Le 12 cose da non fare assolutamente in navigazione

Le 12 cose da non fare assolutamente in navigazione

Le 12 cose da non fare assolutamente in navigazione

1) Lasciare le prese a mare aperte. Chiudetele in navigazione, special modo in caso di cattivo tempo: come minimo vi potreste trovare con il lavandino del bagno sporco di ogni ben di Dio, dovuto alla pressione dell’acqua nel tubo di scarico.

2) Navigare di notte o con mal tempo, senza cintura di sicurezza ben assicurata alle parti fisse e solide della barca, come il paterazzo o la jackline debitamente armata. Il consiglio si estende in ogni circostanza ai navigatori solitari: esempi eclatanti nella storia stanno lì a dimostrare come una distrazione possa essere fatale.

3) Navigare con il tender al guinzaglio, se non per brevi spostamenti da una rada all’altra, e con bel tempo. Questa è una brutta abitudine, spesso diffusa tra i charteristi ma riscontrata anche in molti armatori: molti navigano a vela o a motore, con onda, e addirittura con il fuoribordo armato, persone che evidentemente non hanno la benché minima idea di quanto le loro convinzioni siano appese al filo dell’incoscienza o meglio inconsapevolezza. Le tensioni sono forti, e il guinzaglio può rompersi; recuperare il tender a seconda delle condimeteo e del mare, potrebbe rivelarsi una ‘mission impossible’, con relativo danno economico e rischio di incolumità nel tentativo di alarlo a bordo. Un’ultima considerazione, in caso di maltempo, issate a bordo sia tender che motore, anche se siete alla fonda; ho visto ribaltarsi dei chiglia rigida, fuoribordo compresi, in seguito a giri di vento di intensità importante, nell’assoluta tranquillità di ignari armatori alle prese con il frastuono del vento tra le sartie: solo dopo mie continue urla, sono riusciti a recuperare il giocattolo oramai in fase di inabissamento

4) Sottovalutare il meteo e le condizioni del mare. Il mare è vero, a differenza della montagna, perdona molto, ma sa essere altrettanto cattivo. Informatevi quindi tramite i vari siti web e pensate sempre al peggio, preparandovi di conseguenza: togliersi una cerata non sarà così difficile. Viceversa asciugarsi dall’acqua di mare, magari con temperature non proprio estive, è tutt’altro che facile e salutare

5) Non mangiare durante lunghe navigazioni. L’alimentazione è importante e previene il mal di mare, oltre al fatto che le energie necessitano

6) Navigare vicino la costa confidando solo sul motore. Ne vedo tanti che si divertono a fare il filo agli scogli, baldanzosi e certi che quel marchingegno fatto di pistoni, cilindri, olio e gasolio possa essere un’entità eterna e funzionante come una calcolatrice. Anche qui, se non si è vissuta l’esperienza dello spegnimento accidentale, non si può comprendere il pericolo. Sappiatelo, potrebbe abbandonarvi senza avvisarvi e per mille stupide cause; di solito se ciò avviene, segue la legge di Murphy, quindi nei peggiori momenti possibili

7) Indossare calzini senza scarpe. Questo errore si tende a commetterlo anche in rada. È pericolosissimo, scivolare e farsi male è un attimo. Quindi o senza a piedi nudi, o indossarli insieme alle scarpe

8) Utilizzare scarpe non specifiche. Una suola liscia e non adeguata, potrebbe trasformarsi nel peggior nemico per il vostro equilibrio. Dunque armatevi di qualità, la sicurezza non ha prezzo. A chi fosse interessato questo è un prodotto da noi testato intensamente

9) Navigare con gli oblò aperti. Sempre che non ci si stia spostando per brevissimi tratti e senza mare e vento, l’acqua salata ha la tendenza a entrare ‘laddove non ci siano chiusure’. Asciugare le suppellettili potrebbe divenire poi un’operazione impossibile, esigendo di essere lavate con acqua dolce: il materasso di spugna impregnato di sale non è così facile da rimediare

10) Veleggiare senza coprirsi adeguatamente, special modo la testa. Il vento è traditore, impedisce di percepire la vera intensità del sole, e in estate la storia potrebbe prendere pieghe pericolose con insolazioni non indifferenti: come minimo la vacanza potrebbe rovinarsi per una sciocchezza. Inoltre la prima causa di mal di mare è il freddo. Vestitevi a cipolla, e d’estate sempre almeno una maglietta, contro vento e scottature. Ovviamente per chi ha la pelle chiara, una buona crema protettiva è d’obbligo

11) Partire con cime e parabordi in disordine. Oltre un fatto meramente estetico, la cima potrebbe calare in acqua impigliandosi nell’elica del motore, o peggio, nella pala del timone. Ricordatevi che ogni disattenzione, pur apparentemente piccola, verrà fatta scontare dal mare

12) Lasciare l’invertitore in folle. Per chi ha linea d’asse e elica a pale fisse, ciò farebbe girare l’asse nell’astuccio e nella cuffia Volvo (o altro sistema di ritenuta), usurandole inutilmente. Lo stesso dicasi per l’invertitore. Per cui innestate la retro, anche se ciò vi costerà ¼ di nodo forse meno. Detto ciò una precisazione. Questo del bloccare o meno è un argomento vecchio e più volte affrontato. Si sono effettuati test, alcune case prescrivono di non bloccare, in particolare con il sail drive. Insomma sembra che non esista una regola fissa e valida per tutti i modelli di invertitore e elica. Per cui informatevi al meglio, ma poi prendete la decisione più saggia, infischiandovene se ciò costerà come detto una frazione di nodo in meno

… Ah, scusate, ovviamente l’ultimo errore ma non classificabile, è quello di navigare con una tigre a bordo 😀

Conclusioni

Queste 12 raccomandazioni, sono frutto dell’esperienza diretta, che non è mai abbastanza. Per cui prego, accomodatevi pure e integrate tramite l’apposita sezione commenti qui sotto. Tornerà utile agli altri. La piattaforma ha necessità di crescere e di essere condivisa. Grazie per la collaborazione

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Un ristorante di pesce a 4€!

Un ristorante di pesce a 4€!

Un ristorante di pesce a 4 €? Si può fare

Dopo aver invernato Yakamoz, siamo andati a trovare i parenti di Başak a Istanbul, come ogni anno, come giusto sia.

La parentesi istanbuliota è sempre per noi un vero piacere. Chi conosce la vecchia Costantinopoli, sa di cosa parlo. Istanbul è una megalopoli che nonostante i suoi 15 milioni e rotti di abitanti, si muove freneticamente, ma oserei dire con una sua precisione svizzera. I mezzi pubblici collegano tutti in ogni dove, nonostante i chilometri infiniti che tracciano la città. Ma è l’energia a colpire, una forza che viene dalla storia, o forse dal Bosforo, separatore di due continenti: da una parte l’Asia, dall’altra l’Europa.

Intendiamoci vivere qui oltre che caotico è anche molto costoso, benché il cambio con l’euro gioca ancora a nostro favore.

Però basta spostarsi un po’ dal centro e dai quertieri di lusso, per scovare situazioni al limite dell’incredibile.

È il caso del ristorante di pesce a Tuzla.

Per chi non lo sapesse a Tuzla producono le famose navi Perini, orgoglio italiano e godimento per i pochi fortunati armatori. Un polo cantieristico navale insomma, e quindi anche popolare.

Ebbene sul lungomare c’è un fermento sociale notturno non indifferente, dove locali, caffè e ristoranti la fanno da padroni.

La sorella di Başak una sera ci invita a provare un’esperienza nuova e sorprendente. Così dopo non so quanti chilometri dalla casa paterna (credetemi a Istanbul le distanze sono enormi, penso avremo percorso non meno di 35km!), parcheggiamo sul lungomare di Tuzla.

Il profumo aleggia già a 100 metri da noi, d’altronde la dimensione del ristorante è tale che tutto è proporzionato. Non chiedetemi i coperti, ma sappiate che vi lavorano 120 persone. Non credo di aver mai conosciuto un’analoga situazione in nessun altro posto al mondo da me visitato. Ma questa è Istanbul, una città di eccessi, di contraddizzioni, in una sola parola affascinante.

Un cameriere ci scorta al tavolo, che in realtà è più una tavolata comune, e da qui capiamo bene il mood del locale: mangia bene, ma non perdere tempo. Pur volendolo, non saresti portato a intrattenerti più del tempo dovuto, non perché qualcuno verrebbe a cacciarti, ma perché il brusio e gli occhi famelici di altri avventori ti metterebbero in difficoltà.

Vengono immediatamente a raccogliere gli ordini, che avvengono man mano senza obbligarti a scegliere tutto e subito. Tempo 5 minuti un cameriere arriva con le portate in mano pronto a servirle.

Per farla breve, mangiamo benissimo, alcune sono vere e proprie leccornie, come la zuppa di pesce e i calamari grigliati in una salsa squisita. Già solo il pane è una particolarità, a base di mais, servito sempre caldo. Si beve (il locale ha scelto di non servire alcolici, ahimé, ma va bene così), si prende il dolce e il çay finale (tè).

Il conto è spaventoso! 151 lire turche, circa 20€… in 5.

Secondo voi ‘si può fare’?

Insomma è l’ennesima conferma che con un basso budget ci si può divertire addirittura esacerbando il termine “low budget”.

Del perché decrescere sia necessario, ne parlo nel saggio Ribellarsi, come si può.

E a voi è capitato di spendere così poco mangiando pesce?

147 nodi di tromba d’aria!

147 nodi di tromba d’aria!

Ieri un amico mi scrive un messaggio su FB chiedendomi se Yakamoz avesse subito danni.

Francamente all’inizio non ho compreso la domanda: forse era per sapere se statisticamente, nel corso della sua vita fosse incorsa in incidenti e curiosità simili. Ma benché oramai sia abituato a ogni sorta di quesito, suonava davvero strano.

Ed è lì che il neurone ballerino si è acceso, andando a pescare una possibilità che il cervello si rifutava di pensare: era successo qualcosa a Marmaris.

Non passa molto difatti che dopo una breve indagine su internet scopriamo l’arcano: si sono verificate ben 2 trombe d’aria proprio a Yalancibogaz, nel marina dove Yakamoz dorme placida, al calduccio della sua coperta-cagnaro.

Başak sbianca letteralmente, lei la sente davvero quasi come una figlia; la sua prima reazione è “partiamo immediatamente”. Io un po’ più serafico, provo a calmarla invitando a un approfondimento tramite lo stesso marina. Difatti, e per fortuna, nonostante l’orario (circa le 21,30), risponde un guardiano il quale ci rassicura indicandoci che il disastro ha riguardato il pontone Lima.

Non che partire da Istanbul per Marmaris sarebbe stato un problema, ma almeno stavolta la gita fuori programma ci è stata evitata dal fato.

Da qui in poi inizia una carrellata di richieste di rassicurazioni da parte di amici, a cui ci prodighiamo come meglio possiamo. Oltretutto scambiamo informazioni tra armatori di barche ormeggiate presso il marina, come una catena umana volta a dar conforto. Nessuno dei nostri conoscenti ha subito danni.

Una coppia di amici invece aveva la barca al pontile Hotel, fortemente danneggiato: il marina stava quindi provvedendo a trasferire tutte le barche in secco con il travel lift. Un pensiero particolare agli operatori del marina che si dovranno sobbarcare una nottata di duro lavoro, personaggi sempre affidabili e disponibili, un insegnamento per tutti quelli che non sanno cosa voglia dire ‘amor proprio’ nei confronti del lavoro.

Le notizie si intensificano, e si viene a sapere che 2 megayacht hanno rotto gli ormeggi andando a sbattere contro le barche di fronte.

Altre sono cadute dagli invasi.

Insomma una piccola ecatombe dove, ed è la cosa più importante, non ci sono stati né feriti né morti.

Anche se ci siamo andati vicini.

La prima tromba d’aria spostandosi in mare ha investito un battello turistico di 18 metri (il classico double decker, ma per uso diving) facendolo capovolgere e in breve tempo affondare.

Immediatamente interviene la guardia costiera, e due militari sommozzatori si immergono per verificare se fossero rimaste imprigionate persone, e poi segnalare con una boa il relitto.

Nel mentre però si attiva la seconda tromba d’aria, dopo soli 10 minuti dall’esaurimento della prima, questa a dire di molti ancora più potente: la prima era di 147 nodi!

È stato davvero un caso se i due ragazzi sono riusciti a riemergere in tempo e risalire sull’imbarcazione di servizio, partendo a razzo guadagnando la salvezza (testimoni hanno definito la loro impresa come una ‘levitazione’, tanto l’adrenalina li ha fatti muovere): il vortice era proprio sopra di loro, un minuto dopo nessuno può sapere cosa sarebbe successo.

Se leggete qualche post indietro, vedrete che in occasione del ‘medicane Zorba’, avevo parlato di cambiamenti climatici e necessità di prenderne atto. Eccone un altro esempio.

Sembra di assistere al film “The day after tomorrow”, e si sa spesso larealtà tende oramai a superare la finzione. Speriamo davvero non sia questo il caso, ma di certo non è un gran bel vedere negli utlimi tempi.

E si ripropone anche il cosa è meglio per una barca, se stare in secco o in acqua.

Un caro amico ieri mi scrive tal dubbio, a cui rispondo “è solo questione di culo”, senza mezzi termini.

Difatti qualche barca è caduta con danni forse minimi (o forse no: si saprà in seguito), altre sono state schiacciate dai mega yacht. Un’altra si è girata all’àncora, alcune hanno perso l’albero, e via dicendo.

No, a meno di trovarsi in un rifugio anti uragano, davvero è una questione legata al caso, nulla più.

La riposta ai tanti dubbi sarebbe quella di munirci anche noi mediterranei di rifugi ad hoc. Ma il problema è ci manca la statistica. Non abbiamo (finora) una stagione degli uragani, per cui appunto prevedere strutture adeguate, o migrazioni in massa verso lidi sicuri, così come avviene in altre longitudini. Noi siamo sottoposti alla roulette russa, né più né meno.

La soluzione sarebbe quella di attrezzare tutti i marina degni di questo nome, preparandoci al peggio. Con la buona volontà e organizzazione non sarebbe impossibile, forse un po’ costoso all’inizio, ma fattibile. Ne vale la pena? Non sta a me dirlo, e si ci fa piacere pensare all’occasionalità, all’eccezionalità dell’evento; per cui alla fine ce ne torneremo tutti beati nel nostro mondo tranquillo pronti a dispiacerci quando in televisione arriveranno le notizie del solito uragano XYZ abbatutosi ai tropici. Speriamo le cose rimangano così, e altrettanto speriamo che queste piccole avvisaglie non siano tali, per l’appunto non siano segnali per farci correre ai ripari prima di eventi più catstrofici e allora si da contenere.

D’altronde qui parliamo di beni superflui, la barca è un giocattolo per molti e il problema è relativo, tranne per l’incolumità degli operatori e di chi si trova nei pressi.

Ma se il cambiamento climatico invece è una realtà, che affligge con alluvioni, medicane eccetera, paesi, città con danni ingenti, morti compresi, forse converrà ripensare alle nostre certezze, adeguando soprattutto l’urbanistica di molti centri, oggi, senza recitare gli struzzi con la testa sotto terra. Il domani potrebbe portare un conto troppo salato da digerire.

Comunque anche stavolta Yakamoz ha portato la pelle a casa.

Vedete nel video quella barca a dx con il telo blu durante tutta la ripresa? È lei! Yakamoz dorme placida, forse un po’ spaventata senza la mamma e il papà, che le mandano tanti baci.

                               

Se un giorno impazzissi…

Se un giorno impazzissi…

… E mi venisse l’idea di convertirmi dalla vela al motore, penso sarebbe una barca del genere.

                                 

In effetti nel video ci sono due barche estremamente interessanti, e di genere completamente differente, pur se entrambe escono dai canoni attualmente in voga; parlo dei ‘ferri da stiro’.

Per chi non lo sapesse in gergo vengono definite tali, tutte le unità tipo ‘Azimut bimbumbam’ & friends, spesso dotati di ben due palloni in testa (antenne paraboliche giroscopiche) simili a pulsanti (appunto uno per l’acqua e l’altro per il vapore), dalla silhouette molto ma molto simile a un buon ‘Rowenta con piastra antiaderente’: il che la dice lunga sull’omologazione delle linee e quasi totale assenza di personalità.

Nel caso invece del video, la prima barca, quella antracite da me collocata con irriverenza nella categoria “stalle”, è un progetto senz’altro audace e dal design forte, che fa storcere il naso a molti (anche a me) ma che come obiettivo ha la sostenibilità energetica: difatti è piena di pannelli fotovoltaici, special modo sulla ‘terrazza’, e motore a trazione elettrica. Di certo non passa inosservata, silenziosamente, e il fatto che sia autonoma energeticamente, la rende ‘particolarmente’ affascinante.

Di tutt’altro tipo invece la seconda, quella da me eletta la barca a motore ideale per quando, in un’altra vita, penserò sia meglio dare gas che aprire le vele.

Ha un non so che di romantico, sobria e elegante, e lo si nota dai dettagli come il ‘tender’, che è una piccola meraviglia a se stante.

Questo per dire che il mondo del diporto non è da tagliare con l’accetta solo perché si ha o non si ha un palo con fili e lenzuoli. Scioccamente in molti ritengono i ‘motoscafari’ persone abbiette, inferiori, insozzatori dei mari e chi più ne ha ne metta. Invece, ho visto quanto spesso fosse facile riscontrare una sensibilità ecologica, o quanto meno un rispetto verso il mare e gli altri, proprio dai ‘non aventi tela’, che dai blasonati velisti. Come tra questi ultimi c’è molta gente che se ne sbatte allegramente, avendo optato probabilmente per il veliero giusto perché non si possono permettere il motore. Insomma statisticamente parlando è più facile che nel gruppo motoristi ci siano gli usurpatori del pianeta, i quali portano in mare l’opulenza terrestre quotidiana. Altrettanto facile che i velisti per scelta, tentino di godere ciò che madre natura ha concesso gratuitamente nel rispetto del silenzio e della sostenibilità (sempre senza esagerare). Però oggi più che mai, i confini non sono così netti.

Per tornare ai giocattoli del video, mi viene da aggiungere una considerazione. Da quando l’uomo ha deciso di poter sfruttare il mare per il proprio sostentamento, quasi istintivamente le linee delle imbarcazioni hanno avuto alcune specificità note agli occhi di tutti. E man mano che l’esperienza, e poi successivamente l’architettura navale, hanno affinato i disegni, si sono stabilite delle linee guida. In pratica si è riusciti a dare dei numeri strutturali e idrodinamici, a ciò che già si costruiva a mano e a naso, da centinaia di anni: per poi migliorare i risultati certamente.

Ma in soldoni, la chiglia quella è, la prua e la poppa anche, e ancora oggi quando vediamo in una qualche regata storica, i vascelli dei secoli scorsi, ne rimaniamo estasiati, ammirati.

È un po’ come se il mare dicesse “d’accordo, giocate e sperimentate, ma non vi allontanate troppo dai miei parametri altrimenti perdete la partita”.

Mentre a terra una casa avveniristica e super moderna, potrebbe raccogliere il plauso di molti, e comunque facilmente accettabile anche dai più conservatori, in mare l’occhio tende a cercare probabilmente delle linee nascoste nel nostro inconscio, qualcosa di atavico. Una sorta di equilibrio, una legge aurea applicata alle barche e guarda caso, più confacente alle leggi di Nettuno.

No, non sono un nostalgico o un anti moderno, io amo la tecnologia e le innovazioni, tuttavia mi piace crogiolarmi in un mondo dove alcune leggi rimangono fedeli a se stesse quasi nei secoli; creando un luogo magico e poco personalizzabile, poco modificabile dove l’uomo non può manifestare la propria arroganza e prepotenza. Forse il mare è davvero l’ultimo vero baluardo della libertà, sempre pronto a insegnare, ad accarezzare o a distruggere. Per cui, con tutto il rispetto del mondo, voi tenetevi la barca di sinistra, e lasciatemi sognare immaginandomi con la barba, la pipa in bocca, un doppio petto con ancore incise sui bottoni, e l’immancabile cappello da Capitano.

Se proprio devo esser costretto a scegliere contro un veliero…

Un personaggio incredibile

Un personaggio incredibile

Nel video vedrete una barca che a definirla particolare è riduttivo. Da anni che veniamo a Marmaris e lui è sempre qui. Non posso mostrarvi il suo viso per ovvie ragioni di privacy, ma soprattutto perché lui (chiamiamolo ‘Gunter’) non ama la pubblicità; o meglio solo se a pagamento! Iniziamo col dire che lui ormeggia di prua, ne consegue che in banchina ha armato una scaletta per consentirgli di passare dalla delfiniera. Appesa a questa un bel cartello con scritto in soldoni “se volete fotografare la barca pagate 2€”. Si perché in effetti la sua più che un veliero è un contenitore di oggetti. Il video non rende bene, ma se al contrario riusciste a scorgere detta abbondanza, allora trasferitela tranquillamente a tutta la barca, murate fino a prua: è completamente sommersa di ogni oggetto, nautico o meno, ridondante almeno 3-4 volte rispetto all’effettiva necessità, sia essa personale che ai fini normativi. Si va dalle cime, ai salvagenti, ai parabordi, alle campane per la nebbia, sedie, ninnoli e ninnoletti. Fin sopra l’albero. Non c’è un angolo della barca che si salvi, e più che la dimora di un marinaio, sembra la casa di un circense.

                           

Gunter passa le giornate a bordo, seduto a volte a poppa altre a prua, mimetizzato letteralmente dalle sue cose. Lavora su qualche oggetto, sistema quelli trovati chissà dove, legge e per lui, teutonico dagli occhi azzurri dall’età indefinibile, è tutto normale. Sa bene che desta la curiosità degli altri diportisti, a tal punto da mettere quell’avviso esilarante, per cui in qualche maniera è anche consapevole del suo ‘disagio’. In quanto difficilmente la si potrebbe pensare diversamente.

Ogni tanto lo incontriamo sul pulmino che collega il marina a Marmaris. Non vi si reca solamente a far la spesa, o portare a riparare un pezzo, bensì gli necessità qualche ulteriore integrazione per la sua interminabile collezione. Non ci crederete ma sembra che Gunter abbia ben 2 container pieni di altra roba! Si, oramai avrete capito che abbiamo a che fare con un accumulatore compulsivo.

Non è l’unico, e anzi è abbastanza diffusa questa patologia, se così vogliamo chiamarla. Probabilmente è una mania che varia da persona a persona, sia come oggetti che intensità. Conosco donne piene di scarpe che non possono resistere al richiamo del nuovo acquisto. Chi non riesce a separarsi dalle cose vecchie, ritrovandosi nel giro di qualche anno, ‘sommerso dai ricordi’.

E chi come lui, colleziona grilli, bulloni e sartie. Senz’altro è un’eccezione importante, una rarità nel settore. Soprattutto a stupire è che lui naviga. Mi direte che non è possibile, non c’è sicurezza, possibilità di manovrare o anche semplicemente osservare l’orizzonte; ed effettivamente io la penso allo stesso modo: non mi sognerei mai di prendere il mare così conciato. Altrettanto facile dargli del pazzo. Sta di fatto che lui prende e salpa, e naviga. Quanto meno si sposta, a vela o a motore proprio non saprei, ma tanta fu la mia sorpresa quando vidi alla fonda la sua barca, in quel di Pedi, splendida rada dell’isola di Symi, a 40 miglia di distanza.

Ad aggravare la storia è il fatto che navighi da solo, vive da solo, e da quel che posso intuire non è proprio pieno di amici; probabile ami la solitudine, piuttosto che sia complicato per il prossimo ‘normale’, interagire con lui.

Insomma, fuori dai denti, anche io lo consideravo un tipo bizzarro con qualche rotella fuori posto, il che poi non è un male in sé intendiamoci, a tratti mi piacerebbe pensare facessi io lo stesso effetto sugli altri: mi suona come un non so che di libertà.

Finché, proprio quel giorno, sbarchiamo con il tender alla ricerca di qualche vettovaglia.

Dopo pochi passi, accingendoci alla solita lunga camminata per recarci a Symi città, lo vediamo lì, seduto su una panchina sul moletto di attracco dei pescatori greci. Gunter era placido, omone grosso, serafico, sereno. Avete presente la persona più buona del mondo? Neanche io ovvio, ma provate a immaginarla, provate a raffigurarvi un volto che possa rappresentare la calma e l’equilibrio interiore, un individuo in pace con se stesso e gli altri. Ecco, quello è Gunter.

Ebbene, lui in quel momento non faceva altro che dar da mangiare poche briciole a qualche passerotto di passaggio, fino a quando però uno di questi gli si posa sulla spalla lasciandosi accarezzare da quell’uomo assurdo. Cioè, vediamo di capirci, non sto parlando di un volatile ammaestrato, no; un normale passerotto, selvatico, che in qualche maniera percepisce l’energia di pace sprigionata da costui, a tal punto dal lasciarsi accarezzare, senza alcun timore. Pazzesco. Io non ho mai visto una cosa del genere. Sembrava di essere in un episodio di quella vecchia serie americana “Ai confini della realtà”. Io e Başak, quel giorno abbiamo assistito a ciò che probabilmente videro le persone incrociando San Francesco, né più né meno.

Ancora oggi non riesco a spiegarmi una cosa del genere. So solo che quel pazzo, accumulatore compulsivo, mi ha colpito al cuore. Spero un giorno di poterlo conoscere davvero, anche se non parlo il tedesco, e lui certamente non conosce né l’inglese né l’italiano; ma sono convinto non servirà, mi basterà stringergli la mano, godermi il suo sorriso, e far finta di essere un passerotto senza il bisogno di ascoltare parole, ma solo la sua energia. Pura energia. Se ciò significa essere pazzi, mi auguro vederne il loro numero crescere vertiginosamente in tutto il mondo, a sufficienza da poterci insegnare quel che, evidentemente, ancora non sappiamo.

Vi è mai capitato qualcosa del genere?