Radio di bordo: forse non tutti sanno che…

    Radio di bordo: forse non tutti sanno che…

    Sono stato CB alla fine degli anni 70 inizio 80, se non sapete chi siano i CB, sono persone che ben prima che esistessero i social, avevano trovato un modo per dire stupidaggini pubblicamente, rimanendo a casa loro, ma anziché con la tastiera del PC, via radio a perfetti sconosciuti, esattamente come oggi accade con Facebook e gli altri social. Noi però eravamo più fortunati, utilizzando la voce non lasciamo traccia di ciò che avevamo detto ed un momento dopo niente rimaneva delle nostre parole.

    Giova invece ricordare che un giorno tutti noi dovremo spiegare ai nostri figli ed ai nostri nipoti di come mai insistiamo perchè non prendano il vizio di fumare, ma Facebook ripropone tra i ricordi, i nostri selfie sotto braccio a Bob Marley…. (😁)

    La radio è una compagnia fondamentale per chi va per mare, oltre ad ascoltare dei tanto utili, quanto barbosi, bollettini meteo, usciti dal campo di copertura della telefonia cellulare, e ammesso di non essersi dotati di un costosissimo telefono satellire, la radio trasmittente rimane l’unico mezzo di comunicazione utilizzabile.

    Chi naviga lungo costa, difficilmente si troverà in assenza di copertura della rete di telefonia mobile o al più si troverà ad impegnare quella di qualche paese straniero, magari a costi da salasso, ma comunque in grado di comunicare.

    Va messo in conto che le radio di bordo, VHF, sono concepite per essere impiegate in ambiente salino ed umido. Alcune radio portatili VHF sono realizzate addirittura in maniera stagna e garantiscono il loro funzionamento anche dopo essere state immerse nell’acqua di mare per diverse ore. Sfido il più costoso dei cellulari tra quelli che tutti abbiamo in tasca a resistere anche solo 5 secondi nell’acqua del WC di casa.

    Per questo motivo la radio VHF di bordo non dovrebbe mai mancare e dovrebbe essere sempre verificata prima di salpare per qualunque tipo di navigazione.

    Ogni tipo di “radio trasmittente” ha una sua “portata” ovvero la distanza che riesce a coprire fintanto che il suo segnale sia ricevibile in modo comprensibile da un’altra stazione radio. La portata è determinata dalla potenza di trasmissione che si esprime in WATT e dal tipo di antenna utilizzata.

    La gamma di frequenza VHF utilizzata in ambito nautico è quella dei 156 Mhz in FM, questa banda di frequenza funziona sul principio della “portata ottica” la curvatura terrestre, quindi, sarà il primo dei limiti che incontreremo trasmettendo un messaggio via radio.

    Per questo motivo, disporre di un antenna in testa d’albero, sarà senz’altro meglio che disporre di una antenna di gomma sulla radio portatile, o di un’antenna esterna fissata al pulpito della barca. Anche le condizioni atmosferiche influiscono sulla distanza di copertura di una stazione radio, ma su quelle, non possiamo, per il momento, intervenire in alcun modo. Un VHF di bordo “fisso” è solitamente molto piu potente di un VHF portatile, di solito gli apparati fissi dispongono di potenze tra i 25 ed i 100 Watt. I VHF portati invece dispongono di potenze comprese tra 1 e 5 watt.

    – il VHF fisso di bordo, con antenna in testa d’albero, avrà una portata media di 10-20 km

    – il VHF portatile, con la sua piccola antenna in gomma, avrà una portata media di 1 -3 km

    Quindi riassumendo:

    Radio = Sicurezza

    Maggiore Sicurezza = Distanza coperta dalla radio

    Maggior distanza di copertura = Radio VHF Fissa e antenna piu alta possibile

    Non starò a ripetere le modalità di utilizzo della radio per i vari messaggi, MAY DAY – PAN PAN – SECURITE’ SECURITE’ ecc. invece vorrei soffermarmi sul modo di utilizzare il microfono ed il suo pulsante.

    Avvezzi come siamo all’utilizzo del telefono cellulare, che consente la comunicazione “full duplex” ovvero si parla e si ascolta contemporaneamente, (caratteristica infinitamente utile quando state litigando con vostra moglie o con un amico e potete mandarvi a quel paese urlandovelo reciprocamente in contemporanea) la radio VHF di bordo, consente soltanto la comunicazione “simplex”, tranquilli, non è un’ herpes, significa soltanto che una sola stazione radio alla volta potra trasmettere, mentre le altre dovranno attendere che la frequenza sia libera, prima di poter fare altrettanto.

    Per questo motivo infatti, si osserva il silenzio radio nei primi 3 minuti di ogni mezzora, al fine di consentire una più facile ricezione di eventuali messaggi di emergenza anche di stazioni radio con ridotta capacità. Questo è infatti il significato delle aree verdi e rosse che si osservano sui quadranti di molti orologi di bordo.

    Da Rambo allo storico Sergente TJ Hooker, la televisione ed il cinema ci hanno sempre proposto conversazioni radio del tipo:

    – Lone Wolf dacci la tua posizione, PASSO

    Quel “passo”, ma nel mondo viene usato “over”, significa che state lasciando il pulsante del microfono e dalla trasmissione passando in ascolto.

    In questo passaggio sovente si ascoltano messaggi radio tra imbarcazioni e il marina di zona dai contenuti tronchi e privi di significato:

    – ….. fica2 sta lasciando il posto barca pass….

    potete immaginare che l’addetto alla torre di controllo del Marina, oltre a sussultare e dispiacersi per la perdita, consulterà l’elenco delle barche in ormeggio al momento, senza capire quale barca stia effettivamente lasciando il suo posto.

    Questo accade perché l’operatore radio a bordo di …fica2 non ha atteso il classico, ma fondamentale “secondo” tra il momento in cui ha premuto il pulsante della radio e quello in cui ha iniziato a parlare.

    Se avesse premuto il pulsante di trasmissione, contato 1, e poi iniziato a parlare, il il messaggio sarebbe stato:

    – magnifica 2 sta lasciando il proprio posto barca, passo…

    è buona norma osservare la stessa regola del “secondo di pausa” anche al momento del rilascio, per non rischiare di troncare a metà l’ultima parola che pronunceremo.

    Altro aspetto delle comunicazioni “simplex” col VHF è il fatto che, su un dato canale (frequenza) mentre due stazioni stanno conversando tra loro, una terza stazione che avesse urgenza di farsi ascoltare, non potrebbe intervenire nel rapido scambio di messaggi tra Magnifica 2 e la Torre di Controllo del Marina.

    Questo problema può, però, essere ovviato grazie ad un’altra buona abitudine.

    Attendere il solito famigerato “secondo” tra la fine della trasmissione del nostro interlocutore e l’inizio della nostra trasmissione.

    Quel breve lasso di tempo di attesa genera infatti lo spazio necessario affinché una stazione terza, in difficoltà, possa inserirsi e farsi ascoltare.

    Tenete sempre presente che tra le 1000 avarie e problemi che potrebbero verificarsi a bordo, alcuni potrebbero richiede interventi e soccorsi immediati e poter quindi farsi ascoltare rapidamente potrebbe essere determinante.

    La vostra bocca dovrà trovarsi allineata al microfono palmare del VHF fisso o alla radio portatile di bordo. Scandite bene le parole, lentamente e con tono di voce deciso e volume sufficiente a coprire il rumore del vento o del motore.

    Seguendo queste poche e semplici regole diventerete un radio operatore consapevole ed amato da tutti i vostri interlocutori.

    La ripartizione delle frequenze adibite alla comunicazione nautica è rigidamente stabilita, quindi anche se le radio moderne dispongono di 100 e più canali, suggerisco di ripassare i manuali della patente nautica, nei quali le norme che regolamentano l’utilizzo della radio di bordo, sono di solito tratte, frettolosamente magari, ma pur sempre presenti.

    L’argomento “radio di bordo” richiederebbe approfondimenti nei quali addentrarsi ma che per ragioni di opportunità non possono qui essere sviscerati. Per qualunque dubbio, sono a vostra disposizione.

    Quindi, passo e chiudo.

     

     

    Alberto Gamannossi passa molto tempo a bordo della sua amata “Bibis”, un First 24, di cui si occupa totalmente della manutenzione, sotto ogni aspetto. È un sognatore e per questo condivide il nostro messaggio di decrescita, e a breve si trasferirà a vivere in barca. Nel frattempo porta avanti con impegno il suo blog “Vivere in mare“.

     

    Non è un paese per giovani

    Non è un paese per giovani

    È il titolo di un capitolo oramai oserei dire “famoso” del mio primo libro.

    Ma al contempo rimane anche un grido d’allarme costante e che trova riscontri quotidianamente. Argomentiamo.

    Come molti di voi sanno io e Başak recentemente trascorriamo qualche mese invernale in Algarve, per tutta una serie di motivi e scelte che ora non sto qui a spiegare (tutto a tempo debito).

    Siamo arrivati in questa splendida terra grazie a due amici pensionati, che in compagnia di tanti altri connazionali e europei in generale, hanno scelto di unire l’utile al dilettevole: sgravi fiscali e posto ideale dove l’aria non è mai troppo umida e il sole in inverno consente talvolta di stare in maglietta.

    Nel libro parlavo di come navigando di qua e di là incontrassimo prevalentemente barche con a bordo persone di una certa età: di giovani neanche l’ombra se non con il conta gocce e più che altro per esperienze sporadiche, tipo anno sabbatico, o peggio semplici charter.

    Oggi non posso che confermare la tendenza, ma anzi la estendo ad altri settori e passioni.

    E proprio qui in Algarve dove come anticipavo i pensionati se la godono, non posso far finta di non notare attempate coppie o single, che con un certo stridore siedono a bordo del nuovo giocattolo spider o moto che sia, con tanto di fazzoletto in testa di lei stile “Grace Kelly” dei tempi andati.

    Il quadro raggiunge vette grottesche con l’abbigliamento: sia per il look di ‘lui’ che se italiano, sfoggia spesso una mise rosa e à la page (…), sia per ‘lei’, che non curante dei suoi diciamo 7/8/9/ttanta e passa anni, trova gusto nell’esibirsi con shorts attillati, e di quando in quando botulino misto a trucco, il cui risultato è a dir poco avvilente. Questa ovviamente la mia opinione.

    In buona sostanza e brutalmente, giocano a fare i ventenni, hanno i soldi e risorse economiche spesso inimmaginabili per un giovane, e di conseguenza si godono la vita fino in fondo, per quelle che forse sono state le migliori esistenze della storia umana; mi riferisco alle classi ‘40 e ‘50, epoche in cui chiunque abbia avuto un po’ di sale in zucca ha raccolto patrimoni e diritti pensionistici che solo a pensarci oggi vien da ridere, come se fosse una boutade da gratta e vinci. No, non li accuso, molte sono persone squisite e nostri cari amici (e guarda caso però non hanno né botulino, né camicie rosa); hanno solo vissuto anche con buona fede e una sorta di ingenuità e fiducia nel sistema, quando delle problematiche tipo quelle ambientalistiche, o le attuali urla dei loro figli e nipoti del tipo “ci avete rubato il futuro”, ne erano totalmente ignari.

    Insomma dai noi faremmo come loro, magari con miglior gusto, non saprei, ma nessuno lascia per terra una borsa piena di soldi quando non c’è nei paraggi il presunto proprietario. Altrettanto difficile che tale fortuna la si porterebbe al primo distretto di polizia auspicando il loro buon operato. Magari qualcuno la devolverebbe a qualche associazione caritatevole, ma…

    Lo stato dei fatti è questo, i giovani a spolparsi un osso oramai privo di carne, tra un call center e un altro, i più ambiziosi schiavi del consumismo a profusione e lì a sgomitare nella piscina insieme ad altri squali, chissà in qualche contesto multinazionale d’oltralpe (improbabile in Italia), ma pochi ad approfittare dell’attuale sistema overload e empty, per dire un gigantesco BASTA, o un più forte e sonoro ALLORA ANDATEVENE TUTTI AFFANCULO!

    Non che non ce ne siano intendiamoci, e anche vedo rarissimi esempi di coppie giovani con pargolo, a bordo di qualche Bedford scalcagnato in versione hippy, tavole da surf al seguito. Poche eccezioni che confermano la regola.

    Venti anni fa i pensionati difficilmente se ne andavano in giro a bordo della loro “motocicletta 4 hp”, facile che facessero i nonni, semplicemente i pensionati come eravamo abituati a vederli: poche pretese, pochi e semplici svaghi, e tutto rientrava in uno schema predefinito, noto. Ad andare in giro con la spider erano i figli semmai, gli yuppies certo alle prese con business e carriere, ma il soldo era nelle loro mani. Il meccanismo aveva una logica. Quei 45enni dell’epoca sono i 60enni di oggi o i 70enni, e come anticipato, continuano a girare in spider, mentre i figli bé, i figli, fanno quel che possono. Il peggio è che quest’ultimi in alcuni casi devono sopportare anche le critiche di coloro i quali pensano di essersi meritati fino all’ultimo agio perché più bravi, più capaci e scaltri, meno rincoglioniti dai media e social (senz’altro vero ma fa parte di tutto un gioco complesso… vabbè ne parlerò semmai in altra sede), quando in realtà hanno semplicemente cavalcato l’onda enorme che ora ha lasciato solo schiuma e pesci sulla battigia a morir di asfissia.

    Eh si, è un momento complicato per “noi giovani”, e io e Başak che iniziammo 11 anni fa all’età di 36 anni il sottoscritto e 32 lei, dunque effettivamente giovani, ora che iniziamo a sentirci non più tali, ci consoliamo con la consapevolezza che quando avremo 65 anni, interagiremo con persone con poche possibilità economiche, pertanto, ci auguriamo, più semplici e volte a una vita sobria e morigerata… forse. Sempre che non saranno incazzati o peggio rassegnati e con un carrello della spesa come unico armadio dove stivare le poche cose lasciate dalla società fagocitante. Esagero chiaramente.

    Esistono soluzioni a questo strano rovesciamento di ruoli e posizioni? Probabilmente si, forse non risolutive al 100% ma certamente etiche e moralmente adeguate; però non ve ne parlo, sarebbe inutile e presterebbero il fianco a speculazioni vacue oltre che fuori contesto; e poi non sono un politico, di conseguenza la mia opinione in merito non vale nulla.

    Più che altro io vorrei che i giovani, come scritto già 6 anni fa, prendessero atto dell’oggi, si svegliassero dalla dimensione onirica in cui il ‘padrone del vapore’ li ha messi, e agguantassero tutto ciò che possono, magari perché no anche grazie a qualche aiuto proveniente dai genitori comunque in debito nei confronti della loro generazione, e aprissero le vele, qualsiasi tipo queste fossero: di dacron, di nylon vedi tenda, di vetroresina vedi camper, di mattoni vedi un campo agricolo eco sostenibile, eccetera eccetera eccetera. Perché non abbiamo alternative, la vita è una e attendere tempi migliori mai come nell’attuale periodo storico non è una strategia vincente.

    Noi spinti da tale consapevolezza, nel nostro piccolo abbiamo istituito un fondo, denominato Fondo “Si può fare”; è partito pochi mesi fa, e con molti sforzi ha raccolto la considerevole (per noi) somma di 1,200€. Amiamo definirla una ‘mano da marinaio’, e ha come principale obiettivo quello di aiutare il liveaboard a basso budget. Ma il sogno apice del fondo è proprio quello di contribuire concretamente nell’acquisto di una barca, a favore di un giovane che avesse le “spalle” per scegliere, e sottolineo scegliere, di cambiar vita, con un programma percorribile, un minimo di esperienza, ma a cui manca quell’energia economica finale per attuare il progetto. Ecco, ci piacerebbe dare noi quella mano che il sistema gli ha tolto, una possibilità.

    Perché ritengo che il mondo abbia bisogno di messaggi positivi, di un sogno, di sognatori, di speranza e di sostenibilità.

    Purtroppo abbiamo incontrato molti impedimenti, siamo soli contro tutto e tutti. Abbiamo provato a proporne l’adesione a nomi illustri della vela ma tutti ci hanno risposto picche, qualcuno dopo averci portato in giro con promesse. Altri preferiscono prestare il proprio nome solo verso iniziative evidentemente remunerative, perché si sentono sulla vetta della palma, e tutti in buona sostanza ai nostri occhi hanno fatto la fine della scimmia il cui deretano ora è visibilissimo.

    Noi non chiediamo neanche un contributo economico, ma la disponibilità a spendere la propria immagine a favore di quella che consideriamo una bella iniziativa di solidarietà. Ma nulla, non c’è spazio per i sogni, la vela e i velisti e gli addetti del settore non sono altro che lo specchio dell’attuale società.

    Va bene così, anzi in qualche misura la sfida è ancor più stimolante, le nostre di spalle sono forti e abituate a procedere e sostenerci, per cui andiamo avanti, come sempre, e consci dell’affetto che ci circonda e che abbiamo toccato con mano anche nell’ultima mitica occasione, quella del velista dell’anno.

    Ma tu giovane, datti da fare, reagisci, noi per quanto possa contare siamo qui.

    In vacanza con noi

    In vacanza con noi

    Cari amici la stagione è alle porte, e anche quest’anno vorremmo accontentare tutti coloro i quali desiderino venirci a trovare per provare qualcosa di veramente speciale, una vacanza senza ombra di dubbio unica. No, non per noi, ma per la magia che si crea a bordo di Yakamoz e la cornice della costa turca, inimitabile: ma l’ingrediente principale siete voi, persone speciali che comprendono già da casa che questa esperienza non è una semplice vacanza, bensì qualcosa di più e che porterete dentro per parecchio tempo. Per fortuna non sono parole nostre, non è un esercizio autoreferenziale, le avete scritte voi, nelle tante recensioni e messaggi che ci avete regalato nel corso degli anni e che conserviamo gelosamente.

    Per cui bando alle ciance, c’è ancora qualche posto a luglio e qualcosa ad agosto. Mandateci una mail per i dettagli e vedremo come fare per organizzare al meglio le partecipazioni, nel rispetto della qualità e non della quantità. Come ben sapete.

    Non ci resta che lasciarvi al gentile resoconto di Luigi sulla sua esperienza

    Başak e Giampaolo

    “Ed eccomi a Datca.
    A bordo di Yakamoz, la mitica chioccia di alluminio, foriera di tante peripezie di Başak e Giampaolo. Un mito per chi conosce il libro e la loro storia.
    Mi hanno accolto facendomi sentire subito a casa, d’altronde per loro lo è sul serio.
    Finite le presentazioni, scendo in quadrato dove mi viene spiegata la barca e più che altro prendo possesso della cabina, che dividerò con il simpatico Andrea. Che bella sistemazione! Che bello tutto, la barca è veramente accogliente e calda. Legni ovunque si posi lo sguardo, pulizia e raffinatezza. Si vede che ci tengono davvero tanto, e ciò mi piace.
    Disfo la valigia, mi cambio e esco in pozzetto: c’è il cocktail di benvenuto ad attendermi.
    Tra una prelibatezza e l’altra il tempo vola, si parla, si fa conoscenza, ci si rilassa. Anche gli altri ospiti sembrano trovarsi a loro agio e sono simpatici, alla mano.
    So che questo non è un charter come un altro, per venire qui ho dovuto sostenere un “esame d’ammissione”. Scherzo, loro vogliono conoscerti prima, anche se via Skype o al telefono. Desiderano capire chi sei, se la vacanza che cerchi risponde a ciò che offre Yakamoz. Vogliono da subito un contatto umano.
    Il risultato è che la selezione è già alla base, di modo che chi viene a bordo sa già cosa aspettarsi e di conseguenza tutti gli ospiti rispondono a un determinato profilo, grazie al quale si entra in sintonia da subito. Bello, importante quando devi vivere 7 giorni o più a stretto contatto con il prossimo.

    La mattina la sveglia è soft in rispetto alla filosofia che aleggia in barca, e niente è più bello che aprire gli occhi, alzarsi e tuffarsi per una nuotata rigenerante.
    Si perché qui si sta in rada, alla ruota, o cime a terra, sempre. Ed è un vantaggio ineguagliabile. Non ti svegli accanto a un vicino di banchina sconosciuto, sotto acqua torbida che per quanto pulito il mare possa essere, è sempre un porto. No, Başak e Giampaolo sono i primi a voler essere liberi di tuffarsi, come prima cosa, e ci tengono a trasferire questa possibilità anche agli ospiti.
    Stamane colazione veloce, la tabella di marcia impone una gita fugace a Datça, approfondimento da rimandare semmai al giorno dello sbarco), magari godere qualche attimo seduti a uno dei tanti giardini del çay (tè in turco, ma anche in cinese e altre lingue) con un Simit, deliziosa ciambella dolce-salata al sesamo, e poi via a far cambusa.
    Per fortuna questa amorevole cittadina, attenta al sociale, abitata dalla popolazione turca, e frequentata d’estate dal turismo locale, dispone di ampia scelta di supermercati e se si ha la fortuna di sbarcare il sabato un mercato ortofrutticolo pazzesco!
    Başak e Giampaolo anche in questo fanno la differenza, vengono insieme a noi a darci una mano. E da bravi anfitrioni, ci accompagnano alla scoperta di tanti piccoli, grandi aspetti della loro terra. Impagabile scoprire un paese grazie a chi ci vive, o addirittura vi è nato.
    Başak poi consiglia quali cibi preferire, quali marche, stando sempre attenta al miglior rapporto qualità prezzo. Insomma, benché la cambusa sia a carico nostro, lei non vuole a priori che si buttino i soldi o si acquistino marche poco etiche o ad esempio prodotti OGM, e via di questo passo per dare una mano perché no, a vivere una settimana anche di alimentazione sana, dove possibile.
    Ovviamente qualche sfizio il Comandante Supremo (Başak) ce lo concede, grazie a Giampaolo che non nasconde la sua golosità a vantaggio di tutti: binomio perfetto direi.
    Carichi come muli ma ben distribuiti i pacchetti in 6 persone e 2 carrelli messi a disposizione dai Comandanti, ci rechiamo alla banchina dei pescatori dove abbiamo ormeggiato il gagliardo tender: un Walker bay 8, mai visto prima, è una barchetta vera e propria in plastica, con motore fuoribordo, ma dotata anche di galleggianti e volendo è predisposta ad armarsi come un dingy a vela. Il suo nome è “Yakamozzino” e compie il suo lavoro egregiamente, e comodamente, in più viaggi.
    Yakamoz è vicina e qualcuno sceglie di tuffarsi per raggiungerla, delegando al tender magliette e pantaloncini, ottima scelta visto il caldo.
    Bene, una volta a bordo si da una mano a sistemare le vettovaglie; in realtà si trasforma in una sorta di passamano affidando a Başak l’arduo compito di stivare il tutto nel miglior modo possibile grazie a vari strategici gavoni: la barca sembra avere spazio per tutto, sorprendente.
    Il Meltemi ha iniziato a soffiare e dopo un piccolo Breafing, con il quale Giampaolo ci spiega qualche procedura per chi vuole partecipare alle manovre, mentre a chi vuole semplicemente rilassarsi viene indicato dove mettersi serenamente senza essere d’ingombro agli altri, si accende il motore.
    Basak al timone, Giampaolo all’àncora, i ruoli son ben definiti e collaudati.
    Io vado a prua con il mezzo marinaio, il Comandante in seconda (come lui ama definirsi, oltre a mozzo: in realtà sia lui che lei hanno stessi titoli e responsabilità, e vige una certa dittatura democratica) mi ha chiesto di dargli una mano a recuperare l’àncora una volta a filo d’acqua.
    Ecco fatto, partiti. Che emozione!
    Il vento soffia da terra per cui, dopo pochi minuti, superate e salutate altre barche alla fonda, facciamo cantare il rollafiocco e si spegne il motore.
    Silenzio. Qui si va a vela anche con 5 nodi di vento, altrimenti per loro nulla avrebbe senso, e Yakamoz non sarebbe un veliero.
    Oggi di nodi ne abbiamo 20, quindi si naviga con vento in poppa, e un fiocco terzarolato. Il comfort è incredibile. La barca è stata studiata proprio per privilegiare le andature portanti e in effetti nonostante raffiche “interessanti” non si rolla e non si sbanda. Possiamo godere tutti quanti come se stessimo al cinema il crescere delle onde che man mano si fanno più alte, ma mai pericolose.
    Basak senza che in pratica ce ne accorgessimo ha preparato un po’ di pasta: penne con funghi, zucchine, cipolla e capperi colti e preparati da lei stessa. Una semplice e genuina squisitezza.
    Ognuno il proprio piatto e via come se stessimo in…Crociera.
    Dopo qualche ora di navigazione soave, diamo àncora a Dirsek che in lingua turca significa “gomito”. Il nome rende chiara la morfologia dell’insenatura. È bellissima, sembra di entrare nella scenografia di un film.
    Si raggiunge solo via mare, per cui l’unico ristorante presente, in fondo alla baia, attrezzato con pontile per chi voglia ormeggiarsi, viene rifornito con scialuppe.
    Noi scegliamo un angolo paradisiaco dove dar fondo.
    Si fa manovra, testa, retro e Başak fino a quel momento al timone si tuffa!
    Io insieme ad un altro amico diamo una mano a filare la cima che la povera marinaia deve trascinare con se a nuoto. Giampaolo da prua è venuto al timone per gestire e agevolare la manovra.
    Tutto va come un orologio e noi incantati e divertiti.
    Başak ha scelto un sasso a cui dar volta alla cima. Fatto.
    Giampaolo gira la chiave, il motore si spegne. E noi tutti catapultati come per magia in paradiso.
    L’acqua è turchese (guarda un po’), i pesci nuotano in gran quantità, sembrano in un enorme acquario, la temperatura del mare è 29°. Wow!
    Non c’è altro da fare che tuffarsi, nessuno escluso, e godere di questo momento.
    Vorrei poter raccontare meglio dei giorni successivi, della ragazza a bordo del barchino venuta a venderci il pane fatto dalla mamma, delle divertenti e a volte adrenaliniche navigazioni e incredibili baie successive, dei mercatini locali e le tante gite a piedi tra un bagno e l’altro. Dei çay. Delle antiche rovine bizantine, greche, licie messe li come se nulla fosse, in mezzo alle quali nuotare. Della braciolata con carne d’agnello strepitosa sul barbecue di bordo, dei tanti discorsi in pozzetto la sera illuminati dalle stelle e dalla luna, con un bicchiere di vino in mano.
    Vorrei veramente farlo, ma pur provandoci non vi riuscirei. Come descrivere a parole un’esperienza del genere, unica veramente, e si che qualche charter l’avevo già fatto.
    Quando pronuncio Yakamòs, penso al suo significato, “riflesso della luna sul mare”, e oggi che sono rientrato in terra ferma, i ricordi mi coccolano ancora, e mi conforta il fatto che la prossima stagione salirò a bordo di nuovo. Non potrei più farne a meno.
    Grazie Başak e Giampaolo. Grazie Yakamozzino
    Luigi”

    Telecamera in testa d’albero

    Telecamera in testa d’albero

    Se non avete la fortuna di vivere nella vostra barca e volete comunque poterne verificare lo stato di ormeggio o anche soltanto poter fare delle riprese spettacolari, potreste regalarle una telecamera da installare in testa d’albero.

    Con l’avvento della connettività mobile veloce, anche in assenza di connessioni Wi-Fi, potrete sfruttare la rete per visualizzare le immagini della vostra barca da remoto, su un PC o direttamente sullo smartphone. Nel mio caso non volevo dipendere dalla presenza o meno di una rete Wi-Fi, ho scelto una telecamera che alloggia al suo interno una SIM telefonica con profilo dati adeguato.

    Questo tipo di telecamera necessita unicamente di alimentazione ed i suoi consumi si attestano intorno ai 1 A in fase di visualizzazione e di circa 200 mA in stand by. Anche se non aveste la barca connessa alla rete elettrica in banchina, un pannello solare da almeno 50 Watt sarebbe in grado di compensarne il consumo, senza scaricare le batterie di bordo.

    La telecamera è dotata di un doppio slot interno per alloggiarvi la SIM dati ed una SD card che permette la visualizzazione di un evento già accaduto. Il periodo di conservazione delle immagini sarà limitato a qualche giorno e comunque in funzione della capienza (Gb) della SD card che installeretenello slot. Non istallando la SD Card, sarà possibile soltanto la visualizzazione delle immagini in tempo reale e l’eventuale registrazione video o l’acquisizione di foto, sul vostro smartphone.

    Una delle caratteristiche a cui prestare decisamente attenzione, nello scegliere questo tipo di telecamera è il grado di isolamento agli agenti atmosferici. Essendo destinata ad essere fissata in testa d’albero, la telecamera, sarà esposta al sole, alla pioggia ed al salmastro. La caratteristica che ne esprime, il grado di “protezione” viene espressa con il suffisso IPxx e due numeri che ne definiscono il livello. Nel nostro caso IP66 è il livello di protezione necessaria.
    Ecco 2 esempi di telecamera con caratteristiche adeguate:

     

    Poter osservare la propria barca da casa, o dal treno o da qualunque altro luogo sarà un enorme piacere oltre che molto utile. Le immagini ed i video registrati in rada o addirittura in navigazione risulteranno assolutamente suggestivi.

    Alberto Gamannossi passa molto tempo a bordo della sua amata “Bibis”, un First 24, di cui si occupa totalmente della manutenzione, sotto ogni aspetto. È un sognatore e per questo condivide il nostro messaggio di decrescita, e a breve si trasferirà a vivere in barca. Nel frattempo porta avanti con impegno il suo blog “Il respiro del mare“.