Il varo

    Il varo

    L’altro ieri abbiamo varato Yakamoz. Non è una novità, ogni anno succede la stessa cosa, magari prima (stavolta abbiamo dovuto rimandare parecchio), ma la musica è questa.

    L’emozione anche è la stessa da sempre. Perché ‘bagnare’ la propria bimba, è qualcosa di speciale.

    Iniziamo con l’aspetto romantico e più naturale se vogliamo, più inerente con il termine barca. Finalmente le dai un senso, anche il solo galleggiare, stare alla fonda, vederla scodinzolare di qua e di là, le restituisce uno scopo, che chiaramente non ha quando in secco. Si aprono le danze, ora non hai più scuse, e gli elementi ci attendono come maestri di una scuola infinita, che chiede frequenti esami e verifiche degli insegnamenti appresi.

    Mi rendo conto però che una grande differenza la fa la location del varo. Perché se metti giù e poi entri in un marina (o in un porto) che, comodo che sia, ti colloca accanto altre barche, francamente tutto questo romanticismo non c’è. Si, resta il piacere e la comodità di essere in acqua ma lì finisce.

    Noi abbiamo la fortuna di scendere nella vasca di alaggio e subito poterci mettere alla fonda nella rada prospiciente lo Yachtmarin, che è già questo un enorme piacere; un premio agli occhi e alle sensazioni, olfattive persino, data la vegetazione lussureggiante. C’è molto turismo a Marmaris e basta vedere qualche foto del golfo per capirne il motivo.

    Da quel momento in poi tutti gli sforzi per metterla a punto trovano il giusto riconoscimento; e ora puoi dedicarti alle questioni più pertinenti il tuo veliero: armare le vele, l’easybag, mettere a posto le cime, riporre i parabordi nei gavoni (che nel nostro caso ricompariranno come un brutto presagio il giorno della messa a terra), armare scotte e insomma dare una bella pulita e sistemata per il suo nuovo status navigante.

    Già il primo caffè acquista un altro sapore: sei seduto in pozzetto sotto l’ombra del tendalino, la brezza del mare che viene sempre dalla direzione giusta (siamo alla ruota), nessuno o pochi intorno, e tu libero di ridere, fumare, bere, urlare persino, godere.

    La prima cena in acqua poi diventa quasi un appuntamento galante: qualche pietanza fuori dal quotidiano, musica giusta, atmosfera adeguata e un vino aperto per l’occasione, da far assaggiare anche a Yakamoz a mezzo del lavandino della cucina… Si dai, ci sta un po’ di scaramanzia, ma più che altro lo definirei un atto dovuto, un gesto di partecipazione nei confronti di quel guscio che custodisce da anni le nostre membra.

    E ora veniamo agli aspetti pratici.

    Per metterla giù, hai dovuto lavorare e spesso non poco. Il minimo sindacale è quello di aver pulito la carena e poi data l’antivegetativa. Ma in vita mia non mi è mai capitata tale fortuna.

    Alcuni lavori di ordinaria manutenzione sono stati effettuati già in fase di invernaggio, a cui si aggiungono delle ripetizioni operative tipiche, quali riattaccare la corrente, ripristinare la manichetta dell’acqua per le esigenze di bordo e pulizia pre varo; poi svernici dove ti eri ripromesso per verniciare nuovamente, finalmente riassembli il pistone del timone idraulico a cui hai prestato attenzione e impegno da mesi; poi smonti gli zinchi, li pulisci, verifichi che siano ancora fruibili e li rimonti; pulisci l’elica e la rimonti, e gli applichi il suo nuovo zinco; poi monti il nuovo sensore e orologio del gasolio, risigilla i tappi e… spera. (Qui potete trovare il test fatto per Osculati).

    Ah la passerella di legno ormai è ridotta a un “foliage”, quindi carteggi e vernici nuovamente: ce l’hai, non la userai mai se fai rada come noi, ma non puoi andare in giro come uno zingaro.

    La catena dell’àncora, va verniciata ogni 10 metri. Cambia il senso della scorsa stagione e ala il tutto.

    E poi, nota dolente, abbiamo dovuto sostituire un passascafo! Ora, chi sa sa, punto, chi non sa saprà il giorno in cui si confronterà con il problema. Non è il primo che cambiamo d’accordo, ma è un’operazione che non fai ogni anno e in quantità, per cui ogni volta è come se fosse la prima. Stai per metter mano all’aspetto più delicato della tua barca, i suoi buchi. E dato che dai pertugi sembra possa entrare acqua, e data la strana legge di gravità per la quale la pressione costringe gli scafi ad andare a fondo, in presenza di fori, ne consegue che è e resterà sempre un’operazione molto antipatica.

    In più avevo aperto i tappi di ispezione della deriva, per cui richiudo con il sika anche questi (non senza prima aver apportato una piccola modifica per quando dovrò riaprirli), e ingrassato la cuffia dell’asse nella speranza che non faccia acqua. Ah be si, nuova girante e tappo richiuso, filtro dell’acqua pulito e richiuso, fascette controllate. Sulla carta tutto in ordine quindi, ma la prova del 9 purtroppo la avrai solo quando scenderai in acqua.

    Pian piano capite dunque lo stato d’animo del varo. Anche perché in caso di errori commessi (o semplice sfiga, magari per un sika difettoso), il travel lift ti riporterà tranquillamente sul tuo invaso, salvo pagare soldi sonanti come se fosse un alaggio ex novo. E senza che ciò possa porre una parola fine ai tuoi dubbi per il varo successivo: il problema si riproporrebbe.

    Ci siamo finalmente, come un boia che si interessa alla tua esecuzione, l’amico Turgut, uno degli operatori del marina, verso le ore 9 come gesto di cortesia nei nostri confronti, ci chiede quando desideriamo possano passare a prenderci: è davvero una grande cortesia, in quanto nessuno in teoria ha priorità e semmai ci fosse si va in ordine di prenotazione; noi abbiamo dato l’ok per la data pochi giorni prima, per cui di sicuro non avremmo potuto essere tra i primi. Ma accettiamo di buon grado il gesto, e decidiamo per le ore 11: giusto il tempo di smontare cavi elettrici, manichette, pulirli e preparare tutto per le ultime mani di antivegetativa da dare alle tacche una volta sulle fasce. Vogliamo sbrigarci perché in caso di problemi almeno avremmo guadagnato tempo prezioso.

    Bene, con la lentezza di un patibolo su ruote, si avvicina il travel lift, l’ora è arrivata. Ci tirano su, carteggiamo le zone delle tacche, vernice e via verso la vasca. Io resto su, pronto a togliere un po’ di pescaggio alla deriva, (la vasca è profonda ma un po’ di prudenza non guasta mai), inoltre mi predispongo all’ispezione certosina, torcetta in mano, delle eventuali perdite, presa a mare in primis.

    Eccoci alla vasca, gli ingranaggi della gru iniziano a muoversi in senso opposto, e i cavi di acciaio adagiano Yakamoz in acqua: ‘ssssssssshhhh’, il lungo sibilo dell’aria che l’acqua fa uscire dalla scassa della deriva, vari ribollimenti e rumori mai desiderati dal marinaio, e via a indagare. Presa a mare asciutta, bene, tutte le altre asciutte, benissimo, cuffia volvo spremuta per spurgare l’aria, fantastico, tappi deriva non bagnati, alla grande.

    Un altro minuto, l’acqua è subdola e può metterci tempo; in realtà anche servirebbe vedere la pressione una volta in marcia, il che può cambiare le carte in tavola. Nulla, sembra tutto a posto.

    Başak attende notizie da fuori come una mamma apprensiva: “tutto ok puoi salire a bordo per rilassarti”. Il che significa che procederà anche lei al controllo de visu di tutto.

    Ora tocca al motore, valvola acqua aperta, contatti accesi, e si prova a farlo partire. Normalmente siamo con serbatoi pieni e l’operazione dello spurgo è molto facile, ma stavolta dovendo cambiare il sensore a uno dei due, lo abbiamo lasciato ovviamente vuoto, e pieno l’altro. Dopodiché ho riaperto i rubinetti di comunicazione e si sono livellati, il che ha comportato sicuramente più aria del normale nel circuito, cosa che ha costretto la povera Başak a lavorare almeno mezz’ora sulla pompetta C, il giorno prima del varo. Nonostante ciò il motore non parte, e con qualche peripezia e giusta attenzione all’acceleratore per non ingolfarlo, si riesce nel miracolo al 5° tentativo (almeno): evvai anche il fedele Yanmar è presente all’appello. Ora gira come un orologio, come sempre; lo lasciamo in moto nel frattempo che approfittiamo per far aspirare un po’ di acque nere e subito dopo molliamo le cime e via. ‘Brum brum brum’, a poco più del minimo ci accingiamo a uscire dal marina, salutiamo pieni di gioia tutti quanti, acceleriamo, ci battiamo il cinque io e la comandantessa, e finalmente dopo 10 minuti di smotoratina, l’ultima prova (il barbotin nuovo), ‘tlang tlang tlang’, àncora giù, testa fatta, calumo dato, ritenuta messa e ora finalmente, quell’attimo chiamato felicità.