaggi fatti in oriente o occidente, o i mari cristallini a noi ben noti; ora invece, dato che tutto viene speso in tempo reale sui social, neanche più il gusto di coccolarsi nei ricordi. Le immagini e i video restano sul telefonino è vero, ma dato che non hanno più l’appeal della novità, moneta di scambio dell’era odierna, ci si vergogna quasi a condividerle con l’amico, tranne se disposti a rischiare la sua totale indifferenza. Cosa diversa se le vacanze e i viaggi fossimo stati in grado di viverli per il nostro squisito appagamento e non in funzione di Facebook & friends.

    Le auto ritornano sulle varie tangenziali, raccordi anulari, autostrade e provinciali; i clacson iniziano a mostrarsi dapprima timidamente, come per una sorta di rispetto verso la settimana in Sardegna appena passata in completo relax, per poi man mano ricominciare a suonare alimentati dalla bile dell’uomo moderno.

    I bambini rientrano a scuola, e con loro le mamme e i papà, a bordo dei vari SUV o 4 ruote comunque ingombranti, alla ricerca del posto dove parcheggiare e “sganciare” la prole: sembra che gli istituti scolastici debbano oramai prevedere un’area parcheggio e manovra degna del più grande scalo merci.

    I telefoni degli uffici squillano, i cellulari pure, ed eccoci catapultati nuovamente nella giostra del criceto, quella che ci fa dire “per fortuna che tra poco è Natale”.

    Quest’ultima parola mi fa venire i brividi: ma come eravamo in costume fino a ieri e fra 2 mesi scorrazzeremo come dannati, bardati dentro giacconi e piumini alla ricerca di qualche regalo? Impossibile. Ma vero.

    E ora veniamo a noi. Vi prego, cercate di cogliere solo l’aspetto gradevole delle prossime parole, non pensate minimamente che vogliamo destare invidia e rabbia.

    Il titolo parla chiaro, per noi l’autunno è la stagione più bella. Perché?

    Perché riusciamo ancora a goderci il profumo della malinconia, come quando il mondo era analogico e si muoveva a 80 chilometri orari: salutavamo l’estate, entravamo lentamente verso un settembre docile e materno, consolandoci con i vari ricordi raccontati a qualche amico, seduti sul muretto.

    Noi siamo seduti in pozzetto oggi, ma le emozioni sono le stesse. Renato e Ivana domattina salperanno per Leros, inverneranno il loro “My Dream” grazie alla ormai famosa guida, e se ne torneranno in Italia: ciao ciao cari zii acquisiti.

    Molte barche già non ci sono più, diversi amici sono in fase di rientro chi a Nord chi a Sud. I charteristi pure non sono più così presenti, e con loro i cari bambini rompicoglioni: le scuole riaprono per tutti dappertutto. Ed ecco una prima differenza di realtà: gli scolari causa di ingorghi e bestemmie, nel nostro caso si trasformano in angeli chiamati al servizio di un’entità superiore, evidentemente dedita a lavorare sulla nostra felicità.

    Ma la carta vincente, l’asso di cuori è senza ombra di dubbio il clima. Finalmente si inizia a dormire come bimbi in fasce, la temperatura è ‘nu babà’, la sera iniziamo a coprirci un po’ per il personale privilegiato cinema all’aperto; la notte quando andiamo a nanna lenzuolo e trapuntina escono dai bustoni sottovuoto, per stendersi morbidamente sulle nostre membra. La mattina poi, gli esercizi di stretching non devono avvenire in orari antelucani, per evitare la canicola delle 8:30, e tutto si dilata con piacere. Si suda molto meno, la maglietta non è più un sacrificio. I tendalini pian piano vengono piegati e riposti sotto coperta. In questa cornice idilliaca il mare rimane caldo, oggi segnava 28°, e domani salperemo alla volta di acque ancor più tiepide; il Meltemi inizia a ridimensionare la sua rabbia, e accetteremo volentieri 2 gocce d’acqua quando e se mai dovessero cadere.

    Tutto ciò durerà probabilmente ancora un mese, forse 1 mese e mezzo, se fortunati quasi 2. Cioè ci ritroveremo al 1 ottobre senza grossi traumi e anzi con cambiamenti migliorativi. Sembra pazzesco, vero?

    Quindi ricapitolando, la gente è obbligata ad andare in ferie nel periodo peggiore, con caldo infernale e dove il caos in qualche modo rimane sovrano anche dei lidi vacanzieri, rinunciando coattamente ai giorni più belli: ecco questo sembra davvero pazzesco.

    E ci sembrò così pazzesco che 11 anni fa mollammo gli ormeggi, simbolici e non, per appropriarci della nostra vita, e perché no, anche della stagione più bella dell’anno: l’autunno.

    Non fu facile, per nulla; richiese parecchia organizzazione, e calcolo dei rischi, perché uscire dalle classiche regole della società non è mai un’impresa da poco. Le certezze esigono un pedaggio, che noi non volevamo più pagare. Come ripeto sovente nulla è semplice, e anche noi abbiamo i rovesci della medaglia, ma per il momento almeno cerchiamo di concentrarci sul lato buono: “Che dici Başak? È ora del caffè? Si, benissimo, allora vieni facciamoci un tuffo e poi…”.

    Buon rientro a tutti

    (Foto per gentile concessione del sacerdote tahinista Alessio e la sua ancella Eleonora)