Il momento del c….

    Il momento del c….

    Capita nella vita (diciamolo, diverse volte) che per tutta una serie di motivi si è convinti di aver fatto tutto bene, quando poi all’ultimo secondo capisci di aver prodotto una sonora… come si dice, non mi viene la parola corretta, si, parlo di quel termine tecnico che, ah si, una cazzata!

    E capita a tutti, anche a quelli più esperti.

    Perché la barca come sempre mi piace dire, è composta da migliaia di parti, piccole, grandi, più o meno importanti, che se vi metteste a contarle secondo me ho usato una numerazione riduttiva: facile siano 1 milione di elementi.

    Veniamo al dunque e inizio subito con le auto assoluzioni, che diciamolo è lo sport preferito di chi come me, non può accettare il fatto di essere stato tanto superficiale, quando trattasi di un argomento ampiamente sviscerato e affrontato in passato.

    Ne scrivo persino nel libro, e cioè parlo del pistone della pala del timone.

    La storia è questa e la riassumo per non annoiare troppo. In pratica a ottobre smonto il pistone perché c’era un trafilamento di antigelo lungo lo stelo, e consapevole che oramai questo avesse recitato il canto del cigno, ho preso la dolorosa decisione di rifarlo nuovo. Intendiamoci, parlo appunto dello stelo che, camolato dopo tanti anni di duro lavoro, e avendolo pulito alla meglio quasi ogni anno con l’aiuto dell’amico tornitore, le guarnizioni e o-ring vari, non ne potevano più di fare l’impossibile. Dolorosa in quanto l’acciaio necessario non è il “semplice” inox 316, ma un più ‘tosto’ 318 (chiamato in Turchia dublex). Questo perché lavorando in acqua di mare, richiede una protezione maggiore.

    D’accordo disassemblo tutto il pistone, tolgo le boccole di teflon che sono adibite allo scorrimento fuori/dentro dello stelo, e portatrici di oring, guarnizioni coniche, e xring.

    Lascio tutto al tornitore, faccio foto di ogni pezzo, e ci rivediamo ad aprile.

    Nel frattempo, come spesso capita, tutte le certezze e la freschezza delle immagini immagazzinate, svaniscono come neve al sole, complice il tempo, le imminenze della vita, altre questioni quotidiane non legate alla barca e via dicendo. Fino a quando poi non torni a bordo e dopo un breve check control, ti rendi conto di non ricordare un’emerita fava. Ed è per ciò che previdente e dopo tante cornate negli anni, faccio foto di tutto: sono un essere umano, e che sta invecchiando per giunta, non si discute su questo.

    Intanto dicevo mi serve acciaio 318 diametro 22mm. Che ci vuole, tutto nella norma. Si, magari. Difatti nei mesi scorsi Başak si informa in Turchia e con nostra sorpresa non solo è complicato trovarlo, ma quando presente in pezzi da 3 metri: decisamente un po’ troppo dati i 50cm a noi necessari. Ma alla fine ne veniamo a capo, comprando un pezzo da 1 metro che faremo tagliare a metà, così da averne uno di riserva. Prezzo intorno ai 30€, fattibile.

    In Italia? Praticamente introvabile tramite la solita filiera di mia conoscenza, amici compresi.

    Purtroppo ci scontriamo con un primo problema: non esiste il diametro di 22mm esatti, ma con una tolleranza che ci porta a circa 22,20mm: inaccettabile, in quanto tutto il sistema lavora con precisione utilizzando come detto oring ecc. dimensionati su 22mm. Va bene vorrà dire che lo faremo tornire.

    Però a Marmaris nessuno ha un tornio a controllo numerico. E si, di certo nessun tornitore per quanto esperto, potrebbe prendersi la responsabilità di tornire con l’utilizzo del calibro. Inoltre il materiale è talmente duro che pochi vogliono “consumare” le proprie punte per un lavoretto del genere.

    No problem, a Istanbul troviamo tranquillamente chi lo farà. E quindi arriviamo ai giorni nostri.

    Stelo tornito con tolleranza +/- 0, e pronti a terminare le modifiche necessarie a Marmaris dall’amico tornitore che effettuerà la filettatura da un lato, e altri dettagli che vi risparmio.

    Anche lui ha le foto fatte in Ottobre, ma… non tutte.

    Stamattina vado lì tutto baldanzoso e con in mano i vari oring e guarnizioni accumulate negli anni, e senz’altro ridondanti.

    Finiamo insieme alcune modifiche che vorrei evitarvi ma che invece penso siano interessanti e potrebbero tornare utili a chi andrà a scontrarsi con vicende simili: il foro della fine dello stelo adibito a sede perno timone è da 12mm: il perno è da 12mm. Perfetto. Si, ma conoscendo come vanno le cose porto con me il perno per testare, e stranamente non entra: misure verificate con il calibro ma nulla, foro e perno sono da 12mm. Può sembrare assurdo ma non lo è, magari qualche impurità nella trapanatura, una piccola deformazione del perno, non saprei, tant’è che abbiamo dovuto lavorare con il trapano a colonna per altre 3 sessioni.

    Montiamo la boccola in teflon con dentro il famigerato xring: non scorre sul pistone. Sforzando si rompe la guarnizione. Per fortuna ne ho altri 5. Decidiamo che così non può funzionare e allora approfondiamo con il tornio la sede/gola interna della boccola per dare più spazio all’xring evidentemente compresso (magari lo stelo vecchio era diventato 21,98, vai a sapere): in realtà anche prima avevo notato questo problema, già ‘alesato’ con altro tornitore. Perché? Facile, l’xring originale magari aveva una dimensione esterna e di spessore leggermente differente da quelli trovati in seguito dopo 20 anni. Va bene fatto anche questo, presentiamo il tutto, e ora l’orologio pare funzionare, ma c’è un piccolissimo gioco che il tornitore non accetta; soluzione: creiamo un’altra gola e ci mettiamo un altro xring (tanto ne ho in abbondanza). Fatto e ora tutto è perfetto. Le altre guarnizioni coniche e gli oring sono come nuovi per cui puliamo e rimontiamo.

    Torno felice in barca e insieme a Başak collochiamo il pistone nuovo collegandolo alla pala del timone e ai tubi idraulici.

    Salgo su, mi infilo come un contorsionista nel gavone e rimonto la pompa idraulica portata anch’essa a Istanbul per manutenzione. Sto per far riandare il circuito con l’antigelo, ma sono già le 18, sono stanco (oggi abbiamo sostituito un passascafo e sappiamo tutti che comunque è un’operazione stressante per tanti motivi), e oramai conosco questa sensazione. Avete presente la vocina che ti suggerisce “fermati un attimo altrimenti scatta la cazzata”. Sono anni che tendo ad ascoltarla, e devo dire che mi sento molto più saggio. Mai eseguire lavori con stanchezza, in quanto quasi certamente ti sfuggirà qualcosa o la farai male.

    Decido per rimandare a domani mattina il test. Başak è un po’ delusa ma così farò, mi conosco troppo bene e quindi vado a docciarmi.

    Torno e mi metto davanti al computer per scrivere il nuovo articolo per il blog. Mi serve una foto, voglio scrivere di quanto la barca sia una fabbrica di problemi, quindi quale immagine migliore del pistone in questione? Apro il jpeg e… vedo qualcosa che non avrei mai voluto vedere: manca una cazzo di guarnizione conica, totalmente differente dalle altre (la vedete nella foto: la frase in turco a beneficio del tornitore, significa proprio “guarnizione mancante”). Nooooooooooooooooooooooooooo!

    Purtroppo in tutti questi anni era l’unico pezzo del pistone che non avevo ancora smontato, in quanto non necessario, e mi sono totalmente perso il ‘cono del diavolo’. Ma come è stato possibile? Di solito oltre alle foto conservo i vecchi anelli, oring eccetera, come memo, dov’è questo? Nulla non lo trovo e non ce l’ho tra le mie dotazioni. Foto modificate e inviate al tornitore per wapp. Lo chiamiamo e anche lui rimane sorpreso (per non dire che ci rimane come un c…). Sarà che mi appare poco utile (ma si cosa vuoi che sia una guarnizione conica in un pistone idraulico!), sarà che non ce l’avevo sotto gli occhi, sarà che abbiamo sempre visionato le foto di altre zone dello stelo apparentemente più importanti, sarà che sono stato un imbecille, ma quando sai di aver perso, hai perso punto e basta. L’unica magra consolazione è che grazie alla vocina, non ho rimesso l’antigelo in circolo evitandomi il conseguente successivo casino per ripulire, eccetera, eccetera, eccetera.

    Ho rismontato poco fa il pistone e domattina appuntamento nell’officina del tornitore per rimediare.

    Sono ‘leggermente’ alterato ma almeno ho scritto l’articolo.

    Il NESSUNO della vela

    Il NESSUNO della vela

    Qualche giorno fa è venuto a mancare un grande figlio del mare, Marco de Montis: si trovava ad Olbia, nella sua Sardegna, aveva 51 anni.

    Ho atteso un po’ di tempo prima di parlarne, perché questo nostro spazio di condivisione non è una rivista e non c’è l’esigenza di stare sul pezzo, in tempo reale; e ciò anche per la speranza che le idee prendessero una forma migliore.

    Purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscerlo, così come molti altri personaggi “importanti” della vela, intendo gente tipo Moitessier & friends. Ma forse commetto un errore quando mi riferisco a loro includendoli nel sostantivo ‘vela’, sarebbe più corretto dire ‘mare’, o meglio ancora ‘vita’.

    Vela per me suona riduttivo o al contrario troppo inclusivo di persone che, perdonatemi, hanno poco da spartire come spessore.

    Quando morirà un personaggio famoso dell’America’s Cup, assisteremo probabilmente a fiumi di gente, commozione generale e servizi mediatici a profusione. Purtroppo tutto ciò che Marco non ha avuto. Non che gliene fregasse nulla immagino, pertanto resta una semplice constatazione.

    Solo che quel mio ‘purtroppo’ cela molto di più che un sentito dispiacere, e va rapportato a un quadro più grande.

    Chi era Marco? Basta digitare su Google il suo nome e qualcosa troverete: non molto, un paio di articoli di riviste del settore, nulla più. Per carità è già qualcosa, meglio di niente. Va bene, vi evito anche lo smazzamento di andarvi a cercare i dettagli, tanto non servono, basti pensare che era uno degli ultimi clochard dei mari. Si proprio quella specie in via di estinzione di cui l’amato Moitessier apparteneva, cioè l’eroe romantico per eccellenza.

    “Ma tu vuoi paragonare Marco a Barnard?”. No, certo che no, le miglia, le gesta avventurose, i primati pionieristici, pongono i due personaggi su due livelli differenti, benché il nostro connazionale comunque di mari e oceani ne abbia solcati abbastanza. Tuttavia Marco ai miei occhi ha paradossalmente un suo peso specifico maggiore rispetto al francese, perché vissuto in epoca differente. Moitessier si è avventurato in mare con mezzi a volte di fortuna, ma pur sempre quando molto era da fare, e il livello anche tecnologico poneva i velisti più o meno sullo stesso piano. E poi era il periodo degli hippy, del misticismo, del peace&love, delle comuni, e in un certo senso era forse più semplice prendere le distanze dalla società.

    Il marinaio italiano invece ha dovuto vivere molti disagi e rinunce in un contesto storico profondamente differente, cinico, in cui la forbice tra chi ha e non ha è enorme e evidente. E poi molte delle cose che Marco non aveva a bordo, e qui uno degli aspetti del suo coraggio, non le cercava proprio: non sapeva cosa farsene di un cellulare o smartphone, tranne per le strettissime esigenze di comunicazione quando capitava. Vaglielo a dire a chiunque di noi una cosa del genere, e vediamo chi sarebbe così pronto a rinunciarvi!

    In effetti mi disturba che quelle microscopiche attenzioni ricevute dai media, non ne abbiano mai evidenziato il lato eroico, romantico, ma quasi sempre restituito come una sorta di ‘macchietta’, al più un personaggio singolare; proprio come, immagino, avrebbe potuto apparire Bernard.

    Mi dispiace che non si riesca ancora a capire l’importanza di questi marinai, sono deluso dalla mancanza di sensibilità che la società riserva loro, a vantaggio dei soliti performer, recordman, fantini dell’ippodromo consumistico e competitivo di questo mondo annichilente, triste e stanco.

    Stiamo sempre lì, applaudiamo allo skipper di successo, al Tabarly di turno, ma sogniamo con Moitessier. Ed è qui che mi incazzo ancor di più: fate pace con il cervello, o con il cuore decidete voi. Perché se abbiamo un’idea della vela romantica, di un mare come teatro mistico e contemplativo, allora dovremmo dedicare statue e poemi a questi marinai, portarli come esempi, se non da seguire con i fatti almeno come fonte di ispirazione.

    Marco viveva di piccoli lavoretti e regali, e questo per molti equivale certamente a una vita stigmatizzabile. In Italia verrebbe considerato semplicemente “un barbone”, limitandosi alla miope visione pecuniaria, perdendo la ricchezza che il suo modus vivendi comporta. So bene di cosa parlo, non perché io sia uguale, al confronto anzi sono un lord, un bambino viziato, e non potrei mai ‘vivere libero’ come lui; ma ho avuto diverse occasioni per toccare con mano l’arroganza e lo snobismo di chi vede la barca come giocattolo e status symbol, anche se a parole spesso sembra parlare altre lingue. C’è molta meschinità nel nostro settore, e non c’è spazio per figure romantiche, spesso apostrofate con sconcertante nonchalance come “persone che vogliono vivere a sbafo di altre”, o altre affermazioni di berlusconiana memoria del tipo “io mi sono fatto da solo, mi sveglio alle 5 del mattino e lavoro per… eccetera eccetera”, dimenticando tra l’altro quanto la vita il più delle volte sia frutto di semplice casualità.

    Marco sceglie di vivere il più libero possibile a bordo del suo piccolo veliero, non è nato povero in qualche favela senza opportunità; e questa scelta è uno dei messaggi più forti con cui la società dovrebbe fare i conti. O meglio, è proprio perché li fa che ne trae spavento, allontanando quasi scientificamente ogni possibilità di eco: il format del criceto deve rimanere saldo, il messaggio di una vita alternativa meno schiava di falsi bisogni invece bandito. Pensate se storie come quelle di de Montis o Moitessier venissero insegnate nelle scuole, magari insieme a Pepe Mujica e altri ‘EROI’; non solo dunque riferimenti di successo nel senso triviale del termine, ma anche alternative percorribili da chi a volte ha bisogno solo di uno stimolo e un faro, per comprendere i giusti valori. Ci lamentiamo che il livello morale si stia abbassando, che le nuove generazioni ci sconcertano, ma non facciamo nulla per cambiare rotta, adducendo le colpe a una non meglio identificata causa aliena. Quando in realtà siamo noi la causa di tutto, noi che ridiamo di Marco o gli rifiutiamo un aiuto economico, pronti però a darlo a qualche chiesa per “pagarsi l’indulgenza”. A molti credenti (e tra i velisti presumo ce ne siano a bizzeffe) piace parlare di Gesù e dei suoi insegnamenti, ma lui professava la povertà (non la miseria) e viveva di poco, non lavorava, non produceva, per scelta; oggi se lo incontrassimo per strada, probabilmente ci gireremmo dall’altra parte con uno sfuggente “vai a lavorare!”. Ma il paradosso è che in suo nome si devolvono somme di ogni tipo per far si che il suo messaggio…

    Cercate di non concentrarvi sul dito e guardate la luna, il paragone può apparire dissacrante, ma la realtà invece dice altro. Marco e Bernard hanno prodotto ‘miracoli’ concreti, perché hanno fatto sognare, hanno ispirato, hanno portato anch’essi dei messaggi importanti, hanno cambiato vite, senza volere nulla in cambio se non un po’ di solidarietà alla bisogna, e magari il rispetto di chi ancora non ha capito molto della vita.

    Da parte mia ho un rammarico, quello di non averlo potuto aiutare con il Fondo: la nostra idea nasce anche grazie a lui, pensando a persone coraggiose come de Montis, e perciò lui era il perfetto candidato per la nostra ‘mano da marinaio’; ma purtroppo tra la nascita e crescita economica di quello che da qualche amico viene definito un magnifico progetto utopistico, e la sua dipartita, c’è stato troppo poco tempo per incrociare le rotte.

    Maurizio che lo ha conosciuto mi racconta, “mi avvicino alla barca e sinceramente da lontano non si capiva quale fosse la prua, la coperta era piena all’inverosimile di cime, parabordi, contenitori, cerate e bidoni di tutti i colori, insomma un bazar galleggiante… la barca più’ stravagante che avessi mai visto”.

    In un’intervista Marco dice riferendosi al suo piccolo “Saturn”, un Waarschip 725, “mi piace più che una casa, mi da pace, tranquillità”.

    Dicevo del paragone con Bernard a vantaggio di Marco, in quanto il navigatore sardo si è dovuto scontrare con diverse angherie figlie di questa società alla deriva, tra le quali un furto importante di attrezzature, e soprattutto il rifiuto di un marina portoghese a offrirgli ormeggio vista la tempesta in cui si trovava: epilogo triste, con la perdita del suo primo sogno “Orion” di 9 metri, con cui era partito dall’Olanda, e per il quale aveva venduto tutti i suoi averi.

    Nonostante ciò non si scoraggia, perché il desiderio di uscire da codesta società è più forte di ogni disgrazia, e quindi ricomincia a bordo di “Saturn”.

    Per comprendere il suo stato d’animo e la sua pace negli occhi basta vedere il seguente video, in cui tra l’altro gli viene chiesto di dare un’occhiata al suo libro di bordo, e quando descrive i venti che ha incontrato, tipo F8, ha bisogno di aprire una piccola tabella per leggerne la corrispondenza in nodi: fantastico! Tutto il contrario del “velista della domenica” o di chiunque vede il mare troppo spesso come un palco da cui esibirsi, facendo a gara per saperne di più. Lui è totalmente fuori tali dinamiche. Lui è la vela, il mare nell’essenza più pura e spontanea. Ha poca importanza quanti nodi siano un F8, lui sa, la sua pelle sa che dopo una certa intensità deve ridurre tela, o mettersi alla cappa.

    La foto che lo ritrae con quello che pochi definirebbero un sestante è emblematica: bimbo divertito e sognante che impugna un banale aggeggio di plastica, poco più di un goniometro, trasformandolo nel miglior strumento tecnologico di rilevamento posizione.

    Voleva scappare dall’Italia, dove era approdato nella sua terra di origine, la Sardegna; via, via dal suolo italico faro della burocrazia contemporanea.

    Desiderava atterrare in qualche isola del Pacifico, dove rimanere per il resto dei suoi giorni. Non ce l’ha fatta, ma in qualche modo sono certo che la sua anima si trovi proprio lì, magari a rollarsi una sigaretta insieme a Moitessier.

    Grazie Marco per le tue scelte e il tuo coraggio.

    Nasce “A tutto GAS!”

    Nasce “A tutto GAS!”

    È con orgoglio che comunichiamo la nascita di una nuova pagina e rubrica sulla piattaforma: “A tutto GAS!“.

    Nel corso degli anni abbiamo risposto a diverse domande, poste da chi cerca di barcamenarsi nel mondo della vela e del mare in generale. Abbiamo per cui deciso di fare qualcosa di più e ben organizzato, soprattutto coinvolgendo amici dallo spessore tecnico e di esperienza indiscutibili. Lo spirito della rubrica rimane sempre in linea con ciò che vogliamo fare, per cui niente atteggiamenti del tipo “lei non sa chi sono io”, o “mandi la sua richiesta in carta bollata”, bensì un posto di marinai pronti a dare una mano: lo consideriamo un Gruppo di Aiuto Solidale.

    Come al solito è tutto un divenire, modifiche e miglioramenti, quindi se ritenete di fornirci indicazioni e consigli siete sempre i benvenuti.

    Nel frattempo godetevi il primo interessantissimo quesito posto dall’amico Valerio, a cui sono arrivate le risposte.

    Alla via così.

    Commento ad alto contenuto di delirio

    Commento ad alto contenuto di delirio

    Nota a cura di Giampaolo Gentili: l’altro giorno pubblico un articolo “Una vita non basta”, in cui parlavo di alcuni aspetti legati alla barca e al senso di libertà. Tra i vari commenti, tutti molto belli (se non vi andasse di leggere l’articolo potreste anche solo limitarvi ai commenti), profondi e che avrei voluto pubblicare senza escluderne nessuno, mi colpisce in particolare questo di cui ho deciso farne un articolo a parte. Premesso che sono davvero orgoglioso della qualità degli affezionati lettori del blog, Federico appunto ne fa parte, ma più importante, ho avuto modo di conoscerlo per una settimana intensa, a bordo di Yakamoz. Ecco perché so per certo quanto lui ami mettersi in discussione, da sempre, ponendosi domande fondamentali, utili ad aprire quelle porte che lo condurranno insieme alla sua famiglia speciale, ne sono certo, verso rotte di vita sempre più libere. Ammesso che la parola libertà abbia un senso compiuto. Inutile aggiungere altro, eccovi il suo commento.

    Ciao Giampaolo, ho voluto trovare un po’ di tempo prima di rispondere a questo tuo post che non riguarda “la barca” ma il concetto di libertà nel senso più ampio del termine, come ben sai è un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

    Qualche tempo fa confrontandomi con gli utenti del noto social network sul concetto di barca = libertà mi sono trovato di fronte le più grandi distorsioni: “non esco mai dalla barca”, “se arrivo da qualche parte escono tutti ma io rimango qua”, “non la lascio mai incustodita” ecc ecc…

    Tutto giusto però… praticamente un carcere.

    Già mi immagino il lungo viaggio per raggiungere che so, le isole Faroe, riuscire a trovare approdo sicuro e poi mettersi sul ponte della barca con il rum e dire : “bene, sono arrivato, tempo di fare cambusa e poi via sottocoperta”.

    A che serve un mezzo, la barca, che ti porta virtualmente ovunque, se poi non si può esplorare il luogo?

    Ancora mi ricordo il mio primo incontro con Tenerife (non in barca a vela), appena toccato il suolo dell’isola ero letteralmente “affamato” di scoprire tutto, di vedere come viveva la gente del posto, di guardare il mare dal picco del Teide, di passare sopra il suolo lunare del vulcano, guardare la valle dell’orotava con le sue distese agricole, assaggiare i liquori, sentire i profumi, i sapori. Ah! Non sarebbe bastata una vita e avevo solo un giorno.

    Stessa cosa per il cammino di Santiago, andavo a piedi e facevo dai 20 ai 60 km al giorno. Adesso ne farei 10 e mi gusterei di più il paesaggio, parlerei di più con la gente del posto, magari mi fermerei per un po’ a far vita con loro, magari, nei miei sogni.

    Il concetto di ‘libertà’ è vago, sfuggente e volubile come lo è il carattere di noi che cerchiamo sempre un orizzonte dove andare.

    Scegliamo la barca ma capiamo che ci sono dei limiti e vorremmo cambiare.

    Andiamo a piedi e capiamo che ci sono dei limiti e vorremmo cambiare.

    Scegliamo la ruralità stanziale ma anche lì limiti, e non ci piacciono.

    Non ci piacciono i limiti, da qualche parte fra il cuore e la gola c’è una sorta di “groppo” che ci fa vivere questa inquietudine, e va bene così.

    Va bene così perché nella natura umana non esiste la libertà assoluta o meglio: non esiste uno stile di vita che abbia questa caratteristica.

    Nel mondo dell’alchimia, pratica esoterica sulla quale NON mi riconosco nella maniera più assoluta ma che offre interessanti abbozzi di filosofia spicciola, si parla di principio dello scambio equivalente : “Senza sacrificio l’uomo non può ottenere nulla, per ottenere qualcosa è necessario dare in cambio qualcos’altro che abbia il medesimo valore”. Ecco, noi forniamo ‘gradi di libertà’ per ottenere ‘gradi di esperienza vissuta’; dobbiamo essere consapevoli che per ogni esperienza che viviamo abbiamo dei vincoli a cui dobbiamo sottostare, il trucco è capire quali di questi vincoli siano superabili, aggirabili o moderabili e quali invece sono immutabili.

    La barca ad esempio: è inimmaginabile per me sottopormi alle vessazioni della situazione italiana, continuerò quindi ad avere il mio piccolo natante che “sfugge” alla maggior parte delle pesanti gabelle e leggi assurde fintanto che rimarrò nell’italico suolo; la mia cortissima esperienza in Croazia ad esempio mi conferma come l’italiano che viene in barca venga visto come uno salvadanaio, ma è altrettanto vero che è l’italiano che viene in barca che ha comportamenti tipici di chi vuole ‘la pappa pronta’ e di conseguenza chi prepara la pappa, vuole essere pagato.

    Sono distorsioni mentali, se vuoi la vera libertà da gabelle, spese di pontile o di gavitello devi imparare ad essere autonomo.

    Insomma: lunga storia ed io ho finito il tempo 😀.

    La libertà… la libertà la si rincorrerà tutti ancora per molto, nel frattempo continueremo ad accumulare diapositive da condividere, non saranno più solo immagini ma esperienze: il quad 50cc che si spegne in salita, il catabatico che fischia vicino all’approdo, quel sapore inconfondibile di terra mista ad acqua di mare, l’orco dai mille gatti che esce vicino la pasticceria della nonna (si, questa la capiamo solo io e te), la ricerca del refolo di vento perché “il rumore del motore proprio no, non ci piace”, e poi la mano che ti aiuta quando non ce la fai più, quando l’ultimo km percorso è stato il km di troppo, le montagne lontane e la voglia di andarci, gli scarponi messi in un angolo che “chissà dove andremo la prossima volta”, il kayak, la spiaggia e il tipo che appare con un rosso toscano e tu che hai il cacciatorino appena tagliato, e da li a sera saranno chiacchiere e risate.

    Ecco: questa per me è la libertà, la portata principale della nostra vita: quella fiches da 100 anni non potremmo giocarla sempre bene, l’importante è non giocarla sempre male, ahahahah.

    Un Abbraccio.

    Per non sentirsi gretini

    Per non sentirsi gretini

    Mancava un trombone all’orchestra, e quindi eccomi.

    L’argomento è quello del momento, Greta.

    In questi giorni ne ho lette di cotte e di crude e come al solito in Italia (non so all’estero), ci si divide tra Guelfi e Ghibellini, un classico da cui non riusciremo forse mai a liberarci.

    Di conseguenza mi perdonerete se anche io dico la mia, soprattutto perché l’argomento riguarda tutti, noi amanti del mare per primi, e d’altronde ne sto dibattendo da anni.

    Nel 2017 esce uno studio dove si evidenzia che il 90% dell’inquinamento da plastica degli oceani è dovuto a 10 fiumi, la maggior parte dei quali in Asia, il che istintivamente ci stimola due reazioni. La prima di odiare una parte del mondo, l’altra di deporre ogni arma con buona pace dell’impegnata Greta Thunberg: impossibile resistere a un ‘fiume in piena’.

    Questa notizia (tra le altre) è stata riesumata per dileggiare l’adolescente svedese, che sta intasando il web, i media in generale, con i suoi moniti, tra cui secondo me il più feroce e toccante è “ci avete rubato il futuro”.

    Perché ciò che vado sostenendo da tempo e le accuse di Greta, ma direi dei vari movimenti ambientalisti in toto, vanno a braccetto? Molto semplice, uno è la conseguenza dell’altro.

    Greta è una ragazzina di 16 anni a cui sfuggono diversi altri aspetti, limitandosi in un certo senso a puntare il dito a ciò che accade, senza però riuscire a comprendere il quadro di insieme, cosa necessaria ai fini di una politica precisa proprio a favore del suo j’accuse. D’altronde è comprensibile e nessuno può pretendere di più da lei: io alla sua età giocavo a pallone spensieratamente.

    Ad esempio è vero che se la mia casa sta andando a fuoco, non ho tempo per tergiversare, e mi devo sbrigare a gettare acqua quanta più possibile e in ogni dove. Se ciò comporterà la perdita di cose preziose, computer, soldi eccetera, sarà un’inevitabile danno collaterale che dovrò accettare visto il fine più urgente e importante. Questo in teoria.

    In pratica la percezione dell’incendio non è così reale, pochi hanno la consapevolezza di Greta, gli altri, la maggioranza, siedono comodamente sul proprio divano a guardare ‘Maria de Filippi’, a fare acquisti nel centro commerciale, o a sbavare dietro l’ultimo modello di Beneteau.

    Ma c’è anche un altro aspetto, e cioè l’effetto collaterale di un immediato cambio di direzione, che come al solito comporterebbe disagi altrettanto immediati a chi ha poco. Mi riferisco alla chiusura di molte industrie, special modo pesanti (come accaduto negli USA), allevamenti intensivi e via dicendo, con conseguenti licenziamenti e malcontento generale.

    Basta guardare ad un esempio recente, i gilet gialli. In Francia non sono scesi per combattere il cambiamento climatico, ma per gli aumenti voluti dal poco simpatico Macron con la carbon tax! Cioè proprio un’azione politica atta a scoraggiare il consumo di energia fossile a vantaggio di gas e elettricità (sulla carta, ma fino a prova contraria è così). Insomma purtroppo, e lo sottolineo, l’uomo della strada si trova a combattere con delle immediatezze che non lasciano spazio a una repentina virata ecologica: è come dire di stare per affogare e dover scegliere se salire al volo su una zattera o rinunciarvi in quanto comunque consapevoli che moriremmo di sete e fame; prevale l’istinto di sopravvivenza, non la razionalità, e la speranza di un evento straordinario, un soccorso inaspettato a tirarci fuori dall’impasse.

    La protesta di Greta ha trovato un’immensa audience a tal punto che ora l’hanno candidata persino al Nobel. Ma, mia opinione, sarebbe stata forse ancor più devastante, se la ragazza non fosse una benestante, ma bensì una figlia del popolo meno abbiente, pronta al sacrificio dei suoi genitori, cioè pronta a un possibile inasprimento di povertà e indigenza. Perché ahimè è quello che avverrebbe, quanto meno all’inizio e senza un piano ben studiato.

    Io sostengo che la battaglia principe da portare avanti sia il ridimensionamento dei consumi, perché è alla nostra portata e squisitamente dovuta al libero arbitrio, e le cui ripercussioni positive sul clima facilmente intuibili. E non servirebbe essere talebani (Greta ad esempio ha convinto i genitori a diventare vegetariani prima e vegani poi, eccetera) ma morigerati, rivedendo la scala dei valori.

    “Ma anche in questo caso le fabbriche chiuderebbero e… e… e…” Forse, ma d’altronde se la casa va in fiamme, effettivamente qualche prezzo dovremo pagarlo. Scrivo forse però, in quanto le fabbriche di cui parlo sarebbero quelle del superfluo.

    “Con India e Cina che facciamo?”, nulla, cioè molto. Oltre a una campagna di sensibilizzazione da parte degli stati occidentali, non desiderando più le mila cazzate, e vari status symbol oramai divenuti indispensabili, ma quasi tutti prodotti proprio da loro, come per magia anche le fabbriche asiatiche cesserebbero di produrre. Il timore che 1 miliardo di persone si ritrovi sul lastrico è un po’ fuorviante e strumentalizzabile. Mi viene da chiedermi cosa facessero queste persone 30 anni fa.

    Sta di fatto che abbiamo un’emergenza, creata dall’occidente in 150 anni (si siamo noi i responsabili dell’80% delle emissioni di CO2) e ora portata avanti a gran galoppo dalle economie emergenti che… producono per noi. Già sento il grido di protesta del vietnamita “ma come, voi occidentali vi siete divertiti a girare in Ferrari, e ora a noi volete togliere la stessa possibilità?”. La risposta è si. Purtroppo, ma resta si.

    Non esiste la formula del tutti contenti, non stavolta, se mai sia esistita. Lo ripeto, Greta lo ripete, la casa è in fiamme e non c’è tempo di concentrarci sul colpevole e sul politically correct.

    D’altronde l’occidentale stesso dovrà fare grandi rinunce, imparando una vita più frugale e morigerata, il che non significa povertà. I nostri nonni che vivevano con un’auto a famiglia (chi ce l’aveva), magari un pezzetto di terra per l’orto, 4 galline e via dicendo, all’epoca non si consideravano poveri. È la prospettiva che è cambiata, e quello che allora significava vivere di stenti, ovvero la fame vera, il non potersi riscaldare, curare, oggi si è trasformato nel non poter cambiare il cellulare, andare dal parrucchiere, vacanze, cambiare i vestiti ai figli ogni mese.

    La tecnologia odierna ha il potere di mettere in condizione chiunque di vivere dignitosamente, a patto che tale dignità si configuri con delle priorità, come l’accesso a cibo (parentesi gigante che non posso affrontare, semmai lo farà Başak), sanità, vestiario e partecipazione al ciclo produttivo NECESSARIO al sostentamento del mondo intero.

    Non è comunismo, non è fascismo, non è niente che abbia un colore, e anzi direi basta a queste cazzate anacronistiche. È un grido d’allarme per portare l’uomo a concentrarsi su valori più veri, e a uno stile di vita finalmente sostenibile e ricco di “io” e non di “cose”.

    Faccio un esempio molto pratico nella speranza di farvi capire il concetto.

    Domani l’illuminato ipotetico stato “X-taliano”, decide di mettere in moto politiche forti pro clima e consumi e pertanto obbliga i supermercati esistenti e nuovi a dedicare il 50% degli scaffali a prodotti a consumo senza confezione e provenienti da aziende “locali”: ad esempio i saponi, detersivi, cereali, legumi, possibilmente non più di 2-3 scelte, e altro di possibile. Prodotti intendiamoci di qualità, non scadenti ma che non pagano il costo del packaging, della pubblicità e del trasporto. Contenitori riciclabili o di latta, vetro ecc. quindi riutilizzabili all’infinito. Banco del pesce? No grazie. Mercati ad hoc in punti strategici e facilmente raggiungibili dai clienti, e per non più di 2 volte a settimana.

    Nello stesso tempo incentiva l’apertura dei GAS (gruppo di acquisto solidale), avvicinando i coltivatori e gli allevatori, direttamente al consumatore finale, bypassando le filiere estremamente costose della GDO: maggiori guadagni, prezzi uguali o minori che al supermercato, qualità come una volta. Forse le arance siciliane ritornerebbero a fare la loro parte senza marcire per terra perché non conveniente per il coltivatore. E forse chiuderebbero le migliaia di supermercati spuntati in ogni angolo di quartiere negli ultimi anni: mi chiedo anche qui come facessimo noi 30 anni fa senza di loro!

    Contemporaneamente si obbligano le scuole a ore formative sul consumo sostenibile e alla corretta alimentazione, che ovviamente disincentiva l’attuale frequenza di consumo di carni, schifezze varie, merendine, patatine fritte e che dir si voglia.

    Perché mi concentro come esempio sull’alimentazione? Facile, il grosso dell’energia e dell’inquinamento la fa l’industria alimentare, special modo con gli allevamenti intensivi.

    E se la mia vita non passa più attraverso pranzi e cene fuori casa ogni 3 per 2, vacanze costose, automobili all’ultimo grido una per ogni componente della famiglia, occhiali da sole da cambiare ogni 6 mesi, scarpe 10 paia grazie, magliette, trucchi, profumi, vini chatòblimblòm per tutti, playstation 1-2-3-4-18 ogni anno, aria condizionata anche al cesso, ‘barca nuova per forza’, winch elettrici, stazione del vento wifigiroscopicafaccioipopcorn, macchine del caffè che senza cialde non esiste più il caffè, vestiti, tacchi, mutande, cinema, a mio figlio serve lo zaino di Mazinga Z (magari), o il tablet altrimenti non studia, e fate voi, aggiungendo ogni corbelleria che la vostra onestà intellettuale sono certo, sarebbe in grado di indicarvi… ebbene, se la mia vita fosse più morigerata, anche le mie esigenze economiche diminuirebbero. Il detersivo mi costerebbe meno, di carne ne mangerei meno, e magari “il sistema” mi avrebbe messo in condizione di lavorare 10 ore a settimana per partecipare a questo “progetto Dharma universale” di portata galattica, a cui accederebbero tutti, compresi gli operai licenziati da quelle famose fabbriche che ieri producevano cose inutili.

    Per favore, non sprecate energie nel farmi osservare che questo è sbagliato, quell’altro non è possibile, e critiche varie su ogni operazione di fantasia che ho messo nero su bianco; concentratevi sulla luna e ditemi se davvero qualcosa di simile, volendolo, non sarebbe possibile, anzi auspicabile.

    E vi prego di un’altra cosa, Greta non sarà la panacea del mondo, forse non ci salverà da un’estinzione che inizio quasi ad auspicare (almeno qualche forma di vita con maggior diritti avrebbe qualche chance di ricominciare in santa pace), ma è meglio che si provi ad avvisare più gente possibile che c’è un incendio devastante, o è meglio rimanere a chiederci con quale squadra italiana si scontrerà il Real Madrid nella cieeeempion?

    È indispensabile parlarne, è fondamentale che divenga argomento all’ordine del giorno; le persone devono riversarsi nelle piazze scioperando come Greta, anche solo dedicando un giorno a settimana. Bisogna esigere da ogni politico di sposare la priorità del cambio di direzione.

    Io confido nella sua sindrome di Asperger, perché siamo arrivati a un punto in cui la normalità è nemica del coraggio. Greta in questi giorni certamente sarà oggetto di strumentalizzazione da parte di potenti, media e cattivi consiglieri. Una persona “normale” presto o tardi deporrebbe le armi, o ne arrotonderebbe la punta per vantaggi personali. Lei invece è estremamente concentrata e ha dalla sua l’avere 16 anni, il che le consente di far vergognare il mondo intero, incapace di prendere con decisione e maturità la giusta direzione se solo lo volesse. Molta di questa determinazione le arriva appunto dalla sua sindrome, che ai miei occhi la rende una ragazza speciale con dei super poteri.

    Per cui, per favore, facciamo compiere un passo avanti alla nostra umiltà, e stringiamoci attorno a Greta, e aiutiamola a salvarci.

    Vedete, io non ho figli e non ne voglio, e la cosa francamente mi può riguardare relativamente, ma voi genitori un giorno dovrete spiegargli il perché non avete fatto nulla, anzi. Ho paura che vi sentirete dei ‘gretini’, ma sarà troppo tardi.