Manie a bordo

    Manie a bordo

    Siamo esseri umani. Punto.

    Mi sforzo continuamente di fornire un quadro normale del mondo velico, diportistico, contrastando in ogni modo la sciocca presunzione di ‘specialità’: anche perché il 99% dei diportisti vedono la barca e il mare come un hobby. A conferma di quanto vado dicendo basterebbe che vi postassi la foto di un signore over 150kg., che allegramente arma il suo Bavaria 44, sgretolando ogni stereotipo del velista biondo, atletico e dal sorriso Durbans (per omaggiare una recente critica ricevuta: e si che il mio è tutto tranne un sorriso da pubblicità).

    E in questa mia apologia della normalità, rientrano le manie che ognuno di noi ha e porta con sé a bordo.

    Ordunque”, se vogliamo divertirci un po’, usiamo la massima sincerità e mettiamo sul tavolo le nostre debolezze.

    La mia prima ‘mania’, è senza ombra di dubbio il caffè delle 11 (l’elasticità può spingermi al massimo fino alle 12, non oltre). Questo è per me un vero e proprio appuntamento che ha il potere di condizionare nel bene o nel male la giornata. Certamente esagero, ma se puta caso il dì già non partisse con il piede giusto, e dovessi rinunciare alla mia pausa alla caffeina, il rischio di girar storte le 24h successive sarebbe molto alto.

    Come da foto la tavola deve essere imbandita con la mia tazzina (tigre o altro animale non importa, anche se…), macchinetta del caffè pronta per i rabbocchi successivi, cioccolata fondente, possibilmente della mia marca e con pezzetti di pistacchio (chi sa sa, chi non sa taccia per sempre), sigaro Toscano (modello dipendente da quelli che ricevo in regalo: vi prego andate di Antica Riserva o Antica Tradizione, e se poi voleste omaggiarmi di un bel Moro, allora vi farei anche un massaggio ai piedi), un buon libro avvincente, acqua fresca e se potessi chiedere una morbida brezzetta a stemperare la canicola estiva allora bé, sarei in paradiso. Il tutto però insieme alla mia dolce metà Başak! Si perché come quando si vede un film comico, e non è bello ridere da soli, così per me la pausa caffè deve essere condivisa; l’occasione si presta per parlare, di cose belle magari, di progetti, idee o quando necessario di problemi, in generale. Insomma è un momento topico della giornata, una specie di ‘briefing’ quotidiano a cui preferisco non rinunciare.

    L’apice lo tocco quando in navigazione. Dato che spesso il Meltemi inizia proprio verso le 11, e dato che si programmano gli spostamenti ai fini di non usare il motore (tanto da definirci “talebani della vela”: con 3 nodi di vento si apre e si va), frequente è la condizione ideale per metter su la Moca senza particolari rischi, vista l’iniziale brezza gentile con cui il Meltemi si presenta prima di entrare a pieno regime: sono giusti giusti quei 15-20 minuti a noi occorrenti, belli paciosi sotto l’ombra del tendalino, al silenzio, con solo lo sciabordio del mare sulla carena, e tanta pace trasmessa dalle vele.

    L’altra mania, che è più un rituale, questa volta di Başak, è quella di aprire gli occhi al mattino e, quando in estate ovviamente, infilarsi il costume e tuffarsi senza colpo ferire. Effettivamente chi l’ha provato, non può non essere d’accordo su quale sia il modo migliore per svegliarsi e iniziare col piede giusto la giornata: quando in acqua la temperatura va dai 28° ai 31°, in pratica il bagnetto di un bebè. Se poi la nottata è stata particolarmente umida o fastidiosa per mille motivi, diventa una regola di sopravvivenza.

    Quanto sopra apre la pista alla successiva mania della “Bastarda di Istanbul”. Dato che il tutto avviene grazie alla sua naturale esigenza di svegliarsi prima di me, diciamo verso le 7, forse prima; dopo il tuffo, riemerge per bere il suo bicchiere d’acqua con un po’ di limone spremuto, metter su la Moca ma stavolta “armata” con poco caffè e più acqua (una sorta di ‘ciofeca’), tanto per bere qualcosa di caldo e un briciolo di caffeina, una mezza banana, la sua sigaretta rollata delle dimensioni di uno spillo, computer, internet e cazzeggio libero, quando non coincidente con il lavoro sia dei social, che per il suo nuovo sito sull’alimentazione (stay tuned), o le traduzioni che ogni tanto le vengono commissionate. La ritualità è funzionale anche a quegli equilibri intestinali che ognuno di noi conosce bene, e che spesso seguono regole del tutto personali ma semi ferree.

    Stavo per dimenticare, a colazione per me non deve mancare il Tahin. Il Tahin per chi non lo sapesse, è una miscela di tahin appunto (estratto di semi di sesamo) e melassa d’uva. I nostri ospiti sanno di cosa parlo, e facilmente diviene una droga che crea vera e propria dipendenza; in più è sana e ricca di proteine; abusarne è un attimo, tanto che un mio caro amico in pratica a colazione si fa il bagno dentro la tazza del Tahin appositamente creata a parte per lui. Purtroppo l’unico, inimitabile Tahin che possiate mangiare si trova solo in Turchia, le altre sono delle tristi imitazioni: ne ho provati diversi per crisi di astinenza, sia in Grecia, che in Italia che in Portogallo, ma preferisco rinunciarvi, tanto sono distanti. Tale è la mania (e la pazzia) che recentemente ho fondato una nuova religione a cui stanno aderendo vari adepti: il TAHINISMO.

    Al momento non mi viene in mente altro, ma d’altronde… ‘what else’?

    Ora sputate voi il rospo e fateci compagnia

    Meglio tardi che mai

    Meglio tardi che mai

    Cambiammo vita, a 36 anni io e 32 Başak, cosa nota. Anzi, la verità è che tutto iniziò prima, gettammo le basi quando io ne avevo 33 e lei quindi 29, in una sola parola giovanissimi.

    Felici e contenti ci proiettammo verso la nuova esistenza, promettente gioie, avventure e tante nuove amicizie speciali di chi come noi, ricevendone invece un deciso manrovescio!

    Ne scrissi nel primo libro, ci sentivamo come la “particella di sodio di una famosa pubblicità: c’è nessuuunooo?”.

    Si lungo la rotta costruimmo dei rapporti invidiabili, ma più con ragazzi alle prese con i loro anni sabbatici, piuttosto che con persone con le quali scoprimmo dopo, di non aver molto da condividere; la maggior parte erano anziani, pensionati dediti a godersi la loro terza età in umido.

    Sarei disonesto se affermassi che la cosa non ci turbò, e anzi ci rattristò proprio, obbligando a porci delle domande scomode, tra le quali “abbiamo sbagliato qualcosa?”. “Ma Moitessier, i suoi amici di viaggio, eccetera, dove sono finiti? Chi ha mentito a chi?”. E via di questo passo. La realtà è che erano i tempi ad essere cambiati, quella parentesi onirica degli hippy conclusasi definitivamente, e i giovani non più in grado di contestare o rischiare, barattandosi con l’ultimo smartphone o anelando il sogno americano da realizzare, pur se più somigliante alle stelle e strisce raccontate da Alberto Sordi. Non la voglio far facile, mi rendo conto che l’esercizio di ‘tutta un’erba un fascio’ è una cosa brutta, tuttavia e andando per statistica, i fatti parlano chiaro; semplicemente perché le nuove generazioni sono state indotte verso la ben nota comfort zone, utile al consumo di prodotti a termine, o spinte al raggiungimento di un benessere effimero, inventato appunto da chi ha ben modellato l’attuale era. Molto più difficile dunque mollare gli ormeggi, rendersi conto della realtà e di quanto siano false le prospettive di una terra promessa irraggiungibile, e comunque inutile.

    E di anno in anno vagammo per i fatti nostri, coltivando comunque la speranza di felici incontri. Le primavere passano, man mano il messaggio di Si può fare prende forma, si modella in altre sfumature, fino alla nascita dell’attuale piattaforma; le persone vengono a bordo, sempre più numerose e desiderose di imparare un cambiamento possibile. Lavoriamo molto dunque sulla diffusione dei contenuti e del conseguente messaggio, perché avevamo compreso quanto fosse urgente fornire un’alternativa di vita a chi, in fondo, la desidera ardentemente ma troppo spesso ha paura.

    Il tempo si dice è galantuomo, e difatti dopo tanta semina arrivano i primi risultati. Oggi contiamo diversi figliocci, alle prese con i loro progetti ben meditati e altrettanto decisi. Ho 47 anni. Ed ho capito, ho avvertito sulla mia pelle il salto generazionale, il buco di cui si parla spesso quando si guarda al futuro incerto di tanti ragazzi, domani adulti. Non è un caso che proprio negli ultimi tempi le nostre amicizie si arricchiscono di coetanei e, soprattutto, di cambiatori di vita o prossimi a…

    In pratica noi eravamo nel fiore dei 30 anni e ben consapevoli di cosa non volessimo più fare, nel mentre qualcuno terminava l’università (un po’ in ritardo magari) e qualcun altro abbracciava a piene mani la presunta carriera, sperando in quel qualcosa che evidentemente poi non è arrivato.

    Ci sta quindi, in una società del genere avremmo dovuto mettere in preventivo questo buco, che lentamente e per fortuna va riempiendosi.

    Pure sotto il profilo puramente propedeutico, il tempo ha segnato i passi necessari alla maturazione di noi stessi e dei contenuti da diffondere, la mano da tendere. Nel frattempo le amicizie anche con i fratelli e sorelle maggiori si sono consolidate, parlo di gente che nonostante sia prossima alla pensione, in questi anni ha potuto sognare insieme a noi, attraverso noi, stimandoci per come siamo, quello che loro considerano coraggio, e pronti a seguirci dappertutto: davvero siamo molto fortunati, la nostra famiglia si è allargata a dismisura, ritrovandoci diverse sorelle, qualche papi e mami adottivi e fratello maggiore su cui fare affidamento: una sensazione che personalmente non riesco a decodificare, ma a cui do un valore inestimabile. E a coronamento di un vecchio sogno ecco arrivare i coetanei. Qualcuno ha già spiccato il volo, e pertanto i contatti sono a distanza ma frequenti. Con altri è nata una profonda amicizia, ci frequentiamo periodicamente e tale è la comunione di intenti che cazzeggiando al nostro solito, ci si ritrova a pensare persino alla vecchiaia, da progettare rigorosamente insieme, prendendoci cura uno dell’altro, magari a bordo di una barca capiente o in una qualche meta esotica, ma più terrena. E così chissà si sfaterà anche lo spauracchio dell’assenza dei figli, quelli che secondo la diffusa illusoria convinzione, sarebbero deputati a tenerci compagnia nei giorni in cui ci accingeremo al grande salto.

    Da pochi giorni abbiamo sbarcato Paolo e Paola, il classico esempio di cui parlo. Sono impiegati, hanno una buona posizione e soddisfazioni economiche. Lei è distante dalla pensione, lui forse un po’ meno, ma comunque a 50 anni ti fai domande, special modo quando dipendi dagli umori legislativi di un paese che sembra voler far lavorare le persone finché respirano.

    Hanno la passione per il camper e per i viaggi in generale, e ogni qualvolta possono, tolgono il piede dal freno e se ne vanno in qualche parte del mondo, ma sempre con la logica dell’assorbimento, non del safarista, del giapponese in visita a Roma, Firenze e Venezia in 3 giorni. Paolo legge il mio primo libro 5 anni fa, e la mitica goccia inizia a fare la differenza insieme ad altre, riempiendo un vaso già colmo. Vengono a bordo in quanto il desiderio di libertà passa anche attraverso una barca. Si diranno montagne di parole, che spero torneranno utili a una maggior chiarezza nelle loro vite.

    Una cosa è certa, almeno per noi, che Yakamoz e la cornice della costa turca hanno giocato per l’ennesima volta un ruolo determinante, affinché qualcosa di buono accadesse.

    La settimana difatti si rivela molto gradevole e gradita, durante la quale abbiamo condiviso tanti bei momenti e soprattutto messe sul piatto le reciproche sensibilità, addirittura scoprendo quanto alcuni aspetti famigliari fossero incredibilmente comuni, e oserei dire con conseguenti, inevitabili, destini. Alla fine della vacanza non so dire se mai li rivedremo a bordo o se il loro futuro si tradurrà ad essere vicini di rada, fatto dipendente ovvio dai sogni che ognuno di noi vuole seguire; di sicuro io e Başak abbiamo respirato aria buona, toccato con mano desideri, coraggio per combattere la paura di rinunciare forse alla pensione (quale?), voglia dunque di strapparsi una nuova vita ora non domani, e sani principi su cui basare obiettivi raggiungibili, coincidenti con la nostra tanto auspicata decrescita, il che non guasta.

    Ma al di là di tutto, la sensazione più bella è quella di veder finalmente realizzato il nostro di sogno: il gruppo si allarga, le ali si spiegano, e nuovi amici ci accompagnano in quello splendido viaggio chiamato libertà.

    La barca a vela vista da un bambino

    La barca a vela vista da un bambino

    Scartabellando nel computer per sistemare alcuni file, mi imbatto in questo regalo risalente allo scorso anno: Aurora è l’autrice e artista di cotanta perla.

    Non posso fare a meno di guardarla con attenzione, poiché nei mesi finita tra le tante cose importanti che mi ero promesso di sistemare e, come nel caso in questione, dedicarvi un articolo.

    Si perché Aurora come tutti i bambini è riuscita a cogliere il succo della sua vacanza, fornendo l’interpretazione più schietta che mai potesse avere un adulto.

    Vediamo il disegno.

    Il sole è presente, e d’altronde in Egeo ad agosto l’argomento non viene messo in discussione; la nuvola a destra non so cosa sia, ma non ricordo di averne viste, prendiamola come licenza poetica dell’artista.

    E veniamo a Yakamoz, la protagonista assoluta: bellissima! Cioè io vedo attraverso gli occhi di Aurora il suo castello incantato, composto da tanti componenti tra cui alcuni per lei senz’altro più incisivi.

    Difatti a poppa l’immancabile scaletta, ritratta come un piccolo ponte levatoio, che ci consente di porre un collegamento tra noi e il mondo, in questo caso salato.

    Poi appena sopra il rollbar, disegnato di un color marrone che sembrerebbe materializzarlo in legno: probabilmente ancora oggi non sa a cosa possa servire, dato che non v’è traccia dei pannelli fotovoltaici in sommità e di altri accessori, ma deve aver caratterizzato i suoi pensieri, forse ha costituito un appoggio sicuro durante le navigazioni, e non solo per lei… fatto sta che eccolo là, lui e non altri.

    Andiamo a prua dove l’albero fa bella mostra di sé, con la sua randa aperta anche se al contrario, ma possiamo vederla come un’apertura a farfalla dai. Sotto vento potrebbe percepirsi un piccolo fiocco, pur se frutto forse di un errore iniziale, che però ci prendiamo e teniamo stretto senza colpo ferire.

    Prima di accingerci sotto coperta ecco lo strumento di comando, la ruota del timone (almeno penso), riportata come una palla blu.

    Scendiamo grazie alla comoda scaletta e troviamo la cucina, subito seguita a poppavia, come ordine di importanza, dalla cabina di Aurora, compreso il suo letto rialzato, con sopra non saprei cosa, ma glielo chiederò, un giorno, chissà.

    La catena poi è una meraviglia, sembra una stella filante di carnevale che magicamente ci tiene fermi in qualche modo misterioso, accanto a una stella marina.

    Ovviamente non c’è traccia delle altre cabine, del bagno e del quadrato, in quanto zone per lei poco importanti.

    E ora i componenti l’equipaggio.

    Lo scrivente Giampaolo, in testa d’albero a scrutare l’orizzonte: devo dire che mi emoziona molto e mi inorgoglisce vedermi come un marinaio avvenente e atleticamente capace di balzare a 15 metri a mo’ di Tarzan. E la fantasia della bimba non mente, evidentemente nonostante non abbia fatto nulla di speciale, tanto meno passeggiare sulle crocette, ero per lei qualcuno di super, per giunta dotato di capelli (notare la marcatura della testa…).

    Ma scendiamo sul ponte, anzi in pozzetto, ed ecco Rita e Riccardo, messi lì lei con capelli fedeli alla realtà (realtà aumentata, anzi da aumentare meglio), con il sorriso, perché in effetti si divertì parecchio, e Riccardo ritratto anonimamente benché con una capigliatura invidiabile (noterete nelle mie parole un filo di invidia) e la bocca aperta; effettivamente il simpatico amico ci intrattenne parecchio con i suoi racconti, in particolar modo prestò molta attenzione ad Aurora, con una saggezza e un savoir faire unici, allorquando lei, ad esempio, improvvisava barzellette interminabili e dai risvolti incerti. Rimarrà per sempre nei nostri ricordi come il signor Taaaaac!

    A poppavia, appoggiata al rollbar (per non dire svenuta), la mamma Enrica: il commento-nuvoletta di Aurora è un lapidario ZZZZZZZZZ. Difatti la povera Enrica si trovò pressoché tutta la vacanza in stato comatoso, per via del mal di mare, il che la obbligò a ronfate eterne nell’immaginario della vivace figliola.

    Figliola che insieme a papà Federico godeva della settimana magica, immersa nelle splendide acque egee, per tanto, tanto tempo, e il disegno non mente.

    E infine come le persone più importanti di un racconto, la mitica comandantessa Başak, ritratta è vero ai fornelli, poiché oltre a occuparsi delle faccende squisitamente marinare, ci sfamò tutti quanti per sette giorni, cosa che colpì positivamente Aurora e diciamocelo anche il signor Taaac!

    Ne approfitto quindi per porre i miei più sentiti ringraziamenti alla mia dolce metà, che davvero con determinato stoicismo, riesce a fare l’impossibile e anche di più, gestendo i più disparati compiti in barca, dalla rotorbitale al timone passando per i fornelli.

    I nostri amici e ospiti lo sanno molto bene, e se tornano a trovarci ogni anno è proprio perché percepiscono quanto il binomio Başak e Giampaolo sia indissolubile e forse sinonimo di piacere e passione portati ai massimi livelli (per quello che possiamo, certamente); e non lo dico io ma lo rappresenta egregiamente il disegno di Aurora, che con orgoglio appenderò simbolicamente in quadrato in attesa di riceverlo di persona.

    Grazie Aurora, grazie amici che ci sopportate, vi divertite (speriamo) e ci date una mano ad andare avanti nel nostro sogno, e grazie a Yakamoz che continua a prendersi cura di noi, tutti noi.

    Litighiamo come tutti

    Litighiamo come tutti

    Ma non litigate mai in barca?

    Questa è una domanda ricorrente e finalmente ora ho l’occasione di rispondere con sincerità.

    Si! E dirò di più, che nel nostro caso, mio e di Başak, è ancora più complicato gestire i litigi, in quanto gli spazi sono ridotti, e le circostanze ne impediscono molte volte il normale svolgimento. Mi riferisco ad esempio a quando ospitiamo persone, situazione nella quale anche un semplice attrito, opinione discordante et similia, devono essere rimandati, con relativo ‘accumulo’. Cerco di essere più chiaro possibile: quando magari liberi di interagire senza occhi e orecchie indiscrete, possiamo dar sfogo e compimento al litigio, il rischio è quello di accendere un fiammifero in una polveriera, cioè molto, ma molto pericoloso.

    La barca si sa, può unire o separare per sempre grandi amicizie e grandi amori, cosa per cui il fatto che siamo riusciti finora a non scoppiare, non significa che siamo liberi dal pericolo, anzi.

    Forse l’esser stati capaci di gestire questi imprevisti delicati, l’aver avuto a che fare molto spesso, anche nella vita ante scelta, con il pubblico, ci ha aiutati a sviluppare un maggior self control; allo stesso tempo viviamo alla giornata cercando di far tesoro delle esperienze, trasformandole in saggezza. Basterà? Solo il tempo potrà dirlo.

    Questo per dire che siamo esseri umani normalissimi, non abbiamo super poteri e soffriamo come tutti di momenti bui e, come spiegato, alcune volte con grandi difficoltà pratiche per addivenire a una luce.

    La foto che vedete però è uno dei classici momenti che compongono la nostra vita, il che rappresenta probabilmente la soluzione, l’aiuto, l’obbligo a trasformare quella che a tratti è una vera e propria prigione, in opportunità di crescita. Il mare, il vento, navigare attraverso gli elementi, sono lati della stessa medaglia ma dal peso specifico notevole, e che si posizionano sul piatto della bilancia, proprio per contrastare e soppesare l’oggetto della discussione. Non possiamo fuggire da noi stessi, e tranne l’opzione di gettare l’altro fuori bordo, resta la comprensione e la giusta misurazione dell’impasse. Non sto qui a dire se sia un bene o un male, sinceramente, ma è quello che abbiamo.

    Allora perché pubblicate sempre immagini di felicità, di sorrisi, amici e una vita meravigliosa?” Eh, qui è un altro paio di maniche, ma non mi tiro indietro, e chi ci conosce sa quanto spesso abbiamo dato dimostrazione di onestà intellettuale, a costo di rinunciare apertamente a glorie e allori per altri importanti; di conseguenza avanti a testa alta, nulla da nascondere neanche stavolta.

    Se noi vogliamo portare avanti il nostro umile messaggio, e se vogliamo stimolare delle riflessioni sulle alternative di vita, non ci resta che mostrare ciò per cui potrebbe valer la pena decidere in tal senso. E badate bene che non c’è pianificazione, programmazione scientifica nei nostri articoli, post, video eccetera, noi non fingiamo, non creiamo scenette ad hoc, nessun fotografo professionista a lavorare sui nostri scatti, nessun “mulino bianco” da ostentare, o costanti raptus ridens a 32 denti; nessuna immagine provocante o, peggio a mio giudizio, far leva su intenerimenti facili e altre strategie che personalmente non condivido, moralmente parlando. Noi siamo ciò che siamo, e se continuate a seguirci sempre in maggior numero, costantemente, da anni, evidentemente riusciamo a farvi arrivare questa genuinità: la finzione, l’inganno, lo puoi giocare qualche volta, dopodiché le persone non sono sciocche e ben presto si accorgono della verità, il re si denuda e alla lunga fine dei giochi.

    Inoltre alcune volte dobbiamo cercare di unire l’utile al dilettevole, anzi invertirei l’adagio, il dilettevole (portare un messaggio) con l’utile (lavorare e produrre il nostro sostentamento). E questo avviene tramite varie forme come ben spiegato nella pagina “Come fare”: spiegazione-dichiarazione, scritta per un patto di chiarezza e onestà nei confronti di chi ci vuole bene, ci stima e crede in noi.

    Cogliamo al volo le occasioni lungo la rotta quando si presentano, e se vogliamo è una sorta di coerenza con la nostra scelta di vita, cioè vivere frugalmente, morigeratamente, regolando le vele a seconda del vento.

    In pratica si cerca di sbarcare il lunario vendendo libri, guide, portando la gente a spasso ogni tanto, effettuo test per alcune ditte come Osculati, Lizard, e chiunque abbia piacere in uno scambio equo, e via così. È curioso che diversi marchi amino vederci come testimonial, noi che crediamo nella decrescita e auspichiamo un cambio di rotta economica basata su meno iper produzione e di conseguenza minor iper consumo. Evidentemente ne percepiscono un valore aggiunto, spontaneo e che alla fine porta vantaggi reciproci: a loro una buona immagine, a noi la possibilità di andare avanti e far arrivare a sempre più persone possibili il nostro messaggio. Apparentemente può sembrare una contraddizione, ma in realtà non lo è, né più né meno dei compromessi a cui è costretto il “Dalai Lama” di turno, quando prende gli aerei o riceve donazioni: la sua parola è di gran lunga più importante di una sciocca ricerca di coerenza, tanto cara e starnazzata dai detrattori dell’ultima ora, sempre impegnati a remar contro nel loro mare di malignità. Per provare a cambiare il sistema, devi starne dentro anche se marginalmente: essere presenti in Matrix necessita, sono la consapevolezza e gli scopi a fare l’enorme differenza.

    Così noi, con tutte le dovute distanze del caso: ci mancherebbe che volessimo lontanamente paragonarci all’illuminato monaco tibetano!

    Facciamo semplicemente quel che possiamo, senza peli sulla lingua e come sapete senza misteri.

    Pertanto non traete conclusioni sbagliate, se vedete in qualche nostra immagine un riferimento pubblicitario o qualche link che potrebbe generare per noi un incasso infinitesimale, perché come detto nessuno ci regala soldi senza far nulla, e a noi quel poco per vivere serve e dobbiamo produrlo in ogni modo possibile. Oltretutto come sapete, ci servono per portare avanti le azioni di solidarietà a cui teniamo, pur se ovviamente il nostro apporto può risultare di poco conto (ahinoi questo possiamo permetterci), ma confidiamo anche nelle opere degli altri, fondamentali per Susanna e per il Fondo “Si può fare”.

    Non smetteremo mai di ringraziarvi abbastanza per la vostra stima; continuate a seguirci come avete fatto finora, con entusiasmo e consapevolezza che quello che vedete e vi arriva siamo noi, senza finzione alcuna.

    Başak e Giampaolo