Ci ritiriamo!

    CI RITIRIAMO
     
     
    Senza girarci troppo intorno io, Başak (e Yakamoz), abbiamo deciso di ritirarci dal concorso “Il velista dell’anno”.
     
    Ringraziamo Eugenio Ruocco e il Giornale della Vela, per averci candidati a questo premio molto importante, e con l’occasione chiediamo se possibile, la cancellazione della nostra candidatura o di dare una chance al 51° della lista. Se ciò non dovesse essere possibile, preghiamo i nostri supporter di rispettare la scelta e di astenersi dal votare Yakamoz. Grazie per la comprensione.
     
    Le motivazioni.
    “Ma come, ora che siete favoriti, che avete fatto sognare molte persone? Che significa?”, e magari altre domande malcelanti una protesta e accusa di tradimento.
    Non mi è facile spiegare completamente le motivazioni che ci hanno spinti a questa decisione, tra l’altro sudata, maturata con le ore e presa definitivamente proprio l’ultimo giorno; ma a volte le risposte più semplici sono quelle migliori.
    Vogliamo rimanere fedeli a noi stessi.
    Quando Eugenio mi contattò per darmi la notizia della candidatura, io gli risposi che ero si onorato, ma forse poco opportuna la nostra presenza in un contesto del genere. Le sue parole mi chiarirono la questione: “non è vero, perché riteniamo (noi del GdV) siate un faro nel buio…”.
    E se allora noi davvero siamo un faro, questa è un’enorme responsabilità, e dobbiamo avere il coraggio di prendercela fino in fondo.
    Abbiamo vinto, anzi come sapete, stravinto la prima importante fase con un trionfo di voti, dove siamo arrivati davanti a 100 partecipanti con distacchi enormi. Tra atleti di calibro e barche blasonate: qualcuno esclamerebbe “what else”?
    All’inizio l’abbiamo presa come un gioco, senza pensarci su troppo e ci siamo divertiti, scoprendo l’affetto enorme che ci circonda.
    Ma poi si ha il tempo di riflettere, accadono cose che modificano la prospettiva, ed ecco che lentamente il quadro appare più chiaro.
    Il messaggio che in questi anni stiamo tentando di portare avanti, non è solo quello di vivere a bordo con un basso budget, cosa per cui divenire “outsider” di un concorso del genere, non avrebbe avuto molto senso: ciò non basta a rappresentare “un faro”. E di gente che vive a bordo, ne è pieno il mare. Il concetto che orbita intorno a “Si può fare” è basato su una protesta, l’esigenza di decrescita per crescere. E tale incipit non può non passare attraverso altre linee discostate dagli schemi classici, come ad esempio il rifiuto della competizione e le conseguenti “regole del gioco”, che in qualche maniera sono una metafora della società sbagliata che contestiamo.
    Primeggiare non rientra nelle nostre nuove regole, come ampiamente spiegato nei miei scritti, e più importante, ritengo che il messaggio mio e di Başak (e di Yakamoz), non debba passare attraverso un “concorso”.
    Cari amici che ci avete sostenuto, non prendetela a male, e anzi sappiate che questa scelta è una forma estrema di rispetto nei vostri confronti: siete molto più di una merce di scambio.
    Grazie, grazie di nuovo a tutti per questa splendida possibilità che non ricapiterà mai, lo sappiamo, ma in qualche maniera, anche se il paragone è ovviamente sacrilego, preferiamo far nostre le parole di Moitessier, colui il quale fu e continua a essere per noi una grande fonte di ispirazione… preferiamo proseguire sulla nostra rotta, per non perdere l’anima.
    Başak, Giampaolo e Yakamoz
     
     
    Il fiore d’oriente

    Il fiore d’oriente

    Dovete aver pazienza, in quanto questo è decisamente un post fuori dall’argomento decrescita, vela ecc. Ma d’altronde è il blog che riguarda la vita di due persone, e ci sta che una volta l’anno accada qualcosa di importante come ad esempio l’anniversario della nascita di una persona speciale… per cui perdonatemi se mi vedo a render pubblico un sentimento del genere, ma a volte è indispensabile poiché alcune cose riguardano il mondo intero, come ad esempio questa.
    Un anno imprecisato del 27 Febbraio, sei nata tu. O meglio, l’universo è stato gratificato dalla tua nascita, uno “splendido fiore d’oriente” (come amava chiamarti un caro amico). Sai che non apprezzo i compleanni, le date in generale, particolar modo quando riguardano me; ma l’eccezionalità della tua nascita sconfigge ogni mia reticenza, nell’omaggiarti con i migliori auguri di altri miliardi di anni di vita.
    Non è egoismo il mio, solo per il fatto che senza di te sarei poco più di un uomo senziente, no non è solo questo: la tua presenza rende sul serio le persone migliori. Le arricchisci, ed ecco la tua preziosità a vantaggio di tutti.
    So che questo tu lo sai, in qualche maniera sei consapevole del tuo valore, anche se poi ti relazioni come la donna più modesta che io conosca, fatto che aumenta ancor di più il tuo fascino; ed è per tali ragioni che mi trovo in seria difficoltà a scrivere qualcosa di speciale in questo magico giorno, quando ogni parola perde significato al confronto di un semplice nome: Basak.
    Grazie di esistere. TI AMO.
    “Un tizio qualunque”

    L’amore per il mare

    L’amore per il mare

    Se osservate bene la foto, noterete un signore comodamente seduto su una sedia di plastica ‘Algida style’. Fino a qui nulla di strano, tranne per il fatto che non si trovi in uno dei tanti bar a gustare il caffè, ma a bordo della sua “zattera” auto costruita, con tanto di fuoribordo e lenza al dito: pescare è si importante, ma passare qualche ora in mare lo è di più.

    Tralasciando un attimo l’esigenza dei turchi di far da sé (ho visto cose che voi umani…), tratto caratteriale che li contraddistingue da molti popoli sulla faccia della terra, la domanda sorge spontanea: perché?

    La risposta è ovviamente nel titolo stesso di questo post, tuttavia richiede alcune altre considerazioni per comprenderla davvero.

    Inizio con l’osservare che molti suoi colleghi diportistici, riderebbero del suo “natante”, in quanto oggi se non hai almeno un motoscafo di 8 metri con 200cv sotto, sei uno sfigato. E questa cosa si riflette a vari livelli, compreso nella vela.

    Negli anni le misure sono aumentate a dismisura, e quando una volta armare un Comet 11 era roba di lusso, senz’altro non per tutti, barca impegnativa, grande, fatta per il mare, ora 11 metri sono quasi una lunghezza da principiante, da parvenu della vela.

    L’industria nautica ha colto molto bene l’onda consumistica, proponendo modelli non solo lunghi, ma larghi! Si, la parola d’ordine è ‘spazio in pozzetto’. D’accordo, la scusa recente è costruita sul nuovo concetto di prendere il mare: planando. Cioè se prima i progettisti di barche a vela dislocanti si sono scervellati nel creare gusci sempre più larghi, dove possibile, al fine di offrire abitabilità mai viste prima, ora “dovendo far planare” le barche, finalmente si possono disegnare pozzetti inverosimili su 33’, tavoli da ristorante nel mezzo, e via dicendo.

    Non entro nel merito delle scelte specifiche, ma osservo semplicemente che il veliero è divenuto pian piano non più un mezzo per solcare le onde in piena armonia con gli elementi, ma l’ulteriore, ennesimo oggetto feticista. Gadget, elettronica tutta d’un tratto indispensabile e possibilmente ridondante; parabordi tecnologici, bow truster dai 27’ in su, 2 timoni a ruota su 10 metri (attendiamo la terza ruota al cesso, non sia mai che nel momento del bisogno si voglia prendere anche decisioni di rotta importanti), touch screen per cucinare la pasta, e fregnacce varie.

    D’altronde il fenomeno si può riscontare facilmente in termini statistici: il numero di armatori rispetto a 30 anni fa è aumentato in modo spaventoso, e le barche (ferme) hanno riempito porti, marina, cantieri.

    Solo che parliamo appunto di ‘armatori’, non di gente che va per mare, molto differente.

    Come dicevo l’industria nautica, in linea con il mondo turbo capitalista e iper consumista, per veder crescere il proprio fatturato, ha dovuto strizzare l’occhio sempre a più persone, attirandole con la produzione di giocattoli, alla stregua di uno smartphone, tecnologia, auto di lusso.

    Non è una novità, e difatti molte sono le barche bellissime, lucidissime, iper performanti, iper veloci, iper comode, iper ferme: perché alla fine l’importante è averne una, farsi vedere belli in pozzetto fermi al porto, 15 giorni l’anno.

    Oggi c’è la crisi, il settore del lusso ovviamente non batte ciglio, ma il diporto minore soffre. Giusto così direi, e ancora molto lontani secondo me da parametri “igienici”.

    Perché quello di cui si ha bisogno è della cultura marinara, velica, non diportistico-feticista. Sta a significare che gli ultimi decenni, chi si è affacciato al mare e alla vela, non è stata gente amante del sale, ma semplici parvenu alla ricerca di un altro oggetto da mostrare. Di conseguenza la crisi è per certi versi relativa, falsa nei termini veri e se vogliamo salutare.

    Anni fa “Soldini2 (si badi bene “Soldini”, non il sottoscritto), disse che per rilanciare la nautica ci vorrebbe una cultura propositiva, quindi produttiva, verso unità galleggianti più spartane, meno dedite al cazzeggio, e che per creare velisti appassionati, bisogna mettere davanti a tutto il piacere di uscire a vela, il divertimento, il sentire il profumo del vento sul mare prima di capire cos’è la VMG o di ammazzarli con lo spi.

    In Italia ci sono circa 100.000 tesserati FIV (Federazione Italana Vela), in Francia alla FFV qualcosa come 1.100.000: 11 volte, di più… “popolo di… navigatori”, ‘ma mi faccia il piacere’ diceva Totò!

    Nelle scuole vela francesi si mette la cultura avanti l’agonismo, proprio come auspica Soldini, e il settore nautico è in crisi ma meno, in quanto c’è un mercato sano dove appunto esiste cultura specifica.

    Da noi c’è invece gente che “schiaccia”, barche sbandate, falchette in acqua e skipper pour jouer, che approcciano al campionato invernale come se in palio ci fosse la Coppa America (maledette competizioni), scaricando le frustrazioni della settimana addosso ai malcapitati sovrappeso, partecipi consapevoli del girone dantesco delle regate.

    Recentemente un nuovo amico che cito volentieri, Alberto Gamannossi, mi ha iscritto a un gruppo FB “Gusci di noce – piccole barche”; lo ringrazio per questo, in quanto è una piccola realtà dove si percepisce ancora la passione per il mare, che non passa per forza di cose dal 45’ ma anzi su unità più gestibili, da soli, e che infine restituiscono un rapporto con il mare e la vela più autentico, oltre più frequente. E il punto sta anche nei costi di gestione, in quanto una dimensione minore, consente di approcciare a questo mondo meraviglioso più facilmente. Ma di certo con un 7-8 metri, fai poca figura in banchina…

    Sono solito dire che gli italiani, siano passati da essere un “popolo di navigatori” a un “popolo di collezionisti”.

    E torno al tizio sulla zattera. Si è divertito a costruire qualcosa che lo spostasse sull’acqua, per pescare comodamente seduto, disarmante agli occhi di chi lo osserva, ma per la semplice esigenza di stare a contatto con il mare, l’ultimo mondo che ancora oggi, nonostante tutto, tutti e la tecnologia da iper spazio, rappresenta un’inspiegabile richiamo fitto di misteri. “What else?”.

    Chapeau a lui e a chiunque ami davvero il mare.

    Ma perché non vi fate un… paperotto

    Ma perché non vi fate un… paperotto

    Questa domanda è abbastanza frequente, dato il nostro amore mai nascosto per gli animali. Cioè non proprio questa, ma se sostituite la parola “paperotto” con “cane”, i conti torneranno.

    Ma altrettante volte il consiglio (perché di fatto non è una domanda), viene gentilmente declinato.

    I motivi sono semplici, troppe responsabilità, e per chi come noi ha rinunciato scientificamente ai figli, forse non è ancora giunto il momento di condizionare le nostre vite per un simpatico animale domestico.

    Un cane, più di un gatto, richiede che dovunque tu sia 3 volte al giorno almeno, devi farlo sbarcare. Difatti io ancora non mi spiego come facciano quelli che amano sia il mare che un cane, in quanto d’accordo impostare le navigazioni ad hoc, ma caspita capiterà una volta che si affronterà una navigazione più impegnativa delle altre! E in quel caso cosa si fa? Perché a differenza di un gatto, il cane ha delle abitudini, esigenze legate se vogliamo anche agli insegnamenti ricevuti in terraferma, di fare i bisogni solo fuori casa… e quindi il povero animale che fa quando c’è burrasca, e si tratta di non poter sbarcare almeno 8 ore? Insomma, se io dovessi analizzare le nostre abitudini marine, le navigazioni fatte, gli imprevisti affrontati, davvero non saprei come incastrarci la figura di un cane, a meno di farlo soffrire.

    E qui l’altro motivo. Ma la sofferenza stavolta è la mia. Ho avuto diversi animali nel corso della vita, e puntualmente ho sofferto la loro dipartita, specialmente quando ti vedi costretto ad agire per eutanasia: so che chiunque abbia avuto un cane (o altro) può capire i miei sentimenti. Io invidio chi riesce a “sostituire” l’amato, con un altro cucciolo e so che così si dovrebbe, ma evidentemente questo è uno dei miei limiti e al momento non riesco ancora ad accettarlo.

    Tornando all’argomento principe, cioè di animali in barca, vi sembrerà strano ma non ho mai avuto il piacere di conoscere da vicino, un padrone-velista, per porgli le fatidiche domande.

    Ed è per ciò che rimando ai lettori, pregandoli di commentare quanto possibile, per comprendere da chi è così fortunato da poter gestire barca e ‘Fido’ a bordo.

    Nel frattempo però mi fa piacere condividere con voi tutti gli animali che ho visto navigare insieme ai loro padroni.

    Il cane, vabbè non è una novità.

    Il gatto, e anche questa non è proprio una novità ma più raro: il felino è più fortunato del collega canide, poiché la lettiera trova spazio serenamente a bordo, così come le sue abitudini. Potenzialmente si può navigare senza soluzione di continuità, di pari passo alle esigenze del padrone.

    E ora arriva il bello, perché è più difficile incontrare chi ha sia cane che gatto! Ops, ho dimenticato di specificare in particolare, e come sempre, io mi riferisco agli amanti della fonda, non di chi se ne va comodamente in porto, location certamente più semplice per le esigenze animali.

    Ebbene, dovreste vederli questi amici pelosi, prima salta sul tender “Fido”, e poi con un balzo “Silvestro”: il marinaio-servo li sbarca in spiaggia per il tempo necessario a farli scorrazzare un po’, e poi via di corsa di nuovo a bordo. Fido è sempre il primo, e Silvestro un po’ più restio alla chiamata del rientro: ho visto più volte il signore doverlo inseguire (diciamo così) convincendolo come possibile ad abbandonare l’escursione un po’ troppo lontana, dovuta alla tipica curiosità dei gatti.

    L’elenco prosegue con il “classico” pappagallo… oddio classico per modo di dire, in quanto è dai tempi dei pirati che la sua presenza non è più così frequente a bordo dei velieri. Però ancora qualche nostalgico dei tempi andati, ama navigare in compagnia del pennuto chiacchierone.

    E ora, se esistesse una classifica degli animali più strani mai visti a bordo, eccovi il secondo classificato, ovvero un dolcissimo paperotto! Si, avete capito bene, è stato adottato da una coppia di liveaboard, e quando fermi alla fonda “Donald” viene lasciato a passare la giornata in mare a bordo della piccola piattaforma galleggiante, organizzata per lui dai suoi padroni alternativi.

    Ma prima classificata una capra! Su di un caicco molto “border line”, lei era lì sul ponte a prua via, tranquilla alla ‘corda’ assicurata all’albero, come se fosse la cosa più normale del mondo. Latte di capra fresco per gli ospiti certo, ma immagino l’atmosfera romantica nelle baie turche intrisa di “eau de chèvre”, a deliziare le serata in pozzetto: indimenticabile.

    Insomma ce n’è per tutti i gusti, ed è evidente che la barca non costituisca un limite per i nostri cari amici, almeno non per tutti.

    Non so se un giorno mai riusciremo a imbarcare una terza figura, oltre i 2 “animali” già presenti a bordo di Yakamoz, ma ora so che potrebbe anche non essere un cane 😀

    E ora forza ditemi la vostra, esperienze comprese.

    333: siamo i FAVORITI!

    333: siamo i FAVORITI!

    L’ultimo post che ho scritto sull’argomento “Velista dell’anno”, partiva da una coincidenza cabalistica, ovvero il raggiungimento del voto 666: un fatto diabolico, e benché sia solo un numero a cui la nostra cultura affibbia risvolti satanisti, resta comunque quanto meno affascinante, anche nell’estetica se vogliamo.

    Non ci giro troppo intorno, per cui, brutalmente: ABBIAMO VINTO!

    Ma che dico: STRAVINTO!

    E con 1567 voti, ed ecco il nuovo numero che ha davvero una consonanza metafisica, cioè ben 333 voti di distacco sul secondo. Parliamo di più del 20% di scarto, roba da brividi sul serio.

    Se poi prendiamo il terzo, il numero sale a 752 voti di scarto, cioè quasi il doppio. Dalla 4a posizione in poi iniziamo a dover usare modi di dire noti nelle competizioni vere e proprie, cioè abbiamo “girato intorno alle altre barche”. Fantastico, incredibile.

    E il 333 sembra essere considerato il numero “angelico”: suona bene, musicale. Allora nulla è un caso. 😀 

    La parte ironica della storia è che da candidati un po’ “fuori luogo”, rispetto allo spirito tradizionale del torneo, oggi possiamo affermare senza alcun timore di smentita che siamo decisamente i favoriti, la testa di serie da battere. Wow.

    Torniamo con i piedi per terra. Erano solo gli ottavi di finale. Ma questi numeri hanno per noi davvero un significato, che esula dalla competizione.

    Una premessa importante. Io ho sempre odiato le competizioni, in generale, perché le ritengo l’ultimo baluardo, o meglio escrescenza di un uomo allo stato preistorico. Mi piacerebbe assistere un domani (cioè quando vi guarderò dall’alto dei cieli: o dal basso), a un essere umano che non deve più dimostrare di essere migliore di un altro, libero dalla chiamata biologica, atavica, del primeggiare sugli altri concorrenti della stessa specie; un uomo affrancato dalla clava, e che possa vivere in armonia con i propri simili e anche il resto del mondo, dedicandosi alla coltivazione dell’io. Molto prosaico vero?

    Però è il mio pensiero, lo è sempre stato, non posso farci nulla. L’altro aspetto legato ai “contest”, è che se da una parte l’uomo tende a dare il meglio di sé, molte volte mostra anche il peggio, quando la meta finale, questa maledetta vittoria, si trasforma in una conquista vitale.

    Per fortuna qui parliamo di numeri, ma vi assicuro che è la stessa cosa, è proprio la parola ‘competizione’, che guasta tutto, o almeno molto del bello che c’è nell’esistenza terrena: il trofeo è lì, e la gara per conquistarlo, spietata.

    Chi ci conosce sa che un giorno del lontano 2008, decidemmo di “dimetterci dalla società” (l’ho coniata io questa locuzione, per cui siete pregati di citarmi quando la userete innumerevoli volte); ciò sta a significare che non ne siamo fuggiti, maledicendola, ma semplicemente abbiamo scelto di prenderne un po’ di distanza. L’aria rarefatta di quello strano posto di convivenza comune, che ben conosciamo tutti quanti, iniziava a essere troppo pesante per i nostri “nuovi” polmoni. E fu così, quindi, che scegliemmo di allontanarci dalle meschine vicende umane, eventuali competizioni comprese.

    Ed ecco perché oggi io posso puntare il dito a quei numeri. Non per vanità o peggio arroganza, “crudeltà” contro gli altri concorrenti, niente di tutto questo. Per me, per Başak, il risultato ottenuto è la più importante vittoria che potevamo ricevere e che ci rende si orgogliosi. Dietro questi voti ci siete voi, tantissimi amici, che ci volete bene, in alcuni casi amate, sul serio. Durante le due settimane di contest, abbiamo ricevuto molti messaggi d’amore, di stima, di coraggio, da conoscenti ma anche se non soprattutto da persone mai viste prima: credetemi vi prego, Başak, la solita sentimentale, ha versato più di qualche lacrimuccia in diverse occasioni. La questione quindi è molto più profonda, e basa le radici sul desiderio comune di rivalsa, di voglia di un cambiamento, anche in un settore come quello della vela, il diporto, apparentemente lontano dalle problematiche umane, ma in realtà invece molto permeato.

    “Si può fare” è divenuto un motto, una richiesta d’aiuto forse, una speranza per puntare a una felicità più semplice, magari più vera, e il calore che sentiamo intorno a noi è energia fuori dal comune; noi la avvertiamo davvero, c’è un alone magico che quasi riusciamo a toccare, e che benché lo percepissimo anche prima, ora, grazie a questa “competizione”, siamo riusciti a vederlo molto più chiaramente.

    Se all’inizio della manifestazione scrissi “ABBIAMO VINTO”, perché la sola candidatura era per noi una vittoria, oggi posso scrivere serenamente che “ABBIAMO STRAVINTO”, ma il punto è cosa?

    Risposta: VOI!

    Grazie di nuovo a tutti, da qui in poi tutto assume una dimensione differente.

    Başak, Giampaolo e Yakamoz