Ancora e ancora Egeo!

    Ancora e ancora Egeo!

    In questi giorni in quasi tutta Europa, Italia in particolare, il meteo si è espresso chiaro e inconfondibile: una schifezza.

    Ma che dico, ancora peggio, per dirla alla napoletana ‘na chiavica. Amici “rintanati” in qualche anfratto per fuggire al maltempo, burrasche, venti oltre i 50 nodi e chi più ne ha ne metta. Da quando frequento l’Egeo, le condimeteo italiane specialmente d’estate, stanno peggiorando, anno dopo anno, riducendo la bella stagione a una fruibilità godereccia di circa 2 settimane.

    Il cambiamento climatico è una certezza, e credo ormai sia sotto gli occhi di tutti; non entro nel merito delle cause perché ognuno ha adeguata intelligenza e mezzi, per addivenire a una personale conclusione. La cosa su cui certamente non si può discutere è però il fatto che, per l’appunto, non è normale trovarsi con la neve a Maggio (e non ogni morte di papa), e estate torrida alternata da groppi temporaleschi, depressioni e ritmi più consoni ai climi tropicali che mediterranei. Lo scorso anno si è coniata addirittura la parola Medicane, per dare una connotazione precisa ai fenomeni simil uragano che si stanno verificando con sempre maggior frequenza nel Mare Nostrum.

    Come molti di voi sanno ci piace ospitare a bordo amici vecchi e nuovi, e guarda caso, molti dei nuovi diventano vecchi, perché una volta assaggiato questo mare, l’Egeo, difficilmente possono tornare ai lidi nostrani. L’Italia è bella non scherziamo, le isole splendide, le cornici anche, ma qui, cari amici, perdonatemi la franchezza, è tutta un’altra cosa.

    Mi diverte ad esempio rispondere alle domande di alcuni in procinto di tuffarsi dalla spiaggetta di poppa di Yakamoz, “ma posso tuffarmi?”, io “in che senso?”, “cioè non ci sono meduse?”, “… ma mi faccia il piacere!”. Solo per fare un esempio sulle differenze.

    Ponza, meduse. Sicilia, Eolie, meduse. Puglia, meduse. Persino in Sardegna mi riferiscono di meduse e via dicendo. Ora, se io per farmi un bagno, che è IL gesto alla base del diporto estivo, devo avere una persona che mi indichi dalla barca la zona dove poter nuotare indisturbato, sinceramente la ritengo una fortissima limitazione.

    Potrei parlare delle temperature in acqua, dove qui da noi in alcuni golfi, in giugno misuro 31°: aria secca, a volte l’igrometro segna 14% (anche 12) di umidità; dover riporre i teli da mare dentro la barca, di notte, per non trovarli bagnati il mattino è un ricordo lontano, a quando navigavamo in Tirreno.

    Ma per dirla in termini velici, il vento, il Meltemi. Basterebbe nominarlo per in alcuni incutere timore, tanto da decretare l’Egeo come la palestra dei velisti, ma in realtà è quella costante tipo Alisei, che consente un’invidiabile programmazione di viaggio, per molti inimmaginabile.

    Dopo il quadro paradisiaco, la nota dolente. Le cose stanno cambiando anche qui.

    Inutile negarlo, la stagione inizia a seconda degli umori, gli orari anche, e dunque quella affidabilità presente fino a pochi anni fa, non è più tale. Di conseguenza dobbiamo rimodellarci e adeguarci come tutti, ma sarei falso se dicessi che è un problema insormontabile, rispetto al disastro che sta avvenendo in Tirreno, Adriatico eccetera. Non so fino a quanto ancora durerà questo vero e proprio paradiso, il cerchio indubbiamente si sta stringendo, ma proprio per ciò, quando mi si pone la classica domanda “non pensi di tornare in Italia?”, rispondo senza l’ombra del pur minimo dubbio “Mai e poi mai!”.

    L’Egeo sa essere molto duro e i venti da uragano hanno sempre soffiato, tant’è che il nostro record misurato è stato di 72 e passa nodi gestiti all’àncora, (in altri anni il minimo sindacale è dai 50 nodi in su), però queste sfuriate avvengono fuori stagione (primi di Ottobre), come giusto che sia, e basta essere preparati cercando il giusto approdo e il corretto ancoraggio, (o la navigazione attenta) per venirne a capo.

    Questa mia è un canto, una poesia, una lettera d’amore al mare più bello non so se del mondo, ma certamente del Mediterraneo, e non voglio destare invidia a chi legge; anche perché credetemi non abbiamo bisogno di anatemi, ma al contrario è un invito a chi davvero ama la vela e il mare, a godere forse gli ultimi anni di Nirvana, prima che anche qui tutto finisca. E lo dico contro i miei egoistici interessi.

    Nei nostri programmi futuri difatti, una volta stanchi o stufi di vedere ciò che non c’è più, ci sarà probabilmente un “diporto freddo”, coordinate differenti, forse l’Islanda, non saprei, ma di certo porteremo sempre dentro il cuore il ricordo di anni vissuti in paradiso.

    Grazie Egeo

    Per tutti gli altri, non perdete tempo

    Odio parlare inglese!

    Odio parlare inglese!

    Girare il mondo è una gran bella cosa, ed è innegabile che la lingua inglese diffusa in tutto il pianeta abbia esteso la sua valenza di intesa commerciale, a quella puramente turistica. Se vuoi fare affari con il mondo devi conoscere l’inglese, se vuoi studiare a 360 gradi devi conoscere l’inglese, se vuoi fare una vacanza all’estero devi conoscere l’inglese (a meno che non ti infili in qualche triste resort), se vuoi viaggiare…

    Ecco, qui secondo me dovremmo iniziare a prenderne le distanze. Il viaggio ha sempre riscosso un fascino legato alla scoperta. Scoperta di nuove civiltà, l’esplorazione di nuovi habitat e via dicendo. È questo che ha fatto sognare l’uomo, ciò che lo ha spinto ad osare, a varcare le colonne d’Ercole o oltrepassare la muraglia cinese.

    Recentemente stavo rileggendo uno splendido libro in cui Darwin descrive i popoli scoperti, le interazioni, i costumi, trasportandomi magicamente in quell’epoca di sorprese; uno degli aspetti che più mi incuriosisce è la comunicazione, i tentativi di comprensione e lo sforzo di apprendimento dell’esploratore.

    Se togliamo al viaggio l’autenticità dei posti, cosa rimane oggi in questa maledetta/benedetta epoca turbo-temporale, dove ogni cosa viene fagocitata e inglobata negli stupidi format, anelati dal turbo-turista?

    E l’autenticità passa anche dallo sforzo di chi mette piede in terra straniera, nell’imparare almeno qualche vocabolo del popolo cui si fa visita. Non solo è una questione di rispetto, come dire il minimo sindacale saper dire un “ciao” nella lingua straniera, ma diventa lo strumento principe per aprire porte inaspettate.

    Purtroppo oramai quando viaggiamo persino fuori dagli schemi mentali del turbo-turista, senza rendercene conto, cerchiamo immediatamente qualcuno che parli inglese; come se fosse un obbligo e quando assente, una mancanza, o peggio sintomo di arretratezza. Spesso poi lo pretendiamo in posti in cui il turismo straniero è poco presente, o dalla signora del negozietto che vende frutta e verdura. Ripeto, non ce ne rendiamo conto, perché volente o nolente abbiamo metabolizzato l’inglese come passepartout imprescindibile. Il punto altro è che poi ci è difficile di voltarci indietro, e chiederci se nelle stesse circostanze o luoghi del nostro paese, la ‘signora’ sarebbe in grado di interagire in inglese. Difatti a conferma di ciò, vari amici stranieri quando sono venuti in Italia (e non parlo ovviamente dei siti nei centri storici adibiti a industrie turistiche), si sono trovati in difficoltà a trovare chi parlasse inglese.

    Stessa cosa è capitata a me quando lavorai un mese in Francia, e stavo nella costa mediterranea, Hyeres vicino Toulon: o francese o nulla, e fortuna volle fosse la lingua che più amai studiare a scuola (ora è un amore finito). Spesso sverniamo in Portogallo, stesso copione. Grecia: le isole non fanno testo, quasi tutte divenute organizzazioni turistiche, in cui molti ristoranti e negozi sono gestiti da ateniesi che di inverno chiudono e tornano in continente, o emigranti che dopo anni in Australia et similia, tornano al paese natio rilevando l’attività di famiglia; d’altronde basta interagire nell’hinterland continentale (o delle stesse isole) per avvalorare quanto vado dicendo; come da poco risposto a un’amica, di isole dove nella panetteria sul fronte del porto, entri e se chiedi del “bread” ricevi un verso interrogativo, ne sono rimaste forse 2, e scusatemi se me le custodisco gelosamente.

    Insomma quando viaggiamo ci armiamo del ‘nostro’ inglese (anche su questo dovrei aprire molte parentesi), e ci aspettiamo la vita facile, un po’ come, più o meno inconsapevolmente, gli americani, inglesi e tutti gli altri paesi anglofoni hanno, per loro fortuna.

    Ma noi, a differenza loro, sappiamo quanto è difficile imparare una lingua, e quanto ci dia fastidio spesso interagire con un perfetto ignorante, la cui unica capacità è essere ‘born in the USA’.

    E sappiamo quanto uno straniero che non si sforzi di imparare l’italiano, ad esempio, si perda delle sfumature di una ricchezza inestimabile. Ripeto di frequente a Başak che è stata fortunata ad imparare una delle lingue più difficili del mondo, l’italiano appunto, in quanto ha avuto modo di assaporare infinite sfumature locali, passando per dei capolavori cinematografici o musicali, che il resto del mondo ignorerà per sempre. Come se oggi lei fosse in grado di vedere un “Colosseo” invisibile a molti.

    Ma va bene, non vado oltre perché l’argomento si allungherebbe portandomi fuori dal seminato.

    Il mio appello quindi si rivolge non ai turbo-turisti, che oramai sono anime perse, alle prese con una vita complessa, e come dire intrisa di ben altri problemi, io mi rivolgo a chi come noi ha scelto di diventare ricchi: ricchi di tempo. Quando visitate un posto nuovo, cercate di limitare l’uso dell’inglese, e sforzatevi di imparare un po’ della lingua locale, ne guadagnerete tantissimo fidatevi; potrete scoprire cose nuove, intensificare il gusto dell’esplorazione leggendo da soli un cartello ad esempio, e dando un senso a quelle parole o esclamazioni, che molte volte sono le chiavi di accesso a una nuova cultura. Fatelo, mi ringrazierete. Anche voi nomadi digitali, (in effetti in qualche maniera lo siamo anche noi), che vivete liberi in giro per il mondo, facendo sognare le nuove generazioni, integratevi, dato che risiedete mesi, a volte anni in un posto, non peccate di ignoranza.

    E un consiglio anche ai turbo-turisti perché no, (nautici compresi): imparatele 4 cazzo di parole quando vi muovete, non dico aprire Wikipedia e studiare un po’ di storia del paese che state per visitare, ma almeno un “ciao”, per dindirindina!

    Per finire “I have a dream”, di svegliarmi un giorno in cui tutti noi figli di un dio minore, ci siamo messi d’accordo rifiutandoci di ‘agevolare con orgoglio’, la vita degli arroganti ammmerricani, inglesi e francesi (perché tanto sono sempre loro): “vieni a casa mia? Imparane la lingua.”, “vuoi parlare con me in una terra straniera a tutti e due? Sforziamoci almeno di dirci “ciao” o “buongiorno” nella lingua locale”!

    Ah come mi divertirei a vedere le facce ebeti, quando davanti un “Hi friend!”, ricevono “Che dici?”… “Den katalavaíno?”… “Ne diyorsun?” ecc. Purtroppo resterà un sogno utopistico, e anzi a breve Google & friends ci forniranno gli strumenti tecnologici per dialogare con estrema facilità, senza neanche il bisogno di imparare più neanche l’inglese (piccola conquista), agevolando la vita di tutti, permettendoci di girare il mondo senza remora alcuna, in linea con ciò che sta avvenendo negli ultimi decenni, impoverendoci culturalmente e umanamente. Aloha.

    ps. Io grazie al mio sciocco modo di pensare mi destreggio con 5 lingue, italiano (poco), inglese (male-detto), francese (l’amour che fu), turco (evet, ma non bene), greco (oki, giusto qualche decina di vocaboli), portoghese (mais ou menos, per intendere, anche al telefono). Di certo non sono un genio, forse ho un po’ di orecchio, ma soprattutto tempo e buona volontà, anzi semplice curiosità.

    Giochi da barca

    Giochi da barca

     

    Vivere in barca, o comunque passarvi molto tempo, nell’immaginario collettivo equivale a uno scenario paradisiaco, dove in qualche maniera sembra raggiunto il Nirvana. Un limbo speciale distante dal comune sentire terricolo.

    Senza necessità alcuna che la natura, la pace, il silenzio.

    In realtà le cose non stanno esattamente così, datosi che parliamo di esseri umani comuni e non monaci tibetani dediti alla meditazione. Nessun palo su cui salire per restarvi a tempo indeterminato.

    Questo per dire che a volte fa piacere anche dilettarsi con cose classicamente normali, intendo un gioco da tavola, o quando si è in tanti giochi di ruolo.

    È capitato anche di recente, eravamo a bordo con altri 5 amici, tra cui 2 adolescenti, e proprio da loro è venuta l’idea di partecipare a “Lupus in fabula”: in pratica un narratore decide alcuni ruoli, e poi gestisce le varie fasi ordinando il sonno e la veglia; lo scopo finale è quello di rimanere vivi nel caso dei lupi, o di riuscire a eliminare le ferie da parte di altri protagonisti. Un po’ complicato all’inizio, special modo in quanto era sera e la palpebra sul calante andante, ma poi invece ci ha permesso di ridere e divertirci come non accadeva dai tempi della scuola.

    Ora, non chiedetemi di spiegarvi le regole, perché sono davvero complicate e i miei 2 neuroni già faticano a scriverne di sfuggita, ma fidatevi, nel caso incontraste uno ‘scout’ volenteroso nell’insegnarvele, approfittatene.

    Ma quali sono i giochi che concretamente si possono praticare in barca, in 2 o più persone?

    Non ho la pretesa di soddisfare e accontentare tutti, anche perché si entra nei gusti e preferenze, per cui vi indico quelli che secondo me sono dei classici e facilmente possono trovar posto a bordo; la cosa però che farò è indicarne pregi, difetti e più importante, la fruibilità in barca con vento o senza, considerandone lo svolgimento in estate, quindi in pozzetto e non chiusi in quadrato.

    Non voglio redigere una classifica, né indicare un presunto livello di qualità-piacevolezza: nel caso ci penserete voi.

    1) Tavla (in turco), cioè il Backgammon: trattasi del classico gioco dei marinai. Antico quindi e ancora attuale. Se navigate in Turchia o Grecia, vi sarà facile reperirne una scatola. Spesso poi potreste sedervi in qualche caffè dove incontrare avventori da sfidare o semplicemente ammirare, vista la loro abilità e velocità nel giocare. Vi sorprenderete sul serio a vedere come sia diffuso in Turchia, non per forza nei luoghi di mare, ma bensì in tutto il paese. Serve tattica, strategia ma anche fortuna in quanto si tirano i dadi e questo purtroppo fa la differenza a parità di esperienza. Non è tra i miei favoriti proprio per l’aspetto legato al c…aso, ma con vento si può giocare bene, in quanto la scatola contiene le pedine e i dadi (piccoli) si tirano al suo interno.

    2) Scrubble (Scarabeo). In molti lo conoscerete, e ve lo consiglio vivamente, in quanto è stimolante, coinvolgente sia in 2 che più persone, e la fortuna ha un ruolo relativo. Ci si possono passare intere giornate. Ne esistono versioni mini, come quella da noi presa in regalo dalla biblioteca del marina (non scherzo, c’è un reparto dove si lasciano portolani, giochi eccetera, a vantaggio di chi li vuole prendere). È tra i miei favoriti, e tutto sommato si può giocare bene anche con il vento, a patto non sia troppo intenso e si faccia buona guardia alle tessere delle lettere.

    3) Gioco della memoria: ogni persona deve pronunciare una parola, e a rotazione si ripetono tutte le parole accumulate man mano che il giro prosegue. Chi sbaglia esce e si continua con i partecipanti rimasti: vince ovviamente chi rimane ultimo. Il modo migliore per tenere svegli i neuroni in dotazione, e praticabile in ogni condizione meteo.

    4) Lupus in fabula. Ne ho parlato all’inizio, quindi non proseguo oltre. Richiede una buona dose di tempo per essere spiegato e quindi appreso, e soprattutto almeno 10 persone, il che non lo colloca esattamente tra i più fattibili in barca.

    5) Giochi di carte: qui la preferenza è del tutto soggettiva. La scopa napoletana, scala quaranta, burago, e tanti altri, sono tutti giochi praticabili in 2 a salire. Molti richiedono una buona dose di fortuna, ma più che altro non sono giocabili con vento per ovvi motivi…

    6) Scacchi. Da quando vivo in barca mi sono promesso di impararlo, lo ritengo il Gioco con la G maiuscola, dove la fortuna non esiste. Esistono delle scacchiere adeguate anche per il vento, compreso quelle magnetiche che digitali. A voi la scelta e a me il compito di impararlo, una volta per tutte.

    7) Mosca cieca con i tender. Concludo con un gioco che non è da tavola, ma che vale la pena di darne pubblicità. Ci si organizza con qualche barca di amici in rada, 2 persone ogni tender. Il rematore è bendato, l’altro dà le indicazioni per raggiungere il punto di arrivo prefissato e comune a tutti. Le risate sono garantite e in qualche modo si torna indietro nel tempo, a quando le cose semplici ci riempivano l’animo e le giornate.

    Buon divertimento e se conoscete altri giochi fatevi avanti! 😉

    Il mare: ‘a livella in terra

    Il mare: ‘a livella in terra

    Ho da poco pubblicato una diretta su FB, nella quale evidenzio scherzandoci un po’ ciò che sto per scrivere.

    Giorni fa eravamo in rada a Datça, una località turca letteralmente distante dal turismo di massa. Prevalentemente frequentata dai cittadini della mezzaluna, si respira una rara aria di semplicità. Niente cartelli pubblicitari con i famosi  “spagetti alla bologenese” (errori ortografici compresi), la birra costa il giusto e nessuno la regala, insomma avete capito cosa intendo.

    L’amiamo io e Başak da anni, e ancora oggi è riuscita a mantenere il suo lato ameno e sincero. Certamente la distanza di circa 200km con l’aeroporto gioca un ruolo importante su tale preservazione.

    Di conseguenza in tutti i posti del mondo avrei potuto immaginare di incontrare la nave di Jeff Bezos, tranne che qui.

    Non sono un esperto di oggetti di lusso, ma sono in grado di riconoscere 136 metri di panfilo e quindi la sua rarità. Facile inserire il nome “Flying Fox” su Google e scoprire essere uno tra i 14 yacht più grandi al mondo, appena varato e costato 400 milioni di $. L’armatore, se così vogliamo chiamarlo (mi suona molto ridicolo), niente po’ po’ di meno che l’uomo più ricco del mondo: il patron di Amazon!

    Il fascino di cotanta visita è inevitabile, e ripeto soprattutto per il fatto che poco si accosti una piccola località sul mare come Datça con l’incredibile messaggio di potere e prestigio della nave.

    Non sono un talebano, e provo a ripudiare l’ipocrisia, per cui non mi sono girato dall’altra parte ma al contrario ne ho riso, ho giocato con i miei ospiti e come bambini curiosi, l’abbiamo avvicinato per scovare indizi sulla sua SPA, la piscina, e tutti i vari altri balocchi che compongono questo lussuosissimo yacht.

    La sera sbarchiamo per cenare e lei è sempre lì. Scatto una foto, e per pura casualità vedo che l’immagine può comprendere perfettamente anche la nostra ‘piccola’ Yakamoz. È vero che la prospettiva inganna, e che la volpe volante è lunga 10 volte l’ovni 41, ma altrettanto sinceramente non saprei chi susciti maggior fascino. Sarà che noi siamo ‘il riflesso della luna sul mare’, e di certo più poetici della volpe, ma probabilmente il fatto è dovuto alla prospettiva per l’appunto. La stessa che distorce le dimensioni, aiuta ad avere un quadro più vero ed equilibrato della vita.

    Lo dico sempre che le cose vanno viste da angolazioni diverse prima di esprimere un giudizio, arrabbiarsi o come in questo caso invidiare.

    Ieri, atterriamo a Selimiye, altra piccola città a circa 30 miglia più a E. Ritroviamo un’altra volta la Fox alla fonda. Va bene qui ha più senso, la località oramai anno dopo anno, si sta trasformando in una chicca: localini, ristoranti molto carini e new age, insieme alle intramontabili taverne locali storiche e altre delizie che mantengono quel sapore genuino da noi tanto anelato. Però ribadisco, gli istanbulioti ne stanno facendo un ritrovo ambito e Selimiye si sta adeguando. Comunque non siamo a Porto Cervo, e nemmeno a Çeşme, Alaçati, o Bodrum tanto per indicare posti lussuosi della Turchia.

    Quindi la prima domanda è perché il sig. Amazon si sia preso la briga di venire a farci visita. Turismo fuori dagli schemi? Improbabile. Più facile che stia stringendo accordi importanti per un mercato imponente quale quello turco, ancora vergine ai suoi ‘prime’ e compagnia cantando.

    Ma se facessi finta di non pensare sempre a male, e ipotizzassi per un attimo che magari non ci sono affari ma scelte ponderate per tenersi fuori dai riflettori (pochi in Turchia effettivamente sanno chi è), potrei concentrarmi su ciò che facevano i ragazzi visti (e ripresi), nel mentre giocavano a tuffarsi dalla spiaggiona di poppa del colosso galleggiante. Cioè, il lusso lì dentro è sfrenato, e vederla di notte ad esempio ti fa chiedere quanti MW di corrente occorrano per illuminarla e gestirla, ma questi milionari o miliardari che dir si voglia, stanno giocando come qualunque bimbo, ragazzo, uomo sulla sabbia, o a bordo di qualche piccolo gozzetto.

    E rieccoci alla prospettiva e all’equilibrio che il mare impone.

    Lo scrivo anche nelle ultime righe del mio libro, e mi fa piacere constatare che a distanza di anni, le sensazioni restino le stesse.

    Il mare, è forse l’ultimo baluardo di vera giustizia e bilancia degli esseri umani. Siamo tutti qui, poveri e ricchi, a godere del suo abbraccio, del sale e dell’atavica sensazione primordiale di galleggiarvi dentro, per sentirsi un po’ privi di peso, di ruoli e di maschere. Il mare non lo puoi comprare, non lo puoi far tuo, non puoi modificarne l’essenza, ti tuffi tu Jeff Bezos, mi tuffo io, e tutto, magicamente, riacquista la giusta dimensione umana.

    Però Jeff ora pagami le commissioni che mi devi.

    14 preghiere al diportista in rada

    14 preghiere al diportista in rada

    Santo diportista che sei nell’acqua, ti prego:

    1) possibilmente quando io sono beato alla fonda, all’àncora, con un discreto margine nei confronti degli altri, evita di venire a dar fondo a 10 metri dalla mia prua. Ti spiego il perché.

    a) non sai quanti metri di catena io abbia dato, per cui magari prima chiedimelo dato che sono visibile in pozzetto, così avremo una forte possibilità che non mi prendi la catena

    b) la mia barca è lunga circa 13 metri, di conseguenza ci arrivi da solo che se dai ancora a 10 metri dalla prua mi vieni addosso, a meno che tu sia 3,5 metri di barchino e dai 3,5 metri di calumo (ma tieni conto del punto 1)

    2) se ti aggrada non dare àncora a 50cm dalle mie murate, perché se c’è un po’ più di vento del normale, basterà poco a che mi verrai addosso; inoltre quando dovrai salpare, le barche potrebbero essere girate in una direzione differente dall’attuale, e potrebbe essere complicato per te alare il ferro, a meno di svegliarmi alle 6 del mattino (perché tanto è un classico) chiedendomi di manovrare.

    3) il buon galateo prescrive che chi arriva dopo dia fondo dietro all’ultimo, sempre che non ci sia ampio margine per andare davanti agli altri, compatibilmente con il tuo pescaggio e adottando tutte le misure e distanze del caso.

    4) caro amico, se vedi che in una rada c’è spazio abbondante, ti prego, non metterti accanto a me: se soffri di solitudine parliamone… ma dopo. Posso consigliarti degli specialisti esperti in questo disagio molto diffuso, non sei solo tranquillo ma devi credere nella guarigione.

    5) di notte siamo tutti beati a goderci il cielo, le stelle, la luna. Credimi, non c’è bisogno di altre risorse luminose, tipo stroboscopiche, led blu, rossi, intermittenza e Santa Barbara varie; il codice di navigazione parla chiaro, fai click sul quadro strumenti dove trovi scritto “luce di fonda”, fidati è più che sufficiente.

    6) cari ragazzi divertenti che affittate la barca per una settimana, certo che dovete gioire, sfogarvi e scherzare. E noi tutti state tranquilli che ci accorgiamo di voi, simpaticissimi. Vi noteremmo anche se abbassaste di qualche decibel le vostre incontenibili e naturali risate. Se poi aveste avuto la poco felice idea di portare anche i vostri pargoli, non propriamente educati, magari sarebbe il caso che vi spostiate un po’ più in là. E ognuno vivrebbe felice e contento.

    7) la notte è fatta per dormire, sempre che siamo in una rada immersi nella natura e non davanti Ibiza. Per cui io ti do fino a mezzanotte, sfogati, urla e balla, va bene, comprendo. Dopodiché, in un solo termine… SPARISCI! Eclissati come vuoi tu, ma direi che il bonus sia esaurito.

    8) che belle le moto d’acqua appena varate dallo yacht. Facciamo che vai a giocarci fuori dagli zebedei ad almeno 1 miglio di distanza da me? Tanto l’onda del tuo divertimento arriverà comunque a scassarmi l’anima, stanne certo. La mia è una richiesta per limitare il danno.

    9) caro marinaio che soffri i desideri e i capricci del tuo armatore opulento, lo so che non ne hai colpa e che stai lavorando. Ma il fatto che tu stia adempiendo alla tua mansione, non significa che sei autorizzato a volare con il tender a 20 nodi tra le barche. Trattasi sempre di buona educazione, che se non te l’ha insegnata il tuo datore di lavoro o comandante, sforzati di “crescere” da solo. Non è divertente rollare o beccheggiare sbattendo la poppa sulle onde da te prodotte, magari nel mentre sto uscendo in pozzetto con la macchinetta del caffè piena.

    10) egregio esibizionista nudista, di primo mattino quando apro gli occhi e sto per tuffarmi, ti giuro che non mi fa piacere vedere le tue chiappe chiare e spesso cadenti perché attempate. In terra ferma esistono delle zone ad hoc per i nudisti, così da accontentare tutti i gusti e esigenze. Lo stare su una barca non ti dà il certificato “faccio quel che cazzo mi pare”, e, sempre per una buona norma di educazione, devi sforzarti di pensare che potresti offendere qualcuno, disgustare qualcun altro e non ultimo, traumatizzare qualche bambino con i tuoi 5 cm di virilità. Statisticamente poi ancora non ho capito perché a voler ‘esibirsi’ siano sempre più gli uomini. Mai una donna, una fotomodella che almeno così facendo, renderebbe pace a tutti questi anni di violenza visiva… tolta la ultracentoventenne francese dell’altro giorno, che è stata mezz’ora sulla scaletta a fare non so cosa, con le sue scamorze da 20 kg., posteriori e anteriori, belle in mostra. Vive la France!

    Trovatevi una rada dove siete soli o in compagnia espressa di altri nudisti e godete quanto e come volete: confesso che a volte piace anche a me e così mi regolo. Vi do un altro consiglio: in navigazione è fantastico.

    11) gentile diportista, quando arrivi in rada saluta chi ti sta guardando dal proprio pozzetto, non aspettare il contrario: sei arrivato dopo di lui e per buona norma è bello prodigarsi per primi in un gesto cordiale. Il mare è una questione di rispetto.

    12) ma che bella la musica in rada! Una chitarra, un sassofono, le stelle, la brezza a cornice del tutto. Però se sei alle prime armi, perché non aspetti qualche anno prima di renderci tutti partecipi dei tuoi progressi?

    13) c’è vento, e tutto diventa complicato. Ma anche quando le semplici termiche ci vengono a cullare, bastano a farci sentire sentire quella fastidiosa drizza sbatacchiare sull’albero: caro amico, so che ti sei abituato al dolce frastuono, ma io no. Prendi un sagolino, lasca un po’ la drizza e allontanala dall’albero, assicurandola a una sartia. Vedrai che come per magia tutto cesserà.

    14) e per ultimo cosa c’è di meglio di un bel barbecue a bordo della nostra barca-casa. Carne di agnello, pollo, salsicce, pesce e chi più ne ha ne metta. Tanta carne al fuoco è il caso di dirlo, ma anche tanto fumo e profumi che a volte si trasformano decisamente in fastidio per gli altri. Se per stasera hai questo bel programma, cerca di metterti sottovento a tutti, così invece delle parolacce ti godrai la nostra spontanea invidia.

    Buone rade a tutti.