Meglio tardi che mai

    Meglio tardi che mai

    Cambiammo vita, a 36 anni io e 32 Başak, cosa nota. Anzi, la verità è che tutto iniziò prima, gettammo le basi quando io ne avevo 33 e lei quindi 29, in una sola parola giovanissimi.

    Felici e contenti ci proiettammo verso la nuova esistenza, promettente gioie, avventure e tante nuove amicizie speciali di chi come noi, ricevendone invece un deciso manrovescio!

    Ne scrissi nel primo libro, ci sentivamo come la “particella di sodio di una famosa pubblicità: c’è nessuuunooo?”.

    Si lungo la rotta costruimmo dei rapporti invidiabili, ma più con ragazzi alle prese con i loro anni sabbatici, piuttosto che con persone con le quali scoprimmo dopo, di non aver molto da condividere; la maggior parte erano anziani, pensionati dediti a godersi la loro terza età in umido.

    Sarei disonesto se affermassi che la cosa non ci turbò, e anzi ci rattristò proprio, obbligando a porci delle domande scomode, tra le quali “abbiamo sbagliato qualcosa?”. “Ma Moitessier, i suoi amici di viaggio, eccetera, dove sono finiti? Chi ha mentito a chi?”. E via di questo passo. La realtà è che erano i tempi ad essere cambiati, quella parentesi onirica degli hippy conclusasi definitivamente, e i giovani non più in grado di contestare o rischiare, barattandosi con l’ultimo smartphone o anelando il sogno americano da realizzare, pur se più somigliante alle stelle e strisce raccontate da Alberto Sordi. Non la voglio far facile, mi rendo conto che l’esercizio di ‘tutta un’erba un fascio’ è una cosa brutta, tuttavia e andando per statistica, i fatti parlano chiaro; semplicemente perché le nuove generazioni sono state indotte verso la ben nota comfort zone, utile al consumo di prodotti a termine, o spinte al raggiungimento di un benessere effimero, inventato appunto da chi ha ben modellato l’attuale era. Molto più difficile dunque mollare gli ormeggi, rendersi conto della realtà e di quanto siano false le prospettive di una terra promessa irraggiungibile, e comunque inutile.

    E di anno in anno vagammo per i fatti nostri, coltivando comunque la speranza di felici incontri. Le primavere passano, man mano il messaggio di Si può fare prende forma, si modella in altre sfumature, fino alla nascita dell’attuale piattaforma; le persone vengono a bordo, sempre più numerose e desiderose di imparare un cambiamento possibile. Lavoriamo molto dunque sulla diffusione dei contenuti e del conseguente messaggio, perché avevamo compreso quanto fosse urgente fornire un’alternativa di vita a chi, in fondo, la desidera ardentemente ma troppo spesso ha paura.

    Il tempo si dice è galantuomo, e difatti dopo tanta semina arrivano i primi risultati. Oggi contiamo diversi figliocci, alle prese con i loro progetti ben meditati e altrettanto decisi. Ho 47 anni. Ed ho capito, ho avvertito sulla mia pelle il salto generazionale, il buco di cui si parla spesso quando si guarda al futuro incerto di tanti ragazzi, domani adulti. Non è un caso che proprio negli ultimi tempi le nostre amicizie si arricchiscono di coetanei e, soprattutto, di cambiatori di vita o prossimi a…

    In pratica noi eravamo nel fiore dei 30 anni e ben consapevoli di cosa non volessimo più fare, nel mentre qualcuno terminava l’università (un po’ in ritardo magari) e qualcun altro abbracciava a piene mani la presunta carriera, sperando in quel qualcosa che evidentemente poi non è arrivato.

    Ci sta quindi, in una società del genere avremmo dovuto mettere in preventivo questo buco, che lentamente e per fortuna va riempiendosi.

    Pure sotto il profilo puramente propedeutico, il tempo ha segnato i passi necessari alla maturazione di noi stessi e dei contenuti da diffondere, la mano da tendere. Nel frattempo le amicizie anche con i fratelli e sorelle maggiori si sono consolidate, parlo di gente che nonostante sia prossima alla pensione, in questi anni ha potuto sognare insieme a noi, attraverso noi, stimandoci per come siamo, quello che loro considerano coraggio, e pronti a seguirci dappertutto: davvero siamo molto fortunati, la nostra famiglia si è allargata a dismisura, ritrovandoci diverse sorelle, qualche papi e mami adottivi e fratello maggiore su cui fare affidamento: una sensazione che personalmente non riesco a decodificare, ma a cui do un valore inestimabile. E a coronamento di un vecchio sogno ecco arrivare i coetanei. Qualcuno ha già spiccato il volo, e pertanto i contatti sono a distanza ma frequenti. Con altri è nata una profonda amicizia, ci frequentiamo periodicamente e tale è la comunione di intenti che cazzeggiando al nostro solito, ci si ritrova a pensare persino alla vecchiaia, da progettare rigorosamente insieme, prendendoci cura uno dell’altro, magari a bordo di una barca capiente o in una qualche meta esotica, ma più terrena. E così chissà si sfaterà anche lo spauracchio dell’assenza dei figli, quelli che secondo la diffusa illusoria convinzione, sarebbero deputati a tenerci compagnia nei giorni in cui ci accingeremo al grande salto.

    Da pochi giorni abbiamo sbarcato Paolo e Paola, il classico esempio di cui parlo. Sono impiegati, hanno una buona posizione e soddisfazioni economiche. Lei è distante dalla pensione, lui forse un po’ meno, ma comunque a 50 anni ti fai domande, special modo quando dipendi dagli umori legislativi di un paese che sembra voler far lavorare le persone finché respirano.

    Hanno la passione per il camper e per i viaggi in generale, e ogni qualvolta possono, tolgono il piede dal freno e se ne vanno in qualche parte del mondo, ma sempre con la logica dell’assorbimento, non del safarista, del giapponese in visita a Roma, Firenze e Venezia in 3 giorni. Paolo legge il mio primo libro 5 anni fa, e la mitica goccia inizia a fare la differenza insieme ad altre, riempiendo un vaso già colmo. Vengono a bordo in quanto il desiderio di libertà passa anche attraverso una barca. Si diranno montagne di parole, che spero torneranno utili a una maggior chiarezza nelle loro vite.

    Una cosa è certa, almeno per noi, che Yakamoz e la cornice della costa turca hanno giocato per l’ennesima volta un ruolo determinante, affinché qualcosa di buono accadesse.

    La settimana difatti si rivela molto gradevole e gradita, durante la quale abbiamo condiviso tanti bei momenti e soprattutto messe sul piatto le reciproche sensibilità, addirittura scoprendo quanto alcuni aspetti famigliari fossero incredibilmente comuni, e oserei dire con conseguenti, inevitabili, destini. Alla fine della vacanza non so dire se mai li rivedremo a bordo o se il loro futuro si tradurrà ad essere vicini di rada, fatto dipendente ovvio dai sogni che ognuno di noi vuole seguire; di sicuro io e Başak abbiamo respirato aria buona, toccato con mano desideri, coraggio per combattere la paura di rinunciare forse alla pensione (quale?), voglia dunque di strapparsi una nuova vita ora non domani, e sani principi su cui basare obiettivi raggiungibili, coincidenti con la nostra tanto auspicata decrescita, il che non guasta.

    Ma al di là di tutto, la sensazione più bella è quella di veder finalmente realizzato il nostro di sogno: il gruppo si allarga, le ali si spiegano, e nuovi amici ci accompagnano in quello splendido viaggio chiamato libertà.